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L’imputato è sereno. Noi nemmeno un po’

Fanno impressione le accuse: associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, peculato e falso. Fa impressione la condanna richiesta dal pubblico ministero: 27 anni di carcere. E più di tutto, ovviamente, fa impressione il ruolo che è rivestito, tuttora, dall’imputato principale, Giampaolo Ganzer: generale dei Carabinieri e comandante del Ros, il reparto specializzato nelle indagini sulla criminalità organizzata e sul terrorismo.

L’unico a non essere impressionato, a quanto pare, è proprio lui. Sollecitato dai cronisti a commentare le conclusioni del pm, ha preferito glissare rifugiandosi in uno dei più classici luoghi comuni degli ultimi anni. Quello della incrollabile “serenità”  dell’accusato, a prescindere dalla gravità, quanto meno apparente, della sua posizione processuale. Testualmente: «Nessun commento. L'unica cosa che posso dire è che continuo con la serenità e l'impegno di sempre a fare il mio lavoro. I commenti fateli voi»

Benissimo. I commenti li facciamo noi. Non sulla solidità delle accuse, visto che non abbiamo la necessaria conoscenza degli atti, ma sull’allarme e lo sconcerto che suscita una vicenda come questa, in cui la credibilità di una delle due parti è fatalmente destinata a uscire distrutta dal verdetto finale. Come si dice, tertium non datur. O la Procura di Milano, a cominciare dal pm Luisa Zanetti, è completamente fuori strada, e allora c’è da rabbrividire al pensiero di una magistratura che incappa in un abbaglio tanto grave; oppure ha ragione, e allora c’è da rabbrividire al pensiero che il colpevole di questi reati si trovi ancora oggi al comando di una struttura così importante.

Vada come vada – e vale la pena di sottolineare che per ora siamo solo al primo grado di giudizio – sono entrambe ipotesi che lasciano attoniti. E che dovrebbero indurre, in una fase in qui si parla tanto di riforma della Giustizia e della necessità di accelerare i processi e di porre dei limiti alla loro durata, a introdurre delle norme che vadano in direzione opposta alla legge sul legittimo impedimento e a disposizioni consimili. Il principio è semplice: più la carica dell’imputato è elevata, più l’accertamento delle sue eventuali responsabilità deve procedere rapidamente, rimettendo l’intero iter a delle “super Procure” che si occupino esclusivamente di questo tipo di cause. E che, pertanto, abbiano la più massiccia dotazione di uomini e di mezzi.

In aggiunta, e sembra incredibile che non sia così già adesso, il rinvio a giudizio per quei reati che prevedano pene superiori a un certo numero di anni (cinque? sette? dieci?) deve comportare la sospensione immediata dalle funzioni ricoperte. L’interesse pubblico, ancora una volta, non può che prevalere su quello individuale. Il Ganzer di turno va rimosso senza esitare, essendo troppo alto il danno che potrebbe derivare dal lasciarlo al suo posto, col rischio che si sia effettivamente macchiato non già di irregolarità o di reati minori, ma di crimini tra i più pesanti e pericolosi. Se e quando verrà assolto, naturalmente, si provvederà a reintegrarlo e a risarcirlo, ma nel frattempo l’unica misura praticabile resta quella che abbiamo detto: fuori dalle istituzioni, in attesa di capire se sei degno di farne parte oppure no. 

 

Federico Zamboni

 

 

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