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Prove di comunitarismo in Inghilterra? Forse, sì, appena appena

Dall’Inghilterra a cui è passata definitivamente la sbornia del blairismo (una sorta di obamismo ante-litteram) viene una proposta interessante. A formularla sono stati i Tories, il partito conservatore guidato dal giovane, dinamico ed eterodosso David Cameron. Dovendo far fronte ad bilancio statale gravato da un pesante deficit, i conservatives britannici seguono la via maestra del primato del privato sul pubblico ma declinandolo in una forma aggiornata di comunitarismo. In che modo? Dando alle famiglie l’opportunità di fondare le scuole, ai dipendenti pubblici (medici, infermieri, insegnanti) di riunirsi in cooperative per gestire gli ospedali, i centri educativi, i servizi in generale. «Noi vi daremo il potere e voi potrete assumerne il controllo», ha dichiarato con retorica d’obbligo il leader Cameron. È questa la “terza via” strombazzata negli anni ’90 del secolo scorso dalla sinistra euroamericana, soltanto che ad enunciarla per quello che è e, si spera, ad applicarla, sarà la destra. La quale non ha debiti ideologici né blocchi mentali nei confronti dell’idolo novecentesco del Welfare, oggi in pezzi. E perciò può battere la strada della cooperazione volontaria, unico principio che coniuga libertà e giustizia sociale. 

Tutto ciò, diciamo noi, a patto che vi siano i necessari correttivi assistenziali che garantiscano una condizione di vita decente a tutti. Quindi uno Stato sociale sì meno presente e invadente, ma non impotente. Ed è qui, invece, che la destra tory si abbarbica al tatcherismo di maniera, proponendo misure come il congelamento per un anno, nel 2011, degli aumenti salariali nell’amministrazione pubblica, l’età pensionabile alzata a 66 anni dal 2016 per gli uomini e dal 2020 per le donne, blocco dei crediti d’imposta per redditi sopra le 50 mila sterline, insomma il solito armamentario di provvedimenti classisti vecchio stampo. Meno Stato ma forte dove serve, e più comunità per rendere la società più libera di esprimersi: questo dovrebbe essere, secondo noi, il punto d’equilibrio.

E a proposito di libertà, Cameron vorrebbe concedere agli elettori di convocare referendum su qualsiasi questione di rilevanza locale, purché a richiederlo sia il 5% dei residenti. Si tratta, udite udite, di un’apertura alla democrazia diretta, spauracchio dei partiti in ogni parte del mondo. La soluzione comunitaria esige infatti l’autogoverno, ed è proprio questo l’elemento di rottura della decadente combinazione di centralismo e partitocrazia, il fiore all’occhiello della novità inglese. Se fossimo sudditi di Sua Maestà, quasi quasi saremmo tentati di votare tory (un ulteriore merito dei quali è una simpatica avversione all’Eurostato). Poi però ci vengono in mente la Lady di Ferro e la sua sistematica distruzione delle garanzie sociali, il filo-americanismo fanatico, l’ossequio alla City londinese e last but not least il grigiore plumbeo e piovoso di quelle lande, e la voglia ci passa in fretta. Tanto, a comandare sul serio sono sempre e solo i finanzieri di Londra e Washington. Cameron o Fini, se le destre non sciolgono lo scellerato voto d’obbedienza al vero potere che tutto sovrasta – un voto che le accomuna alle sinistre, sia chiaro – le loro uscite coraggiose rimarranno tentativi, tutt’al più esperimenti, parziali e in ultima analisi fallimentari. 

 

Alessio Mannino


Porta a porta delle meraviglie

L’imputato è sereno. Noi nemmeno un po’