Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 16/04/2010

1. Le prime pagine

Roma -CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Fini-Berlusconi alla rottura”. Editoriale di Ernesto Galli Della Loggia: “La separazione del delfino”. Al centro: “L’accusa finale: ex di An comprati”, con foto notizia: “Un necrologio in bianco, l’ultimo bacio di Sandra “, “Nube gigante sui cieli d’Europa. Paralizzato il traffico aereo” e, in un riquadro “Nell’ospedale di Emergency poliziotti al posto dei medici”. Di spalla: “L’indifferenza del Cavaliere che ha scelto l’asse con Bossi. In basso: “”Non pago per i furbi ma per i bimbi”” e, in due riquadri “Intesa Sanpaolo, l’ira di Guzzetti e i dubbi di Bankitalia” e “Generali: sui vicepresidenti i grandi soci a consulto”. 

LA STAMPA – In apertura in alto: “Addio Raimondo gentiluomo della risata”, “Lo strappo di Fini “Pronto a fare gruppi autonomi”” e, con foto notizia “La nube nera del vulcano paralizza l’Europa”. Editoriale di Marcello Sorgi: “La resa dei conti”. In taglio centrale: “”Le banche vanno a chi vince””, “”Una legge dovrà garantire i diritti delle coppie gay”” e “L’equivoco del territorio”. A destra: “Le due verità sui bambini senza mensa”. In basso: “1956, i cingoli di Mosca spaventano l’Einaudi”.
LA REPUBBLICA – In apertura: “Berlusconi-Fini, è rottura”. Editoriale di Massimo Giannini: “Consenso senza politica”. Di spalla: “Pedofilia il Papa alla Chiesa “Questa è l’ora della penitenza”” e “Il peccato e la speranza”. Al centro, con foto notizia: “Islanda, maxi-nube dal vulcano si bloccano i cieli d’Europa”, in due riquadri il retroscena di Francesco Bei “”Silvio io non sto al traino di Bossi”” e l’inchiesta di Carmelo Lopapa “Le mille poltrone inutili che nessuno riesce a tagliare”. A destra, in un riquadro, sul set del nuovo film di Nanni Moretti: “il mio Pontefice solo e depresso”. In taglio basso: “Addio a Vianello, il borghese in tv”.
IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Consumi fermi, ripresa lenta”. In alto a destra: “Ultimatum di Fini a Berlusconi: pronto al gruppo autonomo”. Editoriale di Stefano Folli: “Una sconfitta per tutti una legislatura a rischio”. Al centro, con fotonotizia: “Mega-nuvola di cenere. Eruzione in Islanda paralizza il traffico aereo in tutta Europa” e, “Atene bussa da Fmi e partner”. Di spalla: “L’Ordine dei cittadini vero obiettivo della riforma”.
ITALIA OGGI – In apertura: “Truffa Cgil ai pensionati”. Al centro, in un riquadro: “Il commissario al Comune di Bologna realizza quello che non ha fatto Cofferati” e, in un riquadro: “A Codogna, il paese di Zaia, il neosindaco leghista fa sradicare i fiori rossi piantati dal Pd”. In basso: “Studi solo col contraddittorio” e, in due riquadri: “Alfano mette d’accordo gli ordini professionali” e “L’Audipress è finito nel mirino dell’Antitrust”.
MF – In apertura: “Ecco la tassa Ue sulle banche”. In alto: “La Grecia pronta a chiedere aiuti. La finanza Usa torna ad assumere”. Al centro: “Al capolinea la chimica della Snia”, in due riquadri “Le scorie nucleari sono ancora senza deposito” e “Già in bilico il decreto sui tetti al gas di Eni”. In basso: “Grandi manovre sulla Hugo Boss” e “Il BancoPosta finisce sotto la lente di Draghi”
IL MESSAGGERO – In apertura: “Berlusconi-Fini, alta tensione”. Editoriale di Paolo Pombeni: “Il travaglio che può far rinascere i partiti”. Al centro: “Silvio e Gianfranco, c’eravamo tanto amati”, con foto notizia “Gli occhi su Inter-Juve il cuore già al derby”, “Addio Raimondo, signore dell’ironia” e, in due riquadri “Noi amici e complici”, di Maurizio Costanzo e “”Nell’eden dei grandi” di Enrico Vanzina. In basso: “Il vulcano oscura i cieli d’Europa: stop al traffico aereo in dieci paesi”, “Pedofilia, il Papa: ora penitenza” e il diario di primavera di Maurizio Costanzo.
IL GIORNALE – In apertura: “Fini se ne va, meglio così” di Vittorio Feltri. In alto: “Calciopoli, ecco le 75 intercettazioni”. Di spalla: “”Le nozze si fanno in due” “Per il divorzio basta uno”” e “Però Gianfranco ha paura di dare lui il colpo finale”. In basso: “L’addio di Vianello: “Muoio col sorriso””.
IL TEMPO – Apertura a tutta pagina: “Non si sono mai amati” di Mario Sechi. Di spalla: “Addio al re dello Houmor” e “Sportivo di Razza”. In basso: “Finiani già in fuga dal nuovo Gruppo” e “Faida Pdl a Latina si ritorna a votare”.
IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Esplode il Pdl”. Al centro: “Salvaliste, il Pd continua a farsi del male” e, in un riquadro: “Quest’uomo sta affondando il Tg1”. Di spalla: “Scappellamento a destra”, di Marco Travaglio. A sinistra: “La posta in gioco”. In basso, in due riquadri: “Bernstein: Italia compromessa” e “Se ne va il gentiluomo della tv”. (red)

2. Fini e l'accusa al premier: ex di An comprati

Roma - “‘Elezioni anticipate? Ma davvero c’è chi pensa che in Parlamento non ci sarebbero i numeri per formare un altro governo?’. Fini non lo pensa, così com’è altrettanto chiaro che non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi del ribaltone, scrive Francesco Verderami nel retroscena a pagina 2 del CORRIERE DELLA SERA sul duello Berlusconi-Fini. Dopo una vita passata a condannare quelli che in un discorso alla Camera additò come i ‘puttani della politica’, non sarà certo Fini a fare il voltagabbana. Semmai la constatazione del presidente della Camera è il segno dell’escalation nello scontro con Berlusconi. E dal tono basso della voce s’intuisce lo stato d’animo dell’ex leader di An, un misto di rabbia e di determinazione, l’idea cioè che era inevitabile lo showdown con l’altro ‘cofondatore ‘ del Pdl, che non fosse possibile andare avanti così, ‘perché per un anno ho posto i problemi con le buone, e la cosa non ha sortito effetti. Ora vedremo se Berlusconi capirà’. Durante il pranzo pare che il premier non l’abbia capito, se è vero che Fini ritorna con la mente al colloquio e lo racconta con un senso di stupore: ‘Io gli parlavo delle questioni e lui mi rispondeva con le frasi che aveva usato al comizio di piazza San Giovanni...’. E le ‘questioni ‘ sollevate sono altrettanti nodi politici, esplicitati con crudezza verbale inusitata: ‘Tu, Silvio, hai abdicato al tuo ruolo. E io sono stato condannato alla marginalizzazione. La Lega ti ricatta. L’economia è in mano a Tremonti. Il 30%, che era la quota di An nel Pdl, è composto da persone che hai comprato’. A Gianni Letta è toccato festeggiare il compleanno in un clima che di festa non aveva nulla, e ha constatato di persona quanto sia profonda la rottura tra i due, per quanto non ancora irreversibile. È in quegli spazi angusti che il braccio destro del Cavaliere lavora per tentare di trovare un compromesso, che Berlusconi però non vuol concedere, sebbene si sia licenziato dall’inquilino di Montecitorio, dicendo: ‘Diamoci tempo, almeno fino a lunedì’. ‘Io aspetto’, commenta l’ex leader di An: ‘Dipende da come reagirà Berlusconi, quali iniziative vorrà assumere, se si rende conto che i problemi ci sono, che non me li sono inventati. Io aspetto di sapere come pensa di affrontarli e risolverli’. ‘L’impegno della concertazione ‘, per esempio, non è mai stato mantenuto dal Cavaliere, secondo Fini, che cita l’ultimo episodio, ‘il più eclatante’: il patto di Arcore sulla ‘bozza Calderoli’ per le riforme, e quel che è accaduto dopo. ‘Non è pensabile che un ministro della Repubblica salga al Quirinale per presentare un progetto di revisione costituzionale, e che dinnanzi alle mie perplessità Berlusconi risponda: "Cosa vuoi che sia...". Cosa vuoi che sia... Ma dove siamo? Dove siamo? ‘. Non c’è più nulla che unisca il presidente della Camera e il presidente del Consiglio, tranne la comune appartenenza al partito che insieme hanno fondato. E anche questo punto in comune si va velocemente logorando, se è vero che ieri sera i coordinatori del Pdl hanno fatto quadrato attorno a Berlusconi, ponendo l’ex capo della destra quasi fuori dalla creatura che un anno fa ha tenuto a battesimo, e definendo ‘incomprensibile’ il suo atteggiamento. ‘Un partito è un partito se si discute e ci si confronta ‘, è la tesi di Fini: ‘Un partito non può servire solo a cantare "Meno male che Silvio c’è"‘. Il punto è che ‘Silvio’ ha vinto le elezioni, ribaltando da solo i pronostici che lo davano per sconfitto. Fini lo sa, lo ha detto all’indomani del voto nei suoi colloqui riservati: ‘Ha vinto lui. Si è preso sulle spalle anche la Polverini ‘. E il risultato della Lega al Nord ha contribuito a saldare un asse che fa di Berlusconi e Bossi i titolari della ditta, lasciando il presidente della Camera senza ruolo. Il ‘tridente ‘, che sinora non c’è mai stato, difficilmente potrebbe nascere oggi. Per conquistarsi lo spazio Fini è pronto al gesto dirompente, alla nascita dei gruppi parlamentari del ‘Pdl-Italia’. Introduce l’argomento ricordando che ‘all’Assemblea regionale siciliana esiste il gruppo del Pdl e quello del Pdl-Sicilia. Lì Berlusconi non è intervenuto per risolvere il problema, dando l’impressione che del partito non gli freghi nulla, considerandolo poco più di una corte di laudatores. Perciò aspetto, confido in una svolta, altrimenti—come in Sicilia—anche a Roma nasceranno gruppi parlamentari autonomi, pronti a sostenere lealmente il governo, ma ponendosi degli obiettivi politici’. Evocando la Sicilia, Fini sa di lanciare una dichiarazione di guerra, p e r c h é n e l l ’ i s o l a r e g n a l’ingovernabilità. Dunque il problema non è se davvero il presidente della Camera possa contare su una settantina di parlamentari, con una cinquantina di deputati e venti senatori. Il problema è politico: semmai si dovesse riprodurre a Roma la spaccatura del Pdl siciliano, il premier non sarebbe più leader ma diverrebbe ‘ostaggio’, posto al centro di una tenaglia con la Lega a far da contrappunto ai finiani. Nel gioco al rialzo dell’inquilino di Montecitorio è intervenuto il presidente del Senato, chiedendo piatto: ‘Quando la maggioranza si divide, la parola torna al corpo elettorale’. Ed è evidente quale sia lo scopo: minacciando il ricorso alle urne, si vuole evitare che Fini possa infoltire i propri gruppi, posti al riparo dal voto anticipato. La verità è che nessuno pensa a ribaltoni e ad elezioni. Non ci pensa il premier, non ci pensa il presidente della Camera e non ci pensa tanto meno Bossi. Anzi, proprio il Senatùr è il più fiero avversario della fine traumatica della legislatura, perché in quel caso sfumerebbe il federalismo fiscale, dato che i decreti attuativi non sono stati ancora varati. Di più. Il giorno in cui la Consulta bocciò il lodo Alfano, Fini e Bossi si incontrarono, sottoscrivendo un comunicato in cui escludevano il ritorno alle urne e proponevano di andare avanti con le riforme. Ecco l’incastro, tutti i leader del centrodestra sono vittime e carnefici dello stallo che si è verificato. Non è dato sapere quanto potrà durare la prova muscolare, né se cesserà e quale sarà l’eventuale compromesso. Anche perché Berlusconi giura di non aver capito cosa vuole Fini, ‘non l’ho capito’, ha confidato al termine del vertice: ‘Gliel’ho anche chiesto’. E lui? ‘Mi ha risposto che il suo pensiero è noto, che l’ha espresso pubblicamente. Mah...’. Possibile che il Cavaliere non l’abbia intuito? Perché Bossi, che pure non partecipava a quel colloquio, l’ha spiegato: ‘Non sono a pranzo con loro perché sarei il terzo incomodo’”. (red)

3. Duello premier-Fini, Granata: 60 parlamentari con noi

Roma -“La situazione è oggettivamente grave’. Il deputato finiano Fabio Granata, scrive Francesca Schainchi nell’intervista al parlamentare a pagina 2 della STAMPA, non nasconde la gravità del momento nel Pdl. ‘Fini - spiega - ha parlato con franchezza a Berlusconi: il Pdl è un progetto comune, ma non è possibile delegarlo a un appiattimento sulla Lega. Si sono dati 48 ore per riflettere: la richiesta è chiara e non può essere elusa da parte del premier con una generica rassicurazione. Se Fini non trova modo per incidere sulla linea del governo, allora l’unica arma è tornare a un’autonomia in Parlamento, gruppi che ci lascino le mani libere su alcuni temi per fare da contrappeso alla Lega’. Ma quanti potreste essere a fare parte di questi gruppi? ‘Se si arriverà a questo punto si parte da 40-45 deputati e 15-18 senatori. Ma io vorrei fosse chiara una cosa: An aveva il 13-15%, nel 2007 portò in piazza un milione di persone vere, mica come a San Giovanni che erano 150 mila. Questa comunità, nobile e antica, è stata donata al progetto del Pdl. Perché Fini non dovrebbe chiedere il rispetto delle nostre idee, della nostra impostazione? E se pensano di intimidirci dicendo che Gianfranco deve abbandonare la presidenza della Camera, allora si rompe un progetto di maggioranza’. Addirittura, guardi che pare che Berlusconi abbia detto proprio questo… ‘So che la frase è stata smentita, io spero davvero che non sia mai stata pronunciata. Perché noi non mettiamo in dubbio il governo né la premiership di Berlusconi, ma se qualcuno afferma che Fini allora dovrebbe dimettersi da presidente della Camera, ripeto, si rompe un patto politico e a quel punto abbiamo tutti le mani libere’. Si dice anche che la minaccia sia: ‘Se fate i vostri gruppi parlamentari, uscite dal Pdl’…‘È strano che qualcuno possa espellere qualcun altro: noi non abbiamo sottoscritto un’adesione al Pdl, noi l’abbiamo cofondato. L’idea di espellere qualcuno implica una sorta di suggestione psicologica, An annessa nel Pdl da Forza Italia, che hanno alcuni ex colonnelli di An. Ma ho l’impressione che per loro fosse così prima ancora che si sciogliesse An’. Non teme che un’iniziativa simile sia un danno per tutto il centrodestra? Il presidente Schifani già dice che si rischia di tornare al voto. ‘Vedo che c’è un fuoco di fila di dichiarazioni che non aiutano la ricomposizione. Fini non ha mai messo in discussione il governo, ma l’equilibrio del governo. Siamo consapevoli che tutti si devono assumere delle responsabilità: i problemi che poniamo sono politici, sulla fisionomia che deve avere il Pdl, alleato ma distinto dalla Lega’”. (red)

4. Berlusconi-Fini, il premier: Se va via finisce un incubo

Roma -“Sembra che Fini si sia preso due giorni di tempo, Berlusconi sono mesi che dice di non avere tempo da perdere. Ovviamente con Fini. Da ieri pomeriggio per il premier il vaso è traboccato, scrive Marco Galluzzo a pagina 3 del CORRIERE DELLA SERA sulle reazioni al vertice tesissimo di ieri tra il premier e il cofondatore del Pdl. Meglio semmai impegnarsi nella ricerca di truppe di rincalzo, magari nell'Udc, per bilanciare l'eventuale fuoriuscita dei finiani dalla maggioranza. È uno scenario verosimile? Forse no, ma il Cavaliere è convinto che non sarebbe un dramma: ‘Se andasse via — ha confidato — al massimo lo seguirebbero sette-otto persone e sarebbe la fine di un incubo’. Ieri pomeriggio Berlusconi si è sentito anche sollevato. Al termine dell'incontro con il presidente della Camera si è concesso una passeggiata per le vie del centro della capitale, risposta plastica ad un pranzo tempestoso. Ha scherzato con gli amici dicendo di sentirsi più leggero: non più legato al dovere di mediare continuamente sulle richieste del cofondatore del Pdl, che alla sua sensibilità sono sempre apparse questioni di lana caprina, inutile perdita di tempo. Di che si tratti è chiaro alla cerchia dei più stretti collaboratori di Berlusconi: Maurizio Gasparri non va più bene, a Fini, come capogruppo del Pdl al Senato? Non è un problema del Cavaliere. Ignazio La Russa dà ombra al presidente della Camera? Anche in questo caso il premier considera la questione minimale, comunque tutta interna alla matrice stessa della famiglia finiana. Alcuni coordinatori regionali andrebbero sostituiti? Alcuni indirizzi del governo modificati? Esistono un partito ed organi che discutono, si riuniscono e poi decidono. C'è un'assenza di democrazia interna? Non è una questione che si può risolvere a tavolino davanti a una sogliola. In sintesi, con le parole ufficiose di Palazzo Chigi: ‘I problemi li ha posti Fini, per noi non esistono, non sono mai esistiti, non dobbiamo dare alcuna risposta’. Esiste invece, agli occhi del Cavaliere, una sostanziale questione di tempi. Fini, dice, i tempi li ha sbagliati tutti. Lui è appena rientrato dagli Stati Uniti, dal vertice sulla sicurezza nucleare voluto da Obama, sarà domenica ai funerali del presidente polacco, andrà alla fiera di Hannover lunedì prossimo, ha spedito ieri una lettera ai vertici della Ue scritta insieme a Sarkozy. Ultimo, ma non ultimo: ha appena vinto le elezioni. Se il vaso è colmo, agli occhi del presidente del Consiglio, è anche per l'accelerazione di un confronto mirato allo scontro su un'agenda ritenuta marginale, quasi pretestuosa ed in ogni caso tutta interna all'assetto della maggioranza, che i primi a non capire sono proprio gli elettori del Pdl. Persino a Palazzo Chigi, fra coloro che di solito sono prudenti, si registra scarso ottimismo. Non ci sarebbero più margini per una ricomposizione. Altre volte, troppe volte, la polvere è andata a finire sotto il tappeto, per riaffiorare al pranzo successivo. Nei mesi scorsi Berlusconi ha immaginato più volte un Popolo della Libertà senza Fini, ne ha parlato in privato, sceneggiando un futuro in cui persino il ritorno al voto non era escluso, mentre il partito cambiava nome, per conservare gli elettori, al netto dell' alleato. Ieri aggiungeva una speranza più immediata: non averlo più come presidente della Camera. Se glielo abbia detto in faccia o meno, in fondo, cambia poco. All'ora di cena, a casa sua, con i coordinatori del partito convocati in gran fretta, insieme all'impulsiva minaccia di un ritorno al voto riassumeva così: ‘È stato lui a promettermi di fare un passo indietro il giorno in cui fosse tornato a fare politica piena, spero proprio che adesso, se andrà avanti, onori quella promessa’. Infine una postilla: ‘Ovviamente chi fa o promuove un gruppo parlamentare diverso dal Pdl si pone fuori dal partito’. È già scattata la conta sui numeri e il Cavaliere resta convinto di aver fatto bene i suoi conti”. (red)

5. Patto Tremonti-Chiamparino irrita i milanesi di Intesa

Roma -“’Da quello che ho capito si tratta di due candidati alla pari per la presidenza e non di una presidenza con un consigliere o un vicepresidente. Attendo comunicazioni’. Bastano queste parole, pronunciate dal presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, dopo l´incontro con le altre fondazioni azioniste di Intesa Sanpaolo, per misurare il malcontento a denti stretti dei vertici milanesi del principale istituto del paese. Guzzetti si riferisce alla doppia designazione, quella di Domenico Siniscalco e di Andrea Beltratti, uscita mercoledi sera dalla Compagnia San Paolo per la futura composizione del consiglio di gestione della banca, scrivono Giovanni Pons e Salvatore Tropea su REPUBBLICA a pagina 9. La riunione è stata lunga, faticosa (decisione a maggioranza con un consigliere uscito al momento del voto) e non in linea con le procedure visto che è il consiglio di sorveglianza di Intesa, una volta eletto dall´assemblea del 30 aprile, a dover a sua volta nominare il consiglio di gestione secondo quanto prevede la governance duale della banca. Ma a questo punto colpi di scena clamorosi non sembrano prevedibili e l´uscita di Enrico Salza quasi certa. Le "comunicazioni" a cui fa riferimento Guzzetti dovrebbero arrivare entro fine aprile da Angelo Benessia, presidente della Compagnia torinese, incaricato di effettuare una verifica su chi dei due candidati sia il più adatto per la presidenza. Ma appare abbastanza ovvio che a questo punto Siniscalco è il presidente in pectore del cdg di Intesa Sanpaolo anche se sono in programma altre due riunioni tra le Fondazioni socie (probabilmente una il 26 e l´altra il 28 aprile) per appianare gli ultimi dubbi e definire la composizione dei comitati. I milanesi, Guzzetti, Giovanni Bazoli e Corrado Passera, hanno sperato fino all´ultimo che Enrico Salza potesse essere riconfermato nella sua carica e non a caso hanno manifestato pubblicamente il loro apprezzamento per l´operato del navigato banchiere. ‘È un attore formidabile di un´operazione bancaria da tutti riconosciuta come una delle più belle fatte in Europa’, ha dichiarato Passera. Ma al momento appare vincente l´asse Chiamparino-Tremonti all´origine della scelta di Siniscalco. La benedizione è arrivata da Umberto Bossi, deciso a prendersi ‘una fetta delle banche del nord’. A chi gli chiedeva lumi sul nome di Siniscalco il senatur ha risposto lapalissiano: ‘Chiedete a Tremonti’, confermando la discesa in campo del potente ministro nella tornata di nomine, così come era successo per Cesare Geronzi alle Generali. La convergenza con Chiamparino non è mai stata ufficializzata, anche perché maturata per differenti percorsi, ma preesiste alle ambizioni della Lega uscita rafforzata dalla vittoria alle elezioni regionali. Benessia, dopo aver tentato soluzioni diverse pensando alle candidature di Emilio Ottolenghi e Alfonso Iozzo, l´ha accettata. Salza l´ha invece subita anche se, al di là delle ultime barricate alzate dai suoi fedelissimi, per lui è pronta una più che onorevole uscita di sicurezza: si parla di Banca Imi o di Banca Fideuram. Agli amici che in queste ore chiedono a Siniscalco come sono andate le cose, l´ex direttore generale e poi titolare del Tesoro risponde in tono scherzoso di aver fatto in questa partita il pallone e non il giocatore. E rifiuta anche di circoscrivere il problema dentro il perimetro della "torinesità" incrinata dai poteri milanesi dopo la fusione tra Intesa e Sanpaolo. Dunque Chiamparino e Tremonti stanno mettendo in atto una prova di federalismo trasversale attraverso la quale la Lega prova a entrare nei gangli vitali della finanza del nord. ‘Chiamparino in qualità di sindaco di Torino e grande elettore della Compagnia cercava di recuperare un maggior peso della città in una banca che avesse un respiro internazionale e Tremonti puntava a una banca che avesse una presenza territoriale forte non solo sulla carta. Benessia si è trovata questa convergenza e l´ha cavalcata’. Se le cose finiranno così i risultati per Torino non saranno da buttar via. Un direttore generale dedicato ai "territori", Marco Morelli, e un presidente del consiglio di gestione, Siniscalco. Il tutto senza strappi dolorosi tra le fondazioni azioniste”. (red)

6. Banche del Nord, intervista a Giancarlo Giorgetti 

Roma -“Chissà quanta gente si è fatta viva in queste settimane: manager, banchieri, portaborse. Tuttisul Carroccio...” chiede Marco Alfieri nell’intervista al maggiorente della Lega Giancarlo Giorgetti a pagina 24 del SOLE 24 ORE ‘Non lo nascondo, in tanti. Ma comunque nessuno di noi pensa a banchieri incamicia verde o infila davanti ai gazebo, come pure qualcuno fece con altri partiti’. Giancarlo Giorgetti, riservatissimo "ministro" delle finanze di Umberto Bossi, nel giorno postburiana sulle banche risponde al telefono da Madrid, dov'è in corso il summit delle commissioni Bilancio dei Parlamenti europei. Non sfuggirà però a Giorgetti che quel bossiano ‘alla Lega le banche del nord’ sembra un salto di scala rispetto alla sua felpata mediazione con il mondo delle fondazioni, dopo la pax bancaria siglata da Giulio Tremonti con l'Acri di Giuseppe Guzzetti. Ancora ieri il Senatur è tornato a bomba: ‘cene spetta una fetta, è la gente che vuole...’ ‘Piano’, precisa Giorgetti, ‘quel che intende Bossi è politica nobile, perchè è sacrosanto che i banchieri sappiano interpretare gli umori della società di un territorio. Le elezioni hanno certificato certi rapporti di forza: la Lega riesce a rappresentare meglio di altri queste aspettative. E' giusto che lo facciano anche i banchieri. Faccio un esempio...’ Prego, Giorgetti. ‘I giornali si sono riempiti la bocca sostenendo che laLega voleva "occupare" l'Expo.Noi invece abbiamo dato solo un contributo di indirizzo e controllo prima con Fruscio e a desso con Carioni. Senza gestire potere ne rivendicare poltrone. Eppure i nostri uomini sono stati accusati di essere delle Cassandre. Beh, devo dire che a due anni dalla vittoria, le nostre riserve non erano così infondate...’ Adesso quindi chiederete poltrone! ‘Non è questo il punto. Ma se uno fa politica e ha consenso è giusto che pesi sulle decisioni. Su Expo dico: bisogna fare poche cose ma bene e in fretta, e credo si stiaandando finalmente su questa strada. Vuoi dire che Tremonti si è deciso a mettere i soldi? Tremonti è osannato proprio perchè è parco. Verso Expo come verso tutto il resto, visti i conti pubblici Darà i soldi che servono’ Torniamo alle banche. Dice Giovanni Consorte, l'ex condottiero disarcionato di Unipol: Noi finiti in croce per una frase. La politica può indirizzare le banche ma non deve entrare nei cda, perchè discriminerebbe nei crediti.... Non si rischia, Giorgetti, di riportare le lancette ai tempi poco eroici dei carrozzoni dominati dai partiti? ‘Lo ripeto. Non è interesse nostro andare agestire direttamente il potere bancario. Ma se un istituto lavora in una data realtà economica sarà il caso di sentirne gli umori Anche i banchieri hanno le orecchie per ascoltare’. Ogni volta che salta fuori il tema banche tutti vi intestano il flop di Credieuronord. Francamente, non un bello spettacolo... ‘Dagli errori passati credo si debba imparare. Peraltro qui non si tratta di fare una banca nostra. Bensì di trasformare il sentimento che si è espresso nel voto al Carroccio, che non mi sembra poco, in un'attenzione maggiore all'economia reale’. Come giudica il riassetto in Unicredit e la nuova figura di country manager? E l'arrivo di Domenico Siniscalco nel CdG di Intesa San Paolo? . ‘Abbiamo criticato le grandi mente staccate dal territorio, specie dopo la stagione delle fusioni. Un gigantismo sbagliato per servire le nostre imprese. Notiamo che si sta tornando al radicamento territoriale. E questo è un fatto positivo. Lo dico al di là di supposti manager in camicia verde. Invero, pochissimi’. Cosa c'è da aspettarsi su Fondazione Cariplo, tra poco si va ad un mini rinnovo? ‘Direi nulla, così come sulle altre fondazioni che andranno a scadenza più in là. C'è ancora un triennio davanti per Giuseppe Guzzetti. Quando scadrà si vedrà. Non capisco questo rumoreggiare’. Proporrete una nuova legge sulle fondazioni bancarie, magari più aderente allo spirito tremontiano di sottoporle alla presa degli enti locali? ‘No, non mi sembra all'ordine del giorno’. Forse non ce n'è più bisogno. Bpm, ad esempio, viene considerata la vostra banca, così come Massimo Ponzellini il vostro banchiere. L'altro giorno ha proposto un round di aggregazioni tra popolari: concorda? , ‘Può essere utile al sistema a patto di non perdere la territorialità delle Popolari. Quanto a Ponzellini, non è un banchiere in camicia verde. Solo che ritiene giusto e doveroso parlare con Bossi visto il peso che abbiamo assunto. Poi, naturalmente, ognuno ...’” (red)

7. Pd, sospetti di inciucio sulla giustizia dividono partito

Roma -“’Su una materia tanto delicata ci vuole più spirito di partito e una condivisione maggiore’. Rosy Bindi stavolta usa i piedi di piombo, le parole felpate del politichese. La sua infatti è una critica alla bozza di Andrea Orlando sulla giustizia che arriva dall´interno della maggioranza del Pd, dal presidente del partito addirittura, scrive Goffredo De Marchis su REPUBBLICA a pagina 6. ‘Penso sia un problema soprattutto di metodo’. Orlando, cioè, non doveva fare il passo più lungo della gamba, non doveva anticipare un progetto mai discusso e soprattutto non avrebbe dovuto mettere tutto nero su bianco affidando i suoi pensieri al Foglio, un giornale vicino alle posizioni del Cavaliere. Perché è questo ad aver allarmato la minoranza di Area democratica, il partito degli ex pm e anche la Bindi, evidentemente. ‘Qualcuno può aver sospettato l´avvio di una trattativa con il centrodestra - dice la presidente del Pd -. Per fortuna la fermezza di Bersani dimostra che ogni ipotesi di intesa con il Pdl è infondata’. La giustizia divide il Pd, è un nodo che sarà protagonista della direzione di domani. Parlerà anche il responsabile del settore Orlando. Per spiegare che ‘il suo è il punto di partenza di una piattaforma’, per ricordare che anche Magistratura democratica ha letto senza paraocchi il piano. ‘Alla fine si vedrà che le convergenze sono superiori ai dissensi’. Ma il sospetto di un´intesa con gli avversari? ‘Stupidaggini. Però lo dico chiaro: non accetto l´idea che se c´è Berlusconi dall´altra parte allora la giustizia non si tocca, anzi funziona benissimo. Sappiamo che non è così’. Bersani continua a difendere Orlando, considera la bozza un ‘inizio di discussione’. Mercoledì sera il segretario ha riunito la sua maggioranza, c´erano D´Alema, Letta, Bindi, Migliavacca. Nelle sue parole si è avvertita una certa irritazione per le reazioni, anche personali, nei confronti di Orlando. Ma anche un altro membro del gruppo che ha vinto il congresso, Giovanni Bachelet, attacca il progetto giustizia. ‘Ha spaccato il partito. Se ci sono 100 deputati che sostengono Orlando, altri 100 tra i quali non hanno firmato il documento di sostegno. Così si divide in due il partito’. Anche a Beppe Fioroni non è piaciuto il metodo né le proposte. ‘Non sono quelle le riforme di cui dobbiamo parlare’. Nella direzione di domani Bersani si prepara ad aprire anche un nuovo fronte delicato: le primarie. Ne ha parlato l´altra sera ai dirigenti della sua mozione. ‘Sono la medicina per risolvere molti problemi. Ma come tutte le medicine è il medico a dirti come vanno usate’. Ha fatto l´esempio della Calabria. Primarie chieste da Loiero, vinte e poi elezioni perse rovinosamente. L´esempio di Gela dove i candidati del Pd alle primarie poi si sono presentati entrambi alle elezioni. Con un danno evidente. Insomma, senza volerle abolire Bersani rivendica l´ultima parola al partito. Soprattutto in vista del voto a Milano, Napoli e Torino del 2011. Letta invece ha lanciato l´allarme per un futuro più lontano: ‘Il Pd ha bisogno di discontinuità totale. Di programmi, di alleanze, di strategia. Altrimenti nel 2013 sicuramente si perde’. La soluzione indicata dalla minoranza di Area democratica ha messo ieri d´accordo Veltroni e Franceschini. ‘Recuperare lo spirito del Lingotto, cioè la fonte originaria del Pd’. ‘Va bene la gestione unitaria, ma la minoranza deve dire la sua’, ha spiegato il capogruppo. Antonello Soro ha sintetizzato la linea degli sconfitti: ‘Abbiamo perso il congresso, ma la maggioranza ha perso le elezioni. Dunque la loro linea è sbagliata’. Area democratica chiede perciò la luna a Bersani. Tornare indietro rispetto alla battaglia congressuale, recuperare un indirizzo non suo, gestire il partito su una piattaforma diversa dalla sua. ‘La missione del Pd - dice Franceschini - non è costruire le alleanze ma tornare alle origini’. ‘Senza criminalizzare il dissenso perché il partito è di tutti’, aggiunge Soro. Nella riunione della minoranza non si è evocato il fantasma scissione e non si è messa in discussione la figura del segretario. Ma Bersani teme che la direzione possa prendere la strada della spaccatura: ‘Chi ha voglia di fare la guerra la faccia da solo - avverte -. Qui non c´è alcuna voglia di fare la guerra. Abbiamo di fronte l´Italia e di questo dobbiamo occuparci’”. (red)

8. Il nuovo Lodo Alfano: fuori i presidenti delle Camere

 Roma -“È già sul tavolo di Berlusconi, a via del Plebiscito. Gliel´ha portato il Guardasigilli Alfano dopo averne discusso per un pomeriggio con chi l´ha materialmente scritto, il senatore ed ex magistrato Roberto Centaro, con il sottosegretario Giacomo Caliendo, con il capo dell´ufficio legislativo Augusta Iannini, scrive Liana Milella a pagina 7 di REPUBBLICA. È il nuovo lodo Alfano, lo scudo in veste costituzionale. Per la verità, ancora in una duplice veste, o legge di rango costituzionale o diretta modifica di due articoli della carta, il 90 (responsabilità del capo dello Stato) e il 96 (del premier e dei ministri). Dipenderà da quale soluzione sarà considerata meno a rischio per un futuro giudizio della Consulta, cui si rivolgeranno i magistrati, che ha già bocciato i lodi Schifani e Alfano. Ma la sostanza è la stessa e contiene la novità: dallo scudo escono i presidenti della Camera e del Senato ed entrano i ministri, previsti nella legge ponte sul legittimo impedimento. Se la norma riuscirà a superare il lungo iter costituzionale, garantirà non solo Berlusconi per via dei processi Mills, Mediaset e Mediatrade, ma anche i ministri Altero Matteoli e Raffaele Fitto, entrambi alle prese con delle inchieste. Il lodo sarà reiterabile, se ne potrà godere una seconda e altre volte, qualora la medesima persona passi da un incarico all´altro (vedi mai che il Cavaliere, da premier, diventa capo dello Stato). Cade la possibilità di rinunciarvi, perché saranno Camera e Senato ad autorizzarlo. Novità importanti, tutte da spiegare. Con una premessa sui tempi. Sciolto il problema della forma che avrà la legge, il lodo potrebbe essere depositato al Senato già oggi, o al massimo martedì. I contenuti faranno discutere a cominciare dalle inclusioni (i ministri) rispetto ai vecchi lodi, e alle esclusioni (la seconda e terza carica dello Stato). La decisione è diretta conseguenza delle sentenze della Consulta sugli scudi già bocciati. Il principio da rispettare è quello del primus inter pares, quale viene considerato il premier rispetto ai ministri e i presidenti di Camera e Senato rispetto a deputati e Senatori. Quando, nel lodo Schifani, era compreso anche il presidente della Corte costituzionale l´anomalia era quella di uno scudo dai processi che ne tutelava il capo e non gli altri 14 giudici. Discende da qui la scelta, che è stata valutata prima in via Arenula e poi a palazzo Grazioli con il premier, di escludere i capi dei due rami del Parlamento. Giocando d´anticipo rispetto alla possibile rampogna della Consulta che potrebbe eccepire per uno scudo che sterilizza i dibattimenti per i due vertici, ma non per tutti i parlamentari. Il timore di future correzioni ha spinto gli estensori a inserire un filtro per ‘autorizzare’ l´opportunità o meno di concedere lo scudo che finora, nei due ex lodi, era automatica. Toccherà al Senato e alla Camera valutare la sospensione: il primo lo farà per tutti i senatori o per chi non ha alcun ruolo in Parlamento, la seconda per i deputati. Presentato il testo, sarà corsia preferenziale, fuori dal pacchetto delle altre riforme costituzionali e da un´eventuale immunità, perché Berlusconi ha paura di un rapido verdetto della Consulta sul legittimo impedimento. Se i giudici di Milano del caso Mediaset faranno propria la richiesta di rivolgersi alla Corte del pm Fabio De Pasquale per il premier si aprono mesi d´incertezza. I processi saranno bloccati, ma si materializzerà l´incubo di un´imminente decisione che potrebbe lasciarlo "nudo". L´unico modo per "frenare" la Consulta è discutere in Parlamento un nuovo lodo perché per prassi il varo di una nuova legge frena il giudizio. E questo sarà fatto”. (red)

9. Pedofilia, il Papa: Dobbiamo fare penitenza

 Roma -“’E’ il momento della penitenza’. Benedetto XVI ammonisce a ‘riconoscere gli errori di fronte agli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati’. E la Cei assicura: ‘In Italia nessun obbligo di denuncia ma è massima la collaborazione con i magistrati’. Per la Chiesa, travolta dagli abusi sessuali del clero, è giunta l’ora di ‘fare penitenza’, una parola che finora le era apparsa ‘troppo dura’, scrive Giacomo Galeazzi a pagina 19 della STAMPA. Benedetto XVI sprona a ‘riconoscere ciò che è sbagliato nella nostra vita’, unico modo per aspirare alla ‘purificazione’ e al ‘rinnovamento’. Un monito di evangelica durezza che spazza via l’autodifesa di chi in Curia grida al complotto. ‘Noi cristiani, anche negli ultimi tempi abbiamo spesso evitato la parola penitenza, che ci appariva troppo dura - avverte il Pontefice -.Adesso sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter far penitenza è grazia e vediamo come sia necessario fare penitenza, riconoscere cioè ciò che è sbagliato nella nostra vita. Aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare’. Intanto il segretario generale della Cei, Mariano Crociata si riserva di ‘intervenire in maniera più specifica’ e inquadra il comportamento che i vescovi devono tenere di fronte ai presunti casi dei pedofilia commessi da sacerdoti. ‘L’Italia è uno di quei Paesi in cui la legge civile non prevede l’obbligo di denuncia da parte’ dei vescovi, ma ‘ci atteniamo all’indicazione generale che il Papa ha dato nella sua lettera all’Irlanda e cioè la massima cooperazione che si esprime invitando le vittime o i colpevoli a denunciare e a non porre nessun ostacolo perché la giustizia civile faccia il suo corso’. L’attività anti-abusi della Cei (coordinata dal sottosegretario Rivella) include una rete di centri per la terapia di recupero dei sacerdoti pedofili. Anche l’associazionismo serra le file per stringersi il 16 maggio intorno a Benedetto XVI in una manifestazione di vicinanza e solidarietà che riproporrà il ‘Papa day’ organizzato il 20 gennaio del 2008 contro chi impedì la visita di Joseph Ratzinger alla ‘Sapienza’. A chiamare in piazza i cattolici è la Consulta delle aggregazioni laicali che ha invitato ad esprimere sostegno al Pontefice ‘attaccato a livello internazionale’ per lo scandalo pedofilia. Ieri il capo della Chiesa tedesca Zoellisch ha ricevuto dal governo la richiesta di informare la polizia di tutti i casi di abusi sessuali di cui i vescovi vengano a conoscenza. Benedetto XVI ‘ci dona un pontificato spirituale’ ma è anche ‘un Papa vigile in ambito politico, che prende posizione nei dibattiti pubblici e fa valere solide norme morali anche nei confronti dei potenti’ e per questo incontra ‘incomprensione’ e ‘proteste’, sottolinea Zollitsch sull’Osservatore Romano. Una ‘peculiarità’ del suo pontificato è ‘la risoluta difesa dell’inviolabilità della dignità umana e del rispetto dei diritti fondamentali della persona’. La sua testimonianza è chiara ‘anche se con essa, in una società spesso solo apparentemente illuminata e che si ritiene liberale, il Papa incontra incomprensione e suscita talora proteste molto forti’. Lunedì, nel quinto anniversario dell’elezione, la Cei promuove in tutte le diocesi una giornata di preghiera e vicinanza a Benedetto XVI”. (red)

10. Vaticano, Nanni Moretti su set di Habemus Papam

 Roma -“Pur facendo la tara sui depistaggi consueti in fase di preparazione da parte del regista, c´è da scommettere che Habemus Papam non sarà un pamphlet polemico, un atto d´accusa verso la Chiesa e il Vaticano. Eppure – scrive Paolo D’Agostini a pagina 17 di REPUBBLICA - eccolo Nanni Moretti, un´altra volta ‘sulla palla’. Mentre la bufera si abbatte sull´istituzione con la valanga di denunce di pedofilia, mentre gerarchie e diplomazie faticano a tener testa alle reazioni. E mentre - ieri - il Santo Padre dice nella sua omelia: ‘Noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza. Adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo come sia necessario fare penitenza’. Il destino morettiano si rinnova. Forse è più giusto chiamarlo talento. Pur non avendo mai fatto film di intervento diretto sull´attualità, neanche con Il Caimano, quante volte si è ripetuto il miracolo della sintonia di Moretti con quello che intorno stava accadendo? Della sua capacità di offrirne una chiave di lettura? ‘È un film ambientato oggi’, ma ‘non abbiamo inseguito l´attualità’. E poi: ‘Contiene un nucleo doloroso’, ma ‘circondato da un tono lieve’. Un rebus? No, così Moretti spiega il film che sta girando a Roma ricostruendo i fasti degli interni vaticani a Palazzo Farnese (ma la Cappella Sistina l´ha rifatta a Cinecittà). "Spiega", nel suo caso, è una parola grossa. Centellina qualche brandello. Giammai della trama, che è sua legge tenere sotto chiave fino all´uscita. Dello spirito, dell´atmosfera, del tono del suo Habemus Papam. Il Papa è Michel Piccoli. E la sua, secondo le certificate parole del regista, è ‘la storia di un Papa depresso’. Dice, Moretti: ‘Si tratta di un cardinale che il Conclave elegge Papa, e che sembra essere schiacciato dal peso e dalla responsabilità del proprio ruolo. E si trova a fare i conti con la propria depressione e con quella che gli appare come una personale inadeguatezza’. A giudicare da quanto visto sul set però questo "nucleo doloroso" trova vie stravaganti, surreali, e molto invitanti al sorriso. In una scena girata per strada c´è questo Papa però in borghese che a bordo di un´auto nella quale è con il suo portavoce (l´attore polacco Jerzy Stuhr, anche nel Caimano) viene riconosciuto a un semaforo, mentre la sua ha l´aria di essere un´evasione, una fuga in incognito. Perché in borghese? Sta scappando? ‘Non lo dico’. In un´altra scena un salone è gremito di cardinali che in un altro momento del film hanno ceduto al gioco del toto-Papa mettendo a confronto le rispettive "quotazioni", e che ora ingannano l´attesa - durante il Conclave - chi giocando a scopone scientifico e chi a scacchi, tutti insieme mettendosi ad assecondare il ritmo di una canzone argentina. Un tipo di "stacco" danzante e/o canoro spesso presente nei film morettiani. Ma qui interviene l´altro personaggio, interpretato dallo stesso Moretti. Lo psicanalista che i cardinali preoccupati hanno convocato quando non sanno più che pesci prendere, per vedere che si può fare con la depressione del prescelto. Si avvicina conversando con uno di loro (Franco Graziosi) e lamentandosi che li vede ‘inerti, distratti, poco reattivi, mentre bisognerebbe fare qualcosa per il Santo Padre’. Ma subito la sua attenzione è attratta da un tavolo e da una partita a carte e, non prima di essersi chiesto scandalizzato se ‘stanno giocando a soldi’, si unisce ai giocatori ghiottamente interessato. È vero che il film è stato concepito prima. Ma poi, nel realizzarlo, vi hanno trovato posto l´emergenza, il trauma che il Vaticano sta vivendo? Moretti risponde: ‘È un film ambientato oggi. Mentre scrivevamo la sceneggiatura con Federica Pontremoli e Francesco Piccolo non abbiamo inseguito l´attualità di allora e così adesso, mentre lo sto girando, non aggiungo riferimenti a ciò che accade, all´attualità più recente’. È una commedia? ‘Contiene un nucleo doloroso ma circondato da un tono lieve. Diciamo che sono presenti atmosfere diverse. Difficoltà, dolore, fatica, ma anche momenti leggeri e ironici’. Nei cinema tra fine anno e inizio 2011”. (red)

11. Emergency, le due missioni parallele degli 007 italiani

Roma -“Due squadre operative che si muovono in simultanea. Una è volata nel sud dell'Afghanistan dove si trova l'ospedale di Emergency e dove i britannici hanno il controllo dell'area. L'altra è rimasta a Kabul per trattare con i servizi segreti locali, scrive Fiorenza Sarzanini a pagina 21 del CORRIERE DELLA SERA. La missione degli 007 italiani entra nella fase più delicata, dopo il trasferimento nella capitale di Marco Garatti, Matteo Dell'Arra e Matteo Pagani, gli operatori sanitari arrestati sabato scorso. I tre sono nelle mani dell'intelligence afghana, adesso è con loro che bisogna mediare per ottenerne il rilascio. E soprattutto per evitare che continui ad alzarsi la posta, proprio come di solito avviene per i sequestri di persona. Le notizie fatte filtrare sui giornali e sulle televisioni locali confermano che l'accusa di aver complottato contro il governatore della provincia di Helmarid era soltanto un pretesto, mentre il vero interesse delle autorità riguarda quanto accaduto durante i rapimenti di Gabriele Torsello nel 2006 e Daniele Mastrogiacomo nel 2007, entrambi conclusi grazie al negoziato portato avanti da Emergency. fa entrambi i casi fu delegato alla mediazione Ramatullah Hanef, il responsabile dell'ospedale di Lashkar Gah. Garatti ebbe invece il compito di far da collegamento tra lui e l'organizzazione umanitaria che era in contatto costante con il governo, all'epoca guidato da Romano Prodi: girava le informazioni trasmesse, gli aggiornamenti che poi finivano anche sul sito Intemet di Peacereporter. Ad inquietare la diplomazia sono i continui riferimenti ai soldi che vengono veicolati attraverso i mass media. Ieri il presidente dell'Unione nazionale dei giornalisti dell'Afghanistan Abdui Hamid Mobariz ha chiesto un indennizzo per la famiglia dell'interprete Adjmal Nashkbandi, giustiziato venti giorni dopo il rilascio del giornalista, ‘visto che abbiamo saputo che per liberare Mastrogiacomo fu pagato un milione e mezzo di dollari e alcuni soldi finirono in tasca a Garatti’. Falsità, infamie che secondo gli analisti sono state messe in circolazione per alzare la costa. Forse addirittura per convincere il governo italiano a versare una nuova contropartita. Alla diplomazia appare chiaro come l'interesse sia concentrato su Garatti. Ma importante adesso è non dividere le posizioni, pretendere il rilascio di tutti e tre, sia pur nel rispetto delle procedure e dunque dello svolgimento delle indagini. Fondamentale è mantenere una linea di fermezza, soprattutto per quando riguarda la salvaguardia dei loro diritti che già ora appaiono violati, visto che non sono stati rispettati i tempi per la formalizzazione delle eventuali accuse, ne è stato consentito loro di incontrare uno degli avvocati designati per la difesa. I tempi non saranno brevi, questo ormai appare un dato certo. Ma l'obiettivo del governo è quello di stringerli al massimo e soprattutto di evitare che si possa arrivare a un dibattimento. Per questo è stata confermata la massima disponibilità alla trattativa. Perchè, questo è stato ribadito più volte, i tre erano in Afghanistan esclusivamente per portare avanti la loro missione umanitaria e dunque per salvare le persone”. (red)

12. Vulcano islanda: Emergenza potrebbe durare a lungo

 Roma -“Quando il vulcano Eyjafjallajokul eruttò l’ultima volta nel 1821 la sua attività durò addirittura un anno e mezzo. Ma allora gli aeroplani non volavano e quindi tutti si augurano che il risveglio sia più clemente, scrive Giovanni Caparara a pagina 13 del CORRIERE DELLA SERA. La nube di cenere trasportata dalle correnti invade persino il Nord Europa e le microscopiche particelle silicee, le stesse di cui sono formate le rocce vulcaniche, sono una polvere terribilmente abrasiva quando si abbatte sulle ventole dei reattori. Per questo non si può volare. L’Islanda è terra di vulcani che si collocano su una linea che inizia nelle profondità dell’Oceano Atlantico e poi riemerge verso Nord: è la dorsale medio oceanica, una linea di frattura che sta aprendo sempre più in due l’Atlantico. Proprio il movimento delle due placche genera il vulcanismo che di frequente si manifesta nella suggestiva terra islandese. ‘Di solito questi vulcani non sono molto esplosivi’ spiega Warner Marzocchi vulcanologo dell’Istituto italiano di geofisica e vulcanologia (Ingv) che raggiungiamo a Parigi dove assieme ad altri due scienziati, un americano e un australiano, coordina la rete mondiale degli osservatori vulcanici per tenere sotto controllo i fenomeni e fornire informazioni adeguate anche alle compagnie aeree al fine di evitare i pericoli. ‘Ma adesso l’eruzione è avvenuta sotto uno strato di ghiaccio — continua Marzocchi — rendendo il fenomeno esplosivo. Quando infatti il ghiaccio cade sulla lava e nella frattura che la genera è come aggiungere acqua su una pentola d’olio bollente. Inevitabilmente si provoca per reazione una proiezione di particelle e gas che vanno a formare la nuvola ‘. Nel 1989 un Jumbo della Klm si infilò senza accorgersi nella nube provocata dal vulcano Redoubt in Alaska per otto minuti tutti i quattro reattori si fermarono e solo la fortuna permise la riaccensione di due garantendo l’atterraggio e la salvezza dei passeggeri.Difficile esprimere ora delle previsioni secondo lo studioso. ‘Tutto dipende — dice — da come si comportano le fratture eruttive. Se continuano a estendersi proseguirà la generazione della nuvola polverosa, se invece rimarranno contenute il tutto si affievolirà. L’incognita per il momento rimane Di certo il passato non promette nulla di buono. Nel 1783 il vulcano Laki nel Sud islandese scatenò la sua violenza eruttiva riversando nell’atmosfera 120 milioni di tonnellate di biossido di zolfo provocando 21 mila morti in Inghilterra e molte migliaia sul continente fino all’inverno 1784. Persino il Nordamerica ne risentì. Sull’intera Europa i gas scatenarono persistenti anomalie meteorologiche accentuando il caldo estivo e il freddo invernale, provocando acute gelate e disastrose inondazioni con conseguenti distruzioni dei raccolti. Gli effetti si fecero sentire pure negli anni successivi contribuendo ad espandere la povertà. Da alcuni mesi anche l’Etna da segni di agitazione. ‘Ci aspettiamo un’eruzione nel giro di alcuni mesi—precisa Enzo Boschi, presidente dell’Ingv —In particolare nella zona della valle del Bove dove non presenta pericoli. Lo stiamo monitorando da tempo e l’edificio vulcanico si sta gonfiando. Ma per l’Etna è una condizione normale: è più il tempo di attività che non quello della quiete”. (red)

13. Duello inglese in tv: sorpresa per l'outsider Clegg

 Roma -“Tra i due litiganti il terzo gode, scrive Francesca Paci a pagina 23 della STAMPA: basta la domanda sull’immigrazione perché Nick Clegg stacchi gli avversari spiegando al pubblico che ‘conservatori e laburisti si sono alternati al governo per produrre un caos alle frontiere’. Mentre dal Granada di Manchester, lo studio della Itv in cui si gira il talent show Stars in Their Eyes arricchito per l’occasione di colonne gialle, rosse, blu, i tre principali candidati delle elezioni britanniche entrano ed escono dalle case del Regno Unito, il campione liberaldemocratico vola nei sondaggi, oscillando tra il 40 e il 51% dei consensi. Completo carta da zucchero e cravatta color oro, l’outsider è la sorpresa della serata, severo con le promesse di David Cameron, in posizione centrale, e ironicamente interlocutorio all'indirizzo di Gordon Brown, sul lato destro per compensare la visuale dell’occhio sinistro, perduta da ragazzo durante una partita di rugby. Il leader Tory, teso, cavalca la paura dello straniero: “Dobbiamo ridurre il numero degli ingressi’. Il premier attende il turno e replica: “Continueremo a controllare le frontiere con il sistema a punti restando un paese tollerante”. Alastair Stewart, moderatore del programma da 500 mila sterline, tiene d’occhio la clessidra. Clegg, il volto rilassato invidia degli altri due, si concede una risata: “Sono qui per dire che c’è una terza alternativa”. Di fronte al palco ci sono 400 occhi attenti, un campione di quel Nord-Ovest che per due terzi ha già più d’un idea sul simbolo per cui votare. Al di là delle telecamere, eterei eppure pesantissimi, decine di milioni di spettatori. La maggioranza silenziosa. La platea incalza: come fornire maggior sicurezza? Cameron, addestrato a mostrare passione, si rivolge agli interlocutori chiamandoli per nome: più polizia e pene meno blande. Troppo per Brown che sebbene attento a controllarsi non resiste: “I dati rivelano che la criminalità è calata”. Poi, forte dell’endorsment dei 77 economisti che hanno promosso la sua politica economica, ammette: “Siamo pronti a far di più”. Un assist a Clegg: “Sentendo i miei colleghi pare che non siano stati loro a governare finora”. Da settimane le segreterie dei partiti assomigliano a studi televisivi dotati di simulatori dell’audience e personal trainer. Con il 65% degli elettori intenzionato a seguire i faccia a faccia e almeno la metà disponibile a lasciarsi persuadere dalla miglior performance, c’è poco da scherzare. Il risultato del primo match è la guida per i prossimi due. “Clegg ha mostrato stile” ammette il segretario al business Mandelson che però preferisce il suo Gordon, “ferreo sull’economica e capace di mettere in angolo Cameron”. La buona prestazione del Libdem è riconosciuta anche dal ministro ombra delle finanze George Osborne, ma il premier proprio no: “Troppo aggressivo, gli elettori hanno capito chi è”. I tre leader le avevano provate tutte per rilassarsi. Cameron, il più vulnerabile perchè favorito dai sondaggi, aveva occupato il tempo lasciato libero dalle lezioni con i dibattologhi obamiani Nancy Dunn e Bill Knapp con il giardinaggio. Brown, allenatosi con l’ex capo ufficio stampa di Blair Alastair Campbell, s’era dato al pilates. Clegg aveva passeggiato in alta quota sulle Pennine ricordando forse le immersioni giovanili nella meditazione trascendentale. Ma è stato sufficiente che il dibattito virasse sull’economia perché la calma ostentata svanisse in un momento. “Sono disgustato dallo scandalo delle spese gonfiate” carica il primo ministro. Il capo dell’opposizione concorda. Il terzo uomo con disinvolta mano in tasca ascolta: “Tory e laburisti si scusano ma quando s’è trattato di votare per cacciare i parlamentari colpevoli si son tirati indietro”. Un buon punto. Di quelli che potrebbero persuadere lo studente d'ingegneria Michael De Bott che in mattinata, seduto nel parco vicino al Granada, aveva ammesso: “Voterò contro i Tory ma non so ancora per chi”. A tentennare sono soprattutto i giovani e le donne come Sara Sadegha, centralinista, ex laburista che scioglierà le riserve “dopo aver ascoltato tutti i candidati”. La concorrenza è il pepe della democrazia. Cameron sorride poco, ammette i meriti del rivale ma è ora di cambiare. Brown cita la ripresa: squadra che vince non si cambia. I due si beccano spesso e Clegg guarda complice la platea. Liscia, gasata o Ferrarelle? Nel media center accanto al Granada gli spin doctor pianificando il 22 aprile: secondo lo psicologo dell’Università di Plymouth Michael Thrasher la tv può influenzare elezioni incerte come queste. La partita è aperta anche perché, calcola il Financial Times, i programmi dei tre leader hanno in comune un buco di 30 miliardi di sterline che andrà riempito con tasse e tagli. Il campione Libdem si gode il successo temporaneo, consapevole che se ammaliare gli elettori è dura soddisfarli è impossibile”. (red)

14. Epifani striglia la Fiom: un sindacato deve trattare

 Roma -“La Cgil e la Fiom non possono stare nell´angolo a lungo, scrive paolo Griseri a pagina 30 di REPUBBLICA. Dunque, entro 18 mesi, quando scadrà la fase sperimentale del nuovo modello contrattuale oggi approvato solo da Cisl e Uil, ‘anche la Cgil dovrà sedersi al tavolo e trattare’. Questo perché ‘la contrattazione fa parte dell´identità di un sindacato’. Così se per il segretario della Fiom, Gianni Rinaldini, ‘un sindacato è libertà e conflitto’, per Epifani ‘un sindacato è contrattazione, libertà e conflitto’. Questa volta lo scontro tra Cgil e Fiom, un classico dei congressi degli ultimi decenni, è andato oltre la dialettica fisiologica tra il forte sindacato delle tute blu e la confederazione. Perché nei fatti la Fiom si è rivelata l´unica opposizione interna al sindacato di Epifani: i vertici del pubblico impiego, che avevano appoggiato la mozione di Rinaldini alternativa a quella del leader della Cgil, hanno perso il loro congresso. Così per due giorni, sul palco di Montesilvano, Epifani ha osservato impassibile la sfilata dei delegati che in maggioranza (il 73%) accusano la confederazione di debolezza nei confronti del governo e di Confindustria. Il segretario generale ha ottenuto applausi quando ha attaccato la Fiat (‘ha una linea arrogante che gli deriva dal fatto di essere l´unico produttore in Italia e di poter dettare le condizioni’) e quando ha sottolineato che ‘il decreto sull´arbitrato mina il diritto costituzionale dei cittadini di ricorrere al giudice per veder riconosciuti i loro diritti’. Ma non è stato applaudito quando ha chiesto di ritrovare la strada dell´unità tra confederazioni. Quel che i meccanici temono è la fine della strategia parallela con la Cgil, l´opposizione al nuovo sistema contrattuale accettato da Cisl e Uil. Un sistema che trasferisce gran parte della contrattazione sul territorio e nelle aziende istituendo una sorta di federalismo sindacale. A quel sistema Epifani e Rinaldini, pur da posizioni diverse, avevano detto no. Ora quella sintonia sta per finire e la Fiom teme di rimanere isolata. Lo aveva dichiarato esplicitamente Rinaldini nella relazione di apertura: ‘Siamo contrari a scorciatoie di rientro silenzioso nell´accordo separato’. In realtà il programma di lavoro che Epifani ha dato ieri alla Cgil non è un ‘rientro silenzioso’ ma un tentativo di andare avanti: ‘Un sindacato deve trattare. Quando scadrà la sperimentazione del nuovo modello contrattuale, la Cgil dovrà sedersi al tavolo per ottenere un modello degno di questo nome. La Cgil non deve farsi relegare nell´angolo’. Programma ambizioso perché, visti gli attuali rapporti, non sarà facile ritrovare l´unità con Cisl e Uil in 18 mesi. Programma che dovrà essere portato avanti, con tutta probabilità, da Susanna Camusso, in pole position per succedere a Epifani”. (red)

15. Consulta: No a matrimoni gay, ma garanzie a unioni

 Roma -“No alle nozze gay, sì al riconoscimento delle unioni. E´ il Parlamento a dover individuare le forme di garanzia’ dei ménage omosessuali. A due persone dello stesso sesso con un legame stabile ‘spetta il diritto di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri’. La Consulta nelle motivazioni della sentenza che ha bocciato le nozze omosex ribadisce che, ai tempi in cui è stata scritta la Costituzione, il matrimonio è stato codificato come legame fra uomo e donna, scrive Elsa Vinci a pagina 24 di REPUBBLICA. L´Alta Corte per il momento può limitarsi a ‘intervenire a tutela di specifiche situazioni’. Può accadere infatti che in relazione ad ipotesi particolari, ‘sia riscontrabile la necessità di un trattamento omogeneo tra la condizione della coppia coniugata e quella della coppia omosessuale, trattamento che la Consulta può garantire con il controllo di ragionevolezza’. Se Grillini, leader storico del movimento, non nasconde ‘delusione e dissenso’ per la bocciatura dei ricorsi arrivati da Venezia e da Trento, l´associazione radicale Certi diritti, che aveva sollevato la questione, esulta per il riconoscimento del principio. ‘I concetti di famiglia e di matrimonio – scrive la Corte - non si possono ritenere cristallizzati all´epoca in cui la Costituzione entrò in vigore, perché dotati della duttilità propria dei princìpi costituzionali e, quindi, da interpretare tenendo conto non soltanto delle trasformazioni dell´ordinamento, ma anche dell´evoluzione della società e dei costumi’. Il problema, sottolineano i giudici, è che questa interpretazione ‘non può spingersi fino al punto d´incidere sul nucleo della norma, modificandola in modo da includere in essa fenomeni non considerati quando fu emanata’. Alessandro Criscuolo, relatore della sentenza, ribadisce che la previsione di legge sul matrimonio solo tra uomo e donna non può considerarsi illegittima. Anche perché ‘non dà luogo ad una irragionevole discriminazione’. I giudici costituzionali non hanno ritenuto pertinente la tesi – sostenuta nei ricorsi – della disparità di trattamento tra omosessuali e transessuali. Questi ultimi, dopo il cambiamento, possono sposare una persona del loro sesso originario. ‘Il riconoscimento del diritto a coloro che hanno cambiato sesso – afferma la Corte - costituisce semmai un argomento per confermare il carattere eterosessuale delle nozze’. Affrontando l´articolo 2 della Costituzione, sui diritti dell´uomo, la Consulta sancisce che anche l´unione omosessuale va annoverata tra le formazioni sociali finalizzate ‘a consentire e a favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico’. A due omosessuali che convivono stabilmente ‘spetta il diritto di vivere una condizione di coppia’. Tuttavia si deve escludere che l´aspirazione a tale riconoscimento - che necessariamente postula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri - possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione al matrimonio’. Guardando all´Europa, la Corte conclude: ‘E´ sufficiente l´esame delle legislazioni dei Paesi che finora hanno riconosciuto le unioni per verificare la diversità delle scelte’”. (red)

16. Beni Culturali, una Fondazione per gli scavi di Pompei

Roma -“Pompei verso una Fondazione. La formula pubblico-privato per l´area archeologica più importante del Mediterraneo, nello stesso mix del Museo Egizio di Torino, il solo realizzato da dieci anni, da quando cioè esiste la normativa che vuole rivoluzionare la gestione dei beni culturali, scrive Stella Cervasio a pagina 26 di REPUBBLICA. È l´annuncio del ministro Bondi, che ieri con il neogovernatore campano Stefano Caldoro ha usato Pompei come trampolino di lancio per la dodicesima Settimana della Cultura (450 musei a ingresso gratuito dal 16 al 25 aprile). Nel giorno del pensionamento della soprintendente archeologa di Napoli e Pompei Maria Rosaria Salvatore, il commissario delegato per l´area di Pompei Marcello Fiori ha presentato insieme alla Casa di Polibio e quella dei Casti Amanti, visitabili per la prima volta, i dati della sua gestione. ‘Abbiamo incrementato i visitatori del 15 per cento e gli incassi del 20 - ha detto - Per la tutela del patrimonio e la sua messa in sicurezza sono stati spesi 40 dei 79 milioni di euro stanziati in due anni. Ci sono ancora tre importanti restauri da fare e trenta progetti con i 39 milioni di euro rimasti’. Un bilancio lusinghiero per Bondi, che è valso a Fiori una proroga in diretta fino al 2011 della sua nomina in scadenza a giugno. Diciotto mesi fa il ministro spedì l´uomo di Bertolaso a Pompei dopo una campagna di stampa che vedeva cani randagi e degrado dappertutto. Oggi i cani che vengono abbandonati nei prati di Pompei hanno un collarino e un nome da antico romano, ma, tanto per dirne una, la segnaletica insufficiente fa ancora perdere la strada a molti visitatori. Intanto la soprintendente va via e la parte della tutela, da sempre affidata dallo Stato a uno studioso, resta scoperta. Si fa il nome del segretario generale del ministero Giuseppe Proietti, che svolge già da esterno l´oneroso ruolo di soprintendente di Roma. ‘Sarebbe un´ottima nomina, è un grande archeologo’, commenta il ministro. E aggiunge: ‘Potrebbe reggere Pompei ad interim’. Sull´operato del commissario l´opinione dei sindacati diverge: se al segretario nazionale dell´Ugl Renato Petra è sembrato tutto ben fatto (‘finalmente i fondi di Pompei non sono andati perduti’), per Gianfranco Cerasoli della Uil ‘il commissario farebbe meglio a rendere pubblico il metodo di affidamento degli appalti’. Il tempo di completare il suo piano biennale, comunque, e poi Fiori passerà la mano a una fondazione. Il modello? Il Museo Egizio di Torino. ‘Ci sono le condizioni - dice ancora Bondi - per studiare forme di gestione che rendano possibile la collaborazione con la Regione Campania, i privati, gli enti locali e le banche’. Dalla platea Salvatore Nastasi, uomo chiave del ministero della Cultura, annuisce alle parole di Mario Resca, direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale: ‘Pompei è cresciuta del 35 per cento - dice Resca riassumendo i dati di Fiori - e migliora anche l´indotto’. Dati che soddisfano il ministro, che afferma essersi rivelata ‘una scelta giusta’ quella di Resca come direttore generale del Mibac. ‘Giudicateci sulla base di questi risultati - sottolinea Bondi - su una realtà non di parte, che non sia fondata sulle appartenenze politiche’. Nella futura fondazione, dunque, Mibac, Regione (Caldoro: ‘Sono in totale sintonia col ministro’), enti locali e banche. L´organismo che esiste dal 2004, ed è presieduto da Alain Elkann, è rimasto unico nel suo genere. E a parere di molti zoppica. Ma Bondi insiste: ‘Stiamo sottoponendo la formula a grandi banche internazionali. Pompei ha una risonanza mondiale, non sarà difficile trovare chi voglia associarsi con noi’”. (red)

17. Morte Vianello, la Rai lo cacciò per la satira su Gronchi

Roma -“Il primo ‘censurato’ della storia Rai. Un primato non di poco conto quello che Raimondo Vianello si aggiudicò insieme a Ugo Tognazzi quando nel 1959, in una scenetta televisiva, si prese la libertà di un’innocente presa in giro dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, scrive Emilia Costantini a pagina 17 del CORRIERE DELLA SERA. Ricorda ancora quell’episodio Ettore Bernabei, storico direttore generale della Rai, attuale presidente della Lux Vide: ‘La irresistibile coppia Vianello-Tognazzi era protagonista già da qualche anno, con grande successo, del programma di satira "Un due tre". Lo sketch "incriminato" si riferiva a un piccolo incidente capitato al presidente Gronchi: durante un concerto alla Scala di Milano, dove era ospite anche il presidente della Repubblica francese De Gaulle, Gronchi, dopo aver salutato il pubblico dal palco reale, non seppe calcolare bene la seduta e cadde. In verità, era stata colpa della distrazione del commesso che non gli aveva saputo porgere la sedia nel modo giusto’. Il curioso episodio rimbalzò in tv nella scenetta scritta da Giulio Scarnicci e Renzo Tarabusi e interpretata dai due comici: Tognazzi è in piedi, deve sedersi ma, rifacendo il verso a Gronchi, cade perché non trova la sedia al suo posto, e Vianello gli dice: ‘Ma chi ti credi di essere?’. Altri tempi, altre gag, altra tv: ‘Certo - riflette Bernabei - a quell’epoca c’era grande rispetto per le istituzioni e non esisteva la spregiudicatezza di oggi. Anche il più lontano sospetto che ci potesse essere una forma di irriverenza nei confronti del Presidente della Repubblica, non passava inosservato’. E infatti, la castigata presa in giro della ‘caduta presidenziale’ non piacque nei piani alti della Rai: ‘Io capii subito che da parte dei due attori non c’era malanimo - continua Bernabei - ma, come capita in organismi complessi come la Rai, fu deciso di sospendere le prestazioni della coppia’.Fu il Presidente Gronchi a volere la testa di Tognazzi e Vianello? ‘Assolutamente no - spiega Bernabei - Fu la segreteria del Quirinale che segnalò la cosa, anche se Gronchi stesso aveva ben compreso che non c’era stata volontà di denigrare l’istituzione che egli rappresentava’. Tant’è, ma calò il sipario su ‘Un due tre’. Vianello come la prese? ‘Non la prese male - continua il racconto - Era un uomo di spirito emolto rispettoso: accettò con grande bonomia la momentanea sospensione. Davvero momentanea, perché la sua assenza dal video durò poco. Non ritornò in coppia con Tognazzi, che in quel periodo era impegnatissimo sul grande schermo. Riprese da solo in altri show’. Una risarcimento da parte della Rai per una censura forse eccessiva? ‘L’azienda aveva interesse a continuare il rapporto con un attore come lui’. Come lo ricorda Bernabei? ‘Vianello era molto amato dal pubblico, per la sua eleganza, le sue capacità di intrattenitore brillante, ma soprattutto per la sua umanità. Vianello sapeva anche fare con eccezionale dignità quella che in gergo si chiama "la spalla", pur non essendo mai stato un numero 2”‘. (red)

Prima Pagina 16 aprile 2010

Porta a porta delle meraviglie