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Anche la Lega si dissolve nelle Banche

Si è fatto un gran parlare in questi giorni dell’assalto alle banche da parte della Lega Nord. Viene agitato con terrore lo spauracchio di un’occupazione padana dei due più importanti istituti finanziari del Paese: Unicredit e Intesa San Paolo. Gli “intrusi” in camicia verde si apprestano infatti a «prendersi le banche», come ha detto con la sua consueta rude sincerità Umberto Bossi, tramite le fondazioni venete: Cariverona, primo socio italiano di Unicredit, e la padovana Cariparo per Intesa. I loro cda, infatti, dovranno essere rinnovati, e fra i loro componenti una quota decisiva verrà espressa dai sindaci dei comuni e province a guida leghista. Si grida allo scandalo di una nuova, sfacciata voglia di lottizzazione partitica. Sottinteso: oddio, le banche in mano alla politica! 

Non è così. O meglio, non è proprio così. Il Carroccio, è vero, si muove come un bulldozer e ha tutta l’intenzione di piazzare i suoi uomini nei luoghi dove si giocano le reali partite di potere: quelle del denaro drenato a questo o quel potentato industriale, e, nell’ottica degli amministratori locali, all’ente amico che poi capitalizzerà i finanziamenti in termini di consenso e clientele. Attenzione, però. Sarebbe un errore di prospettiva giudicare il rapporto fra politica ed economia come se la seconda fosse in pericolo di venire inglobata dalla prima. Ha scritto un acuto giornalista economico veneto, Claudio Trabona: «Unicredit e Intesa Sanpaolo sono tra i più grandi gruppi bancari in Europa. I loro amministratori devono rispondere del proprio operato ai clienti e agli azionisti, che non sono solo le Fondazioni: Cariverona, primo socio italiano, non ha nemmeno il 5 per cento del gruppo guidato da Alessandro Profumo e, sulla sponda Intesa, la padovana Cariparo con una quota un po’ più bassa può fregiarsi del rango di shareholder tra i più importanti. Cosa significa questo? Che Unicredit e Intesa appartengono innanzitutto al mercato, alle migliaia e migliaia di piccoli azionisti e anche ai fondi di investimento internazionali. Agiscono su un terreno locale e globale, e pensare che tornino allo strapaese, con logiche provinciali e ristrettezza mentale, è una prospettiva improbabile ancor prima che deprimente» (Corriere del Veneto, 16 aprile 2010). 

Questo vuol dire che saranno piuttosto gli ascari leghisti a farsi fagocitare da un mondo dove l’unica regola è quella del maggior profitto. Il concetto lo ha riassunto benissimo Giuliano Segre, presidente della Fondazione di Venezia e storico banchiere del Nord Est, uno che se ne intende e che è direttamente coinvolto nella vicenda: «Le banche fanno le banche. Come diceva Luigi Einaudi, se decidono di prestare i soldi lo fanno solo per averli indietro». Naturalmente, i fedelissimi di Bossi cercheranno di dirottare i fondi a vantaggio del territorio per tornaconto politico-elettorale (ed è un loro diritto e un loro dovere), ma la loro voce rimarrà dovrà comunque piegarsi al superiore interesse, privatistico, egoistico e capitalistico, di quella che resta pur sempre una banca. 

Secondo me, in definitiva, siamo di fronte ad un caso esemplare di commistione politica-affari, con gli affari ad avere l’ultima parola sulla politica. Il che poi costituisce l’autentica cifra dell’attuale meccanismo pseudo-rappresentativo: rappresentanti dei partiti vicini di poltrona di manager, banchieri e imprenditori che insieme praticano l’unica vera ideologia dominante: la gestione della cassa per la cassa, dei soldi per i soldi. Coi partiti a raccogliere gli avanzi dal mercato sovrano e a diventare guardie bianche dell’intoccabile sancta sanctorum: la finanza. 

 

Alessio Mannino


Prima Pagina 19 aprile 2010

Cultura anticrimine