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Cultura anticrimine

Cultura anticrimine, ma vogliamo riferirci ai triti discorsi generici sulla creazione di una diffusa cultura anticrimine, di quelle che si vorrebbero dove c’è criminalità diffusa. Discorsi che sottintendono solo l’impotenza dello Stato e ampliano troppo il significato di cultura, al punto di farglielo perdere questo significato. 

L’arma anticrimine cui ci riferiamo è proprio il libro in sé, il caro vecchio romanzo che in Germania sta venendo impiegato, con risultati sorprendenti, contro i piccoli criminali, contro quei bulli di cui tanto si parla, in particolare contro quelli che si sono macchiati di reati violenti e atti vandalici. In Germania anziché  alle pene alternative tradizionali, quelle socialmente utili che dovrebbero far realizzare al ragazzino i valori del vivere sociale, ma che si rivelano quasi sempre inefficaci, col reo che ritorna alle sue vecchie abitudini, il bullo viene invece condannato a leggere, magari romanzi con attinenza ai reati ascritti. Incredibilmente, la maggior parte delle volte questi si ravvede ed inizia addirittura ad amare la lettura. 

Che le pene “sociali” si rivelino inutili al “riscatto” del bullo è quasi logico: se questi si ribella al tipo di società in cui vive, facendogliela ingoiare a forza, imponendogli dei valori non sempre condivisibili, è consequenziale che torni a manifestare la sua ribellione, con forse anche maggior violenza di prima. Quello che sembrava impossibile, invece, è la sorprendente forza del libro, della cultura, contro la reiterazione del reato. I risultati in Germania, infatti, si sono rivelati più che incoraggianti: i bulli si ravvedono e quella che doveva essere una pena diventa addirittura un piacere. 

La notizia è di quelle positive, ogni tanto ne capitano. Viene, però, da spingersi ad una ulteriore riflessione: se i libri sono usati con successo per curare, non potrebbero esserlo altrettanto per prevenire? Forse questo bullismo, fenomeno molte volte esagerato va detto, potrebbe trovare le sue cause anche in un sistema educativo che non educa, che ha dimenticato il valore della cultura intesa nel senso tradizionale. Invece che ai soliti sociologi, che ne sfornano una dopo l’altra fornendo spiegazioni fra l’ovvio e il fasullo o raffinati rimedi inefficaci, non potremmo affidarci a professori vecchio stampo, sempre ammesso che ne esistano ancora dopo gli scempi sessantottini sulla preparazione della classe docente? 

Non sarà forse il caso di ripensare il sistema scolastico e, invece di infarcirlo di tante “educazioni” strane, alimentari, stradali, sociali, tornare alla vecchia letteratura, storia, magari al latino ove possibile, e promuovere letture stimolanti che vadano oltre i programmi? Certo è che se il metodo funzionasse avrebbe delle controindicazioni terribili per il sistema: un cittadino colto, preparato, che sappia discernere, rischierebbe di diventare poco permeabile ai condizionamenti economico sociali che reggono il regime del lavora-consuma-crepa. Potrebbe addirittura sfuggire alla propaganda e ribellarsi.

 

La cultura è una cura che questo sistema non può permettersi. Meglio curare qualcuno, non saranno quei pochi, per di più con precedenti penali, divenuti colti a poter mettere in crisi un sistema che si regge su tronisti e mistificazioni pubblicitarie. Meglio tenersi un po’ di crimine giovanile che può anche risultare utile in tempi campagna elettorale, vero?

 

Ferdinando Menconi

 

 

 

 

Anche la Lega si dissolve nelle Banche

Secondo i quotidiani del 19/04/2010