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Secondo i quotidiani del 19/04/2010

1. Le prime pagine 

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Liberi i volontari di Emergency” e in un box: “Le condizioni per il rilascio: no riaprire l’ospedale”. Editoriale di Francesco Giavazzi: “La politica non dà credito”. Di spalla: “I bambini in affido e i genitori usa e getta ”. Al centro foto notizia: “Le lacrime del Papa: ‘Provo vergogna’”. Sempre al centro: “Da oggi si torna a volare”. In basso: “All’amore serve la parola per sapere se è sincero” e “Roma di nuovo in testa, poi gli scontri”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Kabul, liberati gli italiani: ‘Non sono colpevoli’”. Di spalla: “Si torna a volare, riaprono gli scali. La Ue: oggi operativi metà dei voli”. Al centro: “Il Papa piange davanti alle vittime degli abusi” e “Pdl, i finiani: ‘Minoranza o nuovo partito’”. A fondo pagina: “Festa Roma, derby e nuovo sorpasso”.

LA STAMPA – In apertura: “Kabul libera i tre italiani”. Editoriale di Luca Ricolfi: “Pd e Pdl, due partiti nati vecchi”. In taglio alto: “Si riaprono i cieli. Ma la Ue garantisce solo un volo su due”. Al centro: “Pedofilia, il pianto del Papa”. In basso: “Non perdiamo la nostra dolce vita”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Studi di settore più soft tra crisi e federalismo” e l’editoriale: “Una formula magica poco trasparente”. A centro pagina: “Superlavoro nei tribunali ma l’arretrato non cala” e fotonotizia “A Oriente. Quattro miliardi di consumatori”. Di spalla: “La polizza della salute abbandona gli avvocati”. In basso: “Musei sull’iPhone per conquistare visitatori”.

IL GIORNALE – In apertura: “Il governo salva i tre di Emergency”. Editoriale di Vittorio Feltri: “Marina, Raimondo e l’odio per Silvio”. Al centro: “Fini resterà, è la destra che se ne è andata” e “Il vulcano? Tanto fumo e poco arrosto. Mezza Europa riapre gli aeroporti”. A fondo pagina: “Milano è splendida. Come nel Medio Evo”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Derby alla Roma, festa giallorossa”. Editoriale di Vincenzo Cerami: “Le due bandiere della Capitale”. Al centro: “Emergency, Kabul rilascia i tre italiani: non colpevoli” e nel box: “Dai test nessun rischio: in Italia si torna a volare”. A fondo pagina: “Pedofilia, il Papa piange con le vittime” e “Quei giovani ultimi in stipendio”.

IL TEMPO – In apertura foto-notizia: “Imperatore Claudio”. A fondo pagina: “Un libera-ostaggi chiamato Frattini”.

IL FOGLIO – In apertura: “Troppe nubi all’orizzonte”. A sinistra: “Delitti”. A destra: “Amori”. In basso: “La conversione di Fini è la fortuna di Berlusconi”.

L’UNITÀ – In apertura: “Lega mangiona”. (red)

2. Liberati i tre italiani di Emergency: Non colpevoli

Roma - Scrive LA STAMPA: “I tre cooperanti di Emergency arrestati nove giorni fa nell’ospedale di Lashkar Gah, nella provincia dell’Elmand, sono liberi e dovrebbero rientrare in Italia nelle prossime ore. Il chirurgo Marco Garatti, l’infermiere Matteo Dell’Aira e il tecnico Matteo Pagani sono stati rilasciati ‘perchè non colpevoli’, si legge nel comunicato dei servizi afghani che si occupavano del caso: i 3 volontari dell’ong italiana erano stati arrestati il 10 aprile insieme a 6 cooperanti afghani (5 dei quali rilasciati ieri), perché accusati di preparare un attentato contro il governatore della provincia. Nell’ospedale erano stati trovati esplosivo e armi. Dietro la loro liberazione c’è un’intensa attività diplomatica, coordinata dal ministro degli Esteri Frattini e condotta a Kabul dall’inviato della Farnesina Iannucci e dall’ambasciatore Glaetzer, col supporto della nostra intelligence. A sbloccare la situazione, rimasta confusa e tesa per sei giorni, era stata lo scorso fine settimana la lettera di Berlusconi al presidente Karzai nella quale il premier italiano chiedeva di affrettare i tempi dell’inchiesta per arrivare a una rapida soluzione del caso.

A risolverla - sabato sera - è stato un messaggio di Frattini a Karzai nel quale il capo della nostra diplomazia chiedeva il rilascio dei connazionali perchè a loro carico, dopo una settimana di indagini, non erano affiorati elementi sufficienti a formulare l’accusa. Decisivo l’impegno a far sì che ‘saranno le autorità giudiziarie italiane a occuparsi del caso’, ‘qualora dopo la liberazione dei tre cooperanti emergano nuove accuse’ a loro carico. ‘Abbiamo ottenuto la libertà dei nostri connazionali senza mettere in discussione la solidarietà con le istituzioni afghane e la coalizione internazionale’, ha commentato Frattini nella conferenza stampa nella quale ha annunciato la liberazione dei tre cooperanti di Emergency. Il loro rilascio, ha detto, è il risultato dell’azione della nostra diplomazia condotta ‘nel rispetto delle istituzioni afghane, che l’Italia e la comunità internazionale stanno aiutando a crescere’. La chiave della soluzione, probabilmente, è proprio in queste parole: l’impegno italiano in Afghanistan - 3300 uomini e un miliardo di euro l’anno, nel quadro di una presenza internazionale che ‘aiuta a crescere il Paese’ ma soprattutto difende militarmente il governo e lo stesso Karzai dagli attacchi taleban - non poteva essere sottovalutato nè messo da parte. La richiesta di far chiarezza in fretta non poteva essere fatta cadere.

Frattini - che ha dato atto a Cecilia Strada, figlia di Gino e presidente di Emergency, di avere ‘evitato strumentalizzazioni’, e al Pd di avere mantenuto un ‘atteggiamento misurato e prudente’ - ha anche sottolineato di aver chiesto chiarimenti sulla presenza di militari britannici nell’ospedale gestito da Emergency: gli artificieri dell’esercito di Sua Maestà sono stati inviati ‘su richiesta’ dei servizi afghani dopo il ritrovamento dell’esplosivo e delle armi. Non erano presenti, dunque, al momento dell’arresto dei tre italiani. Dopo la liberazione dalla struttura nella quale erano stati rinchiusi dopo il loro trasferimento a Kabul, venerdì, (non un carcere ma una guest house piuttosto confortevole), i tre cooperanti di Emergency sono stati accolti nell’ambasciata italiana. ‘Siamo contenti di essere fuori perché abbiamo passato momenti terribili’, ha detto ai giornalisti Garatti, precisando tuttavia che tutti e tre sono stati sempre ‘trattati bene’. Ma, ha aggiunto il medico, ‘siamo soprattutto contenti di essere fuori con il nostro nome completamente pulito. La nostra reputazione e quella di Emergency sono intatte’. Poco prima, Iannucci aveva riferito che Karzai ‘è convinto dell’ottimo lavoro fatto da Emergency in Afghanistan’. Il Capo dello Stato ha espresso ‘sollievo’ per la liberazione dei tre italiani e soddisfazione per un’intesa che ‘garantisce il rispetto dei diritti delle persone’ e la disponibilità all’approfondimento delle indagini”. (red)

3. Emergency, chiusura ospedale in cambio della libertà

Roma - La vera svolta per sbloccare l’impasse e ottenere la scarcerazione dei tre detenuti – scrive il CORRIERE DELLA SERA - sembra essere arrivata con il trasferimento a Kabul di tutti gli operatori umanitari che lavoravano nell’ospedale di Lashkar Gah, determinandone così la chiusura. È questa la condizione che il governo italiano ha dovuto accettare per soddisfare gli afghani, ma anche il vertice militare britannico che di quella zona a Sud del Paese detiene il comando. E tanto basta a confermare definitivamente come la perquisizione ordinata una settimana fa nella struttura fosse soltanto un pretesto che serviva a tenere sotto pressione l’organizzazione di Gino Strada finita nel mirino per il suo ruolo pubblico e per aver mediato negli anni scorsi con i talebani ottenendo la liberazione di Gabriele Torsello e Daniele Mastrogiacomo, sequestrati mentre erano in quell’area. Gli uomini dell’intelligence e della diplomazia si sono mossi in parallelo nel negoziato con gli 007 locali, riuscendo a dimostrare come Marco Garatti, Matteo Pagani e Matteo Dell’Aira fossero del tutto estranei a qualsiasi progetto di complotto o di attività terroristica, come invece era stato veicolato inizialmente pur senza alcuna contestazione ufficiale. La realtà è che tutte le notizie false di questi giorni — comprese quelle su un coinvolgimento di Garatti nel sequestro Mastrogiacomo e addirittura l’esistenza di telefonate registrate — servivano soltanto ad alzare il prezzo.

Alla fine il conto è stato saldato assicurando che l’eventuale riapertura dell’ospedale avverrà soltanto con il consenso unanime delle autorità di Kabul. E forse anche con il via libera dei britannici. Una sorta di ricatto che Emergency è stata costretta ad accettare, almeno per adesso, pur di riportare a casa i tre operatori. Troppo alto era il rischio di tenerli un mese nelle prigioni afghane fino alle eventuali contestazioni definitive. Troppo forte il pericolo di ritorsioni, tenendo conto che dell’atteggiamento di ostilità nei loro confronti dopo la gestione della trattativa per Mastrogiacomo. A Emergency i servizi segreti locali contestano soprattutto di non essere riusciti a ottenere anche la liberazione dell’interprete Adjmal Nashkbandi, il nipote di un alto funzionario della polizia, che fu giustiziato venti giorni dopo. Ora invece ci sarebbe l’impegno dell’Italia a versare un indennizzo alla sua famiglia. Adesso il fascicolo passa alla magistratura italiana e dunque ai carabinieri del Ros che dovranno verificare quanto accaduto, collaborando con gli inquirenti di Kabul anche a smascherare eventuali complotti a danno degli italiani. Per questo — dopo l’interrogatorio dei tre che sarà effettuato martedì al loro arrivo in Italia — una squadra di specialisti guidata dal colonnello Massimiliano Macilenti potrebbe trasferirsi in Afghanistan. E verificare come e perché siano finiti in quel magazzino dell’ospedale pistole, bombe a mano e giubbotti esplosivi”. (red)

4. Emergency, la strategia vincente

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: È stato soprattutto il lavoro politico del sottosegretario alla Presidenza (con la delega ai Servizi) e del ministro degli Esteri a raddrizzare rapidamente e portare a successo in sette giorni il lavoro di un governo che - per bocca di altri ministri - aveva creduto che i medici di Emergency potessero davvero aver complottato assieme a terroristi o stragisti vari afgani. Ad esempio è stato Letta ad accogliere il suggerimento di Frattini, all’inizio della scorsa settimana, perché fosse il presidente del Consiglio Berlusconi e non il ministro degli Esteri a scrivere al presidente Karzai per far liberare tre umanitari italiani. Una svolta, dopo l’esitazione dei primi giorni. ‘Non guardiamo al colore o alle idee alle idee di chi ha bisogno di aiuto, di protezione, di garanzia dei diritti’, dice Letta, quasi a mettere il sigillo della sua scelta politica sotto la tabella di marcia stilata dal Frattini. Il ministro degli Esteri, mentre ancora l’inchiesta dei servizi segreti afgani era avvolta dalle nebbie più pericolose, aveva fissato una tabella di marcia: primo, trasferire al più presto i tre italiani da Lashkar Gah a Kabul. Ovvero sottrarre i tre al controllo dei servizi afgani operativi nella provincia dell’Helmand per passarlo direttamente a quello dei capi centrali dell’Nsd, il "National security directorate". Un passo suggerito a Gianni Letta anche dai responsabili dell’Aise in Afghanistan, che sorpresi dall’azione di sabato scorso contro Emergency, avevano immediatamente iniziato a tempestare i loro colleghi afgani di richieste di chiarimento.

La seconda richiesta di Frattini agli afgani era quella di garantire ai tre un ‘trattamento decoroso’, e questo imponeva che gli italiani venissero tenuti lontano dal possibile pozzo nero dei servizi afgani in cui i potevano essere lasciati scomparire per giorni e giorni. Gli incontri dell’ambasciatore Glaentzer e dell’inviato da Roma, l’ambasciatore Massimo Iannucci, servivano proprio a questo, ad evitare i tre italiani venissero sballottati da questa o quella struttura giudiziaria o di sicurezza, tutte impegnate con il potere politico afgano in una paurosa lotta di potere intestina in cui tutti sono contro tutti. ‘L’ultimo ostacolo’, dice una fonte della Farnesina, ‘era quello di rispettare formalmente le competenze giudiziarie afgane, ma di accelerare il loro rilascio’. Per questo Frattini aveva studiato la possibilità di proporre agli afgani di ‘affidare ai giudici italiani eventuali nuove prove dovessero emergere dalla vostra inchiesta’. Gli afgani hanno avuto salva la faccia, e a quel punto come per miracolo tutte le accuse contro i tre di Emergency sono cadute”. (red)

5. Emergency, Strada: Fallito tentativo di delegittimarci

Roma - “La nottata è passata, il tempo delle polemiche anche. ‘Invierò una maglietta di Emergency al ministro Frattini, come mi aveva chiesto’, spiega un sorridente Gino Strada in conferenza stampa, ringraziando ‘tutti quelli che non hanno creduto alla montatura’, e senza dimenticare ‘il ministero degli Esteri e tutta la diplomazia per l’impegno che ha dimostrato in questi giorni’. Strada – riporta IL GIORNALE - non solo riconosce il buon lavoro dell’esecutivo (alla conferenza stampa ha fatto seguito una telefonata del fondatore dell’organizzazione umanitaria a Frattini), ma estende la gratitudine persino alle ‘autorità afghane che hanno detto che Emergency non c’entra’, e naturalmente allo staff della sua ong ‘che ha dimostrato compattezza’. Tono ‘leggero’ anche per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, che ringrazia il presidente del Copasir Massimo D’Alema e stempera il clima dell’annuncio della liberazione con una battuta: ‘Una conferenza stampa di domenica - le sue parole - in genere si giustifica solo con un’emergenza. Questa volta, per fortuna, è una... Emergency positiva’.

Ma Letta torna serio quando gli si chiede della ‘distanza’ politica tra esecutivo ed Emergency: ‘Non guardiamo al colore o alle idee di nessuno - replica - guardiamo ai cittadini italiani che hanno bisogno di soccorso, di aiuto, di protezione e di tutela, di garanzia dei diritti. Questo abbiamo fatto, questo continueremo a fare’. Anche il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, si dice sollevato per il lieto fine della vicenda, ed elogia il lavoro di governo e Farnesina che hanno ‘operato con accortezza e fermezza, aderendo alle preoccupazioni espresse da una vasta opinione pubblica’. Ma è tutto il clima delle reazioni politiche al rilascio di Marco Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani a essere a dir poco sereno. ‘Soddisfazione’ esprimono sia il presidente del Senato Renato Schifani che il vicepresidente di Palazzo Madama Vannino Chiti, come anche il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. La parlamentare del Pdl Margherita Boniver plaude alla ‘superba azione politico diplomatica’ di esecutivo e Farnesina. Ricorda invece le ‘provocazioni’ e gli ‘irresponsabili attacchi politici’ di Strada dei giorni scorsi il capogruppo dei deputati Pdl Fabrizio Cicchitto, che sottolinea il ‘modo saggio’ in cui si è comportato il governo.

Dall’altra parte i commenti polemici si limitano al verde Angelo Bonelli che esprime ‘indignazione per il modo in cui alcuni ministri hanno tentato di delegittimare Emergency’, ma la sua resta una voce isolata. Persino l’Idv, che aveva pesantemente polemizzato con Pedica, ieri per bocca del suo leader Antonio Di Pietro elogia ‘tutte le autorità che si sono adoperate per la liberazione per quanto sono riuscite a fare’. Impera il buonismo. C’è ‘gioia’ per Olga D’Antona, che ringrazia ‘tutte le autorità competenti per il lavoro svolto’, e chiede di non dimenticarsi degli altri operatori della ong, non italiani, ancora agli arresti. ‘L’impegno del governo italiano ha dato i suoi frutti’, commenta la deputata del Pd Simonetta Rubinato, che ritiene ‘importante anche la pressione del Parlamento’. Espliciti, infine, anche gli elogi di Piero Fassino, che dopo aver manifestato ‘sollievo e soddisfazione’ per la liberazione dei tre italiani, aggiunge: ‘Va reso merito al ministro Frattini, alla Farnesina e ai tanti che in questi giorni non si sono rassegnati’”. (red)

6. Riaprono gli aeroporti. Ue garantisce metà dei voli

Roma - “Fine dell’incubo – scrive IL GIORNALE -: ‘È nettamente migliorata la situazione dei cieli del nord Italia. Tanto che la gigantesca nube non dovrebbe minacciare più i nostri voli’, sentenziano l’Enac alla fine di una domenica di passione negli scali della Penisola. E che all’orizzonte ci sia un filo di sereno lo si capisce a sera, quando a Malpensa, i primi jet cominciano a uscire dagli hangar e a tornare sulle piste. Poi l’annuncio dell’Ente nazionale dell’aviazione civile: a partire da stamattina alle sette, con un’ora di anticipo ‘riapriremo lo spazio aereo in tutta Italia’. E oggi, conferma l’Unione europea, almeno la metà dei decolli e degli atterraggi dovrebbero riprendere dopo 48 ore di stop. Eppure lassù in Islanda, il vulcano dal nome impronunciabile non smette di vomitare la quotidiana e chilometrica colonna di cenere lavica, che inonda l’atmosfera e che da quattro giorni tiene inchiodati a terra migliaia di aerei, paralizzando i trasporti in Italia, in Europa e, come in un effetto domino, in mezzo mondo. L’emergenza non soltanto potrebbe allungarsi ma addirittura aggravarsi se, dopo il vulcano Eyjafjallajokull, entrerà in azione anche il Monte Katla, come è accaduto anche in passato e come prevedono gli esperti.

In attesa che la Natura continui o meno a tirare scherzi mancini, il week end più nero per il traffico aereo che la storia ricordi, ieri ha vissuto un’altra giornata da odissea, tanto che nel Vecchio Continente sono stati cancellati complessivamente ventimila voli. Una cifra che ha spinto il totale dall’inizio dell’eruzione a un numero da capogiro: 63.000. E questa situazione senza precedenti sarà oggi al centro dei lavori, in videoconferenza ovviamente, dei ministri dei trasporti della Unione europea. La mappa geografica del calvario aereo si estende da Nord a Sud, da Est a Ovest del Continente e nell’occhio del ciclone c’è pure l’Italia. A Milano, a Roma, a Bari migliaia di passeggeri sono vittime di pesantissimi disagi. Malpensa, ieri mattina, sembrava una tendopoli. Centinaia di persone hanno trascorso la scorsa notte sulle brandine, hanno improvvisato bivacchi, hanno beneficiato di alcune generi di prima necessità. Così come, sempre a Milano, sono migliaia i visitatori ‘prigionieri’ del Salone internazionale del Mobile, perché impossibilitati a ripartire. Con la gigantesca nube che ha fatto rotta sopra la Toscana, ieri ha chiuso anche lo scalo di Firenze. Cinquecento voli sono saltati invece a Fiumicino, anche se l’hub di Roma resta l’unico aperto nel sud Europa. Disservizi a Bari, Napoli e Palermo. La Sardegna è ‘isolata’. In questo inferno dei cieli, gli unici che sorridono sono i turisti, che hanno visto prolungarsi i loro soggiorni. Chi piange, invece, sono coloro che dovevano partire per le vacanze.

Lungo la Penisola il collasso degli aeroporti corre a braccetto con l’assalto ai treni. Code da esodo d’agosto alle biglietterie delle stazioni di Milano, Torino, Venezia, Genova, Firenze e Roma. Destinazioni prescelte le città del nord Europa. Trenitalia, però, avverte che anche sui binari è in agguato un’ondata di disagi: chi non aveva già un biglietto con prenotazione, non troverà un posto disponibile per l’estero fino a venerdì. E se le carrozze marciano verso il tutto esaurito, non resta che l’auto per viaggiare. Come sta facendo lo scrittore francese Daniel Pennac, che si è messo al volante per raggiungere Urbino dove riceverà un premio letterario e sarà spettatore di un recital. In uno scenario da allarme rosso, gli unici timidi segnali di fiducia, oltre che dall’Italia, arrivano dalla Spagna e dal sud della Francia, dove dalla metà di ieri pomeriggio gli aeroporti sono stati riaperti. Via i sigilli anche ad alcuni scali della Germania ed allo spazio aereo della Croazia. Blocco granitico in Inghilterra e nell’Europa centro-settentrionale dove gli occhi sono fissi a quel che accada lassù in Islanda”. (red)

7. Protesta delle compagnie: Non c’era pericolo

Roma - Scrive LA STAMPA: “È quasi una ribellione da parte delle compagnie aeree europee e dei piloti contro il blocco del traffico causato dalla cenere sparsa dal vulcano islandese nell’atmosfera. I mugugni per una paralisi che costa miliardi di euro si erano avvertiti sotterranei già sabato. Ma ieri la rivolta si è concretizzata in una vera e propria batteria di prese di posizione e - soprattutto - di test tecnici effettuati in sequenza da Klm, Air France, Lufthansa e British Airways. Il più esplicito e duro di tutti è stato il presidente della low cost tedesca Air Berlin, Joachim Hunold, che ha parlato addirittura di ‘bufala’. ‘In Germania non è stato fatto salire nemmeno un pallone aerostatico per misurare la quantità di cenere vulcanica che si trova nell’atmosfera’, ha detto Hunold al ‘Bild’. Dalla mattinata, poi, si è cominciato (con la ovvia autorizzazione delle autorità aeronautiche) con i voli di prova, probabilmente concordati tra le principali linee aeree. Un modo per dimostrare che il blocco ‘precauzionale’ era un provvedimento esagerato, e che non esisteva il pericolo di danni da abrasione agli aeromobili e alle apparecchiature esterne, e soprattutto il rischio di fusione della polvere di lava all’interno dei motori a reazione.

Ha cominciato alle sei e mezza di mattina la Klm (che fa parte dello stesso gruppo di Air France) con un volo senza passeggeri tra Amsterdam e Dusseldorf, effettuato su richiesta dell’ente olandese di controllo; l’ispezione degli aerei dopo i test effettuato anche ad alta quota non ha evidenziato nessun problema. Successivamente c’è stato il test di Air Berlin, e poi i due di Lufthansa, che ha fatto volare da Monaco di Baviera a Francoforte (ma a quote più basse) un Boeing 747 e un Airbus 340. Come ha spiegato il portavoce della compagnia Klaus Walther, ‘gli aerei sono stati esaminati dai nostri tecnici, che non hanno trovato il benché minimo graffio sugli oblò del cockpit, né sulla superficie della carlinga, né tantomeno all’interno dei reattori’. È toccato poi ad Air France, con un volo tra Parigi e Tolosa, che non ha rivelato ‘alcuna anomalia’. Nel pomeriggio, poi, c’è stato il volo di prova di British Airways dall’aeroporto londinese di Heathrow. Un test è stato effettuato anche in Italia, a cura dell’Enav, l’Ente di assistenza al volo. Le prime indicazioni, ha spiegato il direttore dell’ente Massimo Garbini, sono state tutte positive: nessun problema notato dai piloti, niente graffi su fusoliera o vetri.

A dar manforte ai loro datori di lavoro poi ci hanno pensato i piloti. ‘La concentrazione di particelle nell’aria con ogni probabilità è così piccola da non creare pericoli al trasporto aereo’, ha detto il presidente dei piloti olandesi Evert van Zwol. ‘Il principio di precauzione va benissimo, ma poi occorrono degli elementi tangibili e concreti che lo confermino o smentiscano, e oggi non ce ne sono’, ha rincarato per il francese Erick Derivry. E dopo le dichiarazioni tranquillizzanti delle compagnie aeree, è arrivata la richiesta formale da parte dell’Aci, l’associazione europea che raccoglie gestori aeroportuali e aviolinee: ‘l’eruzione del vulcano islandese - diceva un comunicato - non è un evento senza precedenti e le procedure applicate in altre parti del mondo per le eruzioni vulcaniche non hanno richiesto il tipo di restrizioni che sono state attualmente imposte all’Europa’. E hanno protestato anche i piloti e proprietari di aerei ‘privati’ ad elica: ‘Gli aeroplani a elica - ha detto Massimo Levi, segretario dell’Aopa-Italia - che volano a bassa quota, non sono assolutamente toccati dalle ceneri e non sono a rischio, tanto che in paesi come la Gran Bretagna possono operare: perché dunque non li si sta facendo volare?

Un messaggio chiarissimo. Come dice il portavoce di Lufthansa, ‘il divieto di volare, deciso in base a calcoli al computer, ha prodotto un danno economico di miliardi di euro. Per questo chiediamo che in futuro, prima di ogni divieto di volo vengano effettuate misurazioni affidabili’. Insomma, si è bloccato tutto senza alcuna necessità? Non la pensa così Aldo Mucciardi, l’ingegnere italiano che è segretario generale di Atr, il consorzio Alenia Aeronautica-Eads che produce gli omonimi e diffusissimi aerei a medio raggio. ‘Io avrei fatto lo stesso al posto delle autorità aeronautiche’, spiega Mucciardi, che ricorda che in passato due aerei sono stati costretti ad atterrare con i motori danneggiati. ‘Certo - dice - non si tratta di un fenomeno conosciuto e sperimentato fino in fondo, ma è un fatto che la cenere vulcanica è ‘grassa’, e può produrre ostruzioni e danni. Sicuramente non fanno bene agli aerei e ai motori, questo è poco ma sicuro’. Insomma, ancora non conosciamo in modo scientificamente provato tutte le possibili combinazioni tra la presenza di particelle di lava vulcanica, la loro densità, la loro concentrazione. ‘Sicuramente è vero che bisogna migliorare e sviluppare la ricerca, ma è ragionevole pensare che un rischio ci può essere. E in aeronautica - è la conclusione di Mucciardi - quando c’è un dubbio, e quando ci sono vite in ballo, è sempre meglio fermarsi. Certi rischi non si possono e devono correre’”. (red)

8. L’effetto nube sull’economia: in Europa 136 mln di danni

Roma - “Situazione opaca nei cieli, chiara nei danni: 136 milioni di euro. È quanto hanno perso gli aeroporti europei in questi giorni di blocco. Incidendo, secondo alcuni analisti, sul Pil del Vecchio Continente”. Lo scrive LA REPUBBLICA. “E anche se da oggi si ricomincia, almeno a metà, a volare, la normalità sarà una ripresa lenta. E viaggiare ancora molto difficile per diversi giorni, in molti casi occorrerà fantasia, e pazienza. La riapertura dello spazio aereo sull’Italia da stamane, decisa dall’Enac, così come quella di altri scali europei, riavvierà i motori solo in parte. Dopo un incontro al quartier generale di Eurocontrol tra dirigenti dell’agenzia per la sicurezza del trasporto aereo, presidenza Ue e il commissario ai trasporti Siim Kallas, previsti da oggi almeno la metà degli oltre 28mila voli programmati. Tutti gli altri, a piedi. Bivaccheranno negli aeroporti, andranno a caccia, spesso invano, di un’auto a noleggio, affolleranno le stazioni dei treni e quelle dei pullman. Con oltre 63mila voli cancellati da quando il vulcano islandese ha sputato le sue ceneri nei cieli del nord, un intero continente è spiaggiato. Ben 313 scali paralizzati. Il direttore generale dell’organizzazione degli aeroporti europei (Aci Europe), Oliver Jankovec, ha spiegato così la situazione: ‘L’impatto economico è già oggi maggiore di quello subito dopo l’11 settembre 2001’.

Ma se le ceneri dovessero continuare a impedire il volo sull’Europa ancora a lungo, le perdite per l’economia potrebbero arrivare a 10 miliardi di dollari alla settimana. Previsione di Vanessa Rossi, senior al Chatham House, uno dei maggiori istituti di ricerca e analisi al mondo. ‘I viaggi ed il turismo rappresentano circa il 5 per cento del Pil dell’area euro, pari a mille miliardi di dollari: uno stop prolungato potrebbe costare 5-10 miliardi di dollari alla settimana’. Che significa? ‘Se le ceneri dovessero permanere per mesi, il crollo dei ricavi di questi settori potrebbero ridurre di 1 o 2 punti percentuali la crescita di Eurolandia’. Ma anche per i viaggiatori la paralisi aerea ha avuto costi altissimi non risarciti da altrettante soluzioni per partire, o tornare. Diversi Paesi hanno annunciato oggi la riapertura dei propri spazi aerei: Italia, Austria, Polonia, Serbia, Finlandia, Croazia. La Spagna, dopo aver chiuso alcuni scali, tra cui Barcellona, ha dato il via libera al sorvolo di tutto il suo territorio. In Francia restano invece chiusi gli aeroporti di Parigi e in Germania lo snodo cruciale di Francoforte e altri importanti scali. Resta bloccato anche gran parte dello spazio aereo della Gran Bretagna. Ci vorranno ancora diversi giorni prima di tornare alla normalità.

A Fiumicino gli alberghi vicini all’aeroporto sono già saturi. O si dorme in aeroporto, o si cerca la fortuna: un posto in pullman, un’auto a noleggio cui qualcuno ha rinunciato (ma le compagnie sono tutte sold out), le ferrovie tedesche e austriache (Db-Obb) che fanno sapere di avere ancora poltrone disponibile. Da Milano e Roma convogli di Trenitalia per l’estero prenotati fino al 23. Biglietti rivenduti con maggiorazioni da chi vuole speculare. Una soluzione potrebbe essere il mare? Molti l’hanno scelto: navi da Civitavecchia, Genova, Napoli. Alcuni si stanno organizzando con il car pooling, condivisione di auto, attraverso siti internet come www.roadsharing.com. Il fondatore del portale Daniele Nuzzo: ‘Dal blocco dei primi voli migliaia di viaggiatori si sono collegati ogni ora al sito per cercare un passaggio verso casa o condividere il noleggio di una macchina’. L’indirizzo viene scambiato su Facebook. Chi è meno tecnologico, o ha più fretta e molti soldi, il taxi: un gruppo di turisti bresciani e romagnoli da Roma si sono visti proporre una tariffa anche da mille, 1200 euro, per farsi accompagnare a casa. Passaggi cari anche per Parigi, Ginevra, Hinsbruk e Basilea. La Farnesina non sa quantificare quanti siano gli italiani rimasti fuori: ‘Situazione dinamica’. Meridiana, con il supporto di Aeroporti di Roma, ha organizzato un ponte aereo con Sharm El Sheikh per riportare a casa circa 900 turisti. Extravacanze, costose, per gli altri”. (red)

9. Pdl, Berlusconi chiede garanzie su riforme e giustizia

Roma - Riporta il CORRIERE DELLA SERA: “Ad alcuni Berlusconi continua a offrire baldanza, sostiene che la settimana che inizia oggi sarà divertente, che tutto sommato se con Fini si arrivasse alla rottura sarebbe meglio per tutti. Ad altri però presenta uno spartito diverso, almeno nei toni: è pronto ad una riflessione ulteriore sullo scontro con l’alleato, prima di arrivare alla fine della vicenda farà un altro appello all’unità, più serio di quello offerto venerdì scorso. Ieri il Cavaliere ha pranzato con i figli ad Arcore. La giornata di parziale relax è servita ad ascoltare diverse campane. Lo chiamano i senatori di stretta marca finiani, come Andrea Augello, ai quali dice di ‘prendere atto’ che i numeri su cui può contare il presidente della Camera potrebbero essere superiori alle previsioni di Palazzo Chigi. Lo chiama il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che ragiona con lui su un metodo possibile per evitare la separazione. Lo chiamano i cosiddetti falchi del Pdl, che gli consigliano invece di andare dritto per la strada imboccata: in sostanza, o la resa di Fini o la rottura, senza terze vie. Eppure la via di un compromesso è ancora nella testa del presidente del Consiglio. Non con tutti ostenta le certezze e l’ironia, al limite del dileggio, che nelle scorse ore, anche in pubblico, ha riservato al caso. È ancora viva la memoria di quello che successe nel 1994, quando molti leghisti alla fine passarono con lui, ma molti di più restarono dov’erano, consentendo a Bossi di far cadere il governo.

È viva altresì quella porzione di realismo che lo induce ad ascoltare chi gli consiglia prudenza e di non sottovalutare le conseguenze di una rottura: sarebbe sicuramente traumatica per Fini ma anche per il governo schiuderebbe un periodo di incertezza dagli esiti imprevedibili. Di certo Berlusconi farà un altro appello alla riconciliazione: non se ne conoscono le sfumature, le subordinate, sono in elaborazione in queste ore e finiranno certamente nel documento che lo stesso premier porterà nella direzione del Pdl, giovedì prossimo. Documento più serio e articolato di quello prodotto venerdì scorso (non più di alcuni appunti, peraltro immortalati dagli scatti ‘rubati’ dai fotografi) nell’ufficio di presidenza del partito. Chi lavora a una ricomposizione, come Alemanno, spera che nessun documento venga comunque messo ai voti, che non si debba per forza di cose arrivare a una divisione fra minoranza e maggioranza. Chi lavora con il Cavaliere sa che se esiste ancora uno spiraglio è legato a delle garanzie che Berlusconi pretende di guadagnare: la fine del controcanto di Fini, su qualsiasi argomento; la fine del ruolo critico della Bongiorno, alla Camera; un’intesa blindata su riforme e soprattutto giustizia. Domani Fini riunirà i suoi uomini e si saprà qualcosa di più della sua forza. Sino ad allora il premier starà a guardare”. (red)

10. Pdl, i finiani davanti all’alternativa

Roma - “Sarà giovedì il giorno della resa dei conti: all’Auditorium di via della Conciliazione andrà in scena il duello tra Berlusconi e Fini davanti ai 170 membri di diritto della direzione e a una platea che, con parlamentari ed europarlamentari, supererà le cinquecento unità. All’ordine del giorno – scrive LA REPUBBLICA - c’è l’analisi del voto e il programma dei prossimi tre anni. Ma è chiaro che il vero punto in discussione è lo scontro fra il presidente del Consiglio e il presidente della Camera. Il matrimonio finora tempestoso tra l’ex Forza Italia e l’ex Alleanza nazionale. Le ipotesi sono tre: matrimonio, separati in casa o divorzio. Cioè una vera diarchia, una minoranza interna o la scissione con la nascita non solo di un gruppo autonomo, ma addirittura di un nuovo partito dell’ex leader di An. Domani Fini riunirà i suoi fedelissimi per un’ultima conta dei voti. Berlusconi incontrerà martedì o mercoledì a Roma Bossi. Mentre il vicecapogruppo Bocchino, tra gli uomini più vicini al presidente della Camera, prevede sul Riformista che, in caso di rottura, il gruppo di Fini potrà contare su 40 deputati e 20 senatori.

Un calcolo che fa eco all’orgoglio di farefuturoweb che in risposta agli attacchi di Libero e Giornale sostiene che ‘l’esercito di Fini è molto più potente di quanto immaginano’. E dopo? Per Briguglio, tra i più vicini al presidente della Camera, ‘tra le possibili strade che la politica ci offre esiste anche quella non traumatica di una separazione consensuale, con libertà per tutti di stare da una parte o dall’altra’ con ‘la nascita di un nuovo partito legato da un rapporto di coalizione col partito di Berlusconi e con il governo’. Diverso il percorso disegnato da Urso, viceministro e anche lui finiano. ‘Un percorso unitario è interesse di tutti, altrimenti ci sarà una minoranza interna, in un grande partito plurale’. Insomma Berlusconi e Fini ‘insieme devono andare avanti’ anche perché ‘non c’è mai stata un’ipotesi di gruppi: c’è stata e c’è l’ipotesi di una politica all’interno del Pdl’. Del resto, ricorda Urso, ‘nel partito gollista hanno convissuto e convivono Chirac e Sarkozy’. Anche se Berlusconi non sembra più disposto a mediare per ricucire con Fini, la diplomazia interna è al lavoro per scongiurare la scissione. (...) Il clima è elettrico, come dimostra la rissa verbale in tv tra Bocchino e Urso da una parte, Lupi e Santanchè dall’altra. Brunetta teme ripercussioni negative nell’elettorato di destra: ‘Gli italiani ci rincorreranno con il forcone se noi daremo questa immagine di litigiosità inutile e stupida’”. (red)

11. Pdl, Il Foglio: Conversione Fini fortuna per il Cav.

Roma - “‘Insisto. A Berlusconi non poteva capitare fortuna maggiore di un fenomeno come la ‘conversione di Fini’ (è il titolo del libro di Salvatore Merlo, in uscita da Vallecchi)’. Così Guiliano Ferrara nell’editoriale sul FOGLIO di oggi. ‘Il nuovo Fini, che Feltri stuzzica e provoca con il nomignolo di ‘compagno Fini’, corregge l’anomalia berlusconiana senza imporre al suo titolare di ridimensionarsi; allarga lo spazio dell’Italia berlusconiana, con incursioni semantiche e popolarità politica perfino nel rintronato centrosinistra; è uno della combriccola del Pdl e della maggioranza di governo, ma parla e agisce da leader istituzionale, affiancando quel tonante capotribù che è il Bossi e il beniamino incontrastato della nazione, il populista liberale Berlusconi. Al contrario di Casini, che poteva sempre andarsene solitario al centro sotto la protezione del clero italiano, alimentando quell’inguacchio permanente che è il minuscolo centrismo bifornista all’italiana, Fini è per l’oggi e per il futuro legato al suo destino di capo della destra, di politico cresciuto al successo nello schema per lui intoccabile del maggioritario. Va bene, sarà diventato antipatico al Cav., che non sopporta distinguo e opinioni troppo diverse dalle sue, ma avercene di alleati così obbligati, non dalla propria benevolenza ma dal proprio interesse, a stare dentro l’alleanza e a scommettere sulla sua buona riuscita.

Nonostante molti segugi della cronaca politica, con un eccesso di credulità nei loro stessi pettegolezzi, attribuiscano a Fini il carattere di terminale di una vasta manovra avvolgente dei poteri forti, la solita grande finanza sempre in agguato contro il genuino volere del popolo, Fini in realtà ha poco potere di attrazione, poco magnetismo sociale ed economico. Non è un pivello, ha le sue relazioni, a quasi sessant’anni e con una carriera pubblica alle spalle sarebbe strano che non fosse così; ma è semplicemente ridicolo attribuirgli reti protettive, ingombranti padrinati e onnipotenti mandanti. Quello che Fini aveva, il dominio pieno sull’apparato di un partito del 12 per cento, ora più o meno ce l’ha Berlusconi come ombrello carismatico del nuovo partito unificato, in parte perché Fini ha perso il controllo politico sul suo partito, in parte perché Berlusconi non perde il vecchio vizio dell’annessionismo, della seduzione personale. Fini non è certo uno stupido e ha una buona attrezzatura politica, ma non è competitivo sul terreno del Cav., parlo della simpatia, della facilità di comunicazione semplice e sofisticata insieme, parlo di tutti i caratteri che fanno dell’anomalo conducator un unicum italiano nel mondo.

Fini ha percorso la strada opposta: Berlusconi in tutti questi anni ha fatto di tutto per precisare, definire sempre meglio, approfondire la sua anomalia personale, la distanza dall’ordinario professionismo politico, la riluttanza a lasciarsi assorbire dalla istituzioni e da una cultura democratica e azionista che sulle istituzioni si è seduta, con trucco e parrucco, per cercare di liberarle dall’usurpatore; Fini al contrario, da Fiuggi in poi, passando per Gerusalemme, ha fatto di tutto per accreditarsi come uno del gruppo, come un solido politico di partito alla ricerca di un appeal che non è in conflitto con le ipocrisie e gli equilibri delle istituzioni repubblicane. Insomma, Berlusconi in questo diabolico tridente con Bossi e Fini non ha veri rivali, essendo Bossi il capo di una potente nazione autonomista confinata al Nord, e Fini un uomo che si è integrato nel Palazzo e che non gareggia per il consenso popolare. E allora perché non tiene a freno il suo Io, che è certo prudente avere sempre vigilante e all’erta, ma senza eccessi di amor proprio. Il controcanto è parte della politica.

Quando Casini, reduce dalle tele di ragno centriste come presidente della Camera e mandante di Follini, minacciò di intorbidare le acque in piena campagna elettorale, Berlusconi ebbe l’istinto di correre un rischio, e lo cacciò, condannandolo alla riserva indiana. Quello alla fine era un controcanto pericoloso. Ma Fini è lì, con i suoi seguaci, molti dei quali sono tutto sommato persone apprezzabili, che hanno scelto un ruolo di minoranza, che non gestiscono chissà quale potere, che agitano temi di politica e cultura con impertinenza, talvolta anche con indulgenza al conformismo delle idee correnti. Fini rivendica rispetto, uno spazio vitale, non essere umiliato e marginalizzato platealmente, vuole ossigeno per continuare a crescere sulla propria strada, costruendo il profilo di una conversione repubblicana che, tutto considerato, gli fa onore e fa onore al Cav. che l’ha resa possibile, al pari della conversione governativa e costituzionale della Lega di Bossi e Maroni. E allora, se chiede questo e non altro, che senso ha fargli la faccia feroce, caro Cavaliere? Berlusconi non ha bisogno di tifoserie, ne ha fin troppe, ma di triangolazioni e capacità politiche trasversali che lo accompagnino, a Dio piacendo, nell’unico luogo politico confacente al compimento della sua carriera repubblicana, al lieto fine, cioè il Quirinale. Fini non è un nemico, in questa prospettiva’”. (red)

12. Alemanno: Giusto un riequilibrio al vertice

Roma - LA REPUBBLICA intervista il sindaco di Roma Gianni Alemano: “Sindaco Alemanno, dalla torre lei butterebbe Berlusconi o Fini? ‘Per noi che veniamo dalla destra questo scontro è molto lacerante e resto sconcertato quando vedo ex dirigenti di An così disinvolti nelle critiche a Fini. Io lavoro per evitare questa lacerazione. Detto questo, credo che il Pdl sia un grande progetto che deve essere portato avanti con serietà e, se non c’è una soluzione immediata, solo un nuovo congresso nazionale può consentire un chiarimento definitivo’. Ma suo avviso il Pdl rischia davvero di esplodere? ‘No, mi sembra che siano stati messi dei paletti chiari alla discussione: nessuno parla più di scissione o di costituire dei gruppi autonomi. Adesso resta da capire se ci sarà una soluzione unitaria oppure prevarrà una dialettica fra maggioranza e minoranza’. Cosa ci dobbiamo aspettare ancora? ‘Credo che, nelle prossime ore, ci potranno essere ulteriori iniziative distensive anche da parte del presidente Berlusconi’. Quale genere di iniziative? Un altro incontro? ‘Penso piuttosto a un appello, una cosa pubblica. Non sta a me dirlo’. I problemi sono anzitutto culturali, Fini rivendica un’altra destra ‘repubblicana e costituzionale’. ‘Io penso che non sia così e faccio un esempio. Il mondo cattolico è molto irritato per certe posizioni di Fini sul terreno dei valori, della bioetica... ma poi sull’immigrazione c’è molta più attenzione. Insomma, certe questioni devono trovare un luogo di approfondimento adeguato dentro il partito’.

Fini reclama maggiore democrazia interna ma Berlusconi, in privato, sostiene che dentro An non ce n’era affatto. Dove sta la verità? ‘Effettivamente... chi è senza peccato scagli la prima pietra. Il verticismo era una malattia anche dentro An. Tuttavia voglio vedere il lato positivo: da questo dissidio tra Fini e Berlusconi ne è derivato un aumento del dibattito interno e delle convocazioni degli organi del Pdl. E persino Berlusconi sul problema dell’alleanza con l’Udc alle regionali in ufficio di presidenza si è piegato a una posizione che non condivideva’. Ma ormai quei due se ne sono dette di tutti i colori. Una riconciliazione sembra impossibile... ‘Dobbiamo distinguere quello che realmente si sono detti Fini e Berlusconi da quello che vanno dicendo gli altri, i tifosi e i kamikaze che hanno fatto crescere la tensione. Per questo sarà importante la direzione di giovedì: parleranno Fini e Berlusconi in pubblico uno di fronte all’altro e la situazione sarà finalmente chiara’. C’è poi la questione degli organigrammi. Fini rivendica la sua titolarità su quel 30 per cento di quota ex An. Come si risolve? ‘Sabato ho parlato con Fini che, in maniera anche sdegnata, mi ha smentito con forza questa questione. Dice che in direzione affronterà solo i grandi temi politici, sgombrando subito il campo da problemi di organigrammi. Se così stanno le cose, la questione di quel 30 per cento casomai sarà solo una conseguenza del chiarimento politico’.

Sta dicendo che non esclude un riassetto al vertice del Pdl? ‘Se ci sono posizioni differenti mi sembra saggio garantire a Fini un punto di riferimento stabile dentro il partito. Questo eviterebbe anche che, ogni volta, tutto si riduca a un confronto-scontro tra Berlusconi e Fini. Chiaramente, se si va a un riassetto del partito, bisogna farlo con cautela, senza attacchi personali e senza tagliare la testa a nessuno’. Intanto, nella trasmissione di Gianluigi Paragone, venerdì notte finiani e berlusconiani si sono insultati senza pietà. Come è possibile una ricomposizione? ‘In quel talk show sono andati oltre ogni limite. Ma so che lo stesso Fini ha telefonato a Maurizio Lupi per ricomporre. Comunque non possiamo decidere il futuro del Pdl in base ai talk show’. Fini pone problemi politici come il ruolo della Lega, il Sud dimenticato, la politica solitaria di Tremonti, le riforme condivise. Cose campate per aria? ‘Tutt’altro. Anzi, la soluzione migliore sarebbe creare all’interno del partito delle commissioni per approfondire questi temi, per permettere poi alla direzione di prendere decisioni più consapevoli e mediate’”. (red)

13. Bossi a El Pais: Berlusconi pensa al Quirinale

Roma - Riporta IL GIORNALE: “Il Cavaliere al Quirinale? ‘Se Berlusconi vuole essere presidente della Repubblica, sa che attraverso il Parlamento non ci riuscirà’, dichiara Umberto Bossi in un’intervista pubblicata ieri dal quotidiano spagnolo ‘El Pais’. E alla domanda: ‘Lei crede che lo voglia?’, il leader del Carroccio ha risposto ‘sì’. Il Senatùr s’è soffermato sulla riforma federalista in cantiere, sostenendo che i decreti attuativi saranno pronti in dicembre, con la legge finanziaria. Il ministro delle Riforme ha spiegato: ‘Negozierò. Ma dopo l’adozione da parte del Consiglio dei ministri’. Perché ‘i Comuni del Nord sono stanchi di aspettare, devono ottenere ciò che meritano’. Non manca una battuta sullo scontro nel Pdl: ‘Noi della Lega abbiamo un sacco di voti. Senza di noi, sono deboli. Fini sa fare i conti e quindi sa che ha bisogno della Lega. Sa che fuori dalla coalizione di governo non ha alcun posto’, conclude Bossi”. (red)

14. Il Papa a Malta piange con le vittime degli abusi

Roma - “‘Vergogna e dolore’. L’abbraccio più atteso è avvenuto – scrive LA STAMPA - ed è stato un momento toccante e drammatico che sembra riassumere in sé meglio di qualunque discorso i cinque anni di un pontificato in prima linea nel ‘purificare e sanare la Chiesa ferita dalle nostre colpe’. Ieri pomeriggio, prima di tornare in Vaticano, Benedetto XVI ha incontrato (nella cappella della nunziatura, lontano dalle telecamere) otto vittime maltesi di preti pedofili. Joseph Ratzinger ha assicurato che la Chiesa sta facendo e continuerà a fare tutto ciò che è in suo potere per investigare sulle accuse e consegnare alla giustizia i responsabili delle violenze. Ma anche dentro la Chiesa, ha garantito il Pontefice, le cose dovranno cambiare, quindi ci sarà maggiore severità nella selezione e nella formazione di nuovi sacerdoti. Un impegno che appare significativo e necessario soprattutto sotto il delicato aspetto della collaborazione con le autorità civili (finora praticamente inesistente). E’ su questo punto che si misurerà l’efficacia della ‘tolleranza zero’, la strategia anti-abusi introdotta da Joseph Ratzinger. L’incontro si è svolto a porte chiuse nella nunziatura apostolica di Rabat, dove il Pontefice ha pranzato a conclusione della messa celebrata di fronte a 40 mila fedeli a Floriana.

Il Papa ha parlato singolarmente con ciascuna delle persone abusate sessualmente da esponenti del clero, sottolinea il portavoce vaticano Lombardi. ‘Il Papa era profondamente commosso dalle loro storie ed ha espresso la sua vergogna e il suo dolore per quello che le vittime e le loro famiglie hanno sofferto - precisa padre Lombardi -. Ha pregato con loro ed ha garantito loro che la Chiesa sta facendo e continuerà a fare tutto quello che è in suo potere per indagare le accuse, assicurare alla giustizia i responsabili degli abusi e applicare effettivamente le misure tese a salvaguardare i giovani in futuro’. Nello spirito della sua recente lettera ai cattolici d’Irlanda, il Papa ‘ha pregato affinché tutte le vittime degli abusi sperimentino la guarigione e la riconciliazione, permettendo loro di andare avanti con rinnovata speranza’, puntualizza padre Lombardi. Uno dei presenti ha riferito: ‘Ho visto il Papa piangere di emozione e mi sono sentito liberato da un grande peso’. Le vittime maltesi di preti pedofili erano otto ed erano scortate dalla polizia. Tra loro il portavoce Lawrence Grech. Erano accompagnati da monsignor Anton Gouder, pro-vicario generale di Malta. Benedetto XVI aveva già incontrato delle vittime di preti pedofili nei suoi viaggi negli Stati Uniti e in Australia. Nella recente lettera ai cattolici irlandesi sul tema della pedofilia, Ratzinger aveva affermato di essere disponibile ad incontrare altre vittime. Ed è stato di parola.

Osserva padre Lombardi: ‘Anche in passato ha fatto incontri, ma sempre in un clima che era chiaramente e intenzionalmente di raccoglimento e discrezione, non sotto una pressione di carattere mediatico, in modo da avere possibilità di ascolto e comunicazione personale’. Nei giorni scorsi dieci uomini, che affermano di essere stati abusati quando erano bambini da alcuni sacerdoti nell’orfanotrofio St Joseph di Sta Vanera, avevano chiesto all’arcivescovo della Valletta, Paul Cremona, di poter parlare con il Papa. I vescovi dell’isola hanno creato un ‘response team’ che da undici anni ha raccolto le denunce di 84 casi di abusi. Nell’omelia di ieri, Benedetto XVI non ha fatto riferimento esplicito allo scandalo, però ha ribadito che i preti devono ‘rispettare la missione che hanno ricevuto’. E’ stato dell’arcivescovo Cremona il riferimento più esplicito allo scandalo pedofilia. Nel suo discorso davanti al Pontefice, Cremona ha richiamato la necessità di ‘una Chiesa abbastanza umile da riconoscere gli errori e i peccati dei suoi membri’. Da parte sua il Papa ha lanciato la sua battaglia ‘contro-culturale’, evidenziando che oggi ‘molte voci cercano di farci accantonare la nostra fede in Dio e nella sua Chiesa e di persuaderci a scegliere autonomamente i valori e le credenze con i quali vivere’.

La ‘tecnologia avanzata’ non può ‘rispondere ad ogni nostro desiderio e salvarci dai pericoli che ci assalgono’, ribatte Joseph Ratzinger. Gli uomini hanno bisogno ‘della divina misericordia’ per guarire le loro ‘ferite spirituali, le ferite del peccato’, avverte Benedetto XVI, rivolgendosi in particolare a quanti svolgono un ‘ministero pastorale nella Chiesa’. ‘In ogni ambito della nostra vita necessitiamo dell’aiuto della grazia di Dio. Con lui possiamo fare tutto: senza di lui non possiamo fare nulla’, ammonisce. Dopo la messa Benedetto XVI ha donato una rosa d’oro all’icona della Vergine più venerata di Malta, Nostra Signora di Tà Pinu portata a Floriana da Gozo. Infine il commosso colloquio con le vittime degli abusi del ‘clero infedele’. E una promessa: ‘Mai più’”. (red)

15. I grandi del mondo contro Goldman

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “I ‘grandi’ del mondo contro Goldman Sachs, la banca d’affari che per decenni ha dato i suoi uomini ai governo Usa e a quelli di mezzo mondo, conquistandosi il nomignolo di ‘Government Sachs’: un istituto che aveva costruito una posizione di potere apparentemente inattaccabile. Dopo l’incriminazione per frode decisa venerdì scorso dalla Sec, la Consob americana, il premier britannico Gordon Brown si è detto ‘scioccato per la bancarotta morale delle banche d’investimento’ e ha chiesto alle sue autorità di vigilanza (che pare siano già al lavoro) un’’indagine speciale’ sulle attività della Goldman in Gran Bretagna, mentre anche la Germania si muove: il portavoce del cancelliere Angela Merkel ha detto che l’’authority’ finanziaria tedesca chiederà notizie alla Sec e poi deciderà se procedere contro Goldman per gli affari nelle quali istituzioni finanziarie come Ikb, poi salvata dalla finanziaria pubblica di Berlino Kfw, hanno perso centinaia di milioni di euro. L’offensiva dei governi europei potrebbe estendersi anche a Parigi, per ora più cauta, forse anche perché alcune sue banche d’affari - soprattutto Calyon e Société Générale - sono sospettate di aver condotto in passato speculazioni molto avventate usando i famigerati CDO: i derivati ‘sintetici’ del caso Goldman.

Ma il tonfo della ‘caduta degli dèi’ di Wall Street si fa sentire soprattutto negli Usa. Barack Obama e il ministro del Tesoro, Tim Geithner, hanno evitato di commentare l’accusa di frode mossa all’istituto guidato da Lloyd Blankfein, ma da venerdì premono sull’acceleratore dell’approvazione della riforma del sistema finanziario fin qui bloccata soprattutto dalla pressione delle lobby bancarie. Già domani dovrebbe riprendere la discussione del provvedimento. Se il governo tace, affermazioni contro la ‘filosofia Goldman’ che hanno del clamoroso vengono da un altro grande personaggio: Bill Clinton. L’ex presidente che anche nei periodi più neri della crisi aveva sempre difeso le sue riforme degli anni ‘90 ispirati alla logica del laissez faire e le scelte fare da Robert Rubin, il capo di Goldman che era diventato suo ministro del Tesoro, ieri ha cambiato rotta, giudicando errate le analisi dello stesso Rubin e di Larry Summers, l’altro suo ministro del Tesoro che oggi è alla Casa Bianca come cosigliere di Obama: ‘Dicevano che non era il caso di regolamentare i derivati perché questi prodotti erano così sofisticati, costosi e complessi da gestire che sarebbero stati trattati solo da pochi investitori specializzati. Avevano torto, ho sbagliato a dargli retta’.

Il tardivo pentimento di Clinton è una specie di epitaffio sull’era del potere illimitato dei grandi banchieri d’affari. Ora il pendolo rischia di muoversi in modo esagerato in senso opposto, quello della demagogia e degli attacchi a testa bassa motivati da interessi elettorali: difficile, nel caso della sortita di Brown, non pensare alle imminenti (6 maggio) elezioni britanniche che lo vedono indietro nei sondaggi. E anche per Obama il caso Goldman è un’occasione preziosa non solo per scardinare la resistenza delle lobby e dei repubblicani sulla sua riforma finanziaria, ma anche per dirottare su un altro bersaglio, a pochi mesi dalle elezioni di ‘mid term’, il malumore che ha investito il governo, soprattutto l’impopolarità della riforma sanitaria. Da oggi, insomma, Goldman fa i conti anche con un ‘establishment’ improvvisamente ostile. Ma ci saranno anche problemi finanziari. L’iniziativa della Sec apre, infatti, la porta a una serie, potenzialmente interminabile, di richieste di risarcimento, a cominciare da quella della Royal Bank of Scotland (ormai posseduta all’84% dal governo di Londra) che, quando acquistò l’olandese ABN Amro, pagò 840 milioni di dollari per chiudere la partita dell’esposizione assicurativa sui titoli delle operazioni ora incriminate dalla Sec.

Una situazione senza precedenti con la Goldman che rischia di finire in un gorgo di richeste di indennizzo proprio mentre la Sec l’accusa di tradire la fiducia dei clienti. E ora potrebbe toccare anche ad altre banche: ‘Quella che è venuta fuori — ha detto ieri James Hackney, decano della Law School della Northwestern University — è solo la punta dell’iceberg’. Venerdì, dopo l’annuncio della Sec, Goldman ha perso il 13%, ma anche gli altri titoli bancari hanno sofferto. Oggi, alla riapertura, andrà verificato il nervosismo dei mercati. Secondo fonti finanziarie e alcune inchieste giornalistiche, i derivati ‘sintetici’ ad alto rischio come quelli maneggiati dalla Goldman sono stati usati con disinvoltura anche da istituti europei, da Ubs a Deutsche Bank, ma soprattutto dai giganti Usa: Merrill Lynch, Citi e quella JP Morgan fin qui giudicata più saggia e prudente”. (red)

16. a Torino Intesa Sanpaolo agita il Pd

Roma - Scrive LA STAMPA: “Il prossimo appuntamento ineludibile è per il 26 aprile. Quel giorno si riunisce il consiglio generale della Compagnia di San Paolo e il confronto sarà duro. Nel frattempo la vicenda Intesa Sanpaolo - e la nomina del presidente del consiglio di sorveglianza in sostituzione del torinese Enrico Salza - agita le acque del Pd torinese. L’avallo sostanziale del sindaco di Torino Sergio Chiamparino alla candidatura di Domenico Siniscalco a molti non è piaciuto. Un ottimo nome’, avrebbe confidato il segretario regionale del Pd Gianfranco Morgando ai suoi, spiegando che se nessuno può mettere in dubbio i titoli e le competenze di Siniscalco come banchiere. Però il suo passato di ministro dell’Economia nel terzo governo Berlusconi e di direttore generale del Tesoro - sempre con il centrodestra - il suo peso ce l’ha. Se la partita si chiudesse così, sarebbe facile dire, ha fatto notare il leader locale dei democratici, che un sindaco Pd ha aiutato il presidente della Compagnia Angelo Benessia a far passare un banchiere vicino a Tremonti. Morgando non intende criticare apertamente Chiamparino, anche se l’imbarazzo c’è ed è tangibile.

Per esempio, il segretario è pronto ad ammettere qualche limite nella gestione Salza, ma non esita a definire ‘anomalo’ il comportamento della Compagnia stessa. Non interverrà a mediare, dice, non intende infilarsi in una polemica interna che rischia di crescere dopo le critiche al sindaco del deputato Stefano Esposito e di Roberto Tricarico, che nella giunta Chiamparino è assessore. Dal canto suo Benessia è deciso ad andare in fondo. Il suo ‘avversario’ Giuseppe Guzzetti - presidente della Fondazione Cariplo, l’altra grande azionista di Intesa, e quindi rappresentante della milanesità - nel comunicato con cui sabato ha fustigato la manovra per sostituire Salza con Siniscalco ha fatto notare che l’ex ministro ha ottenuto solo cinque voti contro i sei del professore della Bocconi Andrea Beltratti. Benessia non arretra: intende andare avanti per la sua strada forte delle deleghe in suo possesso. Che, dice, gli danno tutto lo spazio necessario per portare sulla poltrona del consiglio di sorveglianza l’esponente della torinesità che più gli piace. Oggi Guzzetti ha in programma un pranzo a Milano con il ministro Giulio Tremonti.

Sempre dal Pd, ma dall’ex presidente della Regione Mercedes Bresso, arrivano critiche alle Fondazioni: ‘Hanno troppo potere - spiega -, un potere enorme e senza controlli’. Anche il deputato Pd Giorgio Merlo (della Commissione vigilanza Rai) sente qualche stonatura: ‘Al di là della difesa della torinesità nell’operazione Intesa-Sanpaolo, ciò che colpisce è la singolare tesi di coloro che contestano la Lega quando sostiene l’appartenenza territoriale delle banche e poi non perdono tempo nell’orientare la formazione di gruppi o fusioni bancarie. Chi parla a giorni alterni di cambiamento e di un nuovo modo di far politica rispetto al centro destra dovrebbe astenersi da questi temi’. Nella vicenda ieri è entrato anche il segretario del Pd Pierliugi Bersani. Che non ha parlato direttamente di Intesa, ma degli appetiti leghisti sulle banche sì. ‘Se i leghisti vogliono fare un piacere alle piccole imprese o alle famiglie possono farlo: sono al governo, facciano le leggi, non occupino le banche’”. (red)

17. Fiat, lo scorporo e il nodo fusione con Chrysler

Roma - “Fine settimana di lavoro per Sergio Marchionne e la sua squadra di fedelissimi con gli ultimi ritocchi al piano strategico 2010-2014 che mercoledì sarà presentato alla comunità finanziaria. I tempi stringono – scrive IL GIORNALE -, tutto l’incartamento dovrà essere stampato entro domani ed è scontato che anche oggi al Lingotto si faranno le ore piccole. Dal piano Fiat, legato a doppio a filo con lo sviluppo dell’alleata Chrylser, si attendono risposte sull’occupazione e sull’impatto nel sistema produttivo italiano dell’accordo con gli americani. Ma l’attesa, al di là delle indiscrezioni filtrate di recente e riportate da Automotive News, riguarda soprattutto gli aspetti finanziari. In sintesi, se ci sarà lo scorporo della divisione Auto, quando avverrà l’operazione e, in particolare, una volta quotata anche Chrysler, se Torino e Auburn Hills convergeranno sempre di più sino a fondersi.

Alcuni analisti, gli stessi che mercoledì saranno all’auditorium del Lingotto ad ascoltare Marchionne, propendono per lo spin-off di Fiat Group Automobiles verso la fine del 2011. ‘Il 21 aprile - spiega uno di essi - credo che Marchionne delinei una sorta di road map che, alla fine, porterà Fiat Group Automobiles e Chrysler al vero matrimonio. Le tappe potrebbero essere queste: separazione della divisione italiana e sua quotazione, ingresso nel listino di Chrysler e successivamente convergenza definitiva. Tutto questo, comunque, subirà un’accelerazione nel momento in cui le sinergie tra i due gruppi funzioneranno e produrranno gli effetti auspicati, quindi dal 2012 in poi. Allo stato attuale, viste le poche vere novità programmate per quest’anno (l’Alfa Romeo Giulietta per Torino) e il piano prodotti americano non ancora decollato, i primi risultati tangibili nei prossimi mesi dovrebbero arrivare dagli acquisti e dalla ricerca in comune’. Per lo spin-off si è fatto il nome anche di Iveco. Sul tema gli esperti interpellati sono piuttosto freddi, anche sulla possibilità di aggregare la società produttrice di camion con quella che sforna trattori e macchine da cantiere (Cnh).

‘Piuttosto - dice un analista - su Iveco mi aspetto un’enfatizzazione dei progetti in Cina e novità per quanto riguarda lo sviluppo in India e i rapporti con Tata. Il Paese asiatico, impegnato a realizzare le sue infrastrutture, avrà sempre più bisogno di camion. Non è escluso, poi, che a Torino si pensi a centralizzare ancora di più gli acquisti, in particolare dell’acciaio, unendo a Fiat, Iveco e Cnh, anche Chrysler. Un blocco del genere avrebbe un forte potere contrattuale’. E quali target il mercato si attende per il 2014? ‘Marchionne - risponde un altro analista - presenterà obiettivi molto ambiziosi, che potrebbero anche stupire’. Sui modelli (16 quelli previsti con i marchi Fiat, Alfa Romeo, Lancia-Chrysler) interessante è la scelta di produrre la futura Palio, che sarà venduta in Europa come low cost, anche nella nuova fabbrica in Serbia”. (red)

18. Iran, memorandum Pentagono: Usa senza strategia

Roma - Sull’Iran manca una strategia efficace e di ampio respiro. Non usa mezzi termini Robert Gates in un memorandum segreto inviato alla fine di gennaio al consigliere per la Sicurezza nazionale, generale James Jones. Lo riporta LA STAMPA. Le tre pagine sono una sorta di analisi strategica per definire una nuova linea di difesa preventiva nei confronti della minaccia atomica di Teheran che vede coinvolti Pentagono, Casa Bianca e intelligence, e prevede l’uso della forza. L’intervento militare nelle sue diverse opzioni è infatti una delle carte che gli Stati Uniti hanno l’obbligo di giocare, secondo il memo di Gates, qualora la diplomazia e le sanzioni non fossero sufficienti. A darne notizia è il New York Times sulla base di rivelazioni ottenute da funzionari anonimi. Nel memo sono descritti però solo aspetti di strategia e politica e non quelli propriamente militari, ‘ancora in fase di elaborazione’. ‘Un appello a darsi una mossa’, dicono alcuni funzionari della Difesa, ma dalla Casa Bianca c’è chi critica tale visione.

‘Stiamo facendo quello che è giusto fare, se non ne parliamo pubblicamente non significa che non abbiamo strategie precise’, aveva puntualizzato il generale Jones alcuni giorni fa. Ma nel suo memo Gates illustra diversi elementi di preoccupazione compresa la mancanza di un’azione efficace nel caso in cui l’Iran arrivi al ‘breakout’, ovvero venga in possesso di tutti principali fattori per la realizzazione di un ordigno atomico ma non proceda all’assemblaggio. In quel caso pur rimanendo un sottoscrittore del patto di non proliferazione nucleare diventerebbe una ‘potenza atomica virtuale’. ‘Esiste una linea che gli Usa non consentiranno mai all’Iran di superare’, avverte un funzionario dell’amministrazione, ‘quella dell’acquisizione di capacità nucleari’. Si creerebbe infatti una situazione molto pericolosa, come ha spiegato Gates, perché sarebbe impossibile verificare che l’Iran ‘non superasse tale soglia’”. (red)

19. Polonia, Medvedev vola ai funerali di Kaczynski

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “La messa in latino, il requiem di Mozart, il drappo con l’aquila bianca per Lech, la bandiera polacca per Maria. Nei banchi di legno a lato dell’altare la figlia Marta con Jaroslaw, le autorità di Varsavia e, in alto alle loro spalle tra i capi di Stato che hanno sfidato i cieli chiusi, il presidente venuto da Mosca Dmitri Medvedev. A occhi bassi il russo e i polacchi si sono scambiati il segno di pace durante i funerali della prima coppia di Polonia ed è stato l’arcivescovo di Cracovia Stanislaw Dziwisz a condensare nell’omelia il senso del momento. ‘Settant’anni fa Katyn allontanò le due nazioni — ha detto l’ex segretario di papa Giovanni Paolo II —. La verità nascosta sul sangue innocente versato non aiutò a sanare le ferite ma l’empatia e l’aiuto dei nostri fratelli russi ora hanno riacceso la speranza di riunire le nostre due nazioni slave’. Messaggio rilanciato dal presidente ad interim Bronislaw Komorowski e dallo stesso Medvedev prima di ripartire: ‘Di fronte a queste gravi perdite possiamo compiere sforzi per avvicinare i nostri Paesi’.

Saranno i prossimi mesi a dire se la riconciliazione comporterà anche uno spostamento dell’asse politico in Europa centro-orientale: dopo la svolta dell’Ucraina che alle ultime presidenziali ha scelto il filorusso Viktor Yanukovich, Mosca potrebbe intensificare il pressing su Varsavia, oggi membro di Nato e Ue, che nei secoli ha combattuto per sottrarsi al dominio russo, dalla rivolta antizarista del 1863 alla guerra del 1920 fino alla sfida al regime comunista che proprio in Polonia cominciò a sgretolarsi e alle recenti tensioni su scudo Usa e risorse energetiche. L’intera biografia politica di Lech Kaczynski, morto con altre 95 persone nel disastro aereo del 10 aprile, è stata dominata dai temi della memoria, della decomunistizzazione e della resistenza al vicino russo. La delegazione guidata dal presidente era diretta a Smolensk in occasione dell’anniversario del massacro di Katyn, per il quale i russi si sono riconosciuti in passato colpevoli ma non hanno mai chiesto perdono. Medvedev ha ribadito ieri che su Katyn ‘la posizione di Mosca resta immutata’. Nella basilica gotica di Santa Maria erano presenti anche i capi di Stato di Germania, Slovacchia, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca (il presidente Vaclav Klaus ha criticato l’assenza di rappresentanti dell’Unione europea).

All’uscita dei feretri, sulla splendida piazza del Mercato si è levato un immenso applauso ritmato, anche i bambini cantavano l’inno stringendo rose rosse. Centocinquantamila persone hanno riempito le strade della città vecchia che si stende fino al castello di Wawel, un lungo addio in diretta tv nella Cracovia di Karol Wojtyla, l’antica capitale che unisce il senso della nazione al misticismo e alla ritualità del cattolicesimo polacco, l’intreccio cantato dal vate nazionale Adam Mickiewicz, sepolto nella cattedrale insieme a re ed eroi. Come il generale Wladyslaw Sikorski, capo del governo polacco in esilio morto nell’oscuro incidente aereo del ‘43. Come il padre della patria Jozef Pilsudski. All’ingresso della cripta di Pilsudski sotto la torre delle campane d’argento, Maria e Lech Kaczynski riposano in un sarcofago di alabastro bianco, incisi in oro solo i nomi e una croce”. (red)

20. A Cipro Nord vince il nazionalista Eroglu

Roma - “Svolta conservatrice nella parte turca di Cipro, dal 1974 occupata dalle truppe di Ankara e al centro di un difficile processo di riconciliazione con il Sud greco, che dovrebbe portare alla riunificazione dell’isola, membro dell’Unione europea dal 2004. Nelle elezioni presidenziali di ieri Dervish Eroglu, 72 anni, premier conservatore della Repubblica turca di Cipro del Nord (Rtcn), ha battuto il presidente socialista in carica, Mehmet Ali Talat, 58 anni. Secondo i risultati ufficiali, Eroglu, che vuole mantenere il mini-Stato del Nord indipendente, è in testa di cinque punti con il 48,33% delle preferenze contro il 43,73% del presidente. L’affluenza è stata di poco superiore al 70 per cento. Talat aveva avviato durante la sua presidenza uno stretto dialogo con il presidente della Cipro greca, Dimitris Christofias, socialista come lui, con gesti importanti come l’apertura dei check point sulla linea verde che divide in due l’isola dal 1974. Adesso l’obiettivo della riunificazione si allontana”. (red)

21. Gb, sondaggi: Clegg il più popolare dopo Churchill

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Vola sempre più in alto Nick Clegg, il leader del partito Liberaldemocratico britannico che è diventato il vero protagonista della campagna elettorale dopo il primo dibattito dei leader in tv: secondo un sondaggio del Sunday Times, Clegg ha superato la popolarità di Tony Blair nel suo momento di massimo splendore, e ora è amato quasi come Winston Churchill, icona sacra della storia britannica. Secondo un rilevamento di YouGov, Conservatori, Laburisti e Lib-Dem sono ormai quasi allineati nei consensi: 33% al partito di David Cameron, 30% al Labour, e 29% alla formazione di Clegg. Secondo gli analisti, il partito Liberaldemocratico toglie soprattutto voti ai Conservatori. Per un sondaggio della ComRes per il Sunday Mirror e l’Independent on Sunday, i Tories sono al 31%, i Lib-Dem al 29 e il Labour al 27%; secondo questo rilevamento, i Liberaldemocratici sono cresciuti di 8 punti percentuali dopo il dibattito tv del 14 aprile, la stessa percentuale persa dai Conservatori. Ma Clegg ha un tasso di gradimento personale al 72% che straccia sia Cameron (19%) che Gordon Brown (18%). Nel 1945, Winston Churchill aveva l’83% dei britannici che lo apprezzavano. Ieri Clegg è intervenuto davanti a un gruppo di giovani supporter a Sutton, presso Londra, accompagnato dalla moglie Miriam Gonzalez Durantez per affermare che ‘c’è ora un’immensa possibilità di rompere con la vecchia politica’”. (red)


Cultura anticrimine

Prima Pagina 16 aprile 2010