Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 02/04/2010

1. Le prime pagine 

CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Benzina, il prezzo dello scandalo”. Editoriale di Giovanni Sartori: “Uno scenario complicato”. Di spalla: “E il premier dà la linea sulla Moratti: sosteniamola”. Al centro foto notizia su Sandra Bullock: “Meglio felici in famiglia o vincenti sul lavoro?”. Sempre al centro: “La Lega contro la pillola abortiva. Elogio del Vaticano: atti concreti” e “La nuova strategia cattolico-padana”. In basso: “I trucchi del grande evasore cremonese”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Aborto, l’asse Chiesa-Lega”. Di spalla: “Quei medici in Africa che riscattano l’Italia”. Al centro: “Legge sul lavoro, ecco come cambierà” e “Cuba, la rivolta degli intellettuali”. A fondo pagina: “Quant’è facile la laurea on line”.

LA STAMPA – In apertura: “Lega, no alla pillola dell’aborto”. Editoriale di Marcello Sorgi: “Interruzione di pubblico servizio”. Al centro la foto-notizia: “E gli inglesi accartocciano la Tour Eiffel”. Di spalla: “Ma Emma non voleva vincere” e “Mancano i buoni leader”. In basso: “Chiedo scusa”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Allarme materie prime” e l’editoriale: “Cure urgenti per l’Italia che non sa più crescere”. A centro pagina: “Sanità: Campania, Lazio e Calabria rinegoziano i piani” e fotonotizia “Turisti in città. Le mete di Pasqua”. Di spalla: “Caro dollaro sorry, lo yuan ha davvero il prezzo giusto”. In basso: “Stipendio da 4 miliardi puntando sulla crisi degli altri”.

MILANO FINANZA – In apertura: Good buy America”

ITALIA OGGI – In apertura: “Liberati gli ascensori”. Al centro il box: “In Campania, c’è l’obbligo di votare una donna e un uomo. Ma non ha funzionato”. In basso: “Sulle cause chi perde paga l’Iva”.

IL GIORNALE – In apertura: “Silvio discute con tutti su Facebook”. Editoriale di Marcello Veneziani: “E adesso Berlusconi punti al Quirinale”. Al centro la foto notizia: “Calderoli: ‘La Lega è il salvavita del Cavaliere’” e “‘Un prete molestò mia figlia: l’hanno coperto’”. Di spalla: “La piazza è virtuale ma i voti sono veri” e “I veri intoccabili: la casta e il Tg1”. A fondo pagina: “Un decimale ci può salvare dal palloncino”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Pillola abortiva, lo stop della Lega” e nel box: “E la ‘Balena Verde’ nuota nelle acque del cattoleghismo”. Editoriale di Giovanni Sabatucci: “Sposare le riforme, la sfida dal Pd”. Al centro: “Da Sacchi a Giannini e Zola: è una Roma tutta grinta, può farcela” e “Caro-benzina sull’esodo di Pasqua”. Sempre al centro: “Napolitano: dialogo vero sulle riforme”. A fondo pagina: “Vite spezzate per la febbre del gioco” e “Sanità, la Polverini sarà commissario”.

IL TEMPO – In apertura: “La secessione della pillola”. Al centro foto-notizia e intervista al ministro dell’Istruzione: “Gelmini: il Pdl esalta le donne”. Di spalla: “Il primo giorno di Renata presidente”, “Silvio come Obama conquista Facebook” e “La verità del Pontefice non è di questo mondo”. In basso: “Tosca, l’amore di Roma all’Opera”.

AVVENIRE – In apertura: “‘Rispettare il diritto, obiettare all’ingiustizia’”. Di spalla la foto-notizia: “Il calvario dei cristiani perseguitati” e l’editoriale del vescovo iracheno Louis Sako: “‘Viviamo come moribondi ma in Lui siamo vivi’”. Al centro: “L’altolà dei governatori alla Ru486. ed è scontro sui poteri d’intervento”. A fondo pagina: “Un anno fa il sisma: il coraggio dell’Aquila”.

LIBERO – In apertura “Pd = Partito disperato”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Senza più leader, senza popolo e senza tempo”. Al centro la foto-notizia: “Zaia e Cota con il Vaticano: stop alla Ru486”, “Il calvario del Papa predetto a Fatima” di Antonio Socci, e “Mezzobusti Rai attaccati ai privilegi. La Busi insulta e viene punita”. Di spalla: Cur di Cavaliere: se fate i bravi, riforme insieme”. In basso intervista esclusiva ad Alberto Stasi: “‘Aspetto le scuse dei pm per l’ingiustizia subita’”.

IL FOGLIO – A sinistra: “Dalla pillola ai valori, Zaia raddoppia Cota: ‘Voglio seguire il Papa’”. Al centro: “I governatori contro la RU486. L’Aifa: ‘Tocca a loro decidere’”, “La Cina parteciperà ai negoziati sulle sanzioni all’Iran” e “Così l’industria della difesa italiana dribbla la recessione”. A destra: “Titoli da battaglia”, “Lady Ashton è già chiusa nella gabbia del servizio diplomatico europeo” e “La politica di eBay” In basso: “Perché Darwin non ha le ali”.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Il Papa presenta il conto”. Editoriale di Paolo Flores d’Arcais: “Mettiamogli paura”. Al centro: “Grillo all’attacco di De Magistris: ‘Non faremo alleanze con lui’”.

L’UNITÀ – In apertura: “Truce stil novo”.

2. Dai governatori leghisti stop alla pillola abortiva

Roma -“Ai leghisti, si sa, piacciono gli slogan d’impatto. E così – scrive LA STAMPA - ecco Roberto Cota e Luca Zaia, neogovernatori di Piemonte e Veneto, buttarsi sul tema dell’aborto e della pillola Ru486 con inedita veemenza. ‘Essendo a favore della vita - dice Cota, che già due giorni fa era venuto allo scoperto - farò di tutto per contrastarne l’impiego. Chiedo ai direttori generali di bloccare l’impiego della Ru486 attendendo la mia entrata in carica’. Gli fa eco Zaia: ‘Per quel che ci riguarda, non daremo mai l’autorizzazione a poter acquistare e utilizzare questa pillola nei nostri ospedali’. Parole ad effetto, che puntualmente scatenano il dibattito. Se si va a guardare alle note di precisazioni che entrambi i Governatori hanno emesso subito dopo, infatti, si nota che entrambi sanno di muoversi su un terreno minato. Cota: ‘È ovvio che rispetterò la legge, non posso fare diversamente. Ma la penso diversamente dalla Governatrice uscente. Chiederò che in tutte le strutture sanitarie piemontesi siano ospitate le associazioni pro-vita. La legge 194 dovrà essere applicata nella parte che chiede che alle donne venga fornito un adeguato supporto mirato a prevenire l’aborto e non ad accettarlo solo come un fatto ineluttabile’. E Zaia: ‘Studieremo le modalità per far valere un punto di vista nettamente contrario a uno strumento farmacologico che banalizza una procedura così delicata come l’aborto, che lascia sole le donne e che deresponsabilizza i più giovani.

Va ricordato che anche l’Aifa prescrive una somministrazione della pillola abortiva in ambienti e modalità protette’. Già, ma intanto il sasso è lanciato. C’è chi insorge. Il più drastico di tutti è Pierluigi Bersani: ‘Andrà ricordato ai presidenti leghisti - dice il segretario Pd - che Piemonte e Veneto restano in Italia e in Europa. Dell’autorizzazione e dell’uso di un farmaco non decide un presidente di regione, tantomeno egli decide della libertà terapeutica, né può sostituirsi al rapporto tra medico e paziente. In ogni caso faremo comprendere a questi nuovi presidenti che non gli è stata messa in testa una corona da imperatore’. Ma anche Mercedes Bresso, che sulla pillola Ru486 probabilmente s’è giocata la riconferma, tiene duro: ‘Chiederemo ai direttori generali delle Asl di non rispettare l’invito di Cota. La legge va rispettata da tutti e si deve dare alle donne l’opportunità offerta dalla pillola Ru486 quando lo permettono l’Aifa e il ministero della Salute che, quanto a mi risulta, è ancora del Pdl’. E c’è chi plaude. Scontati i deputati leghisti (anche se si segnalano le perplessità del sindaco di Verona, Flavio Tosi: ‘Non sono d’accordo né con chi sbandiera la Ru486 come un rimedio a problemi legati a rapporti sessuali facili, ma neanche con chi dice che non bisogna assolutamente utilizzarla.

Vietarla a prescindere sarebbe sbagliato’), colpisce la soddisfazione di monsignor Rino Fisichella, presidente della pontificia accademia per la Vita. ‘Mi sembra - commenta il monsignore - che sia un atto profondamente significativo. Vale a dire quello di stare dalla parte della difesa della vita e dalla parte della difesa delle donne in un momento così drammatico, di una esperienza così drammatica’. Nello stesso giorno in cui il Papa richiama dunque gli uomini politici cattolici a ‘non accettare leggi ingiuste’, riferendosi proprio alla legge sull’aborto, il Vaticano coglie al volo la svolta leghista. ‘Per quanto io possa verificare e vedere - dice monsignor Fisichella - questi sono atti concreti che parlano da sé. E questi atti concreti che parlano da sé non fanno altro che manifestare una azione politica che certamente ha il supporto del proprio elettorato. Non è questione di essere cattolici o non cattolici: sui temi etici in difesa della vita, quello che tutti noi dobbiamo fare è riscoprire il valore fondamentale che è scritto in quella legge naturale che non è una invenzione né della Chiesa cattolica né dei cristiani, ma è una legge che esiste da sempre e che noi dobbiamo solo riconoscere’”. (red)

3. Regioni divise sulla pillola abortiva

Roma -“C’è chi ha già certezze incrollabili riguardo al ricovero ospedaliero, chi si appella ai tecnici per trovare una soluzione, chi attende una parola dalla politica, cioè dal nuovo consiglio regionale, e chi invita le Asl a bloccarla. Dopo aver spaccato il Parlamento prima di arrivare in Italia – scrive LA REPUBBLICA -, ora che è disponibile la Ru486 divide le Regioni. In poche condividono la stessa posizione. E mentre i governatori si muovono in ordine sparso, le farmacie ospedaliere iniziano ad ordinare il medicinale arrivato in Italia lunedì scorso. In certi casi le richieste arrivano un po’ inaspettatamente: il distributore della pillola abortiva, la Nordic Pharma Italia, ieri pomeriggio era già stato contattato da ben cinque strutture della Lombardia, la Regione del presidente di Cl Formigoni e dell’assessore Colozzi, che come membro del cda dell’Agenzia italiana per il farmaco è stato l’unico a votare contro l’introduzione della Ru486 nel nostro paese. Fatebenefratelli, San Carlo, Mangiagalli e Sacco di Milano, insieme all’ospedale di Varese, si sono subito fatti vivi con il distributore, qualcuno ha già chiuso l’ordine. La stessa richiesta è arrivata dal Sant’Anna di Torino, a dispetto delle affermazioni del neopresidente Cota. Il primo contratto in assoluto è stato chiuso dalle Asl della costa della Toscana, dove nel 2005 si avviò l’acquisto all’estero, caso per caso, della pillola. Richieste anche dall’Emilia e dalla Puglia.

Dalle altre Regioni non si è ancora mosso nessuno. Del resto in molte amministrazioni locali non hanno pronte le linee guida sulla somministrazione. Per grandi linee, le posizioni sono tre. L’ultima in ordine di tempo è quella di chi non vuole usare il farmaco, cioè il Piemonte e il Veneto, dove i nuovi governatori leghisti hanno chiesto alle Asl di bloccare tutto. Si tratta di una strada impossibile da percorrere, come ha ricordato ieri, tra gli altri, il farmacologo Silvio Garattini. Un medicinale che entra nel prontuario farmaceutico equivale ad un Lea, livello essenziale di assistenza. Tutte le Regioni sono tenute ad assicurarlo ai cittadini, con le modalità che ritengono più giuste. Altrimenti violano la legge. Ieri i Radicali hanno assicurato sostegno legale per le donne a cui venisse ‘negata la libertà di scelta tra aborto chirurgico e farmacologico’. La seconda posizione è quella di chi vuole somministrare la pillola in ricovero ordinario. Si tratta della modalità richiesta dal ministero alla Salute, che ha di recente scritto a tutte le Regioni per ricordare che è dello stesso parere il Consiglio superiore di sanità. La Lombardia percorrerà questa strada e avrebbe già previsto di aumentare i letti di ginecologia per ospitare chi prende la Ru486.

Stessa scelta anche per una Regione di centrosinistra come la Toscana, per il Lazio e per la Campania. Le ultime due però non hanno ancora fatto le linee guida per i medici. Di solito passano tre giorni dall’assunzione del farmaco e l’espulsione, provocata da un altro medicinale. In quell’intervallo di tempo la donna dovrebbe restare in corsia, sempre che non firmi per tornare a casa. Proprio la non obbligatorietà del ricovero rischia di annullare la scelta delle Regioni che lo promuovono e potrebbe spingerne qualcuna a studiare sistemi per annullare questa possibilità. Con prevedibili conseguenze giudiziarie. C’è poi chi ritiene ancora di fare il trattamento in day hospital. L’Emilia ha usato questo sistema quando comprava il farmaco all’estero. L’altro ieri c’è stata una riunione dei professionisti in Regione e si annunciano nuove linee guida ma non è detto che segnino un cambiamento di rotta. Anche la Puglia potrebbe seguire la stessa strada, come le Marche. Il presidente della Liguria Burlando non ha ancora pronte le linee guida: ‘Spetta ai medici decidere come utilizzare la pillola, non ad un presidente di Regione’. Non tutti i suoi colleghi la pensano nello stesso modo”. (red)

4. La nuova strategia cattolico-padana

Roma -Scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA: “Era prevedibile che uno degli effetti collaterali della vittoria leghista alle regionali fosse l’accentuazione della sua strategia cattolico-padana. I veti sulla pillola abortiva lanciati ieri da Roberto Cota e Luca Zaia, neogovernatori di Piemonte e Veneto, sorprendono solo in parte; e altrettanto prevedibile era la ‘benedizione’ di monsignor Rino Fisichella. Si tratta di un asse impostato e rinsaldato da mesi, più o meno sotto traccia. Umberto Bossi e il suo partito l’hanno coltivato cancellando i ricordi di un paganesimo leghista che associava i papi e i vescovi a ‘Roma ladrona’ e preferiva i riti celtici a quelli cristiani. E la Chiesa cattolica da tempo osserva compiaciuta questa conversione, perché è a caccia di sponde politiche che sostengano la sua agenda. Basta pensare ai colloqui che il ministro e capo leghista aveva avuto nell’autunno scorso prima col presidente della Cei, Angelo Bagnasco, e poi col segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone: mosse che il quotidiano la Padania aveva celebrato come l’ufficializzazione di un legame identitario. Allora, si indovinò la voglia di Bossi di entrare in competizione con Silvio Berlusconi su un terreno che era stato sempre monopolio del presidente del Consiglio; e di riempire lo spazio lasciato libero da Gianfranco Fini, un interlocutore dal quale la Santa Sede si è sentita trascurata, se non tradita.

Ma l’iniziativa controversa di Cota e Zaia sembra aprire la seconda fase della strategia cristiana della Lega: una battaglia ‘sui valori’ giocata di nuovo dentro il centrodestra, con il supplemento di potere dato al Carroccio dal voto regionale; ma rivolta anche ad insidiare le sacche cattoliche residue nell’opposizione. È come se Bossi applicasse la tecnica del partito pigliatutto anche nei rapporti con il Vaticano. In fondo, Cota non si è lasciato sfuggire l’appoggio dell’Udc di Pier Ferdinando Casini e di Rocco Buttiglione alla candidata piemontese del centrosinistra, Mercedes Bresso: una delle bestie nere dei vescovi proprio sulla pillola Ru486. È stato un passo falso che ha finito per mettere l’Udc sulla difensiva soprattutto per il successo del Carroccio. Quanto ad Emma Bonino, sconfitta nel Lazio, il centrosinistra ha tentato un po’ goffamente di escludere l’esistenza di un caso fra l’esponente radicale e il Vaticano: anche dopo il monito duro e ai confini dell’ingerenza di Bagnasco alla vigilia delle elezioni. La stessa Bonino ha cercato di accreditare questa tesi, tranne poi spiegare di essere stata battuta perché nelle province laziali il peso della Chiesa cattolica è molto forte: una spiegazione che ha un po’ il sapore dell’alibi. C’è dunque un secondo vuoto che la Lega si ripropone di coprire nei rapporti con il mondo cattolico, ed è quello lasciato da alcune scelte contraddittorie del Pd. L’operazione, dunque, è a tutto campo. Bossi sfrutta le difficoltà attuali delle gerarchie ecclesiastiche.

E cerca di piegare le posizioni della Cei alle priorità leghiste in materia di lotta alla diffusione dell’islamismo; all’immigrazione clandestina; e di competizione sia col Pdl che con la sinistra. Per raggiungere lo scopo non esita a bacchettare i cardinali che ritiene ‘fuori linea’, come avvenne nel dicembre scorso contro l’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, considerato dai leghisti troppo ‘filo-islamico’. L’offensiva di Cota e Zaia riflette un leghismo popolare, cristiano e padano che offre i propri ‘crociati’ alla Chiesa cattolica; ma in cambio pretende un collateralismo senza cedimenti sui temi che interessano al partito. Al Carroccio il Vaticano serve per accentuare il suo ruolo di perno del centrodestra e, in prospettiva, del sistema. E ai vescovi, in questa fase convulsa, l’appoggio astuto di Bossi è utile forse perfino di più per arginare la sensazione di una solitudine inedita. Ma il ‘federalismo della pillola abortiva’ è una di quelle iniziative destinate a dimostrare quanto sia complicato e discutibile bloccare una legge dello Stato; e come l’alleanza Lega-Vaticano abbia confini geografici e politici che finiscono per esaltarne non la forza ma i limiti e l’ambiguità”. (red)

5. Berlusconi sbarca su Facebook

Roma -Scrive LA STAMPA: “Berlusconi su Facebook, è la novità. Non con un suo profilo, certo. Ma per la prima volta il Grande Comunicatore è approdato in persona sul primo social network con un suo discorso, corredato da foto sorridente-soddisfatta, in cui ringrazia i lettori del Giornale (è il suo quotidiano in realtà ad aver aperto una pagina su Facebook) nonché i suoi elettori. Annunciando pure che continuerà a usare quel gazebo elettronico per informare/consultare elettori e fan sulle prossime riforme. Primo risultato: alle 5 del pomeriggio c’erano già quasi 1000 commenti, anche se almeno la metà erano dei vaffa... o quasi. Questo è il web, bellezza. Ne sa qualcosa Mastella, che dovette chiudere subito per la valanga di insulti. Meglio andò a Veltroni che, entusiasta di Obama e della sua vincente campagna on line aprì un profilo, annunciato da Repubblica che gli portò 5000 contatti immediati. Mentre Brunetta è presente su Youtube, dove lo stesso Berlusconi fa ogni tanto arrivare i suoi videomessaggi (3 nell’ultima campagna elettorale). E anche Di Pietro, che si attivò addirittura su Second Life, ci chiacchiera abitualmente, ma non è che risponda ai commenti. Lo stesso fanno i politici che hanno un loro blog (quasi tutti), spesso nemmeno aggiornato, ormai è uno status symbol. Eppure il blog di Grillo è tra i più cliccati del mondo.

La moda di Internet viene ovviamente dagli Usa, dove per primo nacque Move.on. ‘Diamoci una mossa’ per arginare il bushismo dilagante, organizziamoci, era il messaggio nel lontano 2003, quando i social networks neppure c’erano, e nemmeno Youtube. Funzionò. Move.on appoggiò Howard Dean, quasi sconosciuto governatore democratico del Vermont, e riuscì a portarlo a un passo dalla presidenza. Il reticolo di internauti democrats ormai esisteva, e Obama lo utilizzò alla grandissima. Usò Youtube e, innervandolo nei social networks sorti nel frattempo, dilagò nell’enorme piazza elettronica, raccogliendo anche un bel po’ di fondi. Clamoroso il successo del suo discorso “Yes we can”, quando vinse alle primarie del New Hampshire, trasformato in un video musicato da un gruppo di fan e visto da decine di milioni di americani. E continua tutt’oggi, con 1.5 milioni di ‘amici’ solo tra Facebook e MySpace, sui quali tiene il discorso del sabato. Al ‘modello Obama’ dice di essersi ispirato Antonio Palmieri, onorevole Pdl ex Mediaset, organizzatore del Silvio on the web. Cominciò nel ‘95 col sito di Fi, poi evoluto in quello del Pdl dove, dopo l’attentato di Milano, il messaggio sull’’amore che vince sempre sull’odio’ raccolse così tanti commenti da farne venir fuori un libro.

Oggi va fiero di Forzasilvio.it, che definisce ‘social network di proprietà’, nel senso che raccoglie commenti. ‘In 10 mesi siamo arrivati ad avere 233.000 utenti registrati’, dice orgoglioso paragonandoli, fatti i debiti parametri di abitanti e internauti in Usa e qui, agli amici di Obama. ‘Social network Forzasilvio.it? Ma non scherziamo’, ironizza Mario Adinolfi, il maggior Cybernauta del Pd, pioniere del genere. ‘Ma se filtrano persino i commenti! I social network sono l’opposto, una piazza fondata sul dialogo continuo. E dallo staff di Obama addirittura rispondono a ogni critica, purché sensata’. Obama è il primo presidente ad avere il Blackberry sempre con sè (i servizi non volevano), ‘Berlusconi non sa neppure cosa sia il computer, lo ha detto lui stesso. E usa il web come la tv: con messaggi dall’alto verso i fan, purché ossequienti’. E’ anche un fatto generazionale, certo. E pure il Pd, a detta di Adinolfi, ‘per quanto si stia evolvendo, ha ancora molto da imparare per superare la tentazione del centralismo democratico. Speriamo lo faccia in fretta, per conquistare gli under 25 che non vanno più a votare’”. (red)

6. Il premier porta il suo “piano” al Colle

Roma -Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Qualcuno, minimizzando, diceva che sarebbe stata soltanto l’occasione per uno scambio di auguri. In realtà il faccia a faccia di ieri mattina al Quirinale tra Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano (definito ‘sereno e disteso’) è un passaggio cruciale verso una normalizzazione dei rapporti al vertice dello Stato, dopo mesi di strappi e alta tensione, al limite dell’incomunicabilità. E un esempio in questo senso veniva dall’interruzione della consuetudine dei ‘colloqui al caminetto’, nei quali i premier di solito informano il presidente della Repubblica sui temi in agenda del governo, prima di ogni Consiglio dei ministri. Un incontro, questo che ha preceduto la partenza del capo dello Stato per una breve vacanza sulla Costiera Amalfitana, a Positano, chiesto da Palazzo Chigi e durato poco meno di un’ora. Con un Cavaliere naturalmente euforico per i risultati del voto, che ha preso la parola quasi senza interruzioni e si è infervorato a spiegare la svolta che intende imprimere agli ultimi tre anni di legislatura. Che saranno anche tre anni di tregua elettorale, con il capitolo delle riforme sopra ogni altro e la promessa di ricercare l’intesa con le opposizioni.

Berlusconi, conciliante, ha anzitutto sdrammatizzato la bocciatura della legge sul lavoro, per la quale ha assicurato correzioni coerenti con i rilievi indicati da Napolitano nelle motivazioni del rinvio alle Camere. Per il resto, a parte qualche digressione sulla nostra diplomazia (la settimana scorsa si è chiuso un delicato Consiglio d’Europa), i ragionamenti del premier si sono concentrati sui temi della giustizia. Che restano lo snodo potenzialmente più conflittuale della prossima stagione politica. Tra la legge sulle intercettazioni (che il ministro Guardasigilli, accelerando, vuole varare nell’arco di poche settimane) e la legge sul processo breve (per ora ferma su un binario morto parlamentare, ma alla quale l’esecutivo non ha mai del tutto rinunciato), si inserisce la questione del ‘legittimo impedimento’. Una norma decisiva per il Cavaliere, sotto processo a Milano per il caso Mills, e che il capo dello Stato, a termini di Costituzione, dovrà ratificare o respingere entro il 10 aprile. Ha dunque ancora qualche giorno in più per rifletterci sopra. Difficile azzardare ipotesi sulla sua scelta finale. Da un lato si osserva che sembra poco probabile che il Quirinale voglia assestare un secondo e consecutivo stop ad un provvedimento del governo: il fair play appena ritrovato potrebbe sparire di colpo.

I sostenitori di questa tesi ispirata a una sorta di opportunità politica tale da condizionare il vaglio tecnico costituzionale, rafforzano la loro scommessa ricordando che Napolitano aveva a suo tempo approvato il Lodo Alfano. Come dire che, con quella firma, aveva di fatto convenuto sulla necessità di adottare un qualche strumento legislativo per consentire al premier di lavorare senza l’incubo delle udienze processuali. Se non che, andrebbe pure rammentato che quel lodo fu poi cassato dalla Corte Costituzionale, ciò che complica parecchio il compito del Colle. Ancora: andrebbe messo in evidenza che in un passaggio del testo sul ‘legittimo impedimento’ sotto esame, si parla di legge-ponte, anticipando così la prospettiva di disciplinare in seguito la materia attraverso una legge costituzionale. E questa in fondo è un’esplicita ammissione che il metodo della legge ordinaria non è adeguato a offrire lo ‘scudo’ preteso da Palazzo Chigi. Sono dilemmi che per essere sciolti richiederanno tutta la sottigliezza giuridica dei consiglieri del Quirinale e tutto il rigore e l’equilibrio cui può attingere, con la sua lunga esperienza, Giorgio Napolitano”. (red)

7. Schifani: Fiducioso nelle riforme, con l’aiuto di tutti

Roma -In una intervista al CORRIERE DELLA SERA, il presidente del Senato, Renato Schifani, appare “moderatamente ottimista sulle riforme. A patto che si arrivi a definirle entro una cornice di confronto proficuo con l’opposizione, perché ‘la storia insegna che tutte le buone riforme costituzionali sono state quelle che hanno visto un’ampia collaborazione fra le forze politiche’. Il testo sulle intercettazioni sarà un banco di prova. ‘Circa un anno fa ho lanciato un appello per una pausa di riflessione, ora mi aspetto che questo dia i suoi frutti, da parte di tutte le forze politiche. Sarebbe imperdonabile il contrario’. Non crede che i magistrati avranno uno strumento in meno per indagare? ‘Occorre un giusto bilanciamento tra due esigenze. Quella di impedire l’ormai consuetudinaria pubblicazione di intercettazioni che non solo violano con violenza la privacy dei cittadini, ma che a volte addirittura danneggiano l’andamento delle indagini. E quella tesa a disciplinare l’utilizzo delle stesse come mezzo di indagine, per regolarne meglio la durata oltre alla tipologia dei reati per i quali possono essere utilizzate. Ritengo che il ddl affronti abbastanza compiutamente il primo problema, mentre sul secondo aspetto è nato un confronto acceso sul pericolo che la formula "evidenti indizi di colpevolezza" vanifichi l’uso di un importante mezzo istruttorio’.

È la denuncia dell’opposizione e dei magistrati. ‘Il problema in effetti esiste ed ecco perché ho apprezzato la disponibilità a rivedere la formulazione da parte del ministro Alfano: a volte dietro gli aggettivi si nasconde la sostanza di problemi. Mi sento personalmente fiducioso e ottimista. E mi auguro che il raggiungimento di un’intesa sul tema possa costituire l’inizio di un nuovo clima di collaborazione sul principale tema delle riforme costituzionali’. Dopo anni di dibattito è la volta buona, come ritiene il governo? ‘Abbiamo la fortuna di avere davanti tre anni di legislatura senza elezioni, fisiologicamente portatrici di tensioni e scontri tra le parti. Sono fiducioso per il semplice motivo che i temi oggetto di riforma costituzionale sono ampiamente noti agli schieramenti, sono stati a lungo dibattuti in Bicamerale e nelle legislature successive. Vi è consenso unanime sulla semplificazione legislativa, attraverso l’abolizione del bicameralismo perfetto e l’istituzione del Senato federale. Altrettanto consenso si registra sulla riduzione del numero dei parlamentari e su una maggiore stabilità della forma di governo, attraverso l’elezione diretta del presidente della Repubblica o del premier. Si tratta a questo punto di partire subito dai temi condivisi per poi sviluppare un ragionamento più ampio sulla forma di governo. Sono di più i punti condivisi rispetto ai punti in cui esistono divergenze. Occorre soltanto che le due parti rimuovano gli steccati e si incontrino’. Visti i precedenti... ‘Si può e si deve fare, ne va dell’interesse del Paese’.

Berlusconi parla da anni di grande riforma della giustizia. Si farà? ‘Tre anni non sono molti. Secondo me occorre partire con un progetto organico di riforma costituzionale. Altrimenti si rischia di realizzare un lavoro incompiuto. Se vogliamo fare le riforme seriamente occorre partire in modo parallelo, emi auguro vivamente che l’opposizione, ove non dovesse condividere le proposte sulla giustizia, non si trinceri pregiudizialmente sul dibattito relativo alle riforme costituzionali’. Per il presidente della Camera le riforme devono essere fatte in modo condiviso. È d’accordo? ‘La Costituzione disciplina le ipotesi di riforme con maggioranze non qualificate e referendum. Il governo può legittimamente anche riferirsi a questa strada, tuttavia la storia insegna che tutte le buone riforme sono state quelle che hanno visto un’ampia collaborazione fra tutte le forze politiche’. Cosa crede debba essere modificato dell’ordinamento giudiziario? ‘Occorre una riforma che consenta al cittadino di sentirsi in una posizione paritaria tra chi lo difende e chi lo accusa, con una reale e organica autonomia del giudice rispetto al pm. Poi, naturalmente, è necessario che si accorcino i tempi di attesa’. La separazione delle carriere? ‘Già la normativa attuale della separazione delle funzioni sta producendo dei frutti, ma il problema è anche culturale, la separazione delle carriere opera un netto distinguo psicologico e istituzionale tra chi accusa e chi giudica’. L’altro punto riguarda il Csm. ‘Lungi da me il criticarne l’operato ma non vi è dubbio che per riconoscimento unanime si muove su basi correntizie, che di per sé non costituiscono garanzia di piena e totale neutralità di giudizio’.

Berlusconi ha avuto diversi scontri con Napolitano. Lei è parso più vicino a Palazzo Chigi. È così? ‘Non è questione di distanze, il mio rapporto con il presidente del Consiglio nasce da una lunga e stretta collaborazione politica, protrattasi per ben 7 anni come capogruppo di Forza Italia. Del presidente Napolitano ho sempre difeso le prerogative, oltre ad elogiarne l’equilibrio e la saggezza. Lo faccio sia in pubblico che in privato. Bisogna riconoscere al Colle un grande, apprezzabile ed ammirevole impegno nel richiamare sistematicamente la politica a procedere a riforme costituzionali, un grande stimolo che non può e non deve essere mortificato perché mosso da un’esigenza imprescindibile: migliorare il funzionamento del sistema Paese’. Il controllo del Quirinale sugli atti del governo più di una volta ha suscitato l’irritazione del Cavaliere. Chi ha ragione? ‘Non è in questi ultimi anni che la Presidenza della Repubblica ha accentuato un controllo più attento sulla costituzionalità del processo legislativo, questo nuovo scenario non nasce con Napolitano. Prima evidentemente questo filtro era più debole, ma visto che è finalizzato ad evitare interventi della Consulta, non può essere che virtuoso’.

Berlusconi e Fini hanno avuto parecchie incomprensioni. Come finirà? ‘Entrambi hanno attuato il secondo importante progetto di semplificazione della vita politica italiana, il Pdl, il primo è stato la costituzione del Pd. E’ stato un passaggio storico, di cui avvertono la responsabilità. Al di là di eventuali episodiche diversificazioni il loro percorso non può che essere unitario. Non si può né si deve tornare indietro: sanno bene entrambi che la nascita del Pdl è stata voluta dalla base elettorale’. L’exploit della Lega sposterà il baricentro dell’azione di governo? ‘Ritengo che l’alleanza fra Bossi e Berlusconi sia strategica e granitica’. Cosa pensa delle accuse al presidente della Regione Sicilia? ‘Sono un garantista, credo fermamente nella presunzione di non colpevolezza, mi auguro che il presidente Lombardo possa dimostrare la sua totale estraneità alle accuse. Anche nell’interesse della stabilità dell’importante istituzione che guida’”. (red)

8. Calderoli: La Lega salvavita del premier

Roma -“Sorride di gusto, Roberto Calderoli, nel ricordare – in una intervista al GIORNALE - l’ironia mattutina di Silvio Berlusconi: ‘Mi sa che dovremmo mettere il Pdl nella Lega e non viceversa...’. Battuta concessa agli amici padani da un premier ‘contentissimo’, perché ‘è come se i nostri voti li avesse preso pure lui’ e dalle Regionali ‘il nostro rapporto esce rafforzato’. Per capirci, ‘i su e giù che ogni tanto compaiono nel Pdl vengono compensati dal Carroccio, vero ammortizzatore politico e sua assicurazione sulla vita’. C’è dunque ‘assoluta intesa’ tra Cavaliere e Senatùr, grazie pure al loro ‘rapporto umano fuori dal comune’. Una garanzia in più, ministro, per la tenuta del centrodestra? ‘Assolutamente sì. Non a caso, sempre a margine del Cdm, a cui per la prima volta Bossi si è presentato in anticipo, Berlusconi ha ribadito che lascerà la politica il giorno stesso in cui si ritirerà Umberto’. Perché allora non vi federate? ‘Non ho più sentito parlare di questa opzione da quando l’abbiamo rifiutata. Ma il nostro valore aggiunto è intercettare altri consensi. Quindi, che differenza fa, dato che il tandem è già perfetto?’. Si eviterebbero forse altri mugugni: vedi la candidatura a sindaco di Milano avanzata da Bossi. ‘Tutto ciò che per voi è discussione, polemica, in realtà non esiste’.

Sarà. ‘È così. E come sempre i due risolveranno tutto in un minuto, a quattr’occhi. Entrambi guardano al risultato finale, come avvenuto per Veneto e Piemonte, ottenendo un risultato stratosferico’. A proposito, mollerete il ministero dell’Agricoltura, in capo al neo-governatore Luca Zaia? ‘Idem come sopra’. E come la mettiamo con la rabbia di Renato Brunetta? ‘Acqua passata. È finita stamattina (ieri per chi legge, ndr) a Palazzo Chigi, con l’abbraccio tra lui e Bossi. L’amarezza rimane, è naturale: a nessuno piace perdere nella propria città. Ma sia su di lui che su Roberto Castelli a Lecco ha influito il mantenimento del doppio incarico’. Ma vale pure per voi. ‘Sì, è sempre inaccettabile. È ora di finirla, avverrà presto. Il premier concorda in pieno’. Intanto lo incontrerete la settimana prossima per delineare la ‘road-map’ sulle riforme. ‘Già, non possiamo perdere l’occasione. Si deve sfruttare l’incrocio astrale favorevole. Nei prossimi tre anni, senza elezioni, dovremo sederci tutti attorno a un tavolo’. Sedia pure a Gianfranco Fini? ‘Ci mancherebbe. E poi, come si punta a larghe intese se non hai il via libera nel tuo schieramento? Sarebbe un paradosso. È tutto ok e con il presidente della Camera ci siamo sentiti da poco’.

Auguri pasquali? ‘Non mi ha chiamato solo per questo. Ci vedremo presto per festeggiare e parlare di riforme’. Condivise. Un tormentone? ‘No, è l’occasione giusta anche per il Pd, l’unico strumento per uscire dall’angolo. Deve assumere un ruolo diverso per volare alto. Bersani la testa ce l’ha e credo che da lui arriverà una risposta positiva’. Presidenzialismo come contrappeso al federalismo? ‘Sì. E stiamo già approfondendo una variante rispetto al premierato proposto da Berlusconi’. A cosa allude? ‘Con le giuste modifiche, il sistema che meglio si adatta all’Italia credo sia quello del semi-presidenzialismo alla francese. Porterò le carte al premier e, conoscendolo, la proposta cadrà a fagiolo’. Quali sarebbero le modifiche? ‘Posso dire che stiamo ragionando molto sui bilanciamenti, necessari per arrivare a un sistema che regga senza accentrare troppo’. Ma non eravate contrari? ‘Anche noi in passato abbiamo avuto molte perplessità. Ma la scelta del capo dello Stato finora è sempre stata affidata alla politica. Sarebbe meglio invece dare la scelta ai cittadini: è la vera democrazia’. E poi, giustizia e fisco, su cui il federalismo inciderà molto. ‘Non c’è dubbio. E poi il governo ha già la delega al riordino del sistema fiscale, su cui lavora da tempo Tremonti. Passate le elezioni, presto vedranno la luce quasi tutte le iniziative in cantiere’. La prima? ‘Arriverà a maggio con il decreto sul federalismo demaniale. Si parla di decine di miliardi di entrate “fresche” per gli enti locali, senza incidere sulla pressione fiscale’”. (red)

9. Bersani: Pd in piedi, ma Berlusconi è ostacolo

Roma -Scrive LA REPUBBLICA: “Ha scelto la strada del senza mediazioni, quasi un dialogo a tu per tu tra il segretario e la base. Non un’intervista, non una riunione con i gruppi parlamentari, tantomeno con i 49 senatori che l’altro ieri lo hanno attaccato attraverso una lettera aperta. Pier Luigi Bersani ha scritto ai circoli del Pd, cioè agli 800 mila tesserati. A chi ha fatto la campagna elettorale per le regionali, non a quei parlamentari che ‘non si sono visti nei loro collegi’, si sentiva dire ieri nello staff del segretario. ‘Il Partito democratico è in piedi’, è il messaggio ai segretari delle antiche sezioni. ‘Ora acceleriamo’. E una "lettera", una replica la rivolge anche a Silvio Berlusconi sulle riforme. ‘Noi siamo disponibili, il premier no - dice il segretario -. Per farle dovrebbe funzionare il Parlamento, ma non è così perché il governo fa i decreti e mette 31 fiducie. Parliamo prima della crisi, se vogliono, poi delle riforme istituzionali: superamento del bicameralismo, riduzione dei parlamentari, legge elettorale, preferenze. Ma il Pdl non ce la meni con il dialogo o il non dialogo’.

Nella lettera ai circoli Bersani dice, sul Pd, ciò che finora aveva dribblato. La sconfitta, l’amarezza, l’assenza di una proposta già credibile e percepita. ‘Sentiamo forte in queste ore la delusione per avere perso la guida di alcune regioni - dice il segretario del Pd-. La delusione è solo in parte attenuata dal fatto che abbiamo conquistato comunque la presidenza di sette tra le tredici regioni in palio’. Il segretario, dati alla mano, continua a sottolineare il declino berlusconiano: ‘C’è un arretramento consistente dei consensi del Pdl, solo in parte compensato dalla crescita della Lega. Le distanze tra il centrodestra e il centrosinistra sono oggi sensibilmente inferiori rispetto a un anno fa’. Ma il tramonto di Berlusconi non è stato intercettato dal Pd: ‘La possibilità di cambiare il corso delle cose è legata alla nostra capacità di offrire un’alternativa positiva e credibile. Adesso dobbiamo accelerare. Ripartire mettendoci al lavoro per rafforzare il nostro progetto e per dare radicamento al Pd’. Di tutto questo, nel partito si può discutere liberamente, ‘ma non per dibattiti autoreferenziali che potrebbero allontanarci dal senso comune’.

È anche una risposta ai 49 senatori "dissidenti", molti dei quali ieri hanno fatto una mezza marcia indietro, negando aggressioni allo stato maggiore. ‘In pochi mesi - spiega Andrea Orlando - potevamo concentrarci solo sulle alleanze. È evidente che non basta. Adesso lavoriamo sul progetto, un partito dell’unità nazionale, della nuova Repubblica che difende i lavori della Costituzione. Invece di parlare di imborghesimento, i dirigenti ci aiutino in questa sfida’. Dalla parte di Bersani si schiera pienamente Franco Marini, uno dei leader della minoranza. ‘Bersani è il leader oggi e penso possa essere anche il candidato premier’, prevede l’ex presidente del Senato. Si placa a fatica un’altra polemica, quella tra i giovani. Matteo Renzi e Nicola Zingaretti se le danno di santa ragione. ‘Sei un vile’, attacca il sindaco di Firenze per la mancata candidatura del presidente della provincia di Roma alla Regione. ‘Sei un carrierista. Ho solo rispettato il voto degli elettori della Provincia’, ribatte Zingaretti. Debora Serracchiani assiste sconsolata: ‘Facciamoci del male’”. (red)

10. Pd, Vendola pensa alle primarie del 2012

Roma -Scrive LA STAMPA: In queste ore per lui così complicate, una dei refrain che più irritano Pier Luigi Bersani è quello di una ipotetica Opa di Nichi Vendola sul Pd: ‘Ma una forza di quelle dimensioni - si è sfogato il segretario democratico - può mai immaginare di lanciare un’Opa su un grande partito come il nostro?’. E ieri mattina, sia pure con quel suo approccio pragmatico, Bersani ha parlato di questo e di altro proprio con Vendola. Colloquio tenuto riservato, quello tra il leader del Pd e il personaggio più ‘trendy’ del momento, ma la chiacchierata è servita a misurarsi la palla, a capire in che misura il neo-Governatore della Puglia possa essere interessato al ‘cantiere’ che il segretario del Pd intende aprire a tutte le forze di sinistra. Certo, Vendola non pensa ad un’Opa sul Pd ma a qualcosa di più realistico e al tempo stesso di più ambizioso, qualcosa che il Governatore si è ben guardato dal confidare a Bersani. Vendola si è imposto un traguardo: partecipare alle Primarie che nel 2012 - o prima se le cose dovessero precipitare - designeranno il candidato del centrosinistra alla guida del Paese. Dunque, Vendola ha deciso: sfiderà il candidato ufficiale del Pd, provando a ripetere il ‘miracolo pugliese’.

Stare ‘dentro’ le Primarie nazionali è un obiettivo che Vendola ha deciso e pianificato: già in queste ore, i suoi uomini stanno avviando contatti informali con movimenti e partiti con un obiettivo esplicito, le Primarie del 2012. Naturalmente le ambizioni di Vendola non rappresentano il primo dei problemi del Pd di Bersani. Certo, il risultato è stato deludente - e comunque così è stato percepito dalla maggioranza dell’opinione pubblica simpatizzante - ma finora la realtà del dopo-elezioni è stata allarmata, ma meno cruenta delle rappresentazioni date dai mass media, che hanno parlato di ‘assedio’ e di ‘resa dei conti’. Sintomatico il documento dei 49 senatori, inviato due giorni fa a Bersani, nel quale si invocava un generico ‘cambio di marcia’. Il documento non è stato firmato dai senatori che da sempre contrappongono una linea alternativa alla segreteria Bersani (i ‘liberal’ Morando, Tonini, Ceccanti, anche se l’aspetto più curioso della vicenda è che diversi dei firmatari ieri si sono fatti vivi col segretario per spiegarsi meglio, ridimensionare. E la stessa intervista di Walter Veltroni a ‘la Repubblica’ è ben argomentata nella denuncia dell’occasione persa (stavolta ‘i sondaggi davano in forte declino Berlusconi’), ma nell’invocare ‘un partito aggressivo e popolare’, non si traccia ancora un’idea di partito veramente diversa.

Ieri Bersani ha risposto ai critici, inviando una lettera ai segretari di circolo del partito: ‘Il Pd non è ‘fermo’, ma ‘in piedi e ora deve accelerare’ dopo un voto che ha creato ‘delusione’ e una certa ‘disaffezione’. Per rafforare il progetto del Pd non aiutano ‘dibattiti autoreferenziali che potrebbero allontanarci dal senso comune dei nostri concittadini’. Per il cantiere che vuole aprire a tutte le forze della sinistra, subito dopo Pasqua, Bersani si incontrerà anche con Riccardo Nencini, segretario del redivivo Psi, protagonista alle recenti Regionali di un exploit inatteso: i socialisti - dimostrando ancora un buon radicamento territoriale - sono riusciti ad eleggere 14 deputati regionali, uno in più della celebratissima Sinistra e Libertà di Vendola, sei in più della Federazione Prc-Pdci, per non parlare dei tre eletti dall’Api del duo Rutelli-Tabacci”. (red)

11. Rai, Minzolini richiama la Busi

Roma -Scrive LA REPUBBLICA: “Maria Luisa Busi resta alla conduzione del Tg1 delle 20. Ma sul suo tavolo è arrivata una lettera di richiamo di Augusto Minzolini: il direttore non ha gradito l’intervista a Repubblica in cui la giornalista criticava il suo Tg (che ‘perde ascolti’ e in cui si fanno ‘rappresaglie’). La lettera di contestazione è stata inviata per conoscenza al capo del personale, Luciano Flussi, chiedendo l’apertura di un procedimento disciplinare contro la giornalista: rea di non aver chiesto l’autorizzazione per l’intervista, di avere commentato la linea e i dati di ascolto del Tg1. Della ‘punizione’ da infliggere alla Busi è stato investito anche Mauro Masi, ma il direttore generale sarebbe restio a prendere iniziative. Anche perché la Busi è nel Consiglio nazionale della Federazione della stampa: può esprimere opinioni nell’esercizio delle sue funzioni di sindacalista, rilasciare interviste senza previa autorizzazione. La redazione del Tg1 appare spaccata. I comitati di redazione di Tg2, Tg3 e Rainews condannano la rimozione di tre conduttori del Tg1 ‘senza adeguate motivazioni professionali e senza offrire ai colleghi una collocazione adeguata all’importanza e alla centralità del ruolo che svolgevano’. Tiziana Ferrario, uno dei volti rimossi, si limita a dire: ‘Sono molto stupita e amareggiata.

Minzolini mi ha comunicato per telefono la decisione di rimuovermi dal video. Io sono in vacanza, in Siria, gli ho chiesto di parlarne di persona dopo Pasqua, lui mi ha risposto che ha fretta di rinnovare il Tg1. Il ruolo che mi offre? Mi propone di fare l’inviata per le grandi aree. Non capisco di cosa si tratta. Vedrò’. Paolo Butturini, segretario dell’Associazione stampa romana, chiede una ‘mobilitazione a difesa della libertà di informazione’. Ma per Daniele Capezzone, portavoce Pdl ‘gli attacchi a Minzolini sono sempre più infondati e faziosi’. Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, parla di ‘indegno tiro al bersaglio contro il direttore del Tg1’, anche se ammette: ‘è vero, c’è stato un calo degli ascolti, che però coinvolge tutta la tv generalista’. Intanto, ieri è riapparso Santoro. ‘Sono qui per fare Annozero alla faccia di chi ci vuole male’, ha esordito il conduttore, ‘a meno che non si pensi di fare anche per me leggi ad personam’ Poi ha riproposto le immagini di Raiperunanotte”. (red)

12. Piazza Affari: addio di Capuano, arriva Jerusalmi

Roma -Scrive LA STAMPA: “Che la sua parabola fosse discendente era diventato chiaro un anno fa, quando gli azionisti spensero ogni italico entusiasmo preferendogli, per la guida del London Stock Exchange - il gruppo della Borsa di Londra -, addirittura un francese, Xavier Rolet. Poi, a gennaio, fu proprio il nuovo numero unno a levargli le deleghe per il post trading, creandogli sempre più il vuoto attorno. L’atteso divorzio tra l’Lse, dunque Borsa Italiana, e Massimo Capuano si è compiuto ieri, quando il manager ha rimesso tutte le cariche nel gruppo londinese, di cui era ‘deputy Ceo’, cioè vice ad, incluso quella di amministratore delegato di Piazza Affari, che è passata invece al responsabile del Capital Markets, Raffaele Jerusalmi, che invece non lo sostituirà nel board di Londra. Capuano resterà fino a fine luglio solo nel consiglio di Piazza Affari, per garantire un passaggio soft. Ma l’ingegnere che ha accompagnato la Borsa prima nella sua privatizzazione, poi nelle braccia di Albione, è fuori. Ieri, di fronte ai giornalisti, ha tentato in tutto i modi di dissimulare la sua amarezza. Dicendo che ‘dopo 12 anni a Piazza Affari’ trattasi semplicemente ‘di cicli che finiscono, non dal punto di vista temporale, ma di progetti e di obiettivi’.

Poi ammette che l’addio è stato preso ‘di comune accordo’ e ‘senza contrasti’ con Londra, è stata una ‘combinazione di interessi e di opportunità’. Insomma: se ne è andato e nessuno ha tentato di fermarlo. Anche perché Capuano che, con l’ex Ceo del gruppo Clara Furse (di cui era considerato il delfino, e guadagnava più di lei: ora avrà una profumata buonuscita), aveva condotto la fusione tra le due borse, era stato necessario a Rolet nei primi mesi di mandato. Allora si trattò di completare l’integrazione, progetto che oggi si guarda bene dal rinnegare, nonostante le critiche. ‘Ovviamente - dice - con il senno di poi possiamo avere tutti un certo livello di ragione. Continuo però a sostenere che è stata una decisione utile, le valutazioni si devono fare in un arco temporale più ampio dei due anni e mezzo trascorsi’. Tanto più che molti vantaggi del progetto, sostiene, ‘non si sono verificati per le difficili condizioni di mercato, ma sono certo gli obiettivi si potranno raggiungere’. Poi però arriva la crisi, cresce la concorrenza con le piattaforme alternative. Rolet taglia costi e personale. E focalizza il business sulla parte commerciale, quella che porta il grosso dei ricavi.

Capuano, invece, è della vecchia scuola italiana, considera la Borsa ‘dualistica’, in parte mercato ma che pure ‘deve essere per molte sue funzioni un’organizzazione istituzionale’. In Italia significa informativa societaria, ammissione alle quotazioni e sorveglianza degli scambi. A Londra la cosa interessa poco. Lo stesso Capuano, per l’accentratore Rolet, è divenuto ingombrante. Anche per questo viene scelto Jerusalmi, esperto di derivati e di mercati. Più commerciale. Ieri si presenta scravattato e assicura che la sua nomina, ‘è un segnale di continuità’. Spiega, il nuovo ad, che ‘il contesto esterno è molto cambiato sia a causa della crisi, sia per l’introduzione della Mifid, che ha portato dinamiche pseudo-competitive nei mercati dove noi operiamo. La sfida è giocare un ruolo in questi cambiamenti’. E assicura che ‘se oggi fossimo da soli saremmo in una posizione molto più debole e difficile’. Il primo impegno sarà il lancio il 14 aprile di un future sui dividendi. E Capuano? Le voci (che lui non commenta) lo vogliono in Consob, dove a luglio scadrà il mandato di Lamberto Cardia. Authority che dopotutto, col tempo, potrebbe anche riprendersi quelle attività istituzionali della Borsa che a Londra cominciano a considerare solo uno scomodo fardello”. (red)

13. Unicredit, Banca Unica al varo il 13 aprile

Roma -“Il progetto di Banca Unica (il ‘Bancone’, come viene chiamato confidenzialmente all’interno del gruppo Unicredit) sta andando ormai in discesa: il consiglio straordinario già convocato per il 13 aprile varerà definitivamente il riassetto che sta a cuore ad Alessandro Profumo. Ieri – racconta IL GIORNALE - il comitato strategico del gruppo ha approfondito, in particolare, la figura del Country manager, il soggetto che - sullo stile della maggior parte delle multinazionali - avrà un ruolo e una responsabilità di primo piano, visto che qui si tratta di fondere le attività bancarie nel nostro Paese. Figure di Country manager, nel gruppo Unicredit, esistono già in Germania, Austria e Polonia da circa un anno (Unicredit è presente in 22 Paesi). L’adozione di questo ‘istituto’ anche in Italia, comporta una riflessione anche su ruoli e responsabilità delle analoghe figure all’estero: l’approfondimento è in corso (nei prossimi giorni, prima del 13, sono previste altre riunioni), ma prevale al momento l’idea che dev’essere il Country manager a modellarsi sulle specificità del Paese, e non il contrario.

Per questo, potranno esserci delle varianti su uno stesso modello; ed essendo l’Italia il mercato-chiave per il gruppo, ne consegue che il Country manager italiano rivestirà un ruolo di assoluta importanza e delicatezza. Quello che lo stato del dibattito interno tende invece a escludere è che l’assetto del gruppo, dopo la creazione di Banca Unica, possa essere ‘filtrato’ da una subholding italiana. Allo stato, il ‘Bancone’ assorbirà al suo interno, come unica entità legale, le tradizionali attività della banca, che resteranno suddivise in tre divisioni opportunamente ‘rivisitate’. Quella retail si chiamerà ‘Famiglie e Pmi’, e accoglierà le imprese fino a 50 milioni di fatturato; sopra questa cifra, la divisione ‘corporate’ (che si chiamerà Corporate & investment banking-Cib); infine, la terza divisione resterà dedicata all’attività del ‘private banking’.Il tema da cui trae i fondamenti il progetto è di estrema attualità, specie dopo i risultati delle elezioni e il successo leghista: è il rapporto della banca con il territorio, che dovrà essere, nelle intenzioni, molto più stretto di oggi.

Banca Unica nasce per portare più a valle, in Italia, le deleghe operative affidate ai manager della banca, creando valore aggiunto con due azioni: la semplificazione dell’operatività e la rapidità dei tempi di risposta alle istanze della clientela. Dopo il consiglio straordinario di martedì 13, il piano proseguirà il suo iter di approvazioni, a cominciare da quella della Banca d’Italia. Entro la fine dell’anno tutti i passaggi tecnico-giuridici dovrebbero essere completati per poter varare alla piena attività la nuova configurazione all’inizio del 2011. L’attualità del progetto trova una sponda importante nel risultato elettorale. Tra i grandi azionisti di Unicredit ci sono infatti la Fondazione Cariverona (4,98% del capitale) e Cassamarca (0,8%), due realtà che risentono del trionfo del leghista Luca Zaia nel Veneto. E anche la Fondazione Crt, azionista con il 3,7% del capitale, potrà registrare i nuovi equilibri politici dopo l’elezione del leghista Roberto Cota in Piemonte”. (red)

14. Benzina, greggio ai massimi. Authority Usa in campo

Roma -Scrive LA REPUBBLICA: “Sospinto al rialzo dalla vigorosa ripresa dell’attività industriale in tutto il mondo, Cina in testa, torna di prepotenza il caro-petrolio. Ieri il greggio ha toccato gli 85 dollari a barile: è il massimo da 18 mesi, cioè dai tempi del crac Lehman. A conferma che non è un fenomeno isolato, tutta la categoria delle materie prime segue la stessa tendenza del petrolio, dall’acciaio al rame le quotazioni ritornano ai livelli massimi da un anno e mezzo. E di colpo si riaffaccia il rischio di un’inflazione da costi, alimentata dalla furiosa impennata dei prodotti di base. Anche i mercati valutari sono contagiati dalla febbre, con il franco svizzero che ieri ha raggiunto un record sull’euro. Ma stavolta le autorità americane non staranno a guardare. Con un tempismo significativo, il più importante organo di vigilanza sul trading delle materie prime ha in cantiere una svolta radicale. Saranno imposti limiti severi ai volumi di petrolio, gas naturale e altre materie prime che possono essere oggetto di speculazione finanziaria da parte di banche, hedge fund e altri operatori non industriali. È un dietrofront clamoroso che può cancellare gli effetti di vent’anni di deregulation nel trading dei derivati sulle materie prime.

Un colpo duro per le banche d’investimento, Goldman Sachs in testa. Tanto più che la nuova normativa aggiungerebbe anche l’obbligo di spostare tutte le transazioni su mercati ufficiali, trasparenti e regolati: la fine della cosiddetta ‘finanza ombra’ che è cresciuta a dismisura, finora al riparo da ogni forma di sorveglianza. Lo storico cambiamento è in cantiere alla Commodity Futures Trading Commission, la più importante authority americana del settore (e di conseguenza anche mondiale). Lo si deve al suo presidente Gary Gensler, uno degli uomini che meglio interpretano il nuovo corso dell’Amministrazione Obama verso i mercati finanziari. Gensler si sta muovendo con rapidità e determinazione per smantellare vent’anni di iperliberismo, i cui eccessi hanno avuto un ruolo nefasto nell’ultima crisi. Nel suo mirino c’è l’eccessiva concentrazione nelle mani di pochi operatori finanziari di un potere smisurato nell’influenzare i corsi delle materie prime. Un solo operatore finanziario come lo United States Oil Fund, per esempio, nella primavera del 2009 arrivò a concentrare su di sé un quarto di tutte le consegne di petrolio mondiale. Ma si tratta di consegne ‘virtuali’: i movimenti del prezzo del greggio da anni sono determinati da contratti futures che non corrispondono a transazioni reali, obbediscono a logiche speculative, amplificano in modo perverso gli andamenti previsti della domanda nell’economia reale.

I danni di queste fiammate poi vengono pagati da operatori come le compagnie aeree, l’industria manifatturiera, gli autotrasportatori. O peggio ancora, le galoppate speculative incendiano la protesta sociale in intere nazioni emergenti. Nella prima metà del 2008, alla vigilia della recessione, l’impennata delle commodities agroalimentari provocò ‘tumulti del riso’ in Indonesia e nelle Filippine. Ora Gensler vuole garantire che episodi di quel genere non si ripeteranno. E’ pronto a varare nuove regole che imporranno limiti quantitativi drastici all’azione degli operatori finanziari in questo settore: tre fra i maggiori gruppi di Wall Street nel mirino sono Goldman Sachs, J.P. Morgan Chase e Morgan Stanley. Si stima che in un anno normale il trading di derivati sulle materie pesi almeno per il 10% dei profitti di Goldman Sachs, ma ci sono state annate ben più generose. L’altro aspetto decisivo della nuova normativa sarà l’obbligo di far transitare tutte le operazioni sulle materie prime nelle Borse sottoposte a vigilanza, vietando quei contratti paralleli ‘over-the-counter’ che oggi si sottraggono a ogni forma di controllo”. (red)

15. Meno deficit, nuovo Fisco nel Dpef

Roma -Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Marzo non è stato un mese positivo, ma nonostante questo i conti pubblici italiani restano in linea con l’obiettivo di una riduzione del deficit pubblico. A marzo, secondo i dati comunicati ieri dal Tesoro, il fabbisogno del settore statale è risultato pari, in via provvisoria, a circa 18,1 miliardi di euro, superiore di circa 3,5 miliardi rispetto a quello registrato nel mese di marzo del 2009, pari a 14,6 miliardi di euro. La crescita del deficit di marzo, secondo il Tesoro, è dovuta unicamente ‘ai maggiori prelievi delle amministrazioni locali dai conti di tesoreria e ai maggiori interessi sui titoli del debito pubblico’, mentre sull’altro fronte il gettito tributario e contributivo ha manifestato ‘una sostanziale tenuta’. Malgrado il peggioramento di marzo, il disavanzo pubblico dei primi tre mesi dell’anno si mantiene su un livello decisamente più basso rispetto al primo trimestre dell’anno scorso. Tra gennaio e marzo il fabbisogno accumulato dal settore statale è ammontato a 26,9 miliardi di euro, 3,2 miliardi in meno rispetto allo stesso periodo del 2009. Un buon margine, dunque, nella prospettiva di una riduzione del deficit pubblico dal 5,3% con cui si è chiuso il 2009, al 5% fissato come obiettivo di quest’anno.

Un livello che permetterebbe la riduzione del disavanzo strutturale (il deficit depurato dalle una tantum e dalla componente dovuta all’andamento della congiuntura) di mezzo punto (dal 3,6% del 2009 al 3,1%) come il governo ha promesso alla Ue e ribadito appena pochi giorni fa al Fondo Monetario Internazionale. Il percorso di rientro dei conti pubblici non dovrebbe, allo stato, subire modifiche. Il governo fornirà il quadro aggiornato della situazione entro il mese di aprile con la Relazione Unificata sull’economica e la finanza pubblica. Dopodiché, a luglio, si comincerà a mettere a punto la Decisione di Finanza Pubblica (la Dfp, da concordare con le regioni ed approvare a metà ottobre) che sostituirà il Documento di Programmazione economica e sul quale si costruiranno entro dicembre la Legge di stabilità triennale (l’ex Finanziaria e la Legge di bilancio). Proprio nella Dfp di luglio dovrebbe cominciare a delinearsi il profilo della futura riforma fiscale nei programmi del governo. Una riforma che troverà attuazione in tempi non brevi, si parla della fine della legislatura, e che si intreccia con il federalismo fiscale che sta procedendo speditamente su un binario parallelo.

Anzi, sarà il federalismo a dare la prima spallata verso la semplificazione del sistema fiscale, uno degli obiettivi della riforma. Ci sarà un accorpamento dei tributi, ma soprattutto le tasse saranno collegate a precise funzioni di spesa affidate a regioni ed enti locali. Nello stesso tempo si metterà mano alla razionalizzazione con la ritrasformazione delle attuali detrazioni fiscali (che si sottraggono all’imposta lorda) in deduzioni (che si scomputano dal reddito imponibile). L’altro passaggio sarà l’affidamento all’Inps dell’assistenza svolta oggi impropriamente dal fisco (ad esempio con le attuali detrazioni per figli e familiari a carico, disabili, asili nido, badanti, spese sanitarie). E solo a quel punto, ed in funzione di quanto non sarà già stato affidato all’autonomia impositiva degli enti locali, si aprirà il dibattito sul numero e il livello delle aliquote delle imposte sui redditi”. (red)

16. Afghanistan, Karzai: Brogli colpa di Onu e Nato

Roma -Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Hamid Karzai rilancia lo scontro polemico con la comunità occidentale. Non è un fatto nuovo. Sono almeno due anni che i rapporti tra il presidente afgano e la coalizione Nato-Isaf appaiono in netto peggioramento. Nella primavera 2009 Barack Obama aveva addirittura ventilato di negargli il sostegno Usa alle presidenziali del 20 agosto scorso. Ma questa volta i toni raggiungono nuovi livelli di gravità. In sostanza Karzai riprende le accuse di brogli che gli erano state profferite dopo il voto e le rivolta con intensificato livore contro i commissari internazionali ‘colpevoli’, a suo dire, di interferire indebitamente nella politica interna del Paese. ‘Durante le operazioni di scrutinio non solo siete stati minacciati col terrore, ma avete anche subito la massiccia interferenza di forze straniere’, ha sostenuto durante una conferenza stampa da lui convocata a Kabul. E non ha esitato a nominare specificamente alcuni di coloro che considera ‘particolarmente responsabili dei brogli elettorali’.

Karzai ha quindi puntato il dito contro Peter Galbraith, l’americano che fu vice capo della missione Onu, e il generale francese Philippe Morillon, che a sua volta guidava la squadra di osservatori dell’Unione Europea. ‘Non ci sono dubbi che vi furono brogli. Ma la colpa non fu degli afgani, bensì straniera’, ha aggiunto. Polemiche vecchie. Nelle settimane seguenti il 20 agosto, Karzai si trovò via via sotto accusa. Gli osservatori segnalarono che circa un terzo delle sue preferenze erano invalide. Fino a che il 19 ottobre i commissari Onu decretarono che Karzai aveva ottenuto il 48 per cento delle preferenze, meno della soglia del 50 più uno necessaria per la vittoria secca. Il presidente avrebbe dunque dovuto sfidare al ballottaggio il suo diretto rivale Abdullah Abdullah, che aveva ricevuto il 31,5. La soluzione di compromesso era infine giunta il 7 novembre, quando l’inverno alle porte (e le conseguenti nevicate destinate a chiudere i seggi di montagna), oltre al rischio terrorismo e al ritiro di Abdullah avevano spinto ad accettare comunque la conferma di Karzai.

Una vittoria che lo ha lasciato però fortemente indebolito, delegittimato e soprattutto in aperto dissidio con gli ex alleati. ‘Si vivono settimane di grande tensione tra gli ambienti diplomatici di Kabul. È un momento difficile. Karzai si sente accerchiato’, ci ha detto ieri anche l’ambasciatore italiano Ettore Sequi, che proprio in queste ore sta lasciando Kabul dopo quattro anni a capo della missione italiana e altrettanti alla guida della rappresentanza europea. Non sembra abbia aiutato la visita improvvisa di Barack Obama in Afghanistan lo scorso weekend (la prima di Obama dall’inizio del mandato). In buona sostanza il presidente americano è giunto a chiedergli di fare molto di più nella lotta contro la corruzione e per migliorare l’efficienza degli apparati dello Stato. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il voto del parlamento di Kabul, che nelle ultime ore ha bocciato il tentativo di Karzai di ridurre il ruolo degli osservatori stranieri alle elezioni parlamentari previste per settembre. E su questo punto le accuse di Karzai sono state ancora più taglienti: ‘Gli stranieri cercheranno un alibi per boicottare anche le prossime elezioni. Vogliono un parlamento debole, battuto. E un presidente inefficace’”. (red)

17. Iran, la Cina apre a Obama: Pronti a nuove sanzioni

Roma -“Passano da Teheran e dalla sicurezza nucleare le prove di disgelo tra Cina e Usa. Dopo quattro mesi di alta tensione diplomatica – riporta LA REPUBBLICA -, Pechino e Washington riprendono il dialogo sul più urgente dei dossier internazionali. L’attenzione dei due governi, alle prese con una delicata exit-strategy dalla crisi economica, è rivolta principalmente ai problemi finanziari che uniscono e dividono le prime due potenze del pianeta. Il tentativo di ricostruire la fiducia personale tra Hu Jintao e Barack Obama, tuttavia, ha posto ieri l’Iran al centro dei negoziati. L’opposizione cinese alle sanzioni Onu, in realtà, resta. Pechino, riaffermando il proprio sostegno ad una soluzione pacifica e ad una via diplomatica, ha però accettato di sedersi al tavolo dove le misure saranno discusse. L’apertura è stata accompagnata dall’annuncio più importante. Hu Jintao il 12 e il 13 aprile sarà a Washington per partecipare al vertice sulla sicurezza nucleare e sul terrorismo. Fino a ieri si era temuto che la guerra interna al G2 avrebbe indotto il presidente cinese a disertare l’incontro, svuotandolo di significato e approfondendo la fase di incertezza tra i due Paesi. ‘La Cina attribuisce importanza alla sicurezza nucleare - ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang - si oppone alla proliferazione e al terrorismo, sostiene la cooperazione internazionale e spera che al summit si raggiunga un consenso fra tutti i Paesi’.

La dichiarazione è ‘aperta’, ma il messaggio è chiaro: l’indisponibilità della Cina a trattare, schierandosi in ogni caso al fianco di Iran e Corea del Nord, è stata rimossa e le trattative tra grandi potenze possono riprendere su scenari globali. Pechino ha teso la mano chiarendo di voler giocare la partita internazionale da protagonista. Sempre ieri il capo negoziatore iraniano, Said Jalili, è sbarcato a Pechino per discutere i programmi atomici con il vice presidente Dai Bingguo. L’Iran è per la Cina un indispensabile fornitore di petrolio e la missione è tesa ad assicurarsi che il cliente alleato non ceda alle pressioni di Usa e Ue. Mentre Jalili discuteva con il governo, il premier Wen Jiabao ha avuto una conversazione telefonica con il cancelliere tedesco Angela Merkel. La Germania, assieme a Francia e Gran Bretagna, spinge per indurre la Ue a sostenere la linea dura contro Teheran e per accelerare la risoluzione del consiglio di sicurezza Onu. La lunga giornata si è chiusa senza certezze. Il dato di fatto è che Barack Obama, dopo l’incontro con il presidente francese Sarkozy, è deciso a votare un testo Onu contro l’Iran ‘entro poche settimane’, e che Hu Jintao non si è autoescluso dal negoziato. Il governo cinese ha però raffreddato le speranze accese da alcune dichiarazioni partite dagli Usa.

L’ambasciatore all’Onu, Susan Rice, aveva assicurato che la Cina era pronta a ‘negoziati seri sul programma nucleare iraniano’, mentre il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, si era spinto ad annunciare che Pechino aveva ‘accettato di discutere la bozza di un testo per il varo delle sanzioni’. Offrendo ‘collaborazione’, la Cina ha così specificato di continuare ‘a premere la questione nella direzione di una soluzione pacifica attraverso il negoziato con tutte le parti interessate’. L’atomica di Teheran resta sul tavolo, ma la necessità di una collaborazione Cina-Usa sembra incrinare il fronte filo-iraniano. Hillary Clinton mercoledì ha ribadito il sostegno statunitense ‘a una sola Cina’, placando l’irritazione cinese per la vendita di armi a Taiwan e per l’incontro Obama-Dalai Lama. Con lo scontro su Google in corso, l’attenzione è ora al tasso di cambio dello yuan. Entro metà aprile il Tesoro Usa presenterà il rapporto semestrale sui Paesi manipolatori di valuta. Gli elettorati di Stati Uniti e Ue premono perché la Cina venga inclusa nella lista. Il viaggio americano di Hu Jintao e il dialogo sul nucleare anticipano l’ennesimo rinvio”. (red)

18. Abusi, dagli Usa accuse anche a Paolo VI

Roma -“Le accuse quotidiane contro le presunte copertura dei vertici della Chiesa nei riguardi di preti pedofili, toccano anche Paolo VI. Ieri – riporta il CORRIERE DELLA SERA - il sito web della catena tv americana Abc ha scritto, citando i legali delle vittime degli abusi sessuali in California, che Papa Montini fu messo al corrente degli episodi. E ha citato una lettera, che risale al 1963, inviata dal reverendo Gerard M.C. Fitzgerald. Ieri l’Osservatore romano riportava ben tre titoli sullo scandalo, a partire dalle dichiarazioni del Cancelliere tedesco Angela Merkel intervenuta a difesa di Benedetto XVI. Di un intervento del cardinale Angelo Scola a Venezia sulla ‘questione del peccato e del crimine commesso da sacerdoti e consacrati’, l’Osservatore Romano mette in evidenza le parole di affetto per Benedetto XVI che ‘tanto ha fatto e tanto fa per togliere ‘ogni sporcizia’ dalla compagine degli uomini di Chiesa’ e al quale ‘vengono rivolte accuse menzognere’. Poi ‘avverte’: ‘I vescovi italiani moltiplicheranno i loro sforzi per prevenire i casi di pedofilia’, anche attraverso ‘una leale collaborazione con le autorità dello Stato’. Il giornale vaticano apre il suo servizio con l’omelia del cardinale Angelo Bagnasco che ha sottolineato con forza che ‘ nessuna ombra, per quanto grave, dolorosa e deprecabile può annullare il bene compiuto’ da tantissimi sacerdoti.

Da parte sua il cardinale Levada fa sue le accuse rilanciate al New York Times di ‘mancanza di quella giustizia che dovrebbe essere la caratteristica di ogni giornale che goda di buona reputazione’ per aver ignorato le disposizioni severe e trasparenti del motu-proprio di Giovanni Paolo II del 2001. Un documento che metteva fine, secondo il Vaticano, a quella politica dell’insabbiamento durata fino a tutto il pontificato di Paolo VI, ieri chiamato in causa anche lui. L’arcivescovo di Milwaukee, dopo aver definito un ‘orrore’ il peccato di pedofilia commesso dai sacerdoti, ha difeso il cardinale Joseph Ratzinger: ‘Gli errori non sono stati fatti a Roma nel 1966, 1997 e 1998, ma qui nella nostra arcidiocesi, dalle autorità civili, da funzionari ecclesiastici e dai vescovi’. Ma proprio il suo predecessore, monsignor Robert Weakland, dopo un incontro in Vaticano nel 1998 con il cardinale Bertone, il vice di Ratzinger, definì di ‘lieve entità’ le misure proposte dal prelato per chiudere la vicenda del prete pedofilo Lawrence Murphy, secondo un documento pubblicato dal New York Times. In Germania il telefono amico attivato dalla Conferenza episcopale ha ricevuto nel suo primo giorno di attività quasi cinquemila chiamate. Mentre in Austria sarà pronta entro fine aprile la squadra di Waltraud Klasnic, presidente della commissione d’indagine voluta dalla Chiesa cattolica per indagare sui casi di abuso sessuale”. (red)

19. Olimpiadi 2012, gli inglesi accartocciano la Tour Eiffel

Roma -“Sulle prime può sembrare il Golden Gate ridotto a rottame da un gigante impazzito: enormi tubi rosso sangue che s’intrecciano impennandosi verso l’alto per poi riscendere in sinuose curve irregolari. È la nuova - spettacolare - scultura chiamata a dare un’anima al futuro parco olimpico che sta sorgendo nell’East End di Londra: porta la firma di Anish Kapoor e di certo non passerà inosservata. Tant’è vero che a presentarla, al quartier generale della Greater London Assembly, c’era il gotha della cultura britannica - nonché i grandi nomi della politica londinese. I numeri, in effetti, fanno spavento: con i suoi 115 metri d’altezza, l’ArcelorMittal Orbit sarà più imponente della Statua della Libertà di New York e almeno il doppio della colonna dedicata a Orazio Nelson. Non è dunque un caso che il sindaco della capitale Boris Johnson abbia per lei proposto il nomignolo di ‘Colosso di Stratford’, dal quartiere dove si terranno le Olimpiadi 2012. ‘So benissimo che qualcuno ci darà dei pazzi per aver deciso di costruire la più grande opera artistica della Gran Bretagna in tempi di recessione’, ha detto Johnson durante la cermonia di presentazione. ‘Eppure sentivamo il bisogno di dare al sito olimpico un extra, qualcosa che segnasse la skyline dell’East End, qualcosa che stuzzicasse la curiosità dei visitatori nonché dei londinesi’.

Ecco allora l’idea d’istituire una competizione delle eccellenze. In gara, oltre ad Anish Kapoor, tra i più celebrati artisti contemporanei e vincitore del Turner Prize, c’erano anche Antony Gormley e l’architetto Caruso St John. ‘Il nostro intento - ha ricordato Johnson - era quello di dotare la città di una grande attrazione che sarà riconosciuta in tutto il mondo anche dopo la fine dei giochi’. ‘Sono davvero onorato di essere stato chiamato a partecipare a quest’opera’, ha detto Kapoor. Che per la progettazione della scultura si è avvalso della consulenza di Cecil Balmond, uno dei massimi esperti mondiali nella progettazione di strutture di questo tipo. ‘Questa è l’occasione di una vita’. A ben vedere, comunque, il Colosso di Stratford non peserà molto sulle già esangui casse dello Stato. L’ArcelorMittal, l’azienda leader mondiale nel settore dell’acciaio guidata dall’ad Lakshmi Mittal, l’uomo più ricco del Regno Unito, staccherà infatti l’assegno più consistente per finanziare l’opera: 16 milioni di sterline sulle 19,1 preventivate. Il resto lo metterà la London Development Agency. Un modo di procedere che ha fatto storcere il naso a molti puristi: con la sua Tour Eiffel in salsa britannica, dicono, il comune di Londra permette a Mittal di compiere una sonora incursione nel reame dell’edilizia pubblica. Pubblicità, insomma, laddove non ci dovrebbe essere.

Critiche che Boris Johnson ha respinto al mittente. Le regole olimpiche, ha ricordato il sindaco, non permetteranno alla compagnia di esporre il proprio logo durante i giochi. E d’altra parte nemmeno il direttore della Tate Modern, Sir Nicholas Serota, che ha fatto parte della giuria, non vede nulla da ridire in questa commistione tra pubblico e privato. Anzi. ‘La collaborazione tra Anish Kapoor, Cecil Balmond e Lakshmi Mittal porterà all’incontro tra arte, architettura, ingegneria e business. Il risultato darà alla città di Londra una nuova iconica struttura, una delle piu’ emozionanti del nostro tempo’. Il riferimento alla Tour Eiffel di Parigi, a ogni modo, non è solo un esercizio di giornalisti e intelettuali. Lo stesso Anish Kapoor ha confessato di essersi ispirato al simbolo della capitale francese - e allo stadio olimpico di Pechino - nel tentativo di ‘ripensare’ il concetto di torre. ‘Quello che mi ha particolarmente attratto di questo progetto - ha confidato l’artista - è la possibilità di coinvolgere il pubblico da vicino in un modo molto personale’. Gli ascensori e i camminatoi saranno in grado di portare alla sommità della torre - dove verranno installati un ristorante e un belvedere - circa 800 persone ogni ora. L’ArcelorMittal Orbit - che Boris Johnson, con il suo consueto amor di battuta, ha paragonato a un gigantesco narghilé - verrà completata in tempo per le Olimpiadi e alla fine dei giochi diventerà di proprietà della Olympic Park Legacy Company. E inizierà - si spera - a dar filo da torcere alle altre attrazioni turistiche della capitale”. (red)

Come faremo a far quadrare i conti?

Prima Pagina 01 aprile 2010