Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 20/04/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “ ‘Graduale ripresa dei voli’ ”. Editoriale di Massimo Mucchetti: “Il futuro delle pensioni”. Di spalla commento di Giovanni Sartori: “Federalismo. Il mistero del silenzio tombale”. Al centro foto-notizia: “Una gabbia per Messi: ecco il piano speciale di Mou” e “La Gelmini: dal 2011 professori regionali”. In due box: “L’alba hi-tech di Brescia dopo l’acciaio” e “E la Bonino non va più in Regione”. In taglio basso: “L’Italia e il paziente che l’America non cura” e “Pollice verso al Capitano”. LA REPUBBLICA - In apertura: “Nube sull’Italia, i voli ripartono”. A sinistra: “Berlusconi gela Fini ‘È Bossi il mio solo alleato’ ”. Editoriale di Adriano Sofri: “Saviano, il Cavaliere e la cosmesi universale”. Di spalla: “E Adamo disse a Eva ‘Andiamo a letto’ ”. A centro pagina: “Goldman, si indaga su altre banche”, con il commento di Paul Krugman: “I predatori in mocassini”, e la foto-notizia: “Clegg, il re in una notte che vuole l’Inghilterra”. In taglio basso: “Vi prego, salvate la Miosfera”. LA STAMPA – In apertura: “Cambiano le regole, si vola”. Editoriale di Lucia Annunziata: “Il fascino del terzo uomo”. Di spalla: “Nizza e Savoia celebrano l’addio all’Italia”. Al centro: “Afghanistan, ospedale vietato ai tre volontari di Emergency”. A fondo pagina: “Totti e sfotti”. IL GIORNALE - In apertura: “Non ringraziano chi gli salva la pelle”, con l’editoriale di Vittorio Feltri. Al centro: “Un’altra inchiesta fa tremare il Palazzo”. Di spalla: “Oggi si torna a volare ma negli aeroporti regna ancora il caos” e “La nube ci ha riportato con i piedi per terra”. In un box: “Fini come Veltroni? Sembrano due sosia” e “Fini come Gaber? Fatevi uno shampoo”. A fondo pagina: “Strage di Erba, oggi la svolta nel processo” e “ ‘Gomorra’, storia di un bestseller tanto venduto ma poco capito”. IL SOLE 24 ORE - In apertura: “L’Europa ricomincia a volare”. In taglio alto: “Su Goldman Sachs inchieste in Gb e Germania. Una storia già annunciata nell’estate 2006”. Editoriale di Giorgio Santilli: “L’economia con la testa tra le nuvole”. Al centro la foto-notizia: “La Merkel sorride al robot italiano” e “No greco a Bruxelles: per ora basta tagli”. Di spalla: “La tariffa sui rifiuti nel cassonetto fiscale”. In taglio basso: “La lana di Prato e il vento di Chicago: un romanzo Pmi”. IL MESSAGGERO – In apertura: “La nube arriva in Italia”. Editoriale di Carlo Azeglio Ciampi: “L’unità nazionale fondamento di riforme vere”. Al centro foto-notizia: “Ranieri come capello: “La Roma lancia lo sprint”, “ ‘Marrazzo vittima di un tranello’ ” e “Minicar truccate, scattano i sequestri”. In basso: “Berlusconi: l’intesa non dipende da me. Fini: voglio garanzie di linea politica” e “Il Papa: la Chiesa è ferita e peccatrice”. IL TEMPO - In apertura: “Il Pdl litiga, Roma paga”. A centro pagina la foto-notizia: “Chiuderò enti e società inutili”. Al lato: “Bersani supertassa i ricchi” e “Contratto statali senza soldi”. In basso: “Alitalia sulla bocca del vulcano”. LIBERO – In apertura: “Fini si abbandona alla corrente”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Il Cav. non deve concedere nulla” e commento di Filippo Facci: “Le correnti sono belle ma farebbero fare al Pdl la fine dei Democratici”. Di spalla: “I politici (Pd) sono già in banca. Ecco la mappa”. Al centro foto-notizia: “Anche per Saviano meno male che Silvio c’è”. In taglio basso: “La Gelmini fa felice la Lega: scuola federale”. L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Come si uccide la Rai”. Di spalla: “Scagionato Marrazzo: ‘Io vittima delle bugie’ ” IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Contrordine, ora sono i colonnelli a spingere Fini alla porta del Pdl”. In apertura a destra: “Uccisi i due leader di al Qaida in Iraq, così finisce la ‘Prima linea’ ”. Al centro: “Cercasi Pecora a Wall Street”. (red)

2. L’Ue cambia le regole. Da oggi cieli aperti

Roma - “Da questa mattina – riporta LA STAMPA – la nuvola nera che infesta i cieli dell’Europa sarà divisa in tre parti e gli aerei potranno ricominciare a volare. I ministri dell’Industria dell’Ue hanno deciso che nell’accumulo di emissioni sputate dal vulcano islandese Eyjafjallajökul ci sono aree diverse: la ‘no-fly’ in cui le emissioni sono troppo dense per attraversarla in sicurezza, ‘a rischio variabile’ in cui il passaggio sarà consentito caso per caso, e la ‘libera’ che non dà problemi. Su tale base i tecnici del controllo aereo comunitario disegneranno una mappa con i corridoi per la navigazione, creando i presupposti perché le autorità nazionali riprendano ad autorizzare i voli. Se funzionerà, il traffico potrebbe lentamente alla normalità dopo cinque giorni di disagi senza precedenti. Fine dell’incubo. Forse. L’Enac ha annunciato che dalle otto in Italia si potrà ‘gradualmente’ riprendere a volare. Ieri Europa oltre l’80 per cento dei voli è stato cancellato: 20 mila decolli mancati. A Malpensa il bollettino registra 529 partenze o arrivi soppressi, a Fiumicino 360. Un conto provvisorio parla di 6,8 milioni di passeggeri europei rimasti a terra, mentre per compagnie come British o Air France si stimano 15-20 milioni di perdite quotidiane. Un bilancio peggiore di quello del post 11 settembre. I vettori, rudemente polemici per l’’eccessivo’ allarme provocato nella circostanza e la reazione ‘inadeguata’ dei governi, si preparano a chiedere aiuti per far fronte a queste perdite maturate per cause imprevedibili. Finiranno per ottenerli, come nel 2001. Il problema è volare o non volare. Dilemma complesso, come si è in visto in Italia dove lo spazio aereo a Nord si è riaperto ieri per appena due ore, dalle 7 alle 9 di mattina, una drammatica doccia fredda per migliaia di persone. A furia di riunioni notturne – prosegue LA STAMPA – e tenendo gli occhi sul bollettino del Metoffice britannico, l’Europa valuterà se effettivamente dare il via libera agli aerei stamattina, cosa che il Belgio ha già deciso di fare. La Francia ha comunicato l’apertura di un corridoio fra il Nord (Parigi) e il Sud (Nizza). Sblocco parziale per Regno Unito e Germania. Possibile. Anche perché il vulcano islandese pare essersi quietato. I governi hanno fretta, consapevoli del caos. Gli aerei incollati in pista hanno costretto al bivacco migliaia di viaggiatori e scatenato la caccia ai mezzi alternativi. Presi d’assalto treni e bus, autonoleggio col cartello ‘esaurito’ e prezzi da rapina. I taccuini traboccano di avventure, gite scolastiche concluse con impreviste traversate del Tirreno, e pulmini affittati da gruppi creati via Facebook. Le tre zone dovrebbero dare una mano. I ministri dell’Industria hanno faticato a trovare un compresso. Secondo una fonte sono stati gli olandesi a spingere di più, desiderosi di rimettere in moto Schiphol ad ogni costo o quasi. ‘Nessun compromesso sulla sicurezza - ha assicurato il commissario Ue Siim Kallas -, ma è chiaro che non possiamo attendere che le ceneri passino’. Ora Eurocontrol traccerà la carta della nuvola malefica e dirà dove si può volare. ‘Un terzo è zona rossa, un terzo è a rischio variabile, e un terzo è libera’, ha spiegato un tecnico. Sembra che l’area a rischio sia nel Nord della Germania; l’Italia dovrebbe essere a posto. Oggi si attende ‘un aumento dei voli del 10-15 per cento’. La normalità potrebbe tornare giovedì. La situazione verrà monitorata minuto per minuto. Toccherà ai voli test e agli esperti meteo svelare i misteri delle zone. Ci fidiamo? Piloti, politici e tecnici dicono di sì, tanto che ieri molti hanno volato: il Belgio hanno cominciato a radunare la flotta Dhl e alcuni aerei della Brussels sono tornati a casa vuoti. Chissà che cosa ne pensano i 17 passeggeri del low cost norvegese costretto a un atterraggio di emergenza all’aeroporto di Bodoe con il motore rotto pare dalle ceneri. O il pilota del caccia F-16 della Nato che ha sfiorato una sorte analoga. Nel reattore, ha raccontato un alto ufficiale, sono state trovate minuscole particelle di polvere vetrificata. L’Alleanza ha smentito seccamente. Nessuno, a dirla tutta, le ha creduto veramente”, conclude LA STAMPA. (red)

3. Un conflitto al buio fra pretattica e rischi di rottura

Roma - “Il Pdl – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA – vuole dimostrare che Gianfranco Fini è un generale senza esercito; e che dunque il suo scarto contro l’asse fra Silvio Berlusconi ed Umberto Bossi si trasformerà in un boomerang. La riunione odierna dei ‘finiani’ a Roma dirà quali truppe abbia dietro di sé il presidente della Camera: almeno a livello parlamentare. E probabilmente farà capire anche se l’ipotesi della scissione stia diventando più verosimile, oppure sia in via di archiviazione. La tendenza a contarsi, a mostrare un elettorato di centrodestra diviso nei sondaggi fra il premier e il cofondatore non è un buon segnale. Potrebbe significare solo pretattica, ma anche una resa dei conti al buio. Dalle file di Farefuturo, la fondazione creata dall’ex leader di An, continua a filtrare un antiberlusconismo di destra che non si ferma di fronte alla prospettiva di una rottura. E gli appelli dei cosiddetti mediatori si fanno allarmati: a conferma che la situazione rimane pericolosamente in bilico. Il fatto che ieri il ministro Ignazio la Russa, schierato con Berlusconi, abbia convocato ventidue parlamentari del suo ex partito, An, a Milano è significativo. Lo è altrettanto la scelta di diciotto di loro di far sapere in anticipo che resteranno nel Pdl ‘qualunque cosa accada’. Suona come un avvertimento a Fini e a quanti si dicono pronti a seguirlo. Significherebbe la scissione, perché il premier non è disposto ad accettare la creazione di gruppo parlamentare autonomo. Quanto all’ipotesi di una corrente di minoranza, Berlusconi la vede male, come un ritorno ai partiti del passato, che chiuderebbe una fase. E’ possibile che di qui a giovedì, quando si riunirà la direzione del Pdl, possa esserci un ripensamento. Ma se lo strappo si consuma – osserva Franco sul CORRIERE DELLA SERA – la legislatura rischia di finire in anticipo. Con Palazzo Chigi deciso ad additare Fini come destabilizzatore; e la Lega beneficiaria del conflitto nel Pdl. La determinazione di Berlusconi a concedere il minimo indispensabile restringe i margini di manovra. Se anche si raggiungerà una tregua per ora non se ne intravedono né i contorni, né la solidità. L’accelerazione del presidente della Camera fa pensare ad un copione scritto da tempo, ben prima del voto regionale; e pensato magari nella prospettiva di una sconfitta del centrodestra. Riproporlo ugualmente lascia capire che il contrasto non è eludibile come in passato; e che il rapporto fra Pdl e Lega viene vissuto con una frustrazione crescente. Il successo del Carroccio al nord dà corpo ad una competizione vistosa con un Pdl saldamente ancorato al centro-sud. A sentire il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ‘il tema della scissione è già tramontato’. Ma si respira una gran voglia di organizzarsi, e perfino qualche nostalgia per An. Tra i ‘finiani’, qualcuno si accontenta di aver costretto Berlusconi all’incontro di giovedì: già quello, si dice, è una vittoria del presidente della Camera. Eppure – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA – l’effetto dello scarto è soprattutto quello di ingigantire e rafforzare l’odiato Carroccio. Gelido, il premier si limita a dire: ‘L’accordo,non dipende da me’”. (red)

4. Ora sono i colonnelli a spingere Fini alla porta

Roma - “La novità – scrive IL FOGLIO – è che gli ex colonnelli adesso premono perché Gianfranco Fini vada fuori dal Pdl, si crei un suo partitino a sostegno del governo anche conservando la presidenza della Camera, e lasci a loro l’eredità di An. E’ quanto suggeriscono, a Silvio Berlusconi, Altero Matteoli, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri. Tanto è il fastidio del Cav. per l’ipotesi che l’ex leader di An costituisca dall’interno una minoranza organizzata, che questa eventualità comincia a essere quotata. Ma chissà. Intanto Fini prepara un documento di dissenso costruttivo da presentare dopodomani alla direzione nazionale. Un intervento ‘di prospettiva’ – così dicono i suoi – intorno ai rapporti con la Lega, alla necessità di non abbandonare il sud e all’opportunità di rilanciare sistemi democratici all’interno del partito. Si tratta di una piattaforma che esclude ipotesi di rottura e mira alla costituzione di una minoranza capace anche d’incontrarsi con Gianni Alemanno e i suoi. Il sindaco di Roma è il solo ex colonnello che mantenga una posizione mediana tra i cofondatori, l’unico ancora impegnato a scongiurare lacerazioni irreversibili, il più interessato a una dialettica di tipo nuovo all’interno della costruzione berlusconiana. Si vedrà, dopo che oggi Fini avrà riunito alla Camera il manipolo dei propri 68 fedelissimi. Ma quanti di questi sono disposti a seguirlo fino in fondo? La direzione nazionale del Pdl, esclusi i gruppi parlamentari che saranno invitati giovedì alla riunione, è costituita da 172 membri. Di questi 118 sono stati nominati sotto le bandiere berlusconiane, 20 sono ascrivibili a Gasparri e La Russa, 11 ad Alemanno, 6 a Matteoli, 17 a Fini. Il presidente della Camera – prosegue IL FOGLIO - potrebbe rappresentare così (senza Alemanno) il 10 per cento del partito. Poco. Ma abbastanza per guidare un gruppo che nelle intenzioni di alcuni suoi consiglieri si possa muovere in modo trasversale e aggregante nel prossimo futuro. Molto dipenderà da quanto potrebbe succedere tra oggi e domani. Specie se tra i berlusconiani (compresi i colonnelli) si preferisce una rottura ‘morbida’ all’ipotesi di una corrente organizzata dei finiani. Benché altri dicano: ‘Una correntina del 10 per cento è talmente irrilevante da diventare sopportabile anche per Berlusconi’. La sala ‘Tatarella’ dei gruppi parlamentari vedrà oggi sfilare circa settanta ex di An pronti a firmare un documento di generica solidarietà al proprio ex leader. Tuttavia, secondo gli umori prevalenti, soltanto la metà di questi seguirebbe il presidente della Camera in caso di rottura. Anche per questo le minacce di un gruppo autonomo in Parlamento sono state per il momento ritirate. L’ipotesi di un divorzio viene spostata semmai in avanti, dopo giovedì, il giorno in cui Fini costringerà Berlusconi – che ama poco i partiti e le nomenclature – nel gioco politico delle mozioni contrapposte. Uno schema all’interno del quale il premier non sembra volersi far incastrare fino in fondo, visto che intende intervenire solo per ribadire la concezione carismatica del Pdl e confermare la continuità del governo. Minaccia persino di ignorare la ‘questione Fini’. Ci saranno circa seicento partecipanti, dunque applausi, forse fischi, di sicuro umori imprevedibili: tutte cose alle quali il premier è poco aduso. Una ritualità in distonia con la tradizione del berlusconismo. Così non stupisce sentir dire che ‘la direzione nazionale è già una vittoria di Fini’, come sostiene il senatore Giuseppe Valditara. ‘Si confronteranno due visioni della politica. Una aziendalista e un’altra plurale e democratica’. Forse. Ammesso che il Cav. accetti questa dialettica”, conclude IL FOGLIO. (red)

5. Il gelo di Berlusconi: solo vecchia politica

Roma - “In questo momento – scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA – Berlusconi e Fini sono divisi anche dall’ordine dei lavori. Nella direzione del Pdl di dopodomani il premier vorrebbe concludere, il presidente della Camera vorrebbe parlare dopo di lui. Denis Verdini sta pensando come trovare un punto di equilibrio, ma la divergenza segnala il clima con il quale si avvicina il giorno della verità. La scenografia sarà sobria, l’ha chiesto il Cavaliere: niente scenari su sfondo azzurro, nessuna enfasi, basteranno le parole a riempire di contenuti la giornata. Sembra che il premier darà a Fini risposte a tutte le domande che l’alleato ha posto e porrà: il Sud, Bossi, la politica economica, la democrazia interna, etc... Se qualcuna andrà incontro ai favori del presidente della Camera, in modo da evitare una spaccatura e la formazione di una minoranza interna al partito è oggi impossibile prevedere. Esclusa la scissione, così come la formazione di gruppi parlamentari autonomi, sembra che la strada residua per Fini sia quella di dar vita a una minoranza interna. Per Berlusconi è quasi una bestemmia: sicuramente nel suo discorso ci sarà un accenno contro le correnti, che ai suoi occhi rappresentano un vecchio modo di fare politica, ‘quella vecchia politica di cui non voglio nemmeno sentire parlare’. Cosa potrà fare per evitarne la nascita; nell’eventualità, è ancora materia di dibattito, nel suo staff e in quello di vertice del partito. Un’ipotesi: ridiscutere, nel caso, tutte le poltrone andate sinora ai finiani. Nel frattempo – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA – continua a pesare la forza del co-fondatore del Pdl: nell’ultimo sondaggio che gli hanno sfornato la forza del presidente della Camera, se dovesse fondare un nuovo partito, è misurata al ribasso, al 3,3 per cento. E uno scenario che il premier in alcun frangenti si augura, in altri prende in considerazione senza leggerezza. Ieri ne ha discusso al telefono con Giuliano Ferrara, con Ignazio La Russa, con Maurizio Lupi: se ne ricava l’impressione che il Cavaliere starà a vedere sino all’ultimo, sino a quando Fini non avrà chiarito che strada intende imboccare. In un’intervista concessa sabato scorso a Porta a porta, e ondata in onda ieri sera, c’è in parte la conferma di una linea, quella del distacco. Si troverà la quadra? ‘Spero di sì, ma non dipende da me’. Del merito delle cose: ‘Non si tratta di rimproverare niente e nessuno, si tratta solo di superare dei momenti negativi che però non hanno fondamento nella realtà del partito, che è democratico, ha avuto un congresso trasparente, ha approvato uno statuto che affida agli organi dirigenti la responsabilità delle decisioni’. E su Bossi: ‘È l’unico alleato che abbiamo, ha sempre dimostrato saggezza, acutezza politica a assoluta lealtà, che Dio ce lo conservi, come sicuramente sarà’. Ha ragione Giuseppe Valditara, senatore di stretta osservanza finiana – conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA – nel dire che dopodomani ‘sarà una giornata diversa per il Pdl, magari anche politicamente emozionante’”. (red)

6. Finiani verso tregua armata: “Nel Pdl da separati in casa”

Roma - “Nasce la ‘minoranza organizzata’ nel Pdl. Un po’ corrente, un po’ opposizione interna. Nessuna scissione – scrive Carmelo Lopapa su LA REPUBBLICA – né gruppo autonomo dei finiani, per ora. Più semplicemente, per dirla con Italo Bocchino, si vivrà da ‘separati in casa’. Tra le tre soluzioni presenti sulla scrivania del presidente della Camera, è stata scelta per ora quella ‘intermedia’: perché ‘l’accordo è impossibile’ e la ‘rottura è intempestiva’. Il testo che questa mattina Gianfranco Fini sottoporrà quindi alla firma dei suoi deputati e senatori è stato smussato fino a sera. Si risolve in un documento conciso che ricalca in buona parte quello che i 14 senatori a lui più legati hanno diffuso sabato. Solidarietà all’ex leader di An per gli attacchi ‘ingenerosi’ subiti. Richiamo ai valori fondativi del Pdl. Diritto di dissenso. Fini insomma farà leva sulla mozione degli affetti e questo gli consentirà di ‘massimizzare la raccolta di firme’. Il tabellino sulla scrivania della presidenza della Camera ieri sera segnava una quarantina di adesioni tra i deputati e quelle dei 14 tra i senatori Pdl, appunto. Se il testo avesse avuto un tenore più ostile, calcolano a Montecitorio, le firme sarebbero state un terzo. Oggi invece quella cinquantina dovrebbe ritrovarsi, nella sala Tatarella del gruppo alla Camera. Ma il documento politico, quello vero, Fini lo leggerà, anzi lo arringherà a braccio nella direzione Pdl di giovedì. Si è riservato per quell’occasione l’affondo ampio e circostanziato sulla gestione del partito che ha ‘contribuito a fondare’. Avvertirà che ‘non si può dire che tutti i problemi sono risolti solo perché sono state vinte anche le ultime elezioni’. Oltre a ribadire quanto va ripetendo da mesi. Quel che è certo è che né oggi né giovedì si consumerà lo strappo. Se lo sono detto senza tanti giri di parole, negli incontri che da mattina a sera si sono susseguiti nello studio della Presidenza. Fini e Ronchi e Urso e Bocchino e Briguglio e Granata e Augello e Viespoli e tutti gli altri ‘insoddisfatti’. Sulla rottura molti si sarebbero defilati. E poi – spiega Lopapa su LA REPUBBLICA – l’addio sarebbe stato intempestivo, avrebbe scatenato l’accusa di aver tradito per una questione di poltrone. ‘E non avremmo avuto il tempo di spiegare agli elettori che non è così’. E siccome neanche la seconda strada, quella opposta della resa senza condizioni a Berlusconi è percorribile, ecco la terza. Nascita della minoranza organizzata, come va predicando da giorni Adolfo Urso, tra gli altri. ‘In questo modo lo facciamo impazzire - si sono ripetuti i fedelissimi alludendo al premier - Chiediamo la direzione ogni mese. Su ogni problema possiamo frastagliare il partito, come avvenuto ieri con la legge sulla caccia. Ci possiamo mettere di traverso su tutto. E Berlusconi non è in condizione di reggere una guerra di posizione’. Già, si tratta proprio di capire come il presidente del Consiglio reagirà alla nascita di una corrente in seno al ‘suo’ Pdl. E i ‘finiani’ già mettono nel conto tre alternative. Potrebbe certo accettarne l’esistenza e riconoscere un ruolo al ‘cofondatore’. Allora per Fini si aprirebbe la strada già percorsa nella destra francese: ‘faremo come Sarkozy con Chirac’. Ma il Cavaliere potrebbe pure perdere la pazienza - come in parte ha lasciato prefigurare ieri - e chiudere le porte al dissenso interno. In quel caso, spiegano i finiani, a loro non resterebbe che far ricorso a quel che ironicamente hanno battezzato il ‘lodo Briguglio’. Ovvero? ‘Rifacciamo An, diamo vita a un patto di coalizione con la maggioranza e il governo va avanti’. La destra finiana tornerebbe a casa. Casa ricca, come calcolava ieri un resoconto: ultimo bilancio in attivo, 30 milioni di euro sonanti e immobili per 400 milioni. Il piano B, dunque, Gianfranco Fini l’avrebbe pure messo a punto: eliminazione della fiamma dal simbolo e subito nuovo congresso per un nuovo partito e ‘un nuovo nome’. Il fatto che il premier Berlusconi non abbia messo in campo in queste ore il plenipotenziario della sua diplomazia, Gianni Letta - dicono gli uomini di Montecitorio - non lascia presagire nulla di buono. Da Ignazio La Russa a Maurizio Gasparri, gli ex ‘colonnelli’ rassicurano il Cavaliere sul fatto che Fini non abbia i numeri. E il leader Pdl infatti resta fermo sulle sue posizioni, intenzionato a non cedere alcun posto di potere dentro il partito. ‘Non mi faccio mettere sulla graticola. Gianfranco vuole fare una componente di minoranza? Bene, l’importante è che la minoranza si adegui sempre alla maggioranza e che non venga mai meno la lealtà all’esecutivo’ ha spiegato Berlusconi a chi lo ha sentito. D’altronde, nella direzione di 170 membri, che non a caso ha convocato per la resa dei conti di giovedì, è convinto di poter contare su una maggioranza dell’80 per cento o giù di lì. Verso una nuova tregua armata, insomma. A patto che Fini – conclude Lopapa su LA REPUBBLICA – non gli giochi ‘brutti scherzi’ sui passaggi parlamentari che più gli stanno a cuore, dalle intercettazioni alla riforma della giustizia. Se dovesse accadere, minaccia il premier, ‘andiamo dritti al voto’”. (red)

7. Se si ferma alla guerriglia Fini passa da sabotatore

Roma - Intervista del quotidiano LA STAMPA a Domenico Fisichella: “Lui li conosceva bene. E li conosce bene, Domenico Fisichella, costituzionalista, politologo, studioso dei totalitarismi, di Hobbes e di Montesquieu, ma soprattutto l’inventore del brand Alleanza nazionale, come ricorda ancora compiaciuto, sventolando nelle mani due pezzi di carta. Una sua intervista a Letizia Paolozzi dell’Unità, nella quale lanciò la denominazione ‘Alleanza nazionale’, diventando così il padre spirituale e ideologico della svolta degli ex missini post-almirantiani. E un telegramma col quale Pinuccio Tatarella raccolse quell’idea, ‘ben prima di Fini’, ricorda oggi Fisichella. Con l’attuale presidente della Camera si aprì una crepa ai tempi della Bicamerale, ‘temevo si puntasse a un presidenzialismo plebiscitario’, disse allora con preveggenza il professore, e fu poi rottura al momento del voto sul federalismo voluto dalla Lega, nel nome dell’unità nazionale. Professore, ci aiuti a decrittare. Fini bluffa, come sostiene Berlusconi nei colloqui privati, o andrà fino in fondo? ‘Tutto dipende dalla consapevolezza che Fini ha della gravissima crisi etico-civile e istituzionale, persino più pesante di quella economica, alla quale l’Italia è stata portata oltre che dalla Lega anche dai suoi alleati all’interno del Pdl, a cominciare da Berlusconi e Tremonti. Se Fini ne ha piena consapevolezza arriverà a un gesto di rottura. Se invece si limiterà a esercitare un ruolo di minoranza riconosciuta, senza nulla fare oltre l’indicare i problemi, senza affrontare la sfida, e solo pretendendo un giusto equilibrio dei poteri all’interno del Pdl, vorrà dire che il suo gioco è di tattica e non di strategia’. Dunque, secondo lei Fini non arriverà fino in fondo? ‘Sarebbe la prima volta che dà prova di un coraggio strategico. Le altre volte, e anzitutto quando si trattò di opporsi al federalismo voluto dalla Lega, Fini e gli altri si sono piegati. Il momento del coraggio strategico è questo, tutte le altre mosse oltretutto potrebbero indebolirlo’. Insomma, non basterebbe che i finiani si costituissero come semplice minoranza interna al Pdl? ‘L’esito rispetto all’obiettivo politico e alla gravità dei problemi italiani sarebbe inevitabilmente molto modesto. Fini sa già che combatterebbe una battaglia persa sul sistema elettorale, che né Berlusconi né Bossi vogliono cambiare. Sa già che la riforma istituzionale deve prevedere il federalismo fiscale fino a quel che Bossi ha appena detto, e cioè che la Padania è una nazione. E sa anche che il presidenzialismo, sul quale io sono vivamente in disaccordo, è funzionale a Berlusconi. E a Bossi, che lo vive in maniera strumentale al federalismo’. E tuttavia resterebbe l’obiettivo di Palazzo Chigi nel 2013... ‘Appuntamento al quale, se Fini non attuerà l’unica scelta strategica, che è formare un proprio gruppo parlamentare, arriverà inevitabilmente indebolito. Fini si rafforza solo se fa vedere che non rimane interno al meccanismo. Ma se all’interno del Pdl si limiterà a fare solo guerriglia, non arrivando mai alla guerra aperta, l’elettorato di centrodestra lo valuterà come un sabotatore’. La sorprende che molti colonnelli, i Gasparri e i La Russa, siano oggi saldamente schierati con Berlusconi? ‘Le personalizzazioni non mi piacciono. Certo, i nomi sono quelli. Vede, la divisione di un 70 per cento del Pdl a Forza Italia e di un 30 ad An è ovviamente valsa solo al momento della nascita del partito. In più, molti uomini di Fini sono uguali a lui, sono anch’essi politici di professione, sono addirittura della stessa generazione. Tra Fini e me, vecchio professore in cattedra, non c’era possibilità di rivalità. Tra Fini e quelli che erano i suoi colonnelli c’è competitività. Ognuno di loro si ritiene in grado di occupare la posizione più alta, questa è la ragione della loro ostilità’. Lei conosce bene anche Berlusconi. Farefuturo e donna Assunta Almirante sostengono che le differenze con Fini sono in buona sostanza insormontabili. Condivide? ‘All’osso, si tratta di un imprenditore e di un politico di professione: sono diversissimi. Ci poteva essere una buona divisione del lavoro, ma non si è realizzata perché Fini ha abdicato al suo partito. Senza contare che il Pdl è nato a tavolino, è iscritto nella sua origine che non si creda a nulla, salvo a meccanismi di gestione del potere su alcune modeste parole d’ordine. Berlusconi non ha certo la storia politica, anche di discriminazione, che ha avuto Fini. Ma è abituato a modalità operative’”. (red)

8. Cav. Il Sung

Roma - “Difficile dare consigli a Berlusconi. Complicato anche dargli lezioni di politica. Facendo a modo suo – osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – sebbene ì non tutto e non sempre da solo, è diventato molto ricco, molto potente, molto influente nella storia di questo paese. Perché cambiare? Perché ascoltare suggerimenti da gente molto più povera e meno esperta nell’arte seduttiva del successo? Non è più gratificante la lode, il sostegno adulante? La chiave psicologica e tecnica dei successi del Cav., e della sua famosa megalomania alla Kim Il Sung, è la sua stessa anomalia. Non è un politico di professione e non ha alcuna voglia di diventarlo; non fonda partiti, ma cartelli calcistici vincenti o addirittura interi popoli; non fa congressi ma convention in cui dominano il suo show solitario e una impeccabile direzione del coro, tutti rigorosamente con il sole in tasca; riunisce gli organismi dirigenti a casa sua, preferibilmente a pranzo; segue le regole del marketing e così si conquista il consenso elettorale, la simpatia e la fiducia di una metà del paese (quella di maggioranza); si sente più a suo agio nel ruolo di capo della nazione, capo amato ben s’intenda, che in quello di capo partito. Quando diventò primo ministro nel 1994 – ricorda IL FOGLIO – il nostro amico e collaboratore Richard Newbury ci ricordò la prima volta di Wellington capo del governo di Sua Maestà britannica, e il suo commento all’uscita della riunione del gabinetto: “Non capisco: ho dato un ordine, e tutti si sono messi a discutere”. Ecco, l’incubo di Berlusconi è che adesso nel suo Popolo della Libertà ci si metta a discutere le sue disposizioni, peraltro comunicate sempre con molta educazione, e magari a votare ordini del giorno, a dividersi su questo o quel tema, con maggioranze e minoranze, per quanto piccole, che lo obblighino a un mestiere di segretario generale per il quale il mero proprietario non è tagliato. Il dubbio che gli instillano i più arcigni nemici di Fini, cioè i suoi ex amici e sodali, è che sia ormai preferibile spingere il presidente della Camera a farsi un partitino tutto suo che vivacchi ai margini della coalizione, lasciando quella rappresentanza del trenta per cento, concordata all’atto della fondazione del PdL, nelle mani operose dei colonnelli di An. A noi sembra che invece un piccolo esercizio di democrazia interna potrebbe non essere così dannoso per il Popolo della Libertà. E’ vero che una delle circostanze più irritanti, nella vita, è l’obbligo di tenere conto delle opinioni degli altri, ma il Cav. Il Sung sopravviverà a questo, e a molto altro”, conclude IL FOGLIO. (red)

9. Il Cav. non deve concedere nulla

Roma - “Giuliano Ferrara – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO – vorrebbe che Berlusconi tendesse la mano a Fini, chiudendo con una bella intesa la lite di questi giorni. Secondo il direttore de il Foglio, il presidente della Camera non è un nemico del Cavaliere, ma solo un leader che vuole continuare a crescere sulla propria strada e dunque non ha senso ‘umiliarlo o marginalizzarlo platealmente’. Per l’augusto collega il presidente del Consiglio avrebbe bisogno di ‘triangolazioni e capacità politiche trasversali’ e non di tifosi che lo acclamano, dunque il cofondatore sarebbe tutt’altro che d’intralcio, anzi potrebbe alla fine tornare utile. Ferrara, che qualcuno accredita come novello consigliere di Fini, fa un ragionamento politico sofisticato e certo sarebbe bello potergli dar ragione, ma la realtà è molto meno ricercata di come viene presentata e basta ascoltare le richieste che provengono da coloro i quali rappresentano le istanze del presidente della Camera per rendersene conto. Fini non pone solo una questione di politica e di cultura, ma più banalmente di posti e di potere. Nei due anni passati sullo scranno di Montecitorio s’è sentito messo da parte e poco consultato e allora vorrebbe a questo punto porre rimedio alla trascuratezza passata, insediando uomini fidati al vertice del PdL e in uno dei due rami del Parlamento, preferibilmente quello con sede a Palazzo Madama, che alla Camera già pensa lui direttamente. In più vorrebbe che venisse certificatala nascita della sua corrente, la quale diverrebbe un interlocutore interno al partito, da consultare ogni qualvolta si debba prendere una decisione e al quale concedere ovviamente rappresentanza, che in politica significa ovviamente una sola cosa: poltrone. Più che una nuova destra è una vecchia storia. Messa così – prosegue Belpietro su LIBERO – è tutt’altro che una questione di cultura e se Berlusconi accondiscendesse alle richieste sarebbe un atto di autolesionismo, al pari di chi si ficca da sé una spina nel fianco, la quale ogni volta gli ricorderà che il cofondatore esiste e quasi mai lotta insieme a lui, a meno di non contentarlo con qualcosa in cambio. Il problema è politico sì, ma soprattutto di potere. Quando due rematori vogliono andare in direzioni diverse, non ci sono molte soluzioni. Segare la barca non si può, perché affonderebbe, dunque non rimangono che due possibilità: o uno scende dal natante oppure lascia fare all’altro adeguatamente ricambiato. E ciò che si offre in cambio su cui deve riflettere il presidente del Consiglio. Se cede oggi alle richieste di Fini è inevitabile che questo appena potrà chiederà altro, avendo per giunta conquistato una posizione di maggior rilievo e disponendo di altri rappresentanti. Tutti quanti avremmo voluto che fondatore e cofondatore andassero d’amore e d’accordo, ma al punto in cui si è giunti si capisce che il matrimonio non ha funzionato e ora non resta che accettare i fatti per come si sono sviluppati. A Berlusconi conviene andare fino in fondo e chiarire nel momento in cui ha i numeri per farlo il rapporto con Fini. Se questi resta alle condizioni di ridimensionare le proprie pretese bene, diversamente meglio affrettarne l’uscita senza alcuna concessione. Del resto il Cavaliere dovrebbe ricordare che cosa hanno rappresentato le correnti nella storia dei partiti della prima Repubblica. Quelle della Dc hanno sempre fatto e disfatto i governi e in più di un caso i dispetti fra diverse fazioni hanno azzoppato i candidati perla presidenza della Repubblica, arrivando al punto di favorire quelli di altri gruppi. Se il presidente del Consiglio – conclude Belpietro su LIBERO – non vuole fare la stessa fine di Andreotti e Fanfani, che volevano il Colle ma non lo ottennero mai grazie agli sgambetti degli amici di partito, dunque sa come agire”. (red)

10. L’incomodo leghista

Roma - “Chi ne conosce il carattere – scrive IL FOGLIO – sa che Maurizio Lupi è un politico sanguigno, viene dalla militanza. Non stupisce troppo che abbia alzato la voce quando venerdì sera, all’‘Ultima parola’ di Gianluigi Paragone, Italo Bocchino l’ha attaccato toccandolo sul vivo dell’appartenenza ciellina e della gestione del potere materiale. Sono volati gli stracci, e Lupi è giunto a chiedere le dimissioni del suo capogruppo. Replica a muso molto duro. Forse perché mette in gioco non solo le convinzioni personali di Lupi, ma anche quell’idea del Pdl (e prima di Forza Italia) come partito moderato-cattolico, o cattolico- moderato, molto cara ai politici ciellini. Una visione che ritiene di essere – o spera di poter diventare in futuro – maggioritaria nel partito. Lo scontro tra berlusconiani e finiani rischia oggi di indebolire, o rallentare, quell’idea di partito plurale e inclusivo. Sul quale non a caso Roberto Formigoni è tornato in un’intervista di ieri al Giornale, indicando una via di mediazione degna di ‘un grande partito democratico’, invitando a un metodo democristiano, a misurarsi in un congresso in cui ‘chi perde accetterà di essere opposizione. Anzi minoranza, perché in un partito non c’è opposizione, ma minoranza’. Ha suggerito anche magnanimità: ‘Nessuna sconfitta. Un’idea è un’idea, anche se è in minoranza. Mica perde la sua dignità’. L’importante, per la componente cattolico-moderata, è che il progetto – di lunga scadenza, e in cui la longevità politica di Berlusconi è un fattore a favore, non contrario – vada avanti. Anche se esiste un altro elemento di disturbo. Un terzo potenziale incomodo che si chiama Lega. I formigoniani – sebbene il governatore condivida la generale preoccupazione per l’emorragia di voti dal centrodestra al partito di Bossi – negano qualsiasi ‘nervosismo’ al riguardo, e anzi suggeriscono che ‘anche i leghisti possono confermare che i rapporti sono ottimi, almeno qui in Lombardia’, dove del resto i rapporti di forza ‘restano 3 a 1’ e non esistono, da parte del presidente lombardo, ‘preoccupazioni di sorta’. In effetti – prosegue IL FOGLIO – più che l’avanzare numerico della Lega, è il suo nuovo tentativo (riuscito) di accreditarsi come bacino d’utenza del voto cattolico generalista, a scapito del Pdl, a destare preoccupazioni. Sabato un ex democristiano come Beppe Pisanu, oggi emarginato ma in passato sponda importante per il mondo cattolico dentro a FI e Pdl, ha attaccato sul Corriere con durezza l’idea della Lega partito cattolico: ‘L’accostamento tra Lega e chiesa è irriverente e la luna di miele non ha senso’, ha detto, aggiungendo velenoso: ‘E’ vero però che ha scoperto la Vandea alle foci del Dio Po e l’ha invasa. Con la stessa disinvoltura ora insegue i voti cattolici che sono rimasti nel Pdl’. Una risposta indiretta ma chiara a monsignor Rino Fisichella, che due giorni prima sul Corriere aveva invece scritto: ‘Se si vuole dipingere la Lega come un movimento che pensa alle ampolle del Po si è liberi di farlo; a me sembra che politicamente si tratti di una lettura miope’. Secondo Pisanu, invece, ‘fortunatamente il voto dei cattolici moderati si è secolarizzato e non sarà facile preda di nessuno’. Anche se gli spostamenti del voto cattolico, nel nord, sono ormai evidenti. Nel frattempo, analisti come Angelo Panebianco e Stefano Folli segnalano che l’attuale scontro interno al Pdl potrebbe finire per favorire proprio la Lega di Umberto Bossi. Che intanto si fa intervistare dal País, spiega che Berlusconi pensa al Quirinale, e lascia capire che senza la Lega non ce la fa”, conclude IL FOGLIO. (red)

11. Federalismo. Il mistero del silenzio tombale

Roma - “L’altro giorno – scrive Giovanni Sartori sul CORRIERE DELLA SERA – scrivendo su queste colonne su le ‘Incognite del federalismo’ mi sono detto: questa volta mi massacrano. Mi sono sbagliato alla grande. La risposta è stata un silenzio tombale. Chi mi ha letto saprà che ponevo quattro quesiti, appunto sul federalismo: quanto costerà, quanto complicherà le decisioni, quanto spezzetterà le cose che non sono da spezzettare, e chi punirà, e come, chi sgarra. Non dico che i suddetti fossero quesiti facili; ma erano e restano quesiti sine qua non, senza i quali nulla, senza i quali ‘non si può’. Mi era stato annunziato che mi avrebbe risposto il ministro Roberto Calderoli. Del che ero lietissimo perché l’uomo è intelligente (la sua legge elettorale lo è, pur nella sua orrendezza). Invece Calderoli si è sfilato, a quanto pare. Così mi ha risposto domenica soltanto La Padania trovando come vittima immagino - Stefano Bruno Galli, che mi risulta essere ricercatore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Milano. Il buon Galli se la cava come può. Non affronta e tantomeno risponde in alcun modo a nessuna delle mie domande. Curiosamente mi rimprovera di aver citato con favore, alcuni anni fa, La Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Farei lo stesso, oggi, per almeno una dozzina di altri libri loro, di Peter Gomez, di Marco Travaglio e altri, tutti di devastante documentazione. Dico curiosamente perché se i suddetti diffamassero un’Italia regionale che prefigura l’Italia federale (sembra così anche a me), allora sarebbe strettissimo dovere della Lega di controbattere e smontare queste calunnie. Invece – prosegue Sartori sul CORRIERE DELLA SERA – anche rispetto a questo il silenzio è tombale. Ma vengo al nocciolo. Il Nostro cita, in favore della tesi che il federalismo costa meno del centralismo, un solo autore, Buchanan. Ma siccome su Buchanan ho lavorato e scritto, posso assicurare il valoroso Galli che il suo teste gli darebbe torto. Senza scomodare venerati maestri, anche io saprei escogitare sulla carta un buon sistema federale. Ma tutto dipende dalle condizioni di attuazione e da quel che troviamo di già fatto (malfatto) e incancrenito in loco. Gira e rigira - sempre a vuoto - il buon Galli approda a questa sensazionale scoperta: che ‘il federalismo è responsabilità’. A dire così non si sbaglia mai; ma non si dice nulla. Responsabilità è in primis un concetto etico, a proposito del quale si distingue tra etica delle buone intenzioni (redente dalla loro bontà intrinseca, anche se risultano disastrose nei loro effetti pratici) ed etica della responsabilità, e cioè consapevole delle conseguenze e quindi per ciò stesso responsabile. In politica, invece, essere responsabile vuol dire, in primissimo luogo, essere tenuto a rispondere dei propri atti; e in questo contesto un responsabile che si rivela ‘irresponsabile,’ deve essere cacciato e se del caso punito. Come? Da chi? Il nostro non ne ha la minima idea, e perciò lascia anche me senza nessuna idea. Peccato – conclude Sartori sul CORRIERE DELLA SERA – che io non sappia il padano e quindi che non possa tradurre. In inglese la nostra vicenda è già prevista, temo, da Shakespeare (in Macbeth): ‘It is a tale told by an idiot full of sound and fury signifying nothing’”. (red)

12. Bersani: per finanziare Cig tassa del 2% su più ricchi

Roma - “Una riforma del fisco che si può fare subito, per sostenere la cassa integrazione. Il Pd – riporta LA REPUBBLICA – rilancia la tassa per i ricchi, servirà ad allungare la Cig da 12 a 24 mesi e a fronteggiare gli effetti della crisi sull’occupazione. Togliere ai benestanti per dare qualcosa in più a chi ha perso il lavoro, alle fasce deboli. Sarebbe un’una tantum sui redditi oltre i 200 mila euro. Il 2 per cento nel 2010 e nel 2011. Farebbe salire l’aliquota marginale al 45 per cento. ‘Colpirebbe’ il 7 per cento della popolazione per un incasso di 300 milioni. La proposta è stata inserita in un emendamento presentato dal democratico Cesare Damiano. Il contributo di solidarietà viene rilanciato dal Pd dopo la bocciatura incassata un anno fa. Ma oggi la crisi morde con più forza sul lavoro e il governo deve prenderne atto. Il vicesegretario Enrico Letta ha coordinato ieri un seminario sulla crisi con le parti sociali. Ha polemizzato con il centrodestra. ‘Fini e Berlusconi si chiudano in una stanza ma non per gestire le quote di Forza Italia e di An nel Pdl. Si occupino dei problemi veri, si trovino a quattr’occhi per discutere la riforma del fisco’. Se le iniziative fossero serie e responsabili, ‘saremmo disponibili a dialogare con il governo’. L’idea della tassa sui ricchi – prosegue LA REPUBBLICA – è stata già bocciata dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi che sta lavorando a una sua riforma degli ammortizzatori sociali. ‘Mentre noi aspettiamo lui - attacca però Francesco Boccia - il cassintegrato non ha i soldi per fare la spesa’. Il governo ha qualche dubbio sulla reale copertura del provvedimento, ma il Pd è pronto ad approfittare delle divisioni nella maggioranza e dell’iniziale adesione al progetto di alcuni parlamentari Pdl. Per andare oltre la recessione, il Partito democratico ha anche varato un decalogo di provvedimenti. E sulla pubblica amministrazione lo scontro ha superato il livello di guardia. ‘Brunetta è stanco, non lavora più. E non si vedono gli effetti dei suoi tanti annunci’. Risponde il ministro della P.A, con toni durissimi: ‘Letta è penoso. Non si è accorto che la riforma già funziona, i cittadini lo sanno’. Nelle proposte del Pd il no alla marcia indietro sulle liberalizzazioni, le misure per tutelare anche le piccole imprese i contratti a tempo determinato, l’accelerazione dei pagamenti dello Stato verso le imprese, il piano di piccole opere pubbliche. ‘Siamo anche disposti a sederci a un tavolo per discutere un serio progetto di tagli alla spesa pubblica’, dice Letta. A patto che non si segua la strada degli tagli lineari”, conclude LA REPUBBLICA. (red)

13. Processo Mediaset, atti alla Consulta

Roma - “Doppia bocciatura. Dopo il processo Mills – riporta LA REPUBBLICA – anche quello Mediaset finisce ai box in attesa di un parere della Corte Costituzionale. Nel mirino della prima sezione penale milanese sempre la legge entrata in vigore lo scorso 9 aprile sul ‘legittimo impedimento’ garantito al presidente del Consiglio e ai suoi ministri. E per sapere come finiranno i due processi in corso a carico del Cavaliere, bisognerà ora aspettare ancora molti mesi. Venerdì scorso la decisione di appellarsi alla Consulta era stata presa dal collegio davanti al quale si sta celebrando il dibattimento per corruzione giudiziaria del legale inglese David Mills. Ieri, è stato il presidente Edoardo D’Avossa a dichiarare congelato il dibattimento in cui Silvio Berlusconi è imputato di frode fiscale per i presunti diritti televisivi gonfiati del gruppo Mediaset. Le motivazioni sono analoghe, ma questa volta i giudici, tra le pieghe del provvedimento, sono pesantissimi nei confronti dell’attuale maggioranza, contestando l’iter della legge. Secondo la corte milanese, infatti, ‘la norma in questione realizza la medesima situazione già analizzata dalla Consulta sul cosiddetto Lodo Alfano’. Modifica, ovvero, ‘una disciplina innovativa in materia che deve necessariamente essere introdotta con procedimento costituzionale’. Un presupposto e un’interpretazione, quella da cui parte D’Avossa, che sulla scia del ‘no’ al lodo Alfano, farebbe presupporre una medesima bocciatura anche del ‘legittimo impedimento’. Per conoscere il verdetto, bisognerà mediamente aspettare oltre un anno. Prima di dichiarare incostituzionale il Lodo Alfano, la Consulta si è riunita tredici mesi dopo la sua impugnazione da parte del Tribunale di Milano. I termini di prescrizione dei processi milanesi a carico del premier – prosegue LA REPUBBLICA – rimarranno bloccati, ma nel caso in cui il ricorso venisse accolto, i due processi ben difficilmente potranno riprendere dal punto in cui sono stati sospesi. A rischio è soprattutto quello sui diritti Mediaset. Oggi il presidente del collegio è applicato a Milano dal Csm per tenere un’udienza settimanale solo il lunedì. Ufficialmente, D’Avossa da diversi mesi è infatti stato nominato presidente del tribunale di La Spezia. È difficile che, dopo il nuovo intervento della Consulta, possa riottenere una medesima applicazione per il processo milanese. Se questa ipotesi si dovesse avverare, il dibattimento ripartirebbe da zero. Ieri, la Corte ha anche deciso di congelare le posizione degli altri undici imputati - tra loro il numero uno Mediaset, Fedele Confalonieri - per via della ‘complessità del procedimento e delle attività necessarie per l’accertamento dei fatti tutti connessi’. Il provvedimento della prima sezione registra le dure critiche del difensore del premier Niccolò Ghedini, secondo cui i giudici ‘non hanno voluto applicare la legge’. Per l’esponente del Pdl ‘l’obiettivo era di fare il processo e ottenere un’assoluzione perché il fatto non sussiste. Speravamo che ci fosse consentito di fare il processo con i tempi e i modi previsti considerati gli impegni e la carica che riveste il presidente Berlusconi, ma qui a Milano i processi non ce li lasciano fare’. Sempre ieri a Milano, un altro esponente del governo, il sottosegretario Aldo Brancher, si è avvalso del legittimo impedimento per rinviare il processo in cui è imputato insieme alla moglie di appropriazione indebita per alcuni finanziamenti ottenuti dall’ex banchiere Gianpiero Fiorani. In mattinata – conclude LA REPUBBLICA – la segreteria generale di Palazzo Chigi ha documentato un appuntamento istituzionale dell’esponente della maggioranza ad Hannover. La prossima udienza è slittata al 17 maggio”. (red)

14. Il futuro delle pensioni

Roma - “Come si pone – si chiede Massimo Mucchetti sul CORRIERE DELLA SERA – il problema delle pensioni dopo l’ampia vittoria della maggioranza di governo alle elezioni regionali? All’inizio di un periodo di grazia - tre anni - senza ulteriori ricorsi alle urne, tre sono i punti cruciali: la sostenibilità della spesa pensionistica, l’adeguatezza degli assegni dell’Inps, gli effetti del prolungamento dell’attività degli anziani sul mercato del lavoro. Il primo punto è a un passo dalla soluzione. Sebbene l’idea non sia stata ancora metabolizzata, l’innalzamento automatico dell’età della pensione è già legge dello Stato. Manca il decreto d’attuazione. Il governo ha tempo fino al 31 dicembre 2014. Ma sarebbe meglio emanarlo al più presto per evitare di finire in mezzo a un altro ciclo elettorale, poco adatto al rigore: subito dopo le politiche del 2013 e le europee del 2014 e prima delle regionali del 2015. Il decreto deve consolidare il principio che si va in pensione sempre più tardi. Dal 2015 pensioni di vecchiaia a 65 anni e 3 mesi per gli uomini e a 60 anni e 3 mesi per le donne, pensioni di anzianità a 62 anni e 3 mesi per i dipendenti e a 63 anni e 3 mesi per gli autonomi. A partire dal 2020, ogni 5 anni si aggiorneranno i termini in base alle speranze di vita. Nel 2050, si prevede, la soglia della vecchiaia salirà a 68 anni e 5 mesi per gli uomini e a 63 anni e 8 mesi per le donne, l’anzianità a 65 anni e 5 mesi per i dipendenti e a 66 anni e 5 mesi per gli autonomi. A regime l’Inps rinvierà oltre un milione di pensioni, la riduzione delle uscite da subito sarà minimale, ma poi crescerà fino a un taglio di 8,5 miliardi nel 2040. La spesa pensionistica, dunque, è sotto controllo. E può essere sostenuta dai conti pubblici. La sua incidenza sul prodotto interno lordo è di non poco inferiore a quel che si dice, ove la si compari correttamente agli altri Paesi, e cioè togliendo il Tfr, che è salario differito e non pensione, e considerando gli effetti fiscali, che appesantiscono il conto italiano. Del resto – prosegue Mucchetti sul CORRIERE DELLA SERA – la spesa sociale italiana, di cui le pensioni sono parte, risulta di poco inferiore alla media europea e di molto a quella tedesca e francese. Nel 2008, il saldo tra i contributi versati e le pensioni erogate, al netto delle prestazioni assistenziali coperte dalla fiscalità generale, era positivo per lo 0,9 per cento del Pil e concorreva a finanziare la pubblica amministrazione. Ulteriori giri di vite sulle pensioni aumenterebbero questo contributo, ma andrebbero presentati come tali, senza celare gli effetti collaterali. Già oggi la sostenibilità della spesa pensionistica si ottiene dando di meno e più tardi. I giovani avranno pensioni spesso inferiori alla metà del salario. E i più non avranno granché dalla previdenza integrativa: chi poco guadagna, poco destinerà al fondo pensione. Il passaggio al sistema contributivo, del resto, è già un potente incentivo a rimanere al lavoro. Ma la permanenza degli anziani non di rado costituisce un problema. Lo prova l’incremento dei prepensionamenti. Al di là della crisi, in un’Italia dove le persone con un posto retribuito sono meno che altrove e la crescita attesa è scarsa, l’occupazione dei vecchi non facilita quella dei giovani. L’economia non è ancora capace di ridisegnare in modo dignitoso la vita lavorativa che dalla progressione ascensionale di un tempo si va ormai trasformando in una parabola. La riforma delle pensioni, insomma, contrasta derive di finanza pubblica alla greca, e perciò va presto fatto anche l’ultimo passo. L’inadeguatezza delle nuove pensioni e il contrasto generazionale sul mercato del lavoro riaprono la questione della redistribuzione del reddito lungo l’intero arco dell’esistenza”, conclude Mucchetti sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

15. Rifondare le Fondazioni

Roma - “Il comportamento di Sergio Chiamparino, il sindaco di Torino – scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – che nell’interesse del comune ha scelto il candidato da lui preferito alla carica di presidente del consiglio di gestione di Intesa, e poi ha spiegato in una intervista a Repubblica il metodo di questa scelta, ha messo in luce che le fondazioni bancarie usano la lottizzazione per le nomine nei gruppi bancari controllati, ma non rispettano il manuale Cencelli. Chiamparino ha voluto reintrodurne il rispetto. Ma le critiche contro di lui sono errate. Se alla Compagnia San Paolo è dato il diritto di scegliere il presidente del consiglio di gestione di Intesa, mentre alla Fondazione Cariplo si dà quello di nominare i consiglieri delegati, il comune di Torino (che detiene circa il 10 per cento della Compagnia) ha un ovvio diritto di esercitare tale scelta. Nella prassi politica Chiamparino doveva consultare tutto il vertice del suo partito ed è questo che gli attira le critiche di ambienti del Pd, non il fatto che abbia esercitato una normale prerogativa del maggior azionista. Se si contesta a un comune che ha quote in una fondazione creditizia – continua IL FOGLIO – il diritto di indicare suoi rappresentanti nelle banche partecipate dall’ente, allora si deve stabilire il divieto per gli enti locali di possedere quote nelle fondazioni. Ma non è del tutto condivisibile anche la tesi del professor Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera di ieri, secondo cui tali fondazioni dovrebbero diversificare gli impieghi per massimizzare i proventi al fine di distribuirli in beneficenza. E’ auspicabile infatti che gli enti creditizi si emancipino da una mera attività di beneficenza discrezionale. D’altra parte c’è da tenere conto che le critiche del territorio alle banche che non concedono sufficiente credito a imprese e cittadini devono essere bilanciate dalla constatazione che questa scarsa capacità degli istituti è anche il risultato di una bassa capitalizzazione delle banche. Ma per aumentare i patrimoni le fondazioni hanno la capacità di sborsare altro denaro per irrobustire i capitali degli istituti? La risposta è no. Per questo Chiamparino ha soltanto svelato una delle tante ipocrisie italiane”, conclude IL FOGLIO. (red)

16. I politici (Pd) sono già in banca. Ecco la mappa

Roma - “C’è voluto Umberto Bossi – scrive Franco Bechis su LIBERO – a sollevare il velo di ipocrisia sul sistema bancario italiano. Che sarà indipendente - come rivendica - dal governo e dalle maggioranze, ma ancora assai legato a doppio mandato al suo passato e con una dose di politicizzazione interna che non ha eguali nel resto di Europa. Sono 157 infatti i consiglieri di amministrazione di banche e fondazioni bancari reclutati (e spesso imposti) nell’area dei politici di professione. Grazie ai diritti anche statutari di numerosi enti locali i politici trombati, che non riescono più ad essere rieletti o anche ricandidati, da anni hanno scoperto un secondo mestiere: il banchiere. A scorrere i curricula non è una caratteristica generica della politica, ma occupare banche sembra davvero una passionaccia della sinistra italiana, e in gran parte degli ex comunisti. Era dunque fuori luogo la celebre esultanza di Piero Fassino ‘abbiamo una banca!’ al telefono con Giovanni Consorte pronto a scalare la Bnl con Unipol. O almeno non era una novità: allora come oggi il Pd poteva contare già su decine di banche e fondazioni bancarie in cui aveva inserito la propria classe dirigente. Appartengono tutt’oggi a quell’area 114 consiglieri sui 157 che possono vantare una carriera politica alle spalle. Assai magro il bottino del centro destra: 20 consiglieri in tutto, uno strapuntino. Inferiore perfino al numero di consiglieri (23) appartenenti a partiti della Prima repubblica: dai dc ai liberali, dai socialdemocratici ai socialisti. Dei 157 ben 46 possono raccontare ai colleghi nati a cresciuti solo nella finanza di avere avuto una esperienza in parlamento, o alla Camera o al Senato. Ma anche gli altri 111 politici in banca non hanno ricoperto ruoli di secondo piano: sono stati sindaci, assessori, consiglieri comunali, provinciali e regionali. Hanno attraversato tutte le stagioni della politica: erano comunisti, poi pidiessini, diessini, e ora che fanno i banchieri non hanno abbandonato il legame: spesso fanno parte di organismi dirigenti o si sono dati da fare addirittura come soci fondatori del Pd. Accade perfino nelle due banche più grandi. In Banca Intesa – prosegue Bechis su LIBERO – siede un ex deputato dei Democratici di sinistra, come Ferdinando Targetti. In Unicredit group nel board di comando c’è Marianna Li Calzi, che fu sottosegretario in tre governi di centrosinistra. In Unicredit banca ben quattro consiglieri di amministrazione hanno un passato politico: Paolo Pignata (sindaco Dc nel trevigiano); Luigi Gilli, fino al 2009 assessore Pd nella giunta regionale dell’Emilia Romagna; Giovanni Spandonaro, 24 anni sindaco di Asti, poi assessore provinciale (Pd) ed Emilio Lombardi, segretario piemontese dei repubblicani europei, co-fondatore della lista Insieme per Bresso e poi assessore regionale nella giunta guidata proprio dalla signora del Pd piemontese. Sembra una sorta di parlamentino la Fondazione Banca del Monte di Parma: quasi tutti vengono da esperienze politiche. C’è un ex parlamentare dei Ds, Giordano Angelini, nel consiglio della cassa di risparmio di Ravenna, peraltro presieduta da Antonio Patuelli che è stato deputato e vicesegretario nazionale del Pli. Non è mai stato eletto invece Pier Giorgio Bettoli, presidente Fondazione Monte cassa risparmio Faenza, ma si dà un gran daffare nel suo partito dichiarato di appartenenza, il Pd, presso cui ha sottoscritto la lista per candidare alla segreteria Franceschini. Come lui ha fatto Stefano Zanoli, vicepresidente Fondazione cassa di risparmio di Carpi, membro della locale assemblea del Pd. A Biella rappresenta addirittura la storia della politica locale il presidente della Fondazione della cassa di risparmio, Luigi Squillario: ha fatto il sindaco per 10 anni, prima dc, poi ppi e ora continua a fare politica nel Pd. Assai politicizzato - area Pd - anche il cda della Fondazione Cassa di risparmio di Bologna. I casi sono tutti simili, e disseminati un po’ in tutta Italia, anche se i consigli più lottizzati da ex politici sono nelle regioni rosse del centro Italia (Emilia e Toscana). Il vizietto per altro contagia un po’ tutti. Giusto l’altro giorno provava a correggere il tiro di Bossi il ministro dello sviluppo Economico, Scajola: ‘la politica deve stare fuori dalle banche’. Parole sagge. Bisognerebbe farle riecheggiare anche vicino alla sede della Cassa di risparmio di Genova, dove il consiglio nacque grazie a un’intesa bipartisan fra Burlando e lo stesso Scajola. Così – conclude Bechis su LIBERO – alla vicepresidenza è arrivato un ex deputato dc poi considerato vicino al Pdl. Di nome fa Alessandro. Di cognome Scajola. Non è omonimia: è il fratello”. (red)

17. Così a Torino sta cambiando rete di potere dei salziani

Roma - “La prossima uscita di Enrico Salza dal vertice di Intesa – riporta IL FOGLIO – provoca smottamenti tra le fila sempre più sfilacciate dei salziani, ma anche la strategia del suo avversario Angelo Benessia, che ha deciso di sostituirlo, provoca più attriti che concordia tra i soci di Intesa. La mossa del presidente della Compagnia di Sanpaolo, che punta come presidente del consiglio di gestione della banca sull’ex ministro Domenico Siniscalco, sta innervosendo non soltanto l’altro socio forte di Intesa, Cariplo, ma anche le fondazioni minori. Significative le parole di ieri di Michele Gremigni, presidente di Carifi (Cassa di Firenze): ‘Sarà il consiglio di sorveglianza, una volta eletto, a provvedere alle nomine del consiglio di gestione’. Una critica indiretta alla mossa non concordata del Sanpaolo. Si vedrà nei prossimi giorni se il consueto pranzo mensile che si è tenuto ieri tra il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e i maggiori banchieri, tra cui Giuseppe Guzzetti di Cariplo che ha invocato la ‘saggezza’, sarà servito per pacificare gli animi per il vertice di Intesa. Ma sull’ipotesi Siniscalco, Tremonti è atarassico: non ne farò una malattia se l’ex ministro non riuscirà a sostituire Salza. A Torino nella pattuglia dei salziani i risentimenti vanno di pari passo con la voglia di rivincita. Il circuito che fa riferimento a Salza ha diramazioni nelle banche, nelle fondazioni, nelle aziende partecipate da istituti ed enti creditizi, nella politica – di destra e di sinistra, come assicura il gran tessitore – nell’imprenditoria e soprattutto nel feudo – crocevia e sintesi – della Camera di commercio di Torino: sono considerati suoi fedelissimi il presidente Alessandro Barberis, il segretario generale Guido Bolatto e Giuseppe Picchetto, presidente di Infocamere. I salziani adesso soffrono, anche perché si sono arresi all’evidenza dell’uscita di scena dell’Ingegnere, malgrado le sue ultime battagliere dichiarazioni. Soffrono soprattutto uomini come Paolo Peveraro, ex vicepresidente della giunta regionale, che avrebbe dovuto essere recuperato al vertice dell’azienda di trasporti torinese, Gtt. L’appartenenza e la fedeltà al sodalizio – prosegue IL FOGLIO – hanno garantito il conseguimento o il consolidamento di carriere onorevoli. Nella banca i manager più vicini al leader sono almeno quattro: Pier Luigi Curcuruto, responsabile del sistema informatico, Piero Luongo della direzione società e partecipazioni, Bruno Picca chief risk officer, oltre a Massimo Deandreis. Nella Compagnia di Sanpaolo – che in maggioranza ha seguito le indicazioni di Benessia – spiccano tra i salziani il vicepresidente Luca Remmert, i consiglieri Giuseppina De Santis e Giuseppe Pichetto. Si sono ormai sfilati invece sia il segretario Piero Gastaldo sia l’altro vicepresidente, l’economista Elsa Fornero (che dovrebbe diventare vicepresidente di Intesa) entrambi di nomina salziana. C’è poi Camillo Venesio, presidente della Banca del Piemonte e, come Salza, membro del consiglio dei saggi Abi. La tela salziana si compone anche di fili più politici: c’è l’assessore comunale al Commercio Alessandro Altamura, il senatore del Pd, Mauro Marino, e Giuliana Tedesco, consigliere comunale dell’ex area di Alleanza per Torino, l’invenzione del banchiere per la nomina del sindaco Valentino Castellani. All’Unione industriale, invece, i fedelissimi sono pochi: l’ex leader Alberto Tazzetti si è allontanato dal suo pigmalione, tra i costruttori c’è la famiglia De Giuli, e Gastone Guerrini. C’è la presidente dei commercianti Ascom, Maria Luisa Coppa, e quello degli artigiani Cna, Daniele Vaccarino, e Maurizio Montagnese presidente della Sagat (società di gestione dell’aeroporto di Caselle). Le propaggini culturali comprendono il centro Einaudi, dove Giuseppina De Santis è direttore, con l’economista Giuseppe Russo e il giurista Alberto Musy. Altri salziani sono considerati Giovanna Incisa Cattaneo, numero uno della fondazione Torino Musei, e Rodolfo Zich, ex rettore del Politecnico. Dall’entourage di Salza trapela un astio foriero di conseguenze verso il sindaco di Torino: le partite a scopa di Chiamparino con il numero uno della Fiat Sergio Marchionne ‘si ridurranno a un solitario’ e le sue ambizioni di leadership nazionale del Pd, o di raccogliere, con il placet dei poteri forti, il testimone di Benessia come uno dei perni della finanza piemontese incontreranno non pochi ostacoli. A Torino – conclude IL FOGLIO – c’è chi sostiene che la manovra antisalziana di Benessia, per gli attriti che ha provocato con gli altri soci di Intesa, possa mettere a repentaglio la sua riconferma al vertice della Compagnia. Auspici o previsioni?”. (red)

18. Dopo Goldman si indaga su altre banche

Roma - “Dopo aver turbato i mercati finanziari di mezzo mondo, con perdite pesanti da Shanghai (-4 per cento) a Milano (-0,99) – scrive Arturo Zampaglione su LA REPUBBLICA – l’onda dello scandalo Goldman Sachs si è smorzata ieri poco prima di sommergere Wall Street. Risultato: il Dow Jones a fine giornata ha guadagnato e persino i titoli della Goldman hanno ottenuto un +1,5 per cento. A questa ‘tenuta’ della Borsa americana hanno contribuito gli ottimi risultati trimestrali del Citigroup (4,4 miliardi di dollari di utili: a conferma della ripresa del settore bancario) e i dati del superindice economico, cresciuto il mese scorso del 1,4 per cento. Ma il vero motivo della reazione composta di Wall Street - spiegano gli analisti - è la convinzione sempre più diffusa tra gli investitori che la vicenda giudiziaria della Goldman Sachs sia destinata ad afflosciarsi, nonostante la discesa in campo di Barack Obama che andrà a Wall Street per sostenere la sua riforma contro gli eccessi della finanza. Allo stesso tempo tuttavia lo scandalo sembra allargarsi ad altre banche. Ma andiamo con ordine. Venerdì scorso la banca più ricca (e odiata) di New York è stata accusata di frode dalla Sec. Secondo l’incriminazione, negli anni della finanza allegra la Goldman ha favorito la creazione di un Cdo, uno strumento ad hoc per speculare sui mutui subprime, offrendolo a grandi investitori, ma senza avvertirli che l’hegde fund di John Paulson aveva contribuito a selezionare una parte dei titoli inclusi nel pacchetto, né che lo stesso Paulson avrebbe scommesso sul collasso del Cdo. Un altro caso di doppio gioco da parte della Goldman? Paulson ci ha guadagnato miliardi di dollari, mentre il suo ex-braccio destro, e vero ispiratore della manovra sui mutui subprime, il milanese Paolo Pellegrini, ha incassato 175 milioni di dollari: ma nessuno dei due è stato incriminato dalla Sec. ‘Io personalmente non ho mai contattato la Sec, ma sono stato chiamato a testimoniare dopo che la Sec ha parlato con Paulson’, chiarisce a Repubblica lo stesso Pellegrini. La Sec intanto – prosegue Zampaglione su LA REPUBBLICA – sta cercando le prove di frodi compiute da altre banche attraverso la vendita di titoli analoghi. Altri grandi istituti infatti - Deutsche Bank, Ubs, Merrill Lynch - hanno creato strumenti finanziari come ‘Abacus’, il pacchetto di obbligazioni garantite da mutui subprime. Per il momento però è la Goldman nell’occhio del ciclone: la banca, che oggi diffonderà i propri dati trimestrali, ha promesso di battersi in tribunale contro accuse che considera ingiuste e ha lanciato una controffensiva a tutto campo, ottenendo già i primi risultati. ‘Le accuse sembrano una pistola ad acqua e non permetteranno certo di scoprire le ragioni della crisi finanziaria’, minimizza il Wall Street Journal in un editoriale che rispecchia bene gli stati d’animo della comunità finanziaria. Il quotidiano ritiene che gli addebiti della Sec siano destinati a sgonfiarsi: come è possibile che la banca abbia fatto il doppio gioco se poi ha perso in quella operazione 90 milioni di dollari e ne ha guadagnati solo 15 di commissioni? La parziale assoluzione di Wall Street non basterà a risolvere i problemi della Goldman. L’iter giudiziario finirà per costarle almeno 700 milioni di dollari, cui si aggiungeranno una perdita di immagine e di credibilità, specie dopo la scoperta che i massimi vertici della banca erano al corrente delle operazioni contestate. E Londra e Berlino promettono di aprire inchieste giudiziarie parallele”, conclude Zampaglione su LA REPUBBLICA. (red)

19. Cercasi Pecora a Wall Street

Roma - “Mai polverone borsistico (e mediatico) fu così gradito. Le accuse di frode che la Sec ha mosso venerdì nei confronti di Goldman Sachs – scrive IL FOGLIO – devono essere apparse infatti come una manna dal cielo a quanti, negli Stati Uniti, attendevano proprio questa settimana per spingere con forza la riforma delle regole della finanza attraverso gli scranni di Capitol Hill. Non è un caso che nel fine settimana il presidente Barack Obama, sull’onda della rinfocolata indignazione pubblica, si sia rivolto direttamente ‘a ogni singolo membro del Congresso’: ‘Non possiamo permettere che la storia ripeta se stessa’. Non solo: ieri la Casa Bianca ha annunciato che giovedì il presidente sarà a New York per parlare a sostegno della riforma che inizia il suo iter al Senato. Il presunto scandalo sollevato dalla Sec, che questa volta interessa una banca d’investimento assurta a simbolo di Wall Street, si presta effettivamente – secondo gli analisti – a rinserrare i ranghi di quanti non intendono lasciarsi la crisi alle spalle senza aver messo mano alle regole del comparto finanziario. A maggior ragione se Mary Shapiro, la presidente scelta da Obama per guidare l’organo di sorveglianza della Borsa, presto allargherà l’indagine sulle vendite in prodotti strutturati realizzati anche da altri big del settore come Deutsche Bank, Ubs, e Merrill Lynch. Perfino a Bruxelles c’è chi si fa coraggio pensando all’ultima ‘malefatta’ dei finanzieri americani: ‘Le pratiche emerse, che se confermate sarebbero illegali e incomprensibili – ha fatto sapere ieri Michel Barnier, commissario Ue al Mercato interno – rafforzano la convinzione e la determinazione che l’Europa debba agire nell’area dei derivati’. L’Autorità di controllo della Borsa in Gran Bretagna, intanto, sta valutando se esista un coinvolgimento di Goldman Sachs nel paese. La banca d’affari ha però precisato: ‘Riteniamo che le azioni della società siano state del tutto appropriate e compieremo i passi necessari per difendere il gruppo e la sua reputazione, rendendo conosciuta la verità’. Ma il comunicato – prosegue IL FOGLIO – rischia di potere ben poco nel trambusto di quello che è già stato ribattezzato il ‘Pecora moment’ dell’attuale crisi finanziaria. ‘Abbiamo atteso a lungo questo momento – ha scritto ieri Simon Johnson, già capoeconomista del Fondo monetario internazionale – l’equivalente contemporaneo del momento in cui un tosto procuratore di New York, all’inizio degli anni Trenta, rapì l’immaginazione del paese’. Subito dopo la Grande crisi del ’29, Fernand Pecora, americano di origini siciliane, riuscì a ‘mettere a nudo le malefatte di Wall Street in termini semplici e vividi che chiunque poteva capire, creando l’ondata di sostegno pubblico necessario ad approvare una riforma complessiva delle regole’. Tutto avvenne all’interno di una commissione del Senato pensata allora proprio per comprendere (e spiegare a tutti) cosa ci fosse stato alla radice del crollo delle Borse. In quella sede Pecora mise alle corde i fondatori di istituti di credito blasonati come National City Bank e J.P. Morgan, tanto che il Time, nel 1933, gli dedicò una delle sue copertine: ‘La ricchezza a processo’. Ne vennero fuori 12 mila pagine di testimonianze che secondo gli storici portarono a riforme decisive come l’approvazione del Glass-Steagal Act, con la separazione tra banche commerciali e d’investimento, e la creazione della Sec, l’equivalente della Consob italiana: ‘Ma difficilmente il ruolo della commissione Pecora potrà essere giocato da un organo tecnico come la Sec, anche perché gli avvocati delle società finanziarie sono troppi e troppo forti – dice al Foglio Charles Geisst, docente di Finanza al Manhattan College e storico di Wall Street – mentre il pubblico sarà meglio raggiunto nei prossimi mesi dai risultati della Financial Crisis Inquiry Commission creata nel Congresso’. Sarà – conclude IL FOGLIO – eppure i dirigenti di Goldman Sachs – riferiva ieri The Politico citando fonti di Wall Street – già sono ‘convinti di essere finiti nella parte del cattivo nella campagna di Obama per la riforma delle regole finanziarie’”. (red)

20. I tre di Emergency. Vero negoziato, come per i sequestri

Roma - “L’obiettivo è stato raggiunto – scrive Fiorenza Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA – nonostante le smentite ufficiali: l’ospedale di Lashkar Gah rimane chiuso. Nega il governo italiano di aver corrisposto contropartite agli afghani per ottenere il rilascio degli italiani di Emergency. Nega che fosse proprio questa la condizione posta per dichiararli ‘non colpevoli’. E così segue un copione generalmente utilizzato dopo la liberazione degli ostaggi sequestrati dai terroristi, anche quando il patto segreto prevedeva la consegna di valigette piene di dollari. Perché di fatto proprio questo è accaduto quando Marco Garatti, Matteo Dell’Aira e Matteo Pagani sono stati catturati all’interno della struttura. E per farli scarcerare intelligence e diplomazia hanno dovuto avviare un vero negoziato che ha poi raggiunto la svolta quando si è avuto un contatto diretto con il presidente Hamid Karzai, sollecitato dalla lettera inviata da Silvio Berlusconi. È chiara la presa di posizione dell’organizzazione umanitaria che ci tiene a ribadire come ‘il rilascio dei nostri operatori non è dipeso da alcun accordo, ma dal mero accertamento dei fatti’. In realtà l’innocenza dei tre non è mai stata in discussione, ma da subito è apparso evidente come l’arresto disposto dai servizi segreti afghani fosse una ritorsione proprio per l’attività che Emergency svolge in quell’area a sud del Paese, dove non ci sono altre strutture occidentali. Un’insofferenza più volte manifestata - sia pur informalmente - anche dai vertici militari della Gran Bretagna che di quella zona detengono il controllo. La struttura è ritenuta fondamentale dalla popolazione, ma osteggiata dalle autorità locali. Tanto che non era apparsa affatto spontanea quella manifestazione di protesta organizzata di fronte all’ospedale poche ore dopo il ritrovamento di armi ed esplosivi nel magazzino, con i cittadini che ne sollecitavano l’immediata chiusura. E non sembra casuale – aggiunge Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA – come già la scorsa settimana, quando l’ambasciatore italiano a Kabul ha avviato la mediazione con il governo, è stato disposto il trasferimento nella capitale di tutto il personale sanitario che fino a quel momento operava a Lashkar Gah. Emergency non sembra comunque disposta ad arrendersi tanto che tocca a Cecilia Strada, dopo aver evidenziato come ‘noi non siamo parte di alcun accordo’, sottolineare come ‘sarà valutato insieme ai nostri operatori, alle autorità afghane e al ministero della Salute quali siano i modi e i termini della prosecuzione del nostro intervento nel sud dell’Afghanistan’. Al momento la riapertura non appare possibile visto che lo stesso ministro degli Esteri Franco Frattini ha specificato domenica, subito dopo il rilascio dei tre, come fossero state ‘avviate le procedure amministrative per verificare la sicurezza della struttura’. Un modo neanche troppo velato per confermare - al di là delle posizioni più o meno ufficiali prese anche dalle autorità afghane - l’insofferenza per la presenza della Ong. Subito dopo l’arrivo in Italia Garatti, Dell’Aira e Pagani saranno interrogati come testimoni dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti che ha delegato ai carabinieri del Ros il compito di svolgere accertamenti, non escludendo una missione a Kabul per verificare anche l’ipotesi del complotto ai danni dell’organizzazione. Un’ipotesi che con il trascorrere delle ore perde comunque consistenza. L’obiettivo comune – conclude Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA – sembra chiudere il caso il più in fretta possibile, anche per evitare nuove polemiche come quella nata dopo la scelta di rientrare in Italia con un aereo di linea, visto che ormai si trattava di persone libere, completamente scagionate dalla dichiarazione del capo dei servizi segreti locali costretto a una clamorosa marcia indietro dopo le false notizie veicolate per una settimana”. (red)

21. Non ringraziano chi gli salva la pelle

Roma - Confermato. La gratitudine è il sentimento della vigilia. Poi svanisce – scrive Vittorio Feltri su IL GIORNALE – e spesso si trasforma in antipatia, anche profonda. I tre operatori sanitari (medico e infermieri) di Emergency liberati grazie all’intervento decisivo del governo italiano non hanno rilasciato dichiarazioni riconoscenti su chili ha salvati. Figuriamoci. Addirittura hanno rifiutato di attendere l’aereo militare che li avrebbe riportati in Patria; hanno preferito quello di linea, così, per non avere nulla da spartire con l’esecutivo di Berlusconi. Il loro atteggiamento indigna ma non stupisce, è perfettamente coerente con il pensiero del loro capo, Gino Strada, un pacifista che non si dà pace, ce l’ha con tutti (specialmente con gli americani), tranne i talebani di cui non saprei dire cosa egli stimi. La vicenda è nota. I tre connazionali lavorano in un ospedale fondato da Emergency, in Afghanistan, nel quale sono state trovate delle armi. Di qui il loro fermo o arresto (non si è mai capito) che ha suscitato clamore e preoccupazione nel nostro Paese. Nei giorni immediatamente successivi si è molto discusso anche in televisione del fatto, e l’opinione pubblica ha trepidato aspettando gli sviluppi. Si era temuto il peggio dato che l’Afghanistan non è la Svizzera e non offre garanzie di rispetto delle regole, immaginarsi dei diritti umani. Il ministro degli Esteri Frattini, preventivamente criticato dalla stampa più che democratica (il Fatto quotidiano lo ha definito uno che passava lì per caso), si è dato da fare e nel giro di una settimana ha concluso con successo le trattative. Qualcuno gli aveva consigliato di intimare alle autorità afghane: o ci ridate i nostri cittadini oppure noi ritiriamo il contingente militare, e arrangiatevi. Evidentemente la tattica del titolare della Farnesina ha funzionato meglio se è vero, come è vero, che gli ostaggi sono stati rilasciati senza il ricorso a odiosi ricatti. Ci si augurava un applauso al governo – prosegue Feltri su IL GIORNALE – e invece si sono uditi soltanto fischi. Difficile capire perché. Ogni volta che accadono episodi simili, le persone alle quali è stata conservata la pelle mostrano indifferenza, anzi, freddezza verso chi si è prodigato per loro. È successo con le ormai famose Simone (altrimenti dette vispe Terese) strappate ai tagliagole islamici di Bagdad e dintorni, e non si è mai saputo quanti milioni di euro siano stati pagati per riscattarle, ma è certo che si è trattato di una somma considerevole; ed è successo con la Sfirena, l’inviata del Manifesto anch’essa sequestrata mentre gironzolava da quelle stesse parti, e liberata dopo giorni di negoziati conclusi felicemente, non gratis. Da notare che il commissario di polizia aggregato ai servizi segreti, Calipari, ha perso la vita mentre riportava a ‘casa’ la giornalista. Ebbene, né le vispe Terese - volontarie ben retribuite in Irak - né la Sgrena hanno avuto parole buone nei confronti degli uomini ai quali devono il rientro in famiglia, inclusi quelli del governo che avrebbero potuto anteporre la ragion di Stato alla superiore esigenza di tutelare le (mica tanto) gentili signore. Con i tre di Emergency – conclude Feltri su IL GIORNALE – la tradizione dell’ingratitudine continua. Rimane in sospeso una domanda: male armi nell’ospedale chi ce le ha messe?”. (red)

22. Il fascino del terzo uomo

Roma - “Specchio, specchio delle mie brame chi è il più implausibile del reame? Il popolare ritornello della vecchia favola risuona – scrive Lucia Annunziata su LA STAMPA – secondo Timothy Garton Ash, nelle elezioni inglesi del 6 maggio. Il primo candidato, Gordon Brown, Primo ministro, risulta implausibile perché ‘il Labour ha smantellato significativi elementi del vecchio ordine costituzionale senza crearne uno nuovo’; il secondo, David Cameron, per essere rappresentante di ‘Conservatori che pretendono di essere Giacobini, un Burke vestito da Paine’; per quanto riguarda il terzo, Nick Clegg: ‘I liberal democratici rimangono implausibili alla loro dolce maniera. La loro piattaforma prevede cambi rilevantissimi. Ma chi crede che avranno mai il potere per realizzarli?’. Va notato che l’elegante e preciso scetticismo dell’articolo offre anche una quarta, sia pur indiretta, valutazione: Timothy Garton Ash esamina tre candidati. Tre, non due. Anche la Gran Bretagna, possiamo dunque dire, si arrende alla tentazione, e, probabilmente (se le cose vanno come anticipano le indagini preelettorali) alla seduzione del Terzo Uomo. Dal 15 aprile l’esistenza di questo ulteriore protagonista è stata formalizzata dalla (e da chi altro?) televisione. Il ‘dibattito fra candidati’, vecchio strumento di lavoro di tutti i Paesi occidentali, per la prima volta è stato ammesso anche nella tradizionale Inghilterra. E non è affatto un caso che le due cose abbiano proceduto d’accordo: il confronto in tv e l’affermazione del terzo candidato. Dopo il confronto televisivo, Clegg è addirittura saltato in testa nei sondaggi. I Liberal Democrat ieri sfoggiavano un bel 33 per cento di favori popolari, in posizione di testa nei poll YouGov Plc che ogni giorno pubblica il quotidiano Sun, contro il 32 per cento di David Cameron e il 26 per cento di Gordon Brown. Non che questo significhi qualcosa: in tutto il mondo gradimento e voto non sono la stessa cosa. Eppure, il fenomeno c’è e va guardato con attenzione. A cominciare dal fatto che molti inglesi scontenti abbiano (in verità con una certa fretta) evocato Obama per spiegare Clegg. Quanto e perché l’Inghilterra sia affascinata dal leader liberal democratico, lo vedremo poi alle urne. Quel che è importante per noi è invece notare come la vicenda inglese conferma una regola non scritta che è divenuta però ormai tratto consuetudinario delle nostre democrazie: la vitale presenza di un Terzo Uomo nei passaggi elettorali più delicati. Va intanto precisato – prosegue Annunziata su LA STAMPA – cosa si intenda con questa definizione. Anche nel sistema bipolare più ferreo, candidati di partiti minori sono sempre stati presenti. Diverso è quando, com’è il caso di Clegg, uno di loro diventa così decisivo da alterare la competizione elettorale. Forse è Ross Perot, industriale texano che nel 1992 si inserì fra Clinton e Bush padre facendo in effetti vincere il democratico, il caso più clamoroso dei decenni scorsi. Ma Barack Obama può in qualche modo rientrare in questa categoria: diventa infatti il terzo uomo delle primarie, riscrivendo lo scontro già definito fra Hillary e McCain. Un altro caso di Terzo Uomo decisivo, lo abbiamo proprio da noi, in Italia, nella persona di Umberto Bossi, che oggi con la sua Lega addirittura condiziona l’intero bipolarismo. A suo modo lo stesso Silvio Berlusconi lo è stato, al declino della prima Repubblica; e, sempre rimanendo nell’esempio non perfetto del sistema proporzionale, va ascritto anche a Bettino Craxi un ruolo di Terzo e decisivo incomodo. E perché non inserirvi anche quel Sarkozy che è emerso come terza opzione nazionale in quanto anima diversa del suo stesso partito? Non meraviglia dunque che spuntare come numero tre sia diventato una sorta di luogo mitologico della politica moderna: ne fa testo la ostinata ricerca perseguita nel nostro orizzonte nazionale da leader come Casini, Rutelli, e, oggi, Gianfranco Fini. Tutti gli esempi fin qui fatti rappresentano casi diversissimi tra loro. Accumularli sotto una identica voce ci pone a rischio di una severa bocciatura di ogni buon professore costituzionalista. Ma la politica moderna, quella dei cittadini acculturati, quella che ha la comunicazione come spina dorsale, si fonda anche sulle associazioni emotive, e le suggestioni. Ancor prima che politica, c’è una dinamica culturale nella richiesta di un Terzo protagonista. Il doppio è perfezione tale da pendere verso l’occlusione. Il Terzo Uomo è infatti anche figura letteraria dell’inquietudine - come vuole il romanzoscreenplay di Graham Greene. Il terzo candidato è dunque colui che si afferma quando il sistema conosciuto entra in fase di affanno. E in questi passaggi, in cui da una parte e dall’altra le alternative non appaiono più soddisfacenti, si materializza spesso il miracolo di un underdog, di un fuori gara. Di uno sconosciuto la cui presenza serve soprattutto a dimostrare i limiti di quel che già si conosce. Non a caso, dicevamo, c’è uno stretto legame, spesso, fra l’affermazione di questi irregolari, e il dominio preso nelle nostre democrazie dalla comunicazione-televisione sulle campagne elettorali. E' solo lì infatti, nella rappresentazione della politica, che le differenze possono essere messe in scena e raccontate e capite. Clegg in tv si è presentato come alternativo ad entrambi i suoi opponenti: facile da fare per una forza politica che non ha mai governato. Ma il successo della sua differenza ci parla soprattutto dello stato d’animo di chi va a votare in Inghilterra oggi: il senso dell’esaurirsi di una fase politica. Come ben dice lo stesso Clegg: ‘C’è oggi una fluidità in queste elezioni che non ho visto in una generazione. Le vecchie certezze, i vecchi riti che governano il ricorso alle urne si stanno rompendo’. Parole che, come si diceva, trovano oggi una indubbia eco anche negli umori con cui è appena andato alle urne il nostro Paese”, conclude Annunziata su LA STAMPA. (red)

23. Ora Brown e Cameron provano a demolire la “Cleggmania”

Roma - “Per il Daily Telegraph – riporta IL FOGLIO – la minaccia dei Lib Dem alle elezioni inglesi del 6 maggio è a tutt’oggi ‘scarsamente credibile’ ma, a giudicare dai toni, Labour e Tory non sono così sicuri che il terzo incomodo sia tanto innocuo. L’ultimo sondaggio di YouGov – pubblicato dal Sun – è inquietante: i Lib Dem sono il primo partito, al 33 per cento, contro il 32 dei conservatori e il 26 dei laburisti. Ieri pomeriggio una rilevazione commissionata dal Guardian poneva i Lib-Dem appena dietro ai Tory (33 e 30 per cento), con il Labour terzo partito. Mai si era visto un ‘surge’ di questo tipo, e pure se molti analisti continuano a sostenere che si tratta di una bolla mediatica, David Cameron e Gordon Brown corrono ai ripari. Non è facile, perché la retorica di Clegg è semplice ed efficace: ‘Più discutete l’uno con l’altro più sembrate uguali’, ha ripetuto più volte ai due contendenti durante il dibattito televisivo di giovedì scorso, e non a caso è una delle frasi che più è rimasta impressa ai telespettatori. Il gioco del terzo incomodo è il più semplice, ma anche il meno proficuo: prendere le distanze dai due grandi partiti è facile, difficile è piuttosto tramutare tale vantaggio in voti, cosa che all’eterno terzo partito non è mai riuscita bene (il sistema elettorale inglese non aiuta, anche i conservatori devono sperare in un passaggio di campo corposo di elettori stanchi del Labour per ottenere la maggioranza). Però questa potrebbe essere la volta buona, l’Inghilterra si è tutt’a un tratto colorata di giallo – il colore dei Lib Dem –, è scoppiata la Cleggmania. A dire il vero il sondaggio del ‘surge’ rivela che pochissimi sanno dire quali sono le idee dei liberaldemocratici, ma non importa: nell’intenzione di voto c’è sia la protesta sia la richiesta di ‘change’. Nei campi avversi – prosegue IL FOGLIO – si fanno conti su conti, circoscrizione per circoscrizione, girano mappe elettorali con i vari scenari possibili, con quel giallo che fa sempre più paura. Brown, secondo alcune indiscrezioni, sta provando a stringere patti elettorali: i Lib Dem hanno in passato rubato voti dal Labour, però le assonanze ci sono e l’alleanza è fattibile (dopo le elezioni naturalmente, ora distruggerebbe ogni possibilità per Clegg). Il problema più grande è quello di Cameron, come dimostra il nervosismo tra i suoi consiglieri e tra i commentatori conservatori. Ieri il leader dei Tory ha detto che un voto ai Lib Dem è come un voto al Labour, non porta a nulla, inchioda il Regno Unito al punto in cui è: continua a insistere sul ‘change’ e lancia il primo affondo a Clegg, dicendogli che in fondo votare lui è come votare Brown. Boris Johnson, sindaco di Londra, richiamato a gran voce dalla base ‘borisiana’ dello Spectator, ieri ha scritto sul Daily Telegraph che la Cleggmania ‘è la più grande bolla mediatica dai tempi di Diana’ e ha demolito i Lib Dem idea per idea (Boris ha scommesso mille sterline con Max Hasting, ex direttore del Telegraph, sulla vittoria dei Tory, ha un altro buon motivo per invertire la tendenza del tutto-giallo). Per Cameron però l’attacco frontale potrebbe essere controproducente, così fa di tutto per non diventare ‘nasty’. E’ toccato invece a Clegg ieri il momento di cattiveria: è apparso all’ultimo appuntamento di campagna elettorale quasi isterico, a uno studente che gli ha fatto una domanda specifica ha risposto di non essere ‘un’enciclopedia ambulante’. Dicono che sia nervoso perché la sua famiglia è bloccata in Spagna, per la nube del vulcano islandese”, conclude IL FOGLIO. (red)


Prima Pagina 20 aprile 2010

My God, la Lega vuole le banche