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I Gatti Persiani

Film underground iraniano di Bahman Ghobadi, girato in digitale, ma con buona qualità formale, per aggirare la necessità di autorizzazioni per tutto necessarie in un regime altamente burocratizzato e, quindi, altrettanto corrotto. Tentativo, comunque, non coronato da troppo successo visto che l’arresto per i realizzatori è arrivato: perché “I gatti persiani” è un film underground per davvero, e non solo a parole come, pretenziosamente, ne girano troppi in occidente. 

Il successo, invece, l’ha avuto a Cannes, nella sezione “Un certain regard”. Forse eccessivo, va ammesso, da un punto di vista artistico, però da un punto di vista documentale è uno di quei film assolutamente da non perdere perché sa raccontare, grazie alla forza del cinema, della narrazione, la realtà iraniana molto più di cento saggi, mille articoli e miriadi di seghe intellettualistiche. 

Lo spaccato di vita persiana che emerge è quello delle band Indie Rock che lottano non solo per esitere, ma per potersi esprimere senza finire in prigione, per poter raccontare la difficoltà di vivere la propria giovinezza in un regime teocratico che vieta tutto: dal bere al suonare. Un regime dove una donna per esprimere la propria femminilità può al massimo spostare, ma a suo rischio, di pochi centimetri il velo, nulla di più civettuolo è permesso: i capelli al vento li possono avere solo gli uomini in motocicletta, ma anche nel più retrivo dei regimi si possono trovare spazi di libertà che noi abbiamo perso. 

La trama è esile: solo la storia di un gruppo musicale che cerca disperatamente di poter suonare nel sottobosco di semillegatà di Teheran. Trama sottile, dunque, ma che permette al regista una cavalcata nei generi musicali del panorama underground persiano, dall’indie rock al folk rivisitato, passando per heavy metal e rap persiano, regalandoci per ogni brano una sorta di videoclip. Videoclip, però, ben diverse dal fasullo mondo MTV: queste sono spaccati di vita reale che testimoniano la vitalità di una gioventù ben diversa da quella che in occidente si crede tale. 

Una vitalità e una capacità creativa insospettabile e una ribelle voglia di libertà rischiata ad ogni nota, che la piagnucolosa gioventù del nostro mondo ha da tempo dimenticato. Là, per suonare, i ragazzi rischiano la galera e il sequestro degli strumenti, qui, invece, si piange perché i discografici non ascoltano e ci si piega a vergognose logiche da X-factor e Amici. 

Una vera sorpresa il mondo che trapela da “I gatti persiani”, film che esce dalle logiche di giornalismo strumentale pro o contro i sovrani, e giusti, diritti dell’Iran, ma che entra nei diritti della libertà del quotidiano, altrettanto, se non più, giusti.  Diritti che in Iran sono negati da una teocrazia che maschera da Repubblica le leggi del Dio di Abramo. Negata libertà del quotidiano, da noi così scontata, per la quale i giovani musicisti e cineasti persiani lottano, perché, sembrerà strano, esistono posti dove la ribellione passa ancora per il Rock and roll.

 

Ferdinando Menconi

 

 

Marrazzo ("il ritorno") e una strana idea di “verità”

Prima Pagina 20 aprile 2010