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Marrazzo ("il ritorno") e una strana idea di “verità”

Ecco fatto. Sono bastati sei mesi, e una sentenza della Cassazione che come vedremo si presta agli equivoci, per dare modo a Piero Marrazzo di rialzare la testa, tornando a indossare i panni della vittima. Gli stessi che aveva cercato di vestire subito dopo che si erano diffuse le prime voci sulle sue assidue frequentazioni di prostitute transessuali e che, ben presto, era stato costretto ad abbandonare sotto l’infuriare dello scandalo.

Andiamo a rileggerle, quelle dichiarazioni iniziali che vennero pronunciate col tono indignato di chi non c’entra nulla e si vede coinvolto suo malgrado in una brutta, bruttissima storia alla quale è completamente estraneo. Quelle frasi che cercavano di schivare qualsiasi addebito riconducendo tutto a un’odiosa macchinazione ai suoi danni, approntata allo scopo di costringerlo ad abbandonare il posto di governatore del Lazio. E, soprattutto, a non potersi ricandidare alla guida della Regione, spianando così la strada alla vittoria del centrodestra.

«Mi vogliono colpire alla vigilia delle elezioni. Sono amareggiato e sconcertato per il tentativo di infangare l’uomo per colpire il Presidente. Quel filmato, se davvero esiste, è un falso. È stato sventato un tentativo di estorsione basato su una bufala. Non ho mai pagato, nego di aver mai versato soldi. Bisogna vedere se l'assegno che dimostrerebbe il pagamento l’ho firmato io. Occorrerà attendere l'esito delle perizie calligrafiche». E ancora: «Non ero a conoscenza di questa vicenda, quanto sta accadendo non risponde a verità. Quanto è successo, è un atto di una gravità inaudita, e dimostra che nel nostro paese la lotta politica ha raggiunto livelli di barbarie intollerabili. Ma io non mi dimetto e vado avanti». E infine (“visibilmente emozionato”, sottolineava l’articolista del Corriere della Sera): «Ho una famiglia alla quale tengo più di ogni altra cosa e che voglio preservare con tutte le mie forze. Sul piano politico ho risposto, sul piano umano mi faccio delle domande. Da questo momento, di questo argomento parleranno esclusivamente i miei legali»

Sic. 

Com’è andata a finire lo sappiamo tutti. Le indiscrezioni sono diventate certezze, con tanto di nomi e cognomi, ricostruzioni circostanziate e testimonianze a non finire. A quel punto Marrazzo non ha avuto alternative e ha dovuto riconoscere che almeno qualcosa di vero c’era. Eccome se c’era. Gli incontri coi trans si erano svolti realmente e a più riprese. All’insaputa dei famigliari e, innanzitutto, di sua moglie. Sul piano giudiziario gli eventuali reati e le relative responsabilità erano tutte da accertare, ma sotto ogni altro profilo la situazione era obiettivamente insostenibile. L’immagine politica e l’integrità personale erano ormai in frantumi. L’unica cosa che restava da fare era cospargersi il capo di cenere e affidarsi alla clemenza altrui. 

Piero Marrazzo lo ha fatto. Espressioni contrite, frasi addolorate, addirittura dei periodi di “ritiro spirituale” presso questa o quella comunità religiosa. L’intero ventaglio – o l’intero repertorio – del pubblico pentimento. Salvo poi, però, non rassegnare subito le dimissioni da presidente della Regione, preferendo invece la via della “auto sospensione”, e salvo conservare ulteriormente la carica di consigliere regionale, continuando a percepire i relativi emolumenti. Un miscuglio di atteggiamenti contraddittori, sul doppio binario della depressione e del calcolo, che sollevava non pochi dubbi sulla sincerità di quel “mea culpa”. 

Oggi, all’indomani del pronunciamento della Cassazione che riconosce l’esistenza di un complotto ordito dai carabinieri che lo ricattarono e di cui egli fu «chiaramente vittima predestinata», i dubbi escono rafforzati. Marrazzo prende la palla al balzo e si lancia al contrattacco. «Ho sempre detto la verità», afferma risoluto. E già che c’è annuncia che la sua vita professionale potrebbe ricominciare da un momento all’altro: «Sono pronto a rientrare in Rai, sono a disposizione dell’azienda. Tornerò a fare il mio “vecchio” lavoro nella comunicazione».

Ma il punto chiave è nella prima parte. È in quel categorico, e fin troppo orgoglioso, «Ho sempre detto la verità». Che probabilmente si riferisce solo alla questione del ricatto organizzato dai carabinieri infedeli, ma che formulato in questi termini così sommari si espande a dismisura. Fino a suggerire l’idea che il povero Marrazzo sia un esempio di lealtà e che non abbia alcuna colpa in tutto quello che gli è successo. Guarda caso, era la versione iniziale. Guarda caso, è la versione sbagliata. 

 

Federico Zamboni

 

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