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Mafia, ponte, finanza (e giornalisti embedded)

La mafia muta pelle e da piovra anche un po’ folcloristica coi suoi pizzi e pizzini, si trasforma in finanziaria. A suggerirlo è una “grande opera”, classica nel suo gigantismo di cemento ma che nasconde una trama di intrecci azionari in gran parte ancora oscuri: il ponte sullo stretto di Messina. Quest’anno, stando alle promesse del premier Berlusconi e del governatore siciliano Lombardo, dovrebbero iniziare i lavori. Il taglio del nastro, sempre secondo i roboanti annunci governativi, è previsto per il 2016. Una grandiosa piramide per il faraone Silvio e il visir locale. Una mangiatoia gratis per gli affaristi legati alle cosche. 

Per capire la metamorfosi basterà citare l’inchiesta “Brooklyn”. Coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, al suo centro è un’operazione orchestrata dalla mafia siculo-canadese per investire 5 miliardi di euro provenienti dal traffico di droga. Uomo-chiave sarebbe l’ingegner Giuseppe Zappia, professionista in odore di mafia e rappresentante di una cordata di imprese del luogo, che nel 2004 è stato escluso dalla gara preliminare per il general contractor. Alle sue spalle, per sua stessa ammissione, c’era una società attiva business del petrolio in mano alla famiglia reale dell’Arabia Saudita. Il che indicherebbe l’ingresso della borghesia mafiosa nel grande giro degli investimenti internazionali. «Il quadro che emerge dall’inchiesta è uno spaccato significativo del capitalismo reale contemporaneo, in cui l’accumulazione illegale convive con quella legale, accomunate da processi di finanziarizzazione speculativa per cui diventa sempre più difficile distinguere i due flussi», ha scritto Umberto Santino  del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”. 

Un piccolo flash di cronaca giudiziaria per dire questo: la collusione fra economia “rispettabile” e crimine organizzato è ormai prassi resa possibile dalla coltre di invisibilità, quasi di mistero che avvolge gli assetti azionari e le manovre societarie di aziende di cui noi poveri fessi siamo in grado di conoscere a mala pena le sigle. Sempre che la stampa serva del potere faccia i nomi dei vincitori di questa o quella gara, dietro di essi non riusciamo mai a scorgere quali siano i reali interessi, le eventuali ombre illegali, i rapporti con la politica, i possibili intrallazzi, trucchi e mele marce. Perché l’informazione economica obbedisce ad una regola ferrea: non dire mai, nemmeno sotto tortura, la vera posta in gioco. Che spesso altro non è che l’ingrassamento di ben identificabili potentati, legati l’uno con l’altro dal comune scopo di arricchirsi grazie al denaro pubblico. I giornalisti economici sono la razza peggiore di tutta la categoria di cui almeno una volta al giorno ci tocca vergognarci di appartenere. I più subdoli, autocensori, mistificatori, ipocriti e ballisti sono loro. Non per niente dall’ambientino degli scribacchini delle pagine d’economia provengono uno Scalfari e un De Bortoli. 

Alessio Mannino


Secondo i quotidiani del 22/04/2010

Il vulcano del villaggio globale