Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 22/04/2010

1. Orenove/1. Le prime pagine

Roma -

CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Schifani, affondo su Fini”. Di spalla: “Così cambia Fiat: una società per l’auto”. Sotto: “Un uomo solo al comando”. A centro pagina in un box: “Milano rinuncia agli alberi di Piano”. A destra: “Tetto settimanale per il prezzo della benzina”.

REPUBBLICA – In apertura: “Fiat, Marchionne separa l’auto”. Di spalla: “Il promo mestiere”. In un box: “L’Fmi: in Italia ripresa più lenta. Benzina, bloccati prezzi settimanali”. A centro pagina: “Pdl, Berlusconi attacca Fini: “Le correnti sono un cancro”. In un box illustrato da una fotografia: “Nel video i killer in sala giochi, raffiche di mitra tra i bambini”. A fondo pagina: “Il nuovo italiano: operaio, istruito e straniero”.

LA STAMPA – In apertura: “La fiat si sdoppia e rilancia”. Di spalla editoriale di Mario Deaglio: “Scommessa su un’Italia nuova”. A centro pagina: “L’ultima occasione”. Sotto: “Pdl, Berlusconi gela Fini, ‘Correnti come metastasi”. In un box: “‘Mills reticente pewr favorire il Cavaliere’”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Due holding per la nuova Fiat”. Di spalla: “Chi combatte i Cds teme solo la verità del mercato”. A centro pagina: “Bankitalia: troppe anomalie su carte di credito revolving”. “Licenziamenti esclusi dall’arbitrato sul lavoro. Sacconi: modifiche giuste”. Sotto: “Permesso di guida ‘a ore’ per chi ha la patente sospesa”.

IL GIORNALE – In apertura: “Basta liti andate a lavorare”. A centro pagina: “Fiat raddoppia la produzione in Italia”. “Addio alla mammella di Stato”. A destra: “Mourinho e il riscatto dell’Inter”. A centro pagina: A Rosarno tornano gli africani e continuano a fare gli schiavi”. A fondo pagina: “Così trasformano le scuole in ospedali”.

LIBERO – In apertura: “Fini allo spiedo”. Di spalla editoriale di Maurizio Belpietro: “Per governare si possono anche sacrificare dei voti”. A centropagina in un box: “Tra i due litiganti Tremonti gode”. A destra: “L’inglese Clegg, ultimo idolo Pd che sarà rinnegato”. Sotto: “Intercettazioni, il Pdl non osa toccare i giudici”. A centro pagina: “Baraldini cittadina onoraria. Ma dicono no a Bertolaso”. Per i tecnici di Marrazzo la spiaggia killer era sicura”. A fondo pagina: “Lo spezzatino Fiat ci libera dagli aiuti di Stato”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “La Fiat si divide in due”. “La regia di Goldman, la sfida e le incognite”. “Il ritorno di Calciopoli: via alla nuova inchiesta”. A “Berlusconi: le correnti sono metastasi”. A fondo pagina: “Caccia, si sparerà dieci giorni in più”. “Rignano, spunta il casolare dei sospetti”.

IL TEMPO – “In apertura sulla tragedia di Ventotene: “Le leggi del giorno dopo”. Alemanno: “Ecco perché sto dalla parte del premier”. “Berlusconi a Fini: ‘Correnti metastasi’”. Dividere il Pdl non è democrazia”. “Gianfranco tradisce lo spirito di An”. A sinistra: “L’Aquila adotta il ‘cittadino’ Saviano e snobba Bertolaso”.

L’UNITA’ – “La sfida”. “Cassazione: Mills menti per favorire Berlusconi”. “L’Unità a Reggio Emilia. La redazione il 25 aprile a Fossoli”.

 

 

Roma -

“C’era una volta la Fiat, conglomerata sotto il cui ombrello c’erano le attività riguardanti le automobili, i camion, i trattori agricoli, i motori, i robot, la componentistica e altro ancora. Dalla fine del 2010 – scrive REPUBBLICA - quella Fiat non esisterà più e al suo posto ci saranno due società: una sotto il cui ombrello saranno collocate le aziende dell’auto ovvero i marchi Fiat, Lancia, Alfa Romeo, Ferrari, Maserati e la parte di Chrysler oggi in possesso del Lingotto (20 per cento in attesa di salire al 35 entro i prossimi venti mesi); un’altra nuova, il cui nome sarà Fiat Industrial nella quale saranno dirottate Iveco, Cnh e le attività di Powertrain relative a questi due settori e che sarà quotata in Borsa. Proprio Piazza Affari ha gradito l’annuncio, premiando con un rialzo dell’1,73 per cento il titolo Fiat. I tempi della prima parte di questa operazione coincidono con l’attuazione del piano quinquennale presentato ieri da Sergio Marchionne nel corso di un ‘investor day’ che non ha precedenti nella storia del Lingotto. Ciò vuol dire che alla fine del 2014 ci sarà una società dell’auto da 6 milioni di automobili di cui 3,8 milioni con i marchi del Lingotto e 2,2 con quelli della Chrysler, 93 miliardi di euro di fatturato e 5 di utile netto, 34 nuovi modelli e 17 restyiling da vendere in Europa. Il tutto con 26 miliardi di investimenti due terzi dei quali in Italia. La novità è rappresentata però dallo scorporo che, atteso dagli analisti per la parte riguardante l’auto, interesserà invece Iveco e Cnh. ‘Non c’era più ragione di mantenere assieme settori che operano con logiche industriali e finanziarie così diverse’ ha spiegato Marchionne. Di qui lo scorporo di Iveco, Cnh con i motori Industrial & Marine di FPT Powertrain Technologies e la loro quotazione alla Borsa di Milano con azioni ordinarie, privilegiate e risparmio esattamente come accade già per Fiat. Il closing di questa operazione è previsto per la fine del 2010. Le tre categorie di azioni di Fiat Industrial saranno quotate in concomitanza con la scissione: al termine dell’operazione ogni azionista Fiat diventerà proprietario di un’azione di FI e di una Fiat. Marchionne ha spiegato che questa transazione non violerà alcun diritto degli azionisti di minoranza di Fiat o di Cnh per tutte le classi di azioni e non mette in moto alcuna clausola di restituzione anticipata dei bond (Fiat e Cnh). La scissione, secondo i pareri acquisiti da Fiat, non dovrebbe comportare conseguenze dal punto di vista fiscale”.

 

“Alla dine di quest’anno e dunque col completamento della scissione, Fiat dovrebbe iniziare un nuovo capitolo della sua storia, L’unico ostacolo - sottolinea il quotidiano di largo Fochetti - potrebbe essere un’imprevista instabilità nei fattori macroeconomici e nel settore del credito. Marchionne lo ha citato come rischio possibile e niente più. Ciò che ha messo in grande evidenza sono invece i risultati ai quali il Lingotto vuole arrivare con questa scelta inedita. ‘I due gruppi’ ha sottolineato ‘avranno completa libertà di movimento e un profilo operativo ben preciso che consentirà loro di dimostrare pienamente il valore che diversamente potrebbe essere parzialmente soffocato’. A suoi giudizio, si è trattato prevalentemente di una scelta strategica mirata a tre fattori: crescita, autonomia ed efficienza. Spetterà adesso al mercato e, naturalmente, agli azionisti dire dare un giudizio di gradimento di questa operazione che avrà dei vantaggi anche finanziari. La collocazione in Borsa del secondo e terzo business del Lingotto dopo l’auto, nelle aspettative dei vertici Fiat e naturalmente in quella degli azionisti che sceglieranno di aderire, dovrebbe comportare anche vantaggi finanziari in termini di ritorno sul mercato azionario. Sinora Iveco e Cnh sono state in qualche misura penalizzate dal fatto di essere legate alle altre attività Fiat. Con l’uscita dalla grande crisi e da sole sul mercato esse potrebbero risultare più redditizie di quanto non lo siano state sinora. Ma questo è un verdetto che spetta naturalmente al mercato”.

(red)

 

3. Orenove/3, Fiat, Marchionne: Non ci servono più stampelle

Roma -

“Adesso c’è la nuova Fiat di Sergio Marchionne. O più esattamente le Fiat, visto che ha sdoppiato per la prima volta nella sua storia il Lingotto con una operazione di spin off che stacca dalla casa madre le attività dell’Iveco, della CNH e di Powertrain relative a queste due società per farne una sola da quotare in Borsa col nome di Fiat Industrial. E allo stesso tempo ha consegnato il settore delle automobili al suo nuovo destino di gruppo in navigazione, assieme a Chrysler, verso l’obiettivo di 6 milioni vetture e 94 miliardi di euro di fatturato al traguardo del 2014. Marchionne ha atteso cinque anni undici mesi e 20 giorni questo momento che, nelle conclusioni di una maratona di circa sei ore, ha dato ieri la netta sensazione di un’autoincoranzione. Non solo per il potere che ha concentrato nelle sue mani – spiega REPUBBLICA - ma anche per il percorso attraverso il quale c’è arrivato, alle mosse che ha fatto, alle difficoltà che ha superato nel risolvere la crisi dell’azienda prima e nell’affrontare quella mondiale dopo. ‘Abbiamo combattuto per sopravvivere quando tutti ci consideravano e volevano vederci morti. Non abbiamo aspettato seduti in poltrona, ma ci siamo alzati e abbiamo costruito una Fiat che oggi non ha bisogno di stampelle’. Non ha risparmiato nessuno Sergio Marchionne nella lunga e puntigliosa illustrazione del piano strategico dei prossimi cinque anni: dai concorrenti ai sindacati, al governo, alle banche. Ha disegnato la Fiat del futuro, ‘un futuro che ha inizio oggi’ ha detto, dopo avere descritto quella del passato alla quale è approdato il primo giugno del 2004. Appena ventiquattr’ore dopo l’annuncio della conclusione della presidenza Montezemolo si è presentato da solo alla tribuna dell’investor day nell’auditorium del Lingotto e poi assieme a John Elkann alla conferenza stampa. Da protagonista e nella sua nuova veste di ad della Fiat e di presidente della nuova Fiat Industrial”.

“‘Senza l’alleanza con la Chrysler tutto questo non sarebbe stato possibile’ ha detto il giovane neopresidente di Fiat Elkann parlando di ‘svolta storica’, assicurando che la famiglia ‘come ogni azionista sarà presente nelle due società’ ed escludendo qualsiasi forma di disimpegno. Certo lo scorporo comporta in qualche misura una perdita di identità delle due società ma Marchionne l’ha messa nel conto e si è mosso ‘perché è nostro obbligo anticipare il futuro e rinunciare al lusso di pensare in termini storici, andando più in là delle abitudini’. Era e rimane comunque l’auto il vero obiettivo di Marchionne – continua il quotidiano romano -. E’ a questo settore che egli ha dedicato le sue energie e quelle di un gruppo di collaboratori messi alla frusta come non era mai accaduto in Fiat. Voleva il ‘giocattolo’ auto e se l’è costruito pezzo dopo pezzo. In una dimensione che avrebbe potuto essere forse superiore a quella annunciata ieri se non avesse incontrato per strada alcuni ostacoli. Quelli ai quali si è riferito quando ha parlato di ‘un grado di arroganza di questo settore che va al di là della realtà’. Un riferimento esplicito ai concorrenti (caso Opel?) che continuano a non capire che in campo automobilistico niente è più come prima e che magari potranno ‘mettersi a ridere fino a quando non creperanno dalle risate’ di fronte a un piano che, a differenza di quanto è accaduto, per esempio in Francia, è stato messo in piedi senza chiedere assistenza al governo. Nel rivendicare la paternità dell’operazione, Marchionne non solo ha escluso che la nascita delle due Fiat possa essere accompagnata da un aumento di capitale ma ha anche respinto il sospetto che per lo spin off ci siano state pressioni da parte delle banche. ‘Non è previsto alcun aumento di capitale. Forse qualche banchiere può averlo pensato ma io al suo posto mi occuperei più del mio capitale che di quello degli altri’. Quello di Marchionne resta al momento l’obiettivo della ‘grande Fiat’ e oggi che lo ha avvistato, può ricordare con orgoglio di essere stato il primo tra i grandi manager dell’industria dell’auto a segnalare lo scenario nel quale il settore sarebbe stato costretto a muoversi quando ancora non era esplosa la grande crisi del 2009. Un panorama mondiale nel quale sarebbero sopravvissuti cinque o sei grandi gruppi in grado di produrre non meno di 5-6 milioni di vetture all’anno”.

“Adesso che lui è riuscito a fare entrare la Fiat in questa élite può anche affermare che con questa ‘architettura’ la Fiat non ha più bisogno di andare all’affannosa ricerca di altri partner: ‘Tra noi e Chrysler abbiamo un potenziale sufficiente. Se succederà, e non escludo che possa succedere, valuteremo la cosa, diversamente possiamo andare avanti da soli’. E su questo percorso appare del tutto evidente che il timone è nelle sue mani. Al punto che già ieri qualcuno ipotizzava per il futuro un suo maggiore coinvolgimento, non più come manager ma anche in una posizione di azionista di fianco alla Famiglia Agnelli. Un’ipotesi di cui è inutile chiedere conferma all’interessato. Oggi e per i prossimi anni egli avrà come impegno prioritario sarà quello di raggiungere gli obiettivi del piano e governare la nuova società nella quale oltre ai camion c’è la sua ‘creatura’ cioè quella CNH alla quale ha dedicato tante attenzioni negli ultimi anni. Il resto è forse più una scelta degli eredi Agnelli che sua”.

 (red)

 

4. Orenove/4. Fiat, il piano Marchionne convince i sindacati

Roma - “Li ha un poco strapazzati, ma pare averli convinti. L’ad della Fiat - spiega la STAMPA - non ci è andato giù leggero con il sindacato, con la prassi italica delle relazioni sindacali, ma Fim, Uilm e Fismic non hanno battuto ciglio, solo la Fiom ha dato qualche timido segno di reazione. Insomma: il piano industriale ha complessivamente, seppur con sfumature, convinto gli interlocutori. I più espliciti sono i segretari di Fim e Fismic, ma anche quello Uilm, eletto da poco e al suo primo incontro annuale con la Fiat apprezza. Per la Fim Beppe Farina dice chiaro che ‘è una nuova Fiat quella che abbiamo di fronte che chiede, magari anche con un po’ di brutalità, al sindacato di fare un salto’. E assicura: ‘Noi vogliamo partecipare al rilancio dell’azienda rendendo protagonisti i lavoratori. Naturalmente vogliamo accogliere la scommessa di raggiungere una situazione di vera economicità degli stabilimenti avviando un confronto’. Giudica il piano ‘coraggioso perché investe e aumenta la produzione anche in Italia come chiedevamo; purtroppo rimane aperta la vicenda di Termini che stiamo discutendo al ministero e di cui riteniamo la Fiat parte in campo’. Entusiasta del piano il segretario Fismic Roberto Di Maulo, che con la franchezza abituale dice: ‘Noi siamo pronti a discutere di flessibilità; non perderemo dei posti di lavoro per andare dietro a sciocchezze sindacali; se ci saranno dei sacrifici da fare per uscire dalla crisi ne discuteremo’. E sui progetti di Marchionne dà un giudizio assolutamente positivo: ‘Volevamo più investimenti e più volumi in Italia, ebbene li abbiamo avuti e trovo molto apprezzabile che la Fiat faccia questa scelta in un momento di crisi ancora grave. Vuole agganciare l’uscita dalla recessione guardando al futuro’”.

 

“‘Sprezzante’, così giudica l’atteggiamento di Marchionne il segretario Uilm, Rocco Palombella. Ma subito aggiunge: ‘Mi è sembrato molto determinato, ha ribadito che si aspetta atti concreti dal sindacato e che per il momento non ha firmato alcun piano di investimenti. Ha lanciato la sfida. Noi la raccogliamo e sfidiamo l’azienda a discutere nel merito per individuare le soluzioni reciproche per il rilancio del Lingotto e il mantenimento dei posti di lavoro’. E giudica ‘la notizia dell’incremento della produzione negli stabilimenti italiani buona, quella sullo spin-off del settore auto invece ci preoccupa perché fino a oggi la Fiat aveva affrontato le crisi con la differenziazione di prodotti mentre ora non sarà più possibile’. Che il piano sia ‘diverso e migliore di quello presentato il 22 dicembre’ è convinto anche Enzo Masini della Fiom che subito, però, aggiunge: ‘La chiusura di Termini ovviamente rende difficile un giudizio pienamente positivo perché per noi rimane inaccettabile’. Masini ritiene che il piano sia apprezzabile anche perché viene proposto in un Paese ‘dove non c’è una politica industriale e dove il governo, a differenza del resto del mondo, non sostiene la sua industria automobilistica’. E sulle flessibilità invocate da Marchionne non erige muri, ma spiega: ‘Vogliamo entrare nel merito e discutere come tenere insieme le esigenze dell’azienda con quelle dei lavoratori il cui giudizio per noi è fondamentale’”. (red)

 

5. Orenove/5. Pdl, per il Cavaliere le correnti “sono come metastasi”

Roma -

“E’ il gran giorno della Direzione del Pdl. La prima, eccetto un paio di convocazioni-lampo – spiega LA STAMPA -, nella storia di questo nuovo partito. Centosettantantuno delegati sono chiamati a esaminare la linea politica del partito, ma gli occhi sono puntati solo sui due protagonisti: Berlusconi e Fini, che ieri si sono incrociati all’ambasciata di Israele e non sono andati al di là di una gelida stretta di mano. Berlusconi avrebbe voluto tanto catalogare la giornata come una ‘celebrazione della vittoria’ e ‘l’occasione per esaminare quanto ha fatto il governo in questi anni e quanto farà in futuro’, invece è chiamato a presiedere una assemblea di vecchio stampo che comincia alle dieci del mattino e finirà alle diciotto. Per capire l’umore del premier bastino un paio di frasi: ‘Il Pdl è un movimento che nasce dal popolo, non è un partito. Le correnti, forse, erano ammissibili e presenti nei vecchi partiti. Non è possibile che ci possa essere una corrente ora, che qualcuno ha anzi definito metastasi dei partiti. Quindi noi ci auguriamo che non ci possano essere delle scissioni e speriamo proprio che questo non avvenga’. Si evoca di nuovo, insomma, lo spettro di una scissione. ‘Mi chiedete se in questo caso il governo va avanti? Certo che sì’. Perfido, il riferimento del Cavaliere alle ‘metastasi’. Non fu proprio Gianfranco Fini, ad un’Assemblea nazionale di An del 2005, a bollare così le correnti che gli facevano ombra? All’epoca i colonnelli se la presero molto e qualcuno di loro dev’essersi ricordato di quel giudizio sprezzante su chi organizza le correnti dentro un partito. Ma Berlusconi è davvero d’umor nero alla vigilia di questa Direzione. ‘Mi chiedete perché Fini si è spinto a questo? È una domanda che dovete fare a lui non a me’. E ancora: ‘Il Pdl è il partito più democratico che c’è, dove si discute, ma quando si arriva a una decisione dove c’è una maggioranza, la minoranza si deve adeguare’. E poco prima, nel corso della riunione preparatoria con i coordinatori: ‘Non sono io ad aver posto dei problemi e dunque non sono io a dover dare risposte: semmai è Gianfranco che ha sollevato delle questioni, io ascolterò e replicherò sulla base di ciò che dirà’. Questo il clima della vigilia. Si entra in assemblea con l’ipotesi di votare un documento, ma alla fine i documenti potrebbero essere anche due. A Berlusconi preme soprattutto fissare una disciplina di partito: la minoranza finiana faccia quel che vuole, ma deve votare disciplinatamente perché ‘o si garantisce la governabilità, oppure si torna a votare’. Ed è questa la linea che piace anche a Bossi che fa filtrare un aut-aut: ‘Se la situazione non si risolve e resta confusa, allora meglio il voto’. E suonano d’irrisione le parole degli ex colonnelli come Ignazio La Russa: ‘Tra i due, andrei a cena con Fini perché mi piace riportare la pecorella all’ovile’. Oppure quelle di Altero Matteoli: ‘Non ci possono essere ‘due’ partiti: si discute, si vota, e poi tutti si attengono a quanto deciso’”.

 (red)

 

6. Orenove/6. Pdl, una situazione in bilico

Roma -

“L’ipotesi di una tregua improvvisa resta altamente improbabile, ma non si può ancora escludere. Silvio Berlusconi – spiega Massimo Franco sul CORRIERE - si prepara ad isolare Gianfranco Fini ed il suo gruppo dentro il Pdl; e a delegittimarlo come presidente della Camera. L’idea di una coesistenza nel partito rimane in piedi, ma in linea sempre più teorica. E l’invito, larvato nella forma quanto esplicito nella sostanza, rivolto da Renato Schifani a Fini affinché lasci Montecitorio e si trasferisca al governo, prefigura un conflitto che oggi comincia ma non finisce. Il presidente del Senato, dunque la seconda carica dello Stato, che suggerisce alla terza di cambiare ruolo è ai limiti dello scontro istituzionale. Sono lampi di una guerra civile annunciata all’interno del centrodestra, che soltanto i protagonisti potrebbero far rientrare. Ma finora non è bastato il rinculo finiano dall’idea di creare un gruppo parlamentare autonomo, a quella meno traumatica di organizzarsi in corrente di minoranza. A rendere problematico un simile esito non è la contraddizione fra le parole liquidatorie usate in passato dall’ex capo di An contro il correntismo, ed il suo atteggiamento di oggi. Il suo scarto certifica solo quanto siano peggiorati i rapporti nella maggioranza in appena dodici mesi; e come la polemica sfiori un punto di non ritorno, perché Berlusconi dice di non avere risposte da dare ai problemi posti da Fini. Ad aumentare l’incertezza è il ‘no’ del presidente del Consiglio alle correnti che ‘sono inaccettabili. Come ha detto qualcuno, sono metastasi dei partiti’: riferimento proprio ai giudizi espressi tempo fa da Fini. Ammetterle significherebbe archiviare una filosofia: quella di un Pdl armonioso ed aconflittuale, stretto intorno al proprio leader. E rinunciare ad un’unità sulla quale il capo del governo ha costruito la diversità del suo movimento rispetto ai partiti tradizionali: tanto da ribadire che Pdl è l’acronimo di ‘Popolo della libertà’. In più, esiste il timore fondato che le correnti si moltiplichino, creando il caos; e che il governo si logori. La Lega lo dice chiaramente: in quel caso, tanto varrebbe tornare alle urne in anticipo”.

 

“Ma l’armonia si è comunque spezzata, ed è difficile immaginare come si potrà ricomporre. Gli inviti a ‘rimettersi insieme’, provenienti soprattutto da alcuni ex di An schierati con Berlusconi, si scontrano con un dato che sembra ormai acquisito: Fini vuole rimanere nel Pdl, ma col diritto di criticare il suo dirimpettaio di Palazzo Chigi; e non ha intenzione di lasciare la presidenza dell’assemblea di Montecitorio. Altrimenti, dicono i sostenitori della corrente, dovrebbero dimettersi anche iministri con la casacca logora di An, che si sono dissociati da Fini. Dunque, il voto quasi certo di oggi in direzione lascia pensare ad una resa dei conti numerica chemarginalizzi politicamente la minoranza. L’ipotesi di un documento che prevede regole interne tali da obbligare quanti non sono d’accordo a rispettare le decisioni della maggioranza, confermerebbe una situazione in bilico. Si dà per scontata la nascita della minoranza; e in parallelo si cerca una maniera per arginare diffidenze e tensioni potenzialmente endemiche. Si ha quasi l’impressione che dentro il Pdl e dentro la legislatura stia per essere messa una bomba ad orologeria. L’unica incertezza riguarda il momento in cui potrà esplodere; e chi e come azionerà l’innesco. Ma viene da chiedersi quali saranno i rapporti in un centrodestra nel limbo fra tregua e resa dei conti; e soprattutto, come saranno spiegati all’elettorato queste pulsioni politicamente suicide”.

 (red)

 

7. Orenove/7. Pdl, Fini tranquillo: “Non mi può ammazzare”

Roma -

“E se la minoranza non si adegua alla maggioranza che fa Berlusconi, ci fa fucilare?’ Fini non si fa impressionare dal fuoco di sbarramento che il premier ha preparato ieri alla vigilia della Direzione del Pdl. E’ convinto – scrive LA STAMPA - che tutte le pistole messe sul tavolo dal Cavaliere siano scariche. Compresa la minaccia di espulsione dal partito (questa l’ipotesi alla quale i tre coordinatori stanno lavorando) nel caso in cui la minoranza non si pieghi alle decisioni della maggioranza. Compresa inoltre l’arma letale: le elezioni anticipate che ha fatto balenare anche Umberto Bossi, per il quale se non si trovano adeguate soluzioni di convivenza e la situazione rimane confusa, ‘la cosa migliore da fare è quella di rivolgersi al popolo sovrano’. Per il presidente della Camera e i suoi fedelissimi si tratta di ‘giochi d’artificio fatti esplodere apposta per intimorirci, ben sapendo che i veri problemi cominceranno il giorno dopo la Direzione’. E in effetti il vero timore di Berlusconi e Bossi è il logoramento per i prossimi tre anni di legislatura, galleggiare in maniera dorotea e non governare, trovarsi a trattare sulle riforme e i provvedimenti cardine. Al premier stanno a cuore quelle sulla giustizia. Al capo della Lega i decreti attuativi del federalismo fiscale. Tremonti (oggi interverrà in Direzione insieme ad altri ministri come Frattini e Scajola sulle cose fatte dal governo) immagina già che Fini proporrà maggiori finanziamenti per il Mezzogiorno e la coesione sociale sulla falsariga di quanto aveva proposto al Senato il finiano Mario Baldassarri. Ecco perché Berlusconi non vuole dare cittadinanza alla minoranza interna e ha deluso l’ambasciatore finiano, il senatore Andrea Augello, che ieri è andato a Palazzo Grazioli per capire le intenzioni del premier. Tutte le mediazioni sarebbero fallite e a coloro che gli hanno detto che Fini non vuole rompere ma trovare un modus vivendi ha risposto: ‘Se io riconosco la minoranza mi ritrovo il Vietnam nelle aule, una guerriglia e imboscate continue. E invece loro devono adeguarsi alle decisioni della maggioranza, come ho fatto io quando si è trattato di scegliere il candidato nel Lazio. Io volevo la Todini e poi ho accettato la Polverini. Anche in Puglia ho cercato di convincere il partito ad allearsi con la Poli Bortone e invece è passata un’altra soluzione’”.

 

“Rimane il gelo tra Berlusconi e Fini e ieri è stato notato nella stretta di mano tra i due al ricevimento dell’ambasciatore Gideon Meir in occasione dell’anniversario della nascita dello Stato di Israele. Il premier non vuole trasformare la Direzione nella tribuna mediatica di Fini. Ai coordinatori ha chiesto di tenere l’incontro sui temi previsti al momento della convocazione: esame del voto, riforme e attività del governo. Un modo per sminuire e marginalizzare l’avversario, costringendolo a venire allo scoperto e metterlo in un angolo con un documento che sarà votato a larghissima maggioranza. Aspetta di sentire il presidente della Camera per poi replicare. Se la notte non porta consiglio, ci sarà la rottura. A quel punto, dicono i finiani, si andrà avanti e il giorno dopo il vero punto all’ordine del giorno saranno le regole dello stare insieme. E Berlusconi sarà costretto a trattare e a trovare una soluzione. Se ci sarà una tregua, spiegano le stesse fonti vicini all’inquilino di Montecitorio, i veri problemi ce l’avranno gli ex An che hanno mollato Fini. I La Russa, Gasparri, Matteoli e Alemanno che ora si trovano in quota Berlusconi: sarà il premier a dover garantire la rielezione a quei 75 che hanno firmato il ‘documento lealista’”.

 (red)

 

8. Orenove/8. Pdl, da Schifani un affondo a Fini

Roma -

“‘Con Gianfranco Fini mantengo un ottimo rapporto personale e istituzionale’, ma non è da presidente del Senato che Renato Schifani si rivolge al presidente della Camera, è da dirigente del Pdl che confuta le tesi del collega di partito, lo mette in guardia dagli effetti che la sua iniziativa potrebbe provocare. ‘Perché confido ancora che non si apra la strada del correntismo nel Pdl, una deriva che più volte Fini criticò, parlando di ‘metastasi’. Appena un anno fa, al congresso di scioglimento di An, disse infatti che nel nuovo partito non ci sarebbe stata correntocrazia, e all’atto fondativo del Pdl ribadì il concetto. Ora purtroppo registro un’inversione di pensiero da parte sua. Tuttavia attendo, spero non accada. Altrimenti...’”. Così Schifani introduce nell’intervista pubblicata dal CORRIERE un tema delicatissimo, “lo fa ricordando che ‘nell’ultimo periodo Fini ha assunto posizioni e iniziative politiche. Sarà pure ‘cofondatore’ del Pdl ma è anche presidente della Camera. E dinnanzi alla prospettiva di un sistema correntizio nel partito, non vedrei male l’ipotesi che lasciasse Montecitorio ed entrasse nel governo, per avere mani libere e libertà di azione politica rispetto ai limiti che il ruolo istituzionale impone’. Un nodo che - svestendo i panni di presidente del Senato - avrebbe affrontato oggi in direzione, alla quale però non parteciperà. Schifani nega si tratti di una provocazione ai limiti del conflitto tra cariche dello Stato, ‘non lo è, lungi da me l’idea. Peraltro Fini sta svolgendo il suo compito con autorevolezza e prestigio. È un ragionamento politico, il mio, svolto in chiave costruttiva e non polemica. Altri hanno fatto polemiche, e anche peggio’”.

 

“Il presidente del Senato si riferisce alla minaccia dei finiani di far nascere nuovi gruppi parlamentari, ‘un’opzione da un lato insostenibile, alla luce del risultato elettorale che ha premiato il governo e la maggioranza, e dall’altro incompatibile con gli equilibri del centrodestra. Semmai si fosse realizzato un simile scenario, resto dell’idea che la conseguenza inevitabile sarebbe stata il ritorno alla urne, fatte salve le prerogative del capo dello Stato. Ora l’ipotesi è che si vada verso la nascita di una corrente, che amio avviso farebbe subire un processo involutivo al Pdl. Perché se il correntismo, legato a schemi da Prima Repubblica, divenisse uno strumento per logorare l’azione di governo, ognuno poi dovrebbe assumersi le proprie responsabilità. Sia chiaro, considero positiva la richiesta di un maggior dibattito all’interno del partito. Ma mi auguro che tutto resti dentro un quadro unitario’. A detta di Schifani è lo stesso auspicio di Silvio Berlusconi, ‘che è contrario al correntismo e non lo condividerà mai. Non appartiene alla sua storia politica, alla storia cioè di chi proviene da Forza Italia. So che dentro An era diverso, e comunque - come in ogni partito democratico - le regole sono chiare: le decisioni - tranne sui temi eticamente sensibili - vengono prese amaggioranza, e tutti devono poi adeguarsi. Diversamente sarebbe un modo surrettizio di costituire gruppi autonomi senza dichiararlo. Ma gli effetti sarebbero gli stessi: chi lo facesse si porrebbe fuori dal Pdl e il voto anticipato tornerebbe ad essere a mio avviso ineluttabile’. La direzione di oggi sarà un tornante per molti aspetti decisivo, ‘e sono certo che Berlusconi si aprirà al dialogo, l’ha sempre fatto. Vorrei ricordare che sulle candidature per le Regionali ha accettato soluzione diverse dalle sue proposte. Perciò penso che dipenda più da Fini l’esito del confronto, e mi auguro che da una fase acuta, da uno sfogo spontaneo, si ritorni alla politica e si trovino i giusti rimedi’”.

“‘Dipende da Fini’, secondo Schifani, che non condivide l’analisi dell’ex leader di An. A iniziare dalla tesi secondo la quale - scrive il CORRIERE - Berlusconi l’avrebbe isolato. ‘Intanto è stato lui a scegliere il ruolo di presidente della Camera, che ingessa politicamente. Altrimenti non si sarebbe verificato questo isolamento, che poi è solo apparente. Quali sono stati gli strappi da parte del premier? Non c’è stata scelta priva dell’assenso di Fini: dai candidati alle Regionali, alle leggi sulla giustizia, al federalismo fiscale, ai provvedimenti finanziari. Sulle future riforme nessuno ha preso decisioni. Anch’io non ho condiviso l’iniziativa del ministro Roberto Calderoli di portare al Quirinale la bozza sul semi-presidenzialismo, ma ci sarà tempo perché Fini sieda al tavolo con Berlusconi e Umberto Bossi per arrivare a una sintesi condivisa anche in Parlamento. Preferibilmente non solo dalla maggioranza’. Quanto all’accusa lanciata verso il premier di aver consentito che il Senatùr diventasse il ‘dominus’ della coalizione, ‘è infondata’: ‘Se una trazione leghista c’è - dice Schifani - è figlia di un’azione politica e programmatica, frutto dell’azione di governo a Roma e soprattutto sul territorio. Non mi pare che la Lega faccia una politica delle poltrone: ha solo tre ministri su ventitrè. Vogliamo parlare del lavoro di Roberto Maroni al Viminale? Dei risultati ottenuti nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata e sull’immigrazione clandestina? Del lavoro di Calderoli, che - tranne lo scivolone sulla bozza di riforme - è stato abile a trovare un compromesso con l’opposizione sul federalismo fiscale? Della capacità di Bossi che - abbandonata l’idea della secessione - è stato capace di costruire una nuova classe dirigente giovane e preparata?’”.

“Così parte un’altra pesante critica all’ex capo della destra, ‘che parla a nome della destra spendendo posizioni e valori che di destra non sono’. Di più: ‘Penso che proprio le sue posizioni su sicurezza, immigrazione, famiglia, hanno determinato al Nord il passaggio di molti elettori di An verso la Lega. È più che lecito cambiare idea, ma occorre poi fare i conti con le conseguenze di questo cambiamento. Non so quanti dei finiani su questi temi siano d’accordo con Fini’. Schifani non lo è, ‘come non sono d’accordo con la tesi che la trazione leghista stia spaccando il Paese e provocando danni al Sud. Di quale Sud parliamo? Perché io sono stanco di un meridionalismo piagnone, assistenziale e clientelare. La sfida federalista, lo dico da parlamentare del Sud, ci impone una svolta culturale. Il federalismo fiscale dev’essere solidale, e su questo siamo tutti d’accordo. Però basta con l’andazzo, per anni nel Mezzogiorno sono arrivati flussi ingenti di danaro, ma è mancata la qualità della spesa. Mi conforta comunque che stia crescendo una nuova classe dirigente che invertirà questa tendenza. C’è un deficit infrastrutturale, certo, infatti spero che il governo presenti presto un piano straordinario, lo deve fare. Ma è impensabile, per esempio, che ancora oggi si assista a quanto accade in Sicilia, dove la spesa della regione è superiore a quella della Lombardia, che ha quattro milioni di abitanti in più’. Erano i temi che Schifani si era appuntato per l’intervento, se oggi fosse andato in direzione. Con un’annotazione finale, ‘l’auspicio che prevalga il senso dell’unità, che sia tutelato il patrimonio storico del Pdl, nato in nome del bipolarismo. Mi auguro che Fini collabori a preservare tutto ciò, perché le scelte della politica sono irreversibili. Rammento quando nel 1996 disse no alla nascita del governo Maccanico pur di andare al voto, e il centrodestra senza la Lega venne sconfitto’. Per il resto non crede alle dietrologie, all’ipotesi che Fini si muova per avviare la fase post-berlusconiana, ‘non ci credo. Anche perché da sedici anni se ne parla nel Palazzo, ma non sarà il Palazzo a decidere chi succederà a Berlusconi. Saranno gli elettori. Quando arriverà il momento’”.

 (red)

 

9. Orenove/9. Cassazione: Mills coprì il Cav. Ghedini: Premier estraneo

Roma - “‘Per volontà di Silvio Berlusconi’, e allo scopo tra l’altro di ‘evitare gli effetti della legge Mammì che aveva fissato un tetto al possesso di reti televisive in Italia da parte di uno stesso soggetto’, l’avvocato inglese David Mills creò ‘per la Fininvest tra 30 e 50 società prevalentemente nelle Isole del Canale e nelle Isole Vergini, tra cui la All Iberian di Guernsey divenuta nel corso della propria attività "la tesoreria di un gruppo di società offshore"‘. Ma quando fu chiamato a deporre in due processi milanesi al Cavaliere nel 1997 e ’98, specie in quello per le tangenti pagate alla Guardia di Finanza dal capo dei servizi fiscali Fininvest Salvatore Sciascia, Mills - scrive il CORRIERE - mantenne di fronte ai giudici una ‘reticenza’ che ‘produsse sul punto la carenza di prova certa, determinando l'assoluzione di Silvio Berlusconi in secondo grado’ nel 2000 ‘e, definitivamente, in sede di giudizio di Cassazione’ nel 2001. Ed è come contraccambio di questa preziosa ‘reticenza’ che oggi la Cassazione a Sezioni Unite, nelle motivazioni del verdetto che lo scorso 25 febbraio ha dichiarato prescritta la condanna a 4 anni e mezzo inflitta a Mills in Tribunale e in Appello, scrive di ritenere ‘verificata la sussistenza degli estremi del reato di corruzione in atti giudiziari’ del testimone Mills, pagato con 600 mila dollari. Quando? In un’epoca che la Cassazione colloca, ai fini del calcolo della data di consumazione del reato e quindi anche della sua prescrizione, non come voleva il pm Fabio De Pasquale il 29 febbraio 2000, quando ‘Mills si intestò quote del Torrey Global Offshore Fund’ l’amministratore della società Struie ‘sulla quale in precedenza confluivano’ sia ‘patrimoni che Mills gestiva fiduciariamente per conto di propri clienti’ (come Briatore, Marcucci o la nipote di Gustav Mahler), sia ‘denaro conferito fin dal 1997 da Bernasconi’”.

 

“Proprio perché la data di consumazione del reato è 11 novembre 1997, il reato si è prescritto il 23 dicembre 2009, appena prima del verdetto in Cassazione. Infatti la legge ex Cirielli, approvata nel 2005 dalla maggioranza parlamentare del secondo governo Berlusconi, ha fissato i termini massimi di prescrizione non più in 15 anni ma in 10 anni; e 10 anni a partire dall’11 novembre 1999, sommati ai 42 giorni nei quali il processo rimase sospeso per varie ragioni, fanno suonare il gong della giustizia per Mills appunto il 23 dicembre 2009. Troppo tardi per confermargli la condanna a 4 anni e mezzo. Ma non troppo tardi perché la Cassazione, oltre a incidentalmente ribadire ‘definitivamente dimostrato l’illecito finanziamento a Craxi visto che la sentenza di primo grado di condanna di Berlusconi ( 2 anni e 9 mesi nel 1998, ndr) non è stata riformata nel merito ma per intervenuta prescrizione’ in Appello nel 1999, spieghi nella motivazione quale fu ‘il fulcro della reticenza di Mills’: in ciascuna delle sue deposizioni, essa ‘si incentrò in definitiva nel fatto che Mills aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società offshore, in tal modo favorendolo in quanto imputato in quei procedimenti, posto che si era reso necessario distanziare la persona di Silvio Berlusconi da tali società, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche in tal modo il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all’estero e la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Pier Silvio Berlusconi’. Per Niccolò Ghedini, l’avvocato-parlamentare del premier, le motivazioni della Cassazione ‘non sono condivisibili’, e comunque la Cassazione non fa ‘alcun riferimento a comportamenti antigiuridici ascritti o ascrivibili al presidente Berlusconi’: nel suo processo, ora sospeso in attesa che la Consulta dica se è costituzionale o meno anche la nuova legge sul ‘legittimo impedimento’ del premier, per Ghedini ‘sarà agevol e dimostrare la totale estraneità’ del premier”. (red)

 

10. Orenove/10. Intercettazioni, Di Pietro attacca: Le leggeremo in aula

Roma - “Intercettazioni non pubblicabili per il governo? ‘Le leggiamo noi in Aula’. La legge ancora non c’è – spiega LA STAMPA -, ma già spunta l’éscamotage per aggirarla, partorito dalla fervida immaginazione di Antonio Di Pietro e di Pancho Pardi. Alla riunione dei parlamentari dell’Idv, si commentava la nuova versione del provvedimento che, fra le altre cose, vieta ai giornali di pubblicare i contenuti delle intercettazioni, pena due mesi di carcere per il cronista e fino a ventimila euro di multa. Come contrastare il ‘bavaglio’ alla stampa, per ora solo minacciato ma che ha già indotto la Fnsi a indire una manifestazione? Presto detto. Ogni volta che ci sarà un’intercettazione regolarmente depositata e a disposizione delle parti, alla fine della seduta dell’Aula, alla Camera come al Senato, si alzerà un parlamentare dell’Idv e la leggerà. Davanti a tutti. In questo modo le intercettazioni lette verranno inserite nel resoconto parlamentare e potranno poi essere pubblicate senza incontrare ostacoli. Anzi, in teoria, dovrebbero essere quasi immediatamente disponibili online addirittura sui siti dei due rami del Parlamento. ‘Ci mettiamo a disposizione dei giornalisti per impedire il vergognoso tentativo di bloccare l’attività investigativa e di imbavagliare la stampa’ per imporre l’omertà’, spiega il professore e senatore Pardi. L’idea raccoglie sul blog dipietrista come sui vari siti web dei giornali, una valanga di commenti favorevoli che si sommano a centinaia di mail all’Idv. Un successo che ha quasi sorpreso degli autori di questa (promessa) azione di ‘disobbedienza civile’, per dirla con i promotori. Parole molto ‘da radicali’. E infatti Rita Bernardini intuisce subito la valenza della trovata, e l’approva. ‘Un’idea ottima. Sicuramente noi radicali daremo una mano nella lettura. Anche se Di Pietro nel mettere le mani sul materiale da leggere, è certo molto meglio di noi’. Non ne sapeva niente invece Andrea Orlando, il neo responsabile Giustizia del Pd. Informato, non sembra particolarmente colpito. ‘Mi pare una provocazione. Un modo per porre il problema di una normativa sbagliata’. Aiuterete l’azione dipietrista e a questo punto anche radicale? ‘Spero piuttosto che ci sia ancora il modo per modificare la legge’”. (red)

 

11. Orenove/11. La Nube e la sfida di British: “I nostri jet volano”

Roma - “Alle 11, quando nei cieli di Heathrow compaiono le scie spumose dei primi decolli, la diciassettenne Sirada Pungthong abbraccia mamma Namkeng: ‘Si torna a casa’. Dovevano ripartire per Bangkok venerdì scorso, ma le ceneri del vulcano Eyjafjallajokull hanno prolungato le due settimane di vacanza e il conto dell’albergo di Camden Town. Intorno a loro, all’esterno del Terminal 3, centinaia di persone si mettono rassegnatamente in fila per il check-in che potrebbe durare ore. L’analista finanziaria Sarah Leggat – scrive Francesco Paci su LA STAMPA - ha perso sei preziosi giorni di ferie e dovrà farsi bastare i rimanenti sette per visitare le Filippine. Eppure, giura, preferisce così: ‘Se volare era pericoloso, molto meglio essere rimasti a terra’. Due cinquantenni sedute su trolley grandi come bauli annuiscono. A nessuno importa che le compagnie aeree denuncino la cautela esagerata delle autorità aeroportuali: ‘La gente ha a cuore la sicurezza, loro pensano ai soldi che hanno bruciato’. A cieli aperti si contano i danni. La settimana di passione dell’aeronautica britannica è costata all’economia 1,6 miliardi di sterline, 120 milioni soltanto alla British Airways. Un buco che non basteranno mesi a risanare. Per questo da giorni la compagnia di bandiera premeva, più o meno alla luce del sole, per la rimozione del divieto di volo. Finché, in extremis, ha deciso di violarlo e mettere la Civil Aviation Autorithy (Caa) di fronte al fatto compiuto. Martedì 26 jet BA carichi di passeggeri sono partiti simultaneamente da Pechino, dai Caraibi, dal Messico, alla volta di Londra sperando di costringere Heathrow o Gatwick a concedere l’atterraggio. Dopo averne dirottato uno proveniente dal Bahrein su Bruxelles e un altro su Newcastle, le torri controllo del principale aeroporto londinese hanno ceduto al braccio di ferro e alle 22 (le 23 italiane) alcune centinaia di reduci dal soggiorno forzato a Vancouver sono rientrati, pionieri, in patria”.

“Tutti attendono ora di capire la tenuta dei motori BA. Perché se, come sostengono i tecnici, si sono davvero districati senza problemi nel famigerato pulviscolo vulcanico vuol dire che l’allarme era maggiore del pericolo. ‘Le analisi che abbiamo effettuato, insieme a quelle di altre compagnie, dimostrano che le restrizioni non erano necessarie e i cieli britannici erano sicuri da tempo’, accusa l’amministratore delegato di British Airways Willie Walsh. Prova ne sia l’operazione Vancouver: ‘Da giovedì non facciamo che minimizzare il rischio, nessuno meglio delle compagnie può fornire garanzie sulla sicurezza dei passeggeri e dell’equipaggio’. Chi ha diritto allo scettro di Zeus? Secondo il responsabile della Caa Andrew Haines, noto per aver guidato l’operatore ferroviario First Great Western così controversamente da farlo ribattezzare Worst Great Western, il divieto di volo era scritto nel cielo come un oracolo: ‘Il Regno Unito ha livelli di sicurezza tra i più alti del mondo e non avremmo mai permesso alle compagnie di comprometterli’. Gli scienziati, per ora, sono con lui. ‘I risultati dei test sulla concentrazione della cenere effettuati dal Natural Environment Research Council nei primi 4 giorni sono simili a quelli di altri istituti di ricerca europei’, nota il professor Grant Allen del Centre for Atmospheric Science dell’università di Manchester. Vale a dire, nessun eccesso di zelo. ‘Ci abbiamo rimesso tutti, inutile recriminare’ taglia corto Lyn Simpson, aspettando l’imbarco per Halifax, in Canada, con il marito Anthony. I 200 mila inglesi sulla via del ritorno troveranno ad aspettarli la campagna elettorale. Il sindaco di Londra Boris Johnson è sulle barricate contro la rigidità del sistema e i libdem hanno già chiesto l’apertura di un’inchiesta. Se non esce fuori al più presto il responsabile politico apriti cielo”. (red)

 

 

12. Orenove/12. Sulla caccia un accordo al ribasso: dieci giorni in più

Roma - “Dieci giorni di caccia in più. Le nostre 710 mila doppiette saranno autorizzate a sparare fino al 10 di febbraio. Poi - scrive il CORRIERE - anche per gli uccelli scatterà l’armistizio fino al 1° settembre. Così dispone l’articolo 43 della legge comunitaria, modificato e poi approvato ieri dalla Camera con 349 sì, 126 no e 32 astenuti. Tra i contrari, ma per opposti motivi, Lega e Idv. Molti i voti trasversali. Si chiude dunque (per ora, il testo torna in Senato) la battaglia sul calendario della stagione venatoria, con un compromesso che accontenta/scontenta entrambi gli schieramenti. Nei giorni scorsi 28 deputati del Pdl si erano dissociati dalla linea pro-cacciatori della maggioranza. E il Pd ha bocciato la liberalizzazione totale. Le Regioni potranno dunque posticipare le battute di caccia oltre il 31 gennaio, ma soltanto previo parere preventivo e vincolante dell’Ispra (protezione e ricerca ambientale). Restano salvi, anche per gli uccelli, i diritti minimi garantiti: nessuna deroga verrà concessa nei periodi di migrazione, riproduzione, nuziale e assistenza alla prole. E i 10 giorni in più di fatto sono 5 o 6, perché il martedì e il venerdì vige il silenzio delle doppiette. Il ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo garantisce che «non ci sarà un solo giorno di caccia in più. Per ciascuna specie il numero di giornate di caccia resterà invariato, sarà solo possibile il posticipo». Chi comincia 10 giorni più tardi, finisce 10 giorni più tardi. Non c’è invece la possibilità di anticipare il calendario ad agosto, perché si è in piena stagione turistica. Calcolano gli esperti che le specie più danneggiate dal regolamento sono la gallinella d’acqua, la folaga e l’allodola”. (red)

 

13. Orenove/13. Terremoto: dall’Aquila uno schiaffo a Bertolaso

Roma - Sarà anche tutto un equivoco come ha detto Guido Bertolaso delle intercettazioni che lo dipingono, tra le altre cose, come un uomo a cui piacciono molto i massaggi. Ma comunque tutta quella roba lì adesso impedisce al capo della Protezione civile di avere se non le chiavi della città anche la cittadinanza onoraria. Solo un anno fa – scrive LA STAMPA -, nei giorni dell’emergenza terremoto, quando solo lui sembrava in grado di salvare il salvabile, la sua ‘elezione’ a cittadino era una cosa data per certa. Chi si sarebbe potuto mettere di traverso? Poi le cose sono lentamente cambiate, prima con le polemiche sulla ricostruzione, la polemica di chi l’alloggio ancora non lo ha avuto e di chi preferisce fare da sè e andare con una carriola a tirare pietre via dal centro storico piuttosto che aspettare anni. Così ecco che la commissione statuto e regolamenti del consiglio comunale de L’Aquila ha bocciato la proposta della giunta municipale. Una sonora bocciatura: la proposta ha ottenuto 14 voti contrari e 2 favorevoli, quelli dei consiglieri Enrico Verini e Roberto Tinari (del movimento ‘Rialzati L’Aquila’ che si era fatto promotore della proposta). Si è astenuto invece il consigliere Luigi D’Eramo (La Destra): ‘Se non c’è condivisione nel conferire una cittadinanza onoraria, l’u nica strada possibile è ritirare la proposta. Con la mia astensione ho voluto lanciare un messaggio di salvaguardia della credibilità e dell’onore della città. Ora spero che non ci si ostini a voler portare avanti la cosa’”.

“Un ring più che una riunione di consiglio dove si è cercata a un certo punto una via di uscita, ossia concedere la cittadinanza non a Bertolaso ma alla Protezione Civile in quanto ente. Niente da fare, Verini e Tinari non hanno accettato. Per il centrosinistra la proposta era improponibile e non solo per alcune inchieste giudiziarie che vedono coinvolto il capo della Protezione civile, mentre per Italia dei Valori ‘questa decisione è la nostra contrarietà all’operato svolto da Bertolaso ma anche ad alcune scelte adottate che hanno visto la città de L’Aquila non coinvolta. Abbiamo cercato di convincere Verini a desistere, visto che era scontata la contrarietà a questa iniziativa ma non c’è stato nulla da fare’. Ma il commissario delegato per la ricostruzione, Gianni Chiodi, che è anche presidente della Regione Abruzzo non la pensa certo così e parla di autolesionismo. ‘È l’ennesima brutta figura a cui siamo costretti dopo quella della contestazione del consiglio comunale nella notte della commemorazione delle vittime’. E ancora: ‘Quello che più si evidenzia è che c’è uno iato, palese ed evidente, tra il sentimento della popolazione ed i sentimenti e le decisioni dei loro rappresentanti.Su una cosa di questo genere L’Aquila rischia, dopo quanto successo nel consiglio comunale, di avere una pessima reputazione’. ‘E mi dispiace - ha chiarito ancora il commissario delegato - che gli aquilani abbiano questa reputazione, vivo ormai all’Aquila perché a Teramo vado solo a dormire, e so che la stragrande maggioranza non è così. Sono tutti grati per quanto fatto per il terremoto e quindi anche nei confronti di Bertolaso’”.

"Ma parte dei comitati cittadini sorti dopo il 6 aprile del 2009 appoggiano la bocciatura, come il comitato ‘3e32’: ‘Sembra giusto da parte di un organo consiliare prendere una decisione di questo tipo - spiega Sara Vegni - e questo per due motivi: da una parte riservare un riconoscimento di questo tipo ad una sola persona significherebbe escludere tutto quel sistema di volontari che ha lavorato nelle prime fasi dell’emergenza; la seconda ragione - prosegue Sara Vegni - è che l’assistenza alla popolazione cittadina rappresenta un diritto e non qualcosa che più volte è passato come un regalo da parte del Governo e della Protezione civile’”. (red)

 

14. Orenove/14. Generali: Accordo su governace formalizzato sabato

Roma - “L’accordo sulla nuova governance delle Generali - scrive LA STAMPA - è ormai raggiunto e verrà formalizzato dopodomani all’assemblea dei soci, insediando Cesare Geronzi alla presidenza e dando pieni poteri come Ceo all’amministratore delegato Giovanni Perissinotto. In queste ore gli ultimi contatti tra la stessa Mediobanca e i grandi investitori privati che hanno puntato centinaia di milioni sul Leone - in prima fila Caltagirone, Del Vecchio e De Agostini - servono a mettere a punto gli ultimi dettagli di un’intesa già ampiamente condivisa. Lo stesso Perissinotto ieri ha preferito evitare di attirare troppi riflettori sul suo nuovo ruolo di capoazienda, a cui si accompagna l’attribuzione di tutte le responsabilità per il business assicurativo - in Italia e all’estero - all’altro amministratore delegato del gruppo, Sergio Balbinot. Così Perissinotto ha preferito puntare sul gruppo: ‘Abbiamo una squadra di 350 mila persone, ottima a tutti i livelli’. Geronzi per il momento mette in un ruolo chiave - anche se tecnico - un professionista a lui vicino da tempo. Segretario del cda della compagnia, infatti, non sarà più l’avvocato Vittorio Rispoli ma l’avvocato Antonio Scala, già nel cda di Capitalia e poi, sempre con Geronzi, segretario del consiglio di sorveglianza nella Mediobanca a guida dualistica. Il clima di concordia che i grandi soci cercano a Trieste potrebbe essere guastato solo dall’irriducibile presidente uscente Antoine Bernheim, che fa sapere di non aver ancora sciolto la riserva sulla sua presidenza onoraria. Sul Nouvel Observateur attacca intanto il suo ex pupillo Vincent Bolloré: ‘Mi ha tradito. Dice di avermi sostenuto ma lo ha fatto debolmente’. ‘Nessuna società quotata in Europa è guidata dal punto di vista operativo da un ottantaseienne’, è la replica di Bolloré”. (red)

 

15. Orenove/15. Mediaset contro Sky: Siete monopolisti non vittime

Roma - “Davanti ai soci riuniti in assemblea, Mediaset torna ad attaccare Sky (‘che stradomina, altro che vittima...’) e le sue ambizioni di approdare al mercato del digitale terrestre. Scatenando, a distanza, la reazione dei vertici del colosso satellitare. Si comincia nell’assemblea in cui il vertice della tv berlusconiana festeggia l’abbrivio della pubblicità, col +5% nei primi tre mesi, confermato anche per aprile e maggio. Ma lo stesso vertice – scrive la STAMPA - alza la guardia sui futuri assetti della tv. Sky attende che la Commissione Europea decida se far cadere o no gli obblighi sottoscritti alla fusione tra Stream e Tele+ (scadono nel 2012) e le permetta quindi l’ingresso nel digitale terrestre. I market test sono finiti una settimana fa, il clima è favorevole a Sky che potrebbe ottenere l’ok solo per la trasmissione in chiaro. Ma Fedele Confalonieri non ci sta: ‘Non ci sono cambiamenti tali sul mercato che consentano al monopolista satellitare di acquisire le scarse frequenze di trasmissione, già insufficienti per gli operatori attuali’. E’ un crescendo contro il ‘tentativo di rovesciare la realtà’ da parte dei media esteri, con complcità ‘editoriali e politiche’ in Italia. ‘Sky è dipinta come vittima di ostracismo governativo e manovre discriminatorie’. Pausa. ‘Come se Sky’, ragiona il presidente, non fosse ‘detentore in Italia di una posizione stradominante nella pay tv’. Difficile, dunque, che l’azzardo di un socio (‘Venderete Mediaset a Murdoch?’) possa mai trovare compimento. ‘Con Murdoch è in corso una serratissima competizione - gli risponde il vicepresidente Pier Silvio Berlusconi -. Un’ipotesi del genere non è assolutamente all’ordine del giorno. Né ora né in futuro’. A distanza l’a.d. di Sky Italia, Tom Mockridge, ne approfitta per aizzare la polemica. Accusa i vertici Mediaset - Confalonieri e Berlusconi jr - di contraddirsi l’un l’altro: ‘Mi piacerebbe davvero capire se per Mediaset Sky è un “monopolista” o è “un competitor”. Se siamo “stradomi-nanti nella pay-tv” oppure se Mediaset Premium, come affermato durante la loro ultima presentazione agli analisti, “ha raggiunto 4,1 milioni di clienti”, un numero che - considerando che Sky Italia ne ha 4,7 milioni - è un po’ in contraddizione con la prima affermazione’. Per Mockridge è tempo che a Cologno decidano ‘se vogliono la botte piena o la moglie ubriaca’”.

 

“A dividere Sky e Mediaset c’è pure l’arbitrato per i diritti per il digitale terrestre relativi ai mondiali di calcio in Sudafrica. Quando arriverà, il verdetto rischia di avere un valore accademico. ‘Credo che, purtroppo, i tempi utili per fare un’offerta non ci siano...’, dice Berlusconi jr. Archiviato con l’assemblea ‘uno degli anni peggiori’, Mediaset dichiara superata la crisi. Nessun accantonamento per l’inchiesta Mediatrade sui diritti tv. A Cologno sono convinti che emergerà la loro estraneità: ‘Se uno pensa che Silvio Berlusconi fosse così imbecille da fare la cresta sui crediti che fanno collaboratori e dipendenti...’, dice Confalonieri. Che parla con soddisfazione del blitz spagnolo su Cuatro, meno dell’’assaggio’ del mercato cinese tanto decantato un paio di anni fa ma che ‘non è stato fortunatissimo’. Chiedono poi a Berlusconi jr se, sulle orme di John Elkann, prenderà la presidenza. ‘Spero che Confalonieri rimanga per sempre - risponde -. Io sono più che soddisfatto del mio lavoro, pienamente operativo’”. (red)

 

 

16. Orenove/16. Afghanistan: Ancora razzi contro gli italiani

Roma - “Italiani di nuovo sotto tiro. Sette razzi - scrive il CORRIERE - sono stati sparati contro una base militare che ospita anche i nostri soldati a Bala Murghab, nell’Ovest dell’Afghanistan: nessuno è rimasto ferito. Gli alpini hanno risposto al fuoco con sei colpi di mortaio e hanno ‘neutralizzato la minaccia’. La notizia è stata confermata dal generale Claudio Berto, comandante della Brigata Taurinense. Lo scontro a fuoco, come ha riferito lo stesso generale Berto nel suo quartier generale di Herat, è avvenuto intorno amezzogiorno, ora locale. ‘I militari italiani della Task Force North — ha detto il generale — hanno sparato sei colpi di mortai da 120 millimetri contro il punto di lancio dei sette razzi che nelle 48 ore precedenti avevano colpito, senza conseguenze, la base operativa avanzata di Bala Murghab, a nord di Herat, dove oltre alle forze italiane risiedono unità dell’esercito afghano e Usa’. Il fuoco dei mortai ‘ha neutralizzato con precisione la minaccia, dopo l’esatta individuazione del punto di lancio da parte di un nucleo speciale dell’esercito statunitense e non prima — ha spiegato Berto — di aver verificato l’assenza di civili nella zona’. Lo scontro è avvenuto a seguito dell’operazione ‘Come On’ nella provincia di Badghis, a nord di Herat, iniziata 11 giorni fa dalle forze afghane e da quelle della Nato di Isaf per consentire l’avvicendamento di un battaglione dell’esercito afghano. Avvicendamento in programma anche per imilitari italiani: la brigata Sassari dopo sei mesi di ‘intenso e costruttivo lavoro’, come li ha definiti il suo comandante Alessandro Veltri, torna a casa e le subentra la brigata alpina Taurinense, guidata dal generale Claudio Berto, già sul posto. La cerimonia del passaggio di consegne si è tenuta ieri nell’aeroporto di Herat. ‘Noi siamo qua non per combattere una guerra, ma per contribuire a garantire la sicurezza e, parallelamente, a rimettere in moto questo Paese’, ha detto il sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, volato in Afghanistan per l'occasione insieme al generale Vincenzo Camporini, capo di stato maggiore della Difesa. A fine giugno arriverà in Afghanistan un rinforzo di mille soldati italiani”. (red)

 

17. Orenove/17. Burqa, linea dura di Sarkozy: Vietato il tutto il paese

Roma - “La Francia vieterà in modo rigoroso il burqa negli spazi pubblici. Il disegno di legge del governo – spiega il CORRIERE - sarà discusso all’Assemblea in maggio, ha annunciato il portavoce Luc Chatel al termine del consiglio dei ministri. Lo «spazio pubblico» è concetto più vasto del luogo pubblico. In pratica, la Francia vuole proibire il burqa non solo nell’ambito delle istituzioni e dei servizi (scuole, ospedali, amministrazioni, trasporti), secondo quanto era stato immaginato nella prima fase di un dibattito in corso da mesi, ma anche nei luoghi esposti al pubblico, quali ad esempio uffici, mercati, banche, locali. Nel primo caso sarebbero sufficienti regolamenti amministrativi, equiparabili al divieto di presentarsi a volto coperto (ad esempio il casco integrale del motociclista), ovvero una misura di polizia. Nel secondo, si colpisce la visibilità del burqa, confinato di conseguenza all’ambito privato e al diritto individuale. La distinzione diventa sostanziale e risponde alla volontà del presidente Sarkozy, il quale, con un occhio alla disaffezione dell’elettorato moderato, ha modificato la posizione iniziale, orientata a un messaggio educativo più che repressivo. «Il velo integrale - è il suo pensiero - deve essere considerato un’offesa alla dignità della donna e al principio della parità: il burqa non è benvenuto in Francia». «E’ una legge per arginare un fenomeno che aggrava la deriva comunitaristica e il rigetto dei valori repubblicani», ha commentato Chatel. Il fenomeno, in verità, è circoscritto. Secondo stime del ministero dell’Interno, non più di duemila donne porterebbero il burqa in Francia (inclusi territori d’Oltremare e Mayotte). Ma la questione va al di là delle cifre per percorrere inquietudini della società e comportamenti elettorali. Il divieto assume un valore emblematico, rispetto a fenomeni più profondi e complicati, come la poligamia, la proliferazione di correnti islamiste, le barriere invisibili che separano molte banlieues dalle regole repubblicane.

“Quanto la legge possa trovare un ampio consenso parlamentare e un’effettiva applicazione è tutto da verificare. La strada del disegno di legge aggira le raccomandazioni del Consiglio di Stato, la più alta giurisdizione francese, che ha messo in guardia dai rischi di un divieto generalizzato che non troverebbe fondamenti nel dettato costituzionale, venendo in qualche modo a ledere il principio delle libertà individuali. Secondo i giudici, ogni applicazione potrebbe innescare un ginepraio di ricorsi e polemiche sulla stampa. Da più parti, si sottolinea il rischio di una reazione identitaria da parte di oltre 5 milioni di musulmani, la maggior parte dei quali è integrata e aderisce a valori repubblicani. Con il dibattito attorno al burqa, la Francia si avvia a rivivere la traumatica riflessione collettiva sulla legge per la laicità, voluta a suo tempo dal presidente Jacques Chirac. Di fronte a cronicizzate questioni socio-politiche, Sarkozy sceglie una strada analoga: l’esaltazione simbolica dei valori dello Stato francese, senza progredire nella sfera delle disparità e dell’esclusione sociale. Ciò che il dibattito non dice è che il presidente ha dovuto fare concessioni a quelle correnti interne della sua maggioranza che reclamano un ritorno «ai fondamentali» del programma. Correnti che stanno trovando un punto di coagulo attorno al capogruppo Jean-François Copé, giovane stella del gollismo, il quale si è fatto promotore della legge. Copé già sogna un futuro all’Eliseo. Magari al turno successivo, nel 2017. Ma si prepara, facendo il Sarkozy. Quello vero, versione 2007”. (red)

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