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Sorpresa: il carcere è un postaccio

Che personcina ingenua, l’ex senatore Nicola Di Girolamo. Non se lo immaginava proprio, che la vita in prigione fosse tanto, come dire, disagevole. E bisogna capirlo, poveretto. Dev’essere stato talmente indaffarato – a dare il suo apporto “professionale” alla truffa che ruota intorno a Fastweb; a preparare la, diciamo così, campagna elettorale che lo ha portato al Senato; e soprattutto a tenere dietro alle esigenze di un uomo dai moltissimi interessi, e dal carattere un tantino dispotico, come Gennaro Mokbel, a sua volta ospite delle patrie galere – che non avrà mai trovato il tempo di informarsi. Strano: uno che commette reati gravi e intrattiene rapporti con criminali di rilievo dovrebbe, almeno in via ipotetica, contemplare la possibilità di essere scoperto e arrestato. E perciò di finire dietro le sbarre per qualcosa di più di una notte o due, come accade agli ubriachi nei telefilm americani.

Invece no. Di Girolamo non se l’è mai posto, il problema. Prova ne sia che quando finalmente ha rassegnato le dimissioni da parlamentare e si è costituito, per essere poi condotto nel carcere romano di Rebibbia, si è presentato in giacca e cravatta e con un bagaglio più adatto a un viaggetto di piacere che a un trasferimento in gattabuia. Lo riconosce egli stesso, peraltro. E se ne rammarica assai. «La prima cosa che la polizia penitenziaria ha fatto, al mio ingresso, è stata sequestrarmi la cravatta. Dopodiché mi sono reso conto che quel che mi ero portato da casa era inservibile. Oggi, con l'esperienza che ho maturato a mie spese, mi sento di poter consigliare, agli incensurati che stanno per fare il loro ingresso in carcere, il kit del detenuto. Mettete per prima cosa in borsa una tuta da ginnastica, non portatevi la schiuma da barba perché qui è proibita, essendo permessa solo la crema.»

Ma c’è dell’altro, ad angustiarlo. Da un lato, le traversie economiche derivanti dal blocco dei depositi bancari. Bisogna sapere, infatti, che la famiglia di Di Girolamo è di quelle che tecnicamente vengono definite “monoreddito”. Quelle in cui, se viene meno l’unica persona che ha un lavoro (o qualsiasi altra attività remunerata...), sono guai seri. Appunto. Stante l’assenza dell’operoso Nicola i suoi se la passano male. Anzi, malissimo. «Sono rimasti senza soldi. Mi hanno sequestrato tutti i conti, compreso quello del Senato sul quale veniva accreditato lo stipendio da parlamentare e attraverso il quale pagavo le bollette e il mutuo. In casa ero io a occuparmi di queste cose. Come faranno ora a vivere mia moglie e i miei figli, se non hanno la possibilità di accedere ad alcun conto corrente?». L’interrogativo è legittimo. Ma quello successivo è addirittura lodevole, degno del più scrupoloso dei cittadini: «Come farò a fare la dichiarazione dei redditi?». Chissà. Forse ci vorrà una proroga ad hoc, come quella per i terremotati.

Dall’altro lato, e non si commetta l’errore di sottovalutarle, ecco invece le difficoltà a tenere in ordine il proprio aspetto, essendo ormai «tre settimane  che non posso tagliarmi i capelli e sistemarmi la barba perché il barbiere non c’è». La questione, si badi bene, non è meramente estetica. È psicologica. E persino morale. Ed è ancora lui a spiegarlo, con la sofferta autorevolezza della vita vissuta: «In questo modo ne va della dignità della persona! Come posso presentarmi ai colloqui con i familiari o con l’avvocato in modo così trasandato?». Già. La dignità è importante. E mentre è normalissimo presentarsi in pubblico nelle vesti di senatore della Repubblica, pur avendo preso parte a una truffa miliardaria (miliardaria in euro, non in lire), va da sé che la medesima disinvoltura non la si possa mantenere nell’incontrare i propri cari, o il proprio legale, coi capelli lunghi e la barba non rasata. 

Grande cosa, la dignità. E ammirevole chi la possiede.

Federico Zamboni


Il vulcano del villaggio globale

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