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Quattro chiacchiere e via andare. Il 25 aprile del Cavalier Silvio

Due minuti e quaranta secondi: il videomessaggio di Berlusconi sul 25 aprile si riduce a questa sintetica apparizione televisiva. A sentire Gianfranco Fini si è trattato di un «discorso alto e nobile». In realtà è solo un discorsetto d’occasione come lo saprebbe fare anche l’ultimo dei parlamentari, se non fosse che qui in Italia la capacità oratoria dei politici è a dir poco modesta e parecchi dei deputati e dei senatori hanno difficoltà a mettere insieme anche il più banale degli interventi, se non lo leggono da cima a fondo (e sempre che non perdano il filo...). 

Berlusconi, al contrario, potrebbe andare a braccio senza troppi problemi, nonostante la sua inguaribile tendenza a ripetere all’infinito gli stessi cliché e a utilizzare i più abusati trucchetti, fino a precipitare nel grottesco col puerile giochino delle domande retoriche rivolte direttamente all’uditorio. Vedi l’ultima manifestazione di piazza del PdL, svoltasi a Roma il 20 marzo scorso. E vedi soprattutto il convegno organizzato dal Centro Studi di Confindustria e tenutosi a Parma il 10 aprile. Chiede Berlusconi: «Quanti di voi, alzando la mano, pensano di non avere mai corso il rischio di essere intercettati?». La reazione più logica sarebbe di spernacchiarlo a dovere. Invece gli danno corda. Come da copione restano tutti immobili, sotto il suo sguardo compiaciuto da illusionista di infimo rango, e si guardano bene dal guastare la messinscena. Qualcuno sorride compiaciuto, come si sorride all’ospite di riguardo che va blandito a qualunque costo. Ma non è ancora finita. Il “signor Presidente del Consiglio” prosegue imperterrito. «Facciamo la prova all’incontrario», annuncia gongolante. «Quanti di voi invece pensano di avere o di poter subire questo rischio?». Ed ecco che svariati dei presenti, anche se per fortuna non molti, levano in alto il braccio per assecondare quell’assurda pantomima. Non è solo imbarazzante. È quasi incredibile. Sono imprenditori più o meno affermati, che controllano aziende con chissà quanti dipendenti, e si lasciano trattare come bambinetti dell’asilo. «Alzate la mano, abbassate la mano». E nessuno, proprio nessuno, che invece si alzi in piedi e che risponda come si deve. O che almeno si metta a fischiare, tanto per far capire che non è d’accordo. E che, in mezzo ai milioni di euro, gli è avanzato qualche spicciolo di dignità.

Ma torniamo al discorso di ieri. Che essendo registrato, e totalmente privo di pubblico, ci ha se non altro risparmiato lo spettacolo penoso di queste buffonate collettive. Berlusconi se l’è cavata con meno di trecento parole, articoli e congiunzioni comprese. Quella più ricorrente, manco a dirlo, è stata “libertà”, pronunciata per ben sei volte. Subito dopo, a quota cinque, troviamo “tutti”. Le altre sono staccatissime e si fermano a un massimo di tre, nel caso di “Stato”. Rilievi statistici a parte, il contenuto si riduce a questo: la Costituzione è vecchia e va rinnovata a fondo. Benché fosse adeguata alla bisogna nel momento in cui venne scritta («il miglior compromesso allora possibile», e va da sé che la parola chiave è “compromesso”, mentre l’aggettivo è solo una concessione da elogio funebre e un abbellimento a costo zero) ha fatto il suo tempo ed è ora di cambiarla. Come? «Insieme a tutte quelle forze politiche che, come fecero i nostri padri costituenti, non rifiutano a priori il dialogo ed hanno a cuore la libertà. Quelle forze politiche che si preoccupano per l’avvenire delle nuove generazioni e che lavorano per il benessere di tutti gli italiani». A quale scopo? «Per definire l’architettura di uno Stato moderno, più vicino al popolo, sulla base del federalismo, uno Stato moderno più efficiente nelle Istituzioni, nell’azione di governo, uno Stato più equo nell’amministrazione di una giustizia veramente giusta».

Tutto qui. Un mazzetto di luoghi comuni in cui tutto resta puntualmente nel vago, tra il richiamo a quel luminoso passato «fondato sull’antifascismo che diede vita ad un sistema che ha saputo prosperare e consolidarsi nella democrazia e nella libertà» e la prefigurazione dell’ancor più fulgido futuro che ci attende, poiché «dobbiamo scrivere insieme una nuova condivisa pagina di storia della nostra democrazia e della nostra Italia».

Insomma: chiacchiere sul passato e chiacchiere sul futuro. L’unica traccia di coerenza è qui, e non c’è davvero da rallegrarsene.  

Federico Zamboni

 

Secondo i quotidiani del 26/04/2010

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