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Secondo i quotidiani del 26/04/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Lasciato libero di uccidere”. Editoriale di Ernesto Galli della Loggia: “Il codice Ratzinger”. Al centro: “Il premier: rinnovare la Carta” e in un box: “La bimba in camicia nera”. Sempre al centro: “Com’è triste dover difendere la Resistenza”. In basso: “La politica non tiene il passo e i vecchi leader spariranno” e “Ora l’Inter vede lo scudetto”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Fini: Irresponsabile andare al voto”. Di spalla: “Vi racconto Mark Twain, il padre di ogni scrittore”. Al centro: “La Ue riscrive Maastricht, più rigore per i Paesi indebitati” e “Uccide tre volte in un giorno di follia: ‘Ho fatto un macello, sono stanco’”. A fondo pagina: “I 50 anni della pillola che cambiò le donne” e “La Roma cade e piange, capovolto il campionato”.

LA STAMPA – In apertura: “Un altro 25 aprile senza pace”. Editoriale di Federico Geremmica: “Separati in patria”. In taglio alto: “Domenica di follia, uccide tre persone: ‘Ora sono stanco’”. Al centro: “Grecia, serviranno 80 miliardi di euro” e la fotonotizia su Russel Crowe, che al cinema interpreta Robin Hood: “Eroe per tutte le stagioni”. In basso: “Hawking: tenetevi alla larga dai marziani”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Venezia e Siena i comuni più ricchi” e l’editoriale: “Vecchi nodi al pettine federalista”. A centro pagina: “Progetto-riordino per guadagnare tempo nei tribunali” e fotonotizia “Sicurezza stradale. Il codice si aggiorna”. Di spalla: “Firenze disegna il suo futuro ritornando alla cultura”. In basso: “Nel catalogo dell’evasione un posto all’arte”.

IL GIORNALE – In apertura: “I fascisti della Liberazione”. Al centro la foto-notizia: “La destra ‘moderna’ di Fini in fuga per paura del voto”. In taglio alto: “‘Denuncio Margherita per estorsione’”. A fondo pagina: “Raiola, il procuratore (di guai)”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Berlusconi: cambiare insieme la Carta” e in un box: :”Pacato, plurale, antifascista: il set di Silvio pacificatore”. Editoriale di Francesco Paolo Casavola: “Le riforme della terza unità d’Italia”. Al centro: “Roma, quanta rabbia: rigore negato e la Samp la punisce” e “Lazio, c’è la giunta: resta fuori l’Udc”. In un box: “Pasolini, nuove analisi sui vestiti”. A fondo pagina: “Folle vendetta, spara e fa tre vittime” e “Strumenti cinesi, allarme in corsia”.

IL TEMPO – In apertura: “L’annunziatone”. In taglio alto: “Roma tifa Lazio”. Al centro la foto-notizia: “L’offensiva del Cavaliere”.

IL FOGLIO – In apertura: “Quello che insegna il caso Sicilia”. A sinistra: “Delitti”. A destra: “Amori”. In basso: “Cinquant’anni di Pillola non ci hanno portato la felicità”.

L’UNITÀ – In apertura: “Le radici della memoria”. (red)

 

 2. Berlusconi: Una nuova Carta e riforme condivise

Roma - Scrive IL GIORNALE: “Un discorso focalizzato sul sentimento nazionale, per rilanciare il 25 Aprile come festa di tutti. E per proporsi, come già fece un anno fa ad Onna, come l’uomo della pacificazione e della riconciliazione. Peraltro in piena sintonia con il capo dello Stato, proprio il giorno dopo che Napolitano gli ha concesso nel suo discorso alla Scala di Milano una citazione che non è passata inosservata. Un Berlusconi ecumenico, dunque, che nel suo intervento a reti unificate invita tutte le forze politiche a ‘scrivere insieme una nuova pagina della storia italiana’. Il Cavaliere, insomma, rilancia la stagione riformatrice e ancora una volta tende la mano all’opposizione. E lo fa cercando di farsi garante del processo riformatore, non solo verso il centrosinistra ma pure nei confronti del Quirinale (che ieri ha molto apprezzato l’intervento del premier). Cosa che ovviamente rischia di restringere di molto i margini di manovra di Fini, che da presidente della Camera ha sempre puntato molto al rapporto con l’opposizione e con il capo dello Stato. E forse è anche per questo che a pochi giorni dallo scontro alla Direzione nazionale del Pdl (dove la questione Lega è stata più volte trattata dai due contendenti) Berlusconi ha voluto sottolineare con forza il concetto di nazione, richiamandosi pure ai padri costituenti.

E a proposito di Fini, dopo che sabato il Cavaliere si era fatto mandare per fax ad Arcore le trenta pagine dell’intervento in Direzione dell’ex leader di An, ieri ha deciso di non vedere la sua intervista televisiva a In 1/2 ora, preferendo all’ex leader di An un pranzo con i tre figli avuti con Veronica (Barbara, Eleonora e Luigi). Segno che forse le acque cominciano un po’ a calmarsi. Berlusconi, dunque, cita i padri fondatori che ‘seppero accantonare le differenze politiche più profonde e sancirono nella Costituzione repubblicana il miglior compromesso possibile per tutti’. E lo fa per dire che ‘dopo 65 anni la nostra missione è andare oltre quel compromesso e costruire l’Italia del futuro sempre nel rispetto assoluto dei princípi di democrazia e di libertà’. ‘La sfida - insiste il presidente del Consiglio - è scrivere insieme una nuova, condivisa pagina di storia della nostra democrazia e della nostra Italia’. La parola ‘riforme’ il Cavaliere non la pronuncia mai, ma il concetto è chiaro: ‘Il nostro obiettivo è quello di rinnovare la seconda parte della Costituzione del 1948, che è già stata in parte modificata, per definire l’architettura di uno Stato moderno, più vicino al popolo, sulla base del federalismo. Uno Stato moderno più efficiente nelle istituzioni e nell’azione di governo, uno Stato più equo nell’amministrazione di una giustizia veramente giusta’.

E uno dei punti su cui più batte Berlusconi è quello della condivisione. Ne aveva parlato giovedì scorso in apertura della Direzione nazionale del Pdl ma ieri è tornato a ribadire il concetto davvero con forza. Le riforme, spiega, vanno fatte ‘insieme a tutte quelle forze politiche che come fecero i nostri padri costituenti non rifiutano a priori il dialogo e hanno a cuore la libertà’. E ancora: ‘Quelle forze politiche che si preoccupano per l’avvenire delle nuove generazioni e che lavorano per il benessere di tutti gli italiani’. Parole che segnano un deciso riavvicinamento tra Palazzo Chigi e il Quirinale dopo le burrasche pre-elettorali e lo scontro sul decreto salva liste. Non solo sabato Napolitano ha citato l’intervento fatto ad Onna dal premier lo scorso 25 Aprile, ma ieri faceva pure trapelare un forte apprezzamento per l’intervento di giornata del Cavaliere. Un riavvicinamento, dicono i ben informati, nel quale Gianni Letta e le sue continue mediazioni pare abbiano avuto un ruolo determinante”. (red)

 

3. Sintonia Quirinale-premier su dialogo e condivisione

Roma - “Napolitano torna a chiedere ‘la fine delle contrapposizioni’ anche perché il 25 aprile merita ‘un clima di serenità’, dopo aver offerto da Milano una lettura della Liberazione dal profondo significato civile in cui coinvolgeva pure il premier. E Berlusconi gli fa subito eco in tv con un invito generale ad ‘accantonare le differenze politiche’ e a sua volta esorta l’intero arco politico alla ‘sfida di scrivere insieme una nuova pagina condivisa della storia italiana, rinnovando la seconda parte della Costituzione’. Può sorprendere e disorientare, data la comunanza di toni e i rispecchiamenti lessicali, l’improvvisa sintonia tra Quirinale e Palazzo Chigi dopo l’alta tensione degli ultimi tempi – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Sorprendere perché apre una pausa decongestionante, di riconciliazione, a uso dell’intera classe politica al culmine di giorni astiosi e carichi di incognite (compresa quella di urne anticipate). Disorientare perché segna un passo verso il dialogo che contraddice certe minacce dei falchi della maggioranza (rilanciate dopo le elezioni regionali) di avviare un drastico piano di riforme, con la logica del ‘chi ci sta ci sta, noi procederemo comunque’.

Insomma: sembra che questo 25 aprile possa segnare una svolta, rispetto alle recenti fibrillazioni. Ma la tregua deve apparire piuttosto fragile, sul Colle, e da verificare nella sua concreta praticabilità, se ieri sera lo staff del presidente della Repubblica non si azzardava a esprimere ‘alcuna valutazione’. Una specie di esorcismo di chi, incrociando le dita, dopo aver ascoltato parole di grande impegno vuole ora vedere i fatti? Un indizio di prudenza estrema dopo gli infiniti, e spiazzanti, stop and go del premier? Una forma di ritrosia alle autocelebrazioni? Nel silenzio del Quirinale, e considerate le molte variabili che incombono in questo delicato passaggio di legislatura, va in ogni caso considerato che Giorgio Napolitano ha incassato un consenso vasto e senza distinguo alla sua azione di pedagogia storico-istituzionale. A parte alcune limitate polemiche (come le contestazioni di Roma e Milano, al governatore Polverini e al sindaco Moratti), ha visto confermato da unanimi giudizi il significato del proprio messaggio. Messaggio che ieri, dopo la tappa al Vittoriano, ha approfondito in una cerimonia a palazzo, davanti ai gonfaloni delle città decorate e alle bandiere delle associazioni partigiane, presenti i ministri dell’Interno e della Difesa.

Ha spiegato il presidente: ‘Ho inteso mettere pienamente in luce il significato nazionale, il valore di riconquista e condivisione del senso della Nazione e della Patria, di riaffermazione di una rinnovata identità e unità nazionale’. È su queste basi — le cui radici sono sintetizzate nella Carta costituzionale — che ha incitato tutti a uno sforzo comune, superando le contrapposizioni politiche proprio come accadde durante il Risorgimento e la Resistenza. I lunghi applausi di Berlusconi sabato alla Scala, seguiti dal discorso televisivo, hanno confermato lo sforzo inclusivo del suo appello. Con un risultato non piccolo. Basta pensare a come il Cavaliere sia stato per anni un’anomalia imbarazzante per gli inquilini del Quirinale (Scalfaro e Ciampi), perché non onorava la festa della Liberazione. Seève rochenel 2009 s i materializzò improvvisamente a Onna, cuore dell’Abruzzo terremotato, con il fazzoletto tricolore della Brigata Maiella e pronunciò per la prima volta un intervento d’impronta resistenziale, ieri ha fatto un passo in più”. (red)

 

 

4. Le contestazioni del 25 aprile

Roma - “L’aria, in giro per il Paese non è stata esattamente quella che il Presidente ha auspicato – scrive LA STAMPA, che dà notizia di diversi episodi di contestazione -: a Roma c’è stata una contestazione violenta da parte dell’ultrasinistra nei confronti dei presidenti della Regione, Renata Polverini, e della Provincia, Nicola Zingaretti. A Milano un episodio analogo ha riguardato il sindaco Letizia Moratti e il presidente della Provincia Guido Podestà, in piazza Duomo. Ma la situazione è stata pesante in molte altre città, dove esponenti dell’ultrasinistra e dei centro sociali hanno preso di mira, con modalità e differenti livelli di gravità, molti esponenti delle istituzioni, specie se eletti in liste del centrodestra. A Torino la ricorrenza era stata celebrata la sera precedente con una fiaccolata conclusa in piazza Castello, e la cosa sembrava abbastanza tranquilla, fin tanto che non è stato annunciato l’intervento di Michele Coppola, capogruppo del Pdl in consiglio comunale e ora assessore della giunta di centrodestra alla Regione. Dalla piazza si sono levati subito fischi provenienti da giovani vicini ai centri sociali.

Le contestazioni sono durate per tutto l’intervento dell’esponente del Pdl che ha poi ricevuto la solidarietà del Pd, oltreché del suo partito. Non, invece, del Pdci che, attraverso il suo segretario piemontese, Vincenzo Chieppa ha giudicato i fischi a Coppola ‘una cosa buona e giusta’. A Bergamo la situazione è stata ancora più difficile. Il sindaco Franco Tentorio, del Pdl, ha un passato nel Msi e per la prima volta ha partecipato alle celebrazioni del 25 aprile, attirandosi fischi e insulti appena ha appoggiato la corona d’alloro al monumento ai partigiani. ‘Fascista’, ‘vergogna’, ‘farai la fine di Mussolini’. Le forze dell’ordine hanno tentato di allontanare i contestatori, i quali, per tutta risposta - hanno alzato uno striscione: ‘Contro la militarizzazione del territorio. Via l’esercito dalle strade’ e hanno dato dell’assassino alle autorità militari presenti. A Firenze, di fronte a Casaggì, un centro sociale di destra, che ospita anche la sede della Giovane Italia (l’organizzazione giovanile del Pdl) e gli uffici dei consiglieri comunali del Pdl, ieri mattina sono stati trovati alcuni litri di benzina, parte dei quali aveva già impregnato l’ingresso e il portone.

La Polizia ha scoperto tutto prima che un eventuale incendio potesse deflagrare, ma la tensione è diventata subito altissima. Anche nella vicina Prato si è alzato qualche fischio (ma nulla di più) quando ha iniziato a parlare il vicesindaco Goffredo Borchi del Pdl, e ha fatto riferimento anche al ‘ricordo di coloro che hanno combattuto dalla parte sbagliata’. Il presidente della Provincia di Salerno e parlamentare del Pdl, Edmondo Cirielli, ha spiegato - invece - di non poter partecipare alle celebrazioni della Liberazione ‘per il clima di intimidazione’ che si è creato intorno a lui. Nei giorni scorsi, infatti, la provincia aveva fatto affiggere dei manifesti commemorativi in cui non si faceva alcun riferimento alla Resistenza, e la cosa ha attirato strali di fuoco contro Cirielli”. (red)

 

5. Violante: Clima nuovo, ben apertura a riforme condivise

Roma - L’ex presidente della Camera, Luciano Violante, ha rilasciato una intervista a LA STAMPA: “‘Il discorso di ieri riconosce nettamente il valore della lotta di Liberazione e sostiene la necessità di condividere le riforme. E’ bene anche che Bossi abbia fatto sapere che l’alternativa è tra le riforme e il voto. E che Fini abbia ulteriormente rafforzato il suo orientamento favorevole... Dunque, in questo 25 Aprile i tre principali leader del Paese hanno ribadito all’unisono che sono favorevoli alle riforme condivise. Se nessuno cambierà idea, è molto positivo’. (...) Ed è positivo anche che Bossi abbia minacciato le elezioni? ‘Ha posto un’alternativa netta. Ha fatto bene’. Bossi vuole il federalismo fiscale. E’ un costo che l’Italia si può permettere, anche per l’unità nazionale? ‘Il federalismo fiscale è previsto in Costituzione. Va fatto. Ma la fase di avvio sarà faticosa. In Germania, il federalismo fiscale ha accompagnato tutta la vita democratica del paese, e richiesto numerose modifiche costituzionali nell’arco di sessant’anni, l’ultima è del 2006. La questione chiave è il passaggio dalla spesa storica al costo standard di ciascun servizio, salvaguardandone la qualità a tutela dei cittadini’.

Non teme colpi di mano, votazioni a maggioranza, e infine l’impoverimento delle regioni più deboli? ‘I colpi di mano sono sempre possibili. Ma la politica deve affrontare i rischi e misurarsi con le idee. Come si sa, oggi in Parlamento ci sono depositati solo i progetti di legge del Pd. Aspettiamo le proposte del centrodestra, e ci misureremo con attenzione e rispetto. Per noi è indispensabile salvaguardare i valori profondi della nostra democrazia: l’unità nazionale, la separazione dei poteri tra esecutivo, legislativo e giudiziario. Serve, infine, una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di scegliere i parlamentari, e che permetta di costruire le maggioranze politiche già nelle urne’”. (red)

 

6. Fini: Nessuna imboscata, no a elezioni anticipate

Roma - Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha partecipato ieri alla trasmissione “In mezz’ora”, di Lucia Annunziata. Così riporta IL GIORNALE: “Sorride, dall’inizio alla fine. Non si batte il petto per l’indice roteato in faccia al Cavaliere. E punzecchia sul ‘documento finale’ della direzione del Pdl - nel complesso ‘una delle pagine più belle’ - che ‘sembrava fatto apposta per contare gli eretici’. Ma neppure si sbraccia verso il precipizio. Sembra quindi ponderare a dovere il peso delle parole, tutto sommato prudenti. Di certo è a suo agio, Gianfranco Fini, nello studio di Lucia Annunziata, prima tappa dell’attesa maratona tv. Così, se da una parte rispolvera i noti distinguo (verifica dei costi reali del federalismo e no ai Pm sotto l’esecutivo), dall’altra definisce ‘irresponsabile’ ipotizzare un ritorno alle urne: ‘Gli italiani non capirebbero, abbiamo davanti tre anni per fare le riforme’. Rinnova poi ‘lealtà agli elettori e al governo’ - da non scambiare con ‘acquiescenza verso eventuali decisioni che, solo se discusse e motivate, saranno rispettate’ - e fissa chiaro il paletto dell’unica leadership riconosciuta, in mano al Cavaliere.

Fini assicura di voler lavorare con il Pdl, e non contro, ripetendo di non avere in testa nuovi partiti né gruppi autonomi. Ma quanto vale potenzialmente il suo bacino di voti, su cui impazzano i sondaggi? ‘Lo 0,1%’, replica un po’ beffardo, anche quando dice che ‘la credibilità è un conto, i voti un altro’. Ma forse per questo, si commenta nel Pdl, teme la minaccia di nuove elezioni. Chissà. Fini fa comunque sapere di essere sereno (‘Ho fatto ciò che dovevo anche come punto riferimento di quella destra moderna che non ha la bava alla bocca e cerca di dialogare’). E di non essersi pentito di aver fatto il Pdl, che intende anzi aiutare. Se vogliamo dirla tutta, ‘non mi sono pentito neppure di aver alzato il dito contro Berlusconi nel corso della direzione - afferma a In 1/2 Ora -. E credo che lo stesso premier si sia accorto di aver detto una cosa che non potrà mai rispondere al vero: cioè che il presidente della Camera si dimetta perché esprime le sue opinioni all’interno del suo partito, anche se dissenzienti rispetto alle sue, leader riconosciuto anche da me’. Semmai, ‘sono pronto a discuterne se mi dimostrano che vengo meno ai miei doveri sul rispetto del regolamento parlamentare’.

Fini ribadisce di aver ‘sollevato problemi squisitamente politici’, dato che ‘con Berlusconi non c’è una questione personale’. E intende ‘sgombrare il campo da un equivoco’. Ovvero: ‘Non ho alcuna intenzione di fondare altri partiti, ma di continuare a discutere dentro il Pdl’, magari ‘attraverso il congresso’, tra sei mesi o un anno ‘conta poco’. Di conseguenza, ‘non ci saranno imboscate’ da parte della minoranza, ma ‘saremo leali e faremo la nostra parte perché il programma venga rispettato’. Se ci saranno invece epurazioni interne, rimarca, ‘dipenderà da Berlusconi’, ma ‘abbiamo messo in conto anche questo e chi oggi mi sostiene non lo fa certo per interesse’. Ma ‘non credo - aggiunge - che la maggioranza ampia del Pdl reputi intelligente fare la lista degli epurandi, perché c’è poco di liberale’. Sulla possibilità che Italo Bocchino rimetta il mandato, si chiede: ‘Ma davvero bisogna che il vicario del gruppo Pdl alla Camera metta la sua testa? E per che cosa?’. E Giulia Bongiorno? ‘Ha fatto e fa delle belle battaglie per garantire una riforma della giustizia com’è nel programma, in modo che non sia tale da dare solo l’impressione di allargare sacche di impunità’.

Si vedrà. Ma ‘chi oggi parla di elezioni anticipate è un irresponsabile’, rintuzza Fini, che prosegue: ‘Conosco Berlusconi e Bossi - che incontrerò se vorrà nei prossimi giorni - e so che entrambi sono coscienti che le elezioni in questo momento sono il fallimento dell’attuale maggioranza, esponendo poi il Paese a una condizione di assoluta instabilità, con il rischio enorme di finire come la Grecia’. Capitolo riforme. Fini plaude al ‘senso di responsabilità’ del Cavaliere, che ieri, nel messaggio per la Festa della Liberazione, ‘ha fatto un discorso alto e nobile’, rinnovando la necessità di ricercare un ampio consenso parlamentare. Sul versante giustizia, infine, ribadisce: ‘Considero la magistratura baluardo per la sicurezza del cittadino e la legalità’ e ‘non dirò mai che i magistrati sono un cancro o nemici delle istituzioni’. Anche se, ‘in alcuni settori la magistratura è iperpoliticizzata e ha concorso alla criminalizzazione di Berlusconi’”. (red)

 

7. Ma Berlusconi non si fida di Fini

Roma - Scrive LA REPUBBLICA in un retroscena di Carmelo Lopapa: “‘Di Gianfranco non mi fido, continuo a non fidarmi. Lancia messaggi rassicuranti, poi manda avanti i suoi a menare fendenti’. Salotto di Arcore, il premier Silvio Berlusconi guarda l´avversario in tv, il presidente della Camera Fini che vorrebbe dimissionario subito, se solo potesse sfiduciarlo. Non lo convince, di certo non intende lasciare a lui lo scettro delle riforme. Perché è su quel terreno che adesso si gioca la partita più delicata della legislatura. Il Cavaliere sceglie una messaggio agli italiani in stile ‘presidenziale’, preconfezionato per i tg, per lanciare il suo richiamo ai ‘nostri padri’ costituenti che ‘seppero superare le differenze politiche’ e il proposito di ‘scrivere una nuova pagina della storia’. È il Berlusconi dialogante che tende la mano all´opposizione, a modo suo. Come già aveva cominciato a fare in direzione Pdl (‘Riforme condivise’). Il fatto è che nell´ottica del premier, né Bossi, né Fini dovranno sedere alla regia del confronto con l´opposizione, Pd in testa. Quel ruolo Berlusconi lo ha ritagliato per sé e intende svolgerlo in prima persona, da Palazzo Chigi. Tanto più che i nodi interni al Pdl, per lui, restano irrisolti.

I toni rassicuranti ai quali ha fatto ricorso il presidente della Camera nello studio dell´Annunziata sembra non abbiano ammorbidito il Cavaliere, tanto meno le sue parole lo hanno fatto sentire al riparo dai contraccolpi della neonata minoranza interna. E dire che Gianfranco Fini ce l´ha messa tutta. Promettendo che ‘non ci saranno imboscate in Parlamento’, che non fonderà un nuovo partito, impegnandosi a incontrare Bossi. ‘È un doppio gioco’ sentenziano nel ristretto cerchio berlusconiano. La carota di Fini in tv fa il paio col bastone agitato dai suoi. Da Villa San Martino a Roma, non è passata inosservata l´intervista di ieri a Repubblica del direttore di FareFuturo Alessandro Campi e quel ‘se salta tutto, pronti al governo tecnico’. Lo stato maggiore non ha gradito e se n´è fatto portavoce il vicecapogruppo Osvaldo Napoli parlando ormai di ‘zona grigia del finismo: Campi a nome di chi parla? Troppe furbizie e artifici’. Come pure, a sentire i berluscones, ‘puzza di tatticismo’ la mossa con la quale il vicecapogruppo finiano Italo Bocchino ha lasciato intendere in un colloquio col Corriere della Sera che potrebbe rassegnare le dimissioni. ‘Una trappola’, è la lettura. Perché la vicepresidenza del gruppone Pdl (alla Camera 270 deputati) è legata alla presidenza del berlusconiano Cicchitto.

Insieme sono stati eletti e insieme dovrebbero lasciare l´incarico, qualora Bocchino davvero si facesse da parte. Ma in quel momento, il finiano - non ne fa mistero parlando coi suoi - si ricandiderebbe al ruolo di capogruppo. Perderebbe, certo, ma i voti che incasserebbe del drappello di 39 deputati finiani metterebbero nero su bianco, anche in quella sede, l´esistenza di una minoranza interna. Proprio lo scenario che il premier Berlusconi vuole scongiurare. Ragioni ancora più delicate stanno inducendo i falchi vicini al Cavaliere, da Maurizio Gasparri a Denis Verdini, a desistere dal proposito di consumare tra un mese la vendetta più scontata. Il 22 maggio, a due anni dall´inizio della legislatura, andranno al rinnovo le presidenze delle commissioni. Tre sono occupate ad oggi da finiani doc. Giulia Bongiorno alla delicatissima commissione Giustizia di Montecitorio, Silvano Moffa al Lavoro e Mario Baldassarri alla commissione Finanze del Senato. ‘Ma se sfiduciassero i nostri, quei due-tre parlamentari decisivi di cui disponiamo potrebbero mettere a rischio la maggioranza in tutte le commissioni’ ragiona per assurdo Carmelo Briguglio.

Come dire, il gioco della ritorsione non varrebbe la candela di una guerriglia in Parlamento. Insomma, per dirla col ministro Gianfranco Rotondi, ‘difficile per ora che tutto torni come prima: il vero banco di prova saranno le votazioni su intercettazioni e giustizia. Le idi di marzo sono alle spalle, ma ora ci sono quelle di maggio’. Oggi, incontrando nuovamente a Montecitorio i deputati e senatori rimasti al suo fianco (ma non ci saranno tutti e 54), Fini spiegherà la strategia, in parte anticipata ieri: ‘Nessuna imboscata’, nuovo invito alla cautela, soprattutto a ‘non fornire pretesti’. Poi, altro passaggio tv forse domani a Ballarò. Iperattivismo del presidente della Camera, in questa sorta di new deal in stile speaker Usa Nancy Pelosi, che lo porterà mercoledì a incontrare Luca Cordero di Montezemolo”. (red)

 

8. Bersani: Con Berlusconi le riforme sono impossibili

Roma - LA REPUBBLICA intervista il segretario del Pd, Pierluigi Bersani: “In questa maggioranza ‘non ci sono le condizioni per affrontare le riforme’. Anzi, Berlusconi utilizzerà il primo pretesto possibile per andare al voto. Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, non crede affatto al dialogo offerto dal presidente del consiglio. A suo giudizio, non ha alcuna intenzione di compiere delle ‘scelte’. Semmai, il premier è pronto all’ennesimo ‘strappo’: perché questo governo ‘non potrà andare avanti così altri tre anni’. Ma sulle urne ‘decide il capo dello Stato’ e in quel caso non si può ‘indicare ora soluzioni a tavolino Berlusconi ha colto l’occasione del 25 aprile per proporre un’intesa sulle riforme istituzionali. ‘Sono parole apprezzabili. Il presidente del consiglio, però, ha scoperto solo di recente la solennità del 25 aprile. Ma più che questi messaggi, colpiscono le sue altalenanti contraddizioni: da mesi va avanti a strappi con i successivi aggiustamenti. Dobbiamo guardare ai fatti, le parole non servono’. In che senso? ‘Negli ultimi 9 anni, sette sono stati governati dal centrodestra. E si è visto che la democrazia populista non è in grado di decidere. Non ci sono scelte in nessun campo. Né in economia, né sul terreno istituzionale. Un sintomo evidente è l’impennata orgogliosa di Fini. Una reazione che non è la malattia o la medicina della destra, ma è il sintomo di un malessere. Per questo è necessario uscire dalla chiacchiere’.

Sta di fatto che stavolta il premier vi chiede collaborazione. ‘Ma il loro modello di azione non è fatto per decidere. È costruito per accumulare il consenso, ma poi non lo usano per governare. Io ho insomma profonda sfiducia che si voglia mettere davvero mano a qualcosa di concreto. È evidente che in questa maggioranza non ci sono le condizioni per affrontare le riforme. Infatti, prima o poi, davanti alla difficoltà di decidere, Berlusconi prenderà un pretesto qualsiasi per accelerare in curva’. Accelerare verso dove? ‘Verso le elezioni. O verso un qualsiasi tipo di strappo. La bozza Calderoli che altro era? Un’accelerazione per coniugare solo l’interesse del premier con quello della Lega. In Fini c’è questa consapevolezza. Lui stesso elenca alcuni nodi cruciali: il programma economico da aggiornare alla luce della crisi, il federalismo senza compromettere l’unità del Paese’. Anche il Quirinale, però, vi chiede uno sforzo bipartisan. ‘Accettiamo l’appello del presidente della Repubblica. Noi, però, una proposta l’abbiamo presentata. Non conosco quella del Pdl. Fini gliel’ha chiesta. Aspetteremo, ma sono pessimista sulla possibilità che questo governo affronti temi cruciali’. Quindi non ci sono le condizioni per un dialogo. ‘L’opposizione è davanti ad un nuova responsabilità. Bisogna stringere le maglie per una piattaforma che abbia il sapore di un’alternativa di governo. Dobbiamo essere pronti perché il Paese sta scivolando’.

Per questo ha proposto il Patto repubblicano pure al presidente della Camera? ‘Il patto repubblicano non esclude Fini, ma certamente non è rivolto solo a lui. Nella proposta c’è l’esigenza che le forze dell’opposizione sui temi cruciali della democrazia e delle priorità economiche e sociali si rivolgano in modo ampio alle forze sociali civiche e politiche che riconoscono l’esigenza di una svolta che avvenga nel solco della Costituzione’. Questo, però, è uno scenario possibile solo in caso di crisi del governo. ‘Io voglio capire chi non accetta la deriva. Qualcuno mi ha accusato di fare tattica sulle alleanze, ma è esattamente il contrario. Voglio che siamo noi a interpretare le grandi esigenze sociali e a proporre una forma nuova e più efficiente di bipolarismo’. Ma se entra in crisi la maggioranza ci saranno le elezioni o ci sarà una soluzione intermedia con un governo tecnico? ‘Quel che vedo è che non si potrà andare avanti così altri tre anni e non vedo scenari intermedi’. Qualcuno ha letto il Patto repubblicano come una premessa per un esecutivo di transizione. ‘Niente di tutto questo. Non voglio sproloquiare su formule. Credo che, nell’impotenza del centrodestra, qualcuno possa dare uno strattone. Ma la sorte della legislatura non è in mano a un uomo solo, c’è anche il presidente della Repubblica’.

Nel ‘95, quando entrò in crisi il primo governo Berlusconi, nacque l’esecutivo Dini. ‘Ogni fase ha il suo schema, ma la storia non si ripete. Vedremo cosa accadrà. Non siamo in condizione ora di indicare soluzioni a tavolino e non abbiamo messo in moto movimenti per un cambio di maggioranza. Quando ho parlato di patto repubblicano, pensavo a cose più profonde. Ad esempio: si può tornare a votare con questa legge elettorale? Si può andare avanti con questo sistema dell’informazione. Possiamo proseguire senza affrontare la crisi economica? Che benefici ci ha portato questa curvatura personalistica della nostra democrazia?’. C’è chi - come il professor Campi - propone di riformare proprio la legge elettorale per poi tornare al voto. Si aspetta che il presidente della Camera opti per questa strada? ‘Non arrivo a questo. Penso però, se sarà coerente, che dovrà sciogliere alcuni nodi fondamentali: i temi sociali, le norme sugli ammortizzatori sociali, la giustizia (basti pensare alle intercettazioni), il federalismo che è arrivato ai decreti attuativi. La palla, a quel punto, toccherà a Berlusconi. Se saprà risolvere i problemi, andranno avanti, altrimenti si porrà una questione di stabilità politica. Per quanto ci riguarda, il Paese si aspetta solo che lavoriamo a una piattaforma alternativa. E chi fino ad ora ha sonnecchiato dovrà accorgersi che a Palazzo Chigi non si decide niente’.

E chi ha sonnecchiato? ‘Ad esempio qualche rappresentanza sociale. Ho assistito all’ultima assemblea di Confindustria e ho notato un certo spaesamento e ho sentito stavolta parole nette dalla presidente Marcegaglia. C’è sempre meno fiducia. Basta pensare al federalismo: ne parlano continuamente ma poi il Tesoro non ci porta le tabelle. Senza numeri e soldi, questa operazione non esiste’. Ma in caso di voto anticipato, il Pd è pronto? ‘Non lo vedo per domani ma certamente una fase di logoramento potrebbe portarci fin lì. Stiamo lavorando sul progetto Italia 2011 lanciato nell’ultima direzione. Da lì usciranno le nostre idee per l’alternativa’”. (red)

 

9. Bettiza confessa: Voto Lega, è sua l’eredità asburgica

Roma - Enzo Bettiza confida al CORRIERE DELLA SERA “una cosa che non aveva mai detto: il giornalista più raffinato d’Italia, lo scrittore mitteleuropeo, vota Lega. La Lega di Bossi, con il Carroccio, Alberto da Giussano, lo spadone e tutto. ‘Ma Pontida è un mito immaginario, come i druidi, i celti e le bevute dell’acqua del Po. La Lega non è figlia della battaglia di Legnano, condotta dai lombardi contro un imperatore germanico. Al contrario: la Lega discende dal Lombardo-Veneto asburgico. Gli antenati di Bossi sono Maria Teresa, Giuseppe II, il lato umano di Radetzky. Il suo antecedente è la buona amministrazione austriaca’. ‘So che la Lega è stata considerata a lungo buzzurra e folkloristica. E in parte lo era, per necessità politica, per distanziarsi in maniera popolaresca e dialettale dal Sud, per marcare un’identità culturale e antropologica che, spinta all’iperbole, diventava differenziazione etnica. Ma eravamo ai primordi: Roma ladrona, la secessione, il separatismo. Una strada percorsa da altri gruppi regionali in Europa: baschi, catalani, irlandesi, prima ancora i sudtirolesi e anche i bavaresi, che si ritengono uno Stato nello Stato, come il Texas negli Usa. È in questa fase rozza, romantica, pittoresca che la Lega si balocca con riti inventati, zodiacali. Ora la Lega è un partito serio, solidificato. La sua grande forza è la correttezza amministrativa, la cura del Rathaus, il Comune. Detesto la parola ‘territorio’, mi fa venire in mente la mafia. Non esistono partiti territoriali né partiti cosmici. Ora la Lega si insedia a Bologna, penetra negli Appennini, schiera in Toscana un’avanguardia che evoca il Granducato. È un partito nazionale, costruito su grandi temi come l’immigrazione e la difesa delle tasse lombarde, venete, piemontesi. Non a caso i due migliori ministri sono Maroni, uomo della Lega, e Tremonti, che alla Lega è molto vicino. E presto nascerà anche la Lega del Sud’.

Dice Bettiza di non essere spaventato dal rischio di una disgregazione del paese. ‘L’Italia era abituata a essere divisa. Una splendida divisione, da cui viene la sua grandezza. Ducati, comuni, persino un impero: Venezia era la Gran Bretagna del Mediterraneo. Se Mantova non fosse stata una capitale non avremmo Mantegna e la Camera degli Sposi, se non lo fosse stata Ferrara non ci sarebbe il Palazzo dei Diamanti’. ‘Il carisma di Bossi, sempre esistito per il suo popolo, si è molto rafforzato dopo la malattia. Ha assunto una ruvidezza un po’ immobile e statuaria, una loquela condensata e tagliata che fa delle sue apparizioni in pubblico un’icona popolare (Bettiza dice ìcona, con l’accento sulla “i”, alla greca). Non farà il sindaco di Milano, perché non ha la salute né l’interesse a sobbarcarsi il lavoro e le arrabbiature di un sindaco. Il piccolo de Gaulle popolaresco padano che diventa podestà: no, non lo vedo. Bossi ha un grandissimo fiuto politico. Sa bene dove va il boccino e fin dove lo può spingere. Non è certo lui che aizza Berlusconi, anzi, quando lui esagera con la sua attitudine megalomanica è Bossi a tirarlo per la manica, a esercitare una pressione sedativa. È evidente che il dopo-Cavaliere è la Lega’.

Come finirà Berlusconi? ‘Berlusconi durerà. Non so se realizzerà il sogno di salire al Quirinale eletto dal popolo. Ma durerà, perché non c’è nessuno nel partito pronto a sostituirlo. Non vedo elezioni anticipate: tutti hanno paura, molti anche di perdere l’indennità. Non vedo grandi prospettive neppure per Fini, uomo di partito rimasto senza partito: resterà nel Pdl solo perché non ne ha un altro. Al centro non nascerà il "partito della nazione", ma un partitino cattolico con Casini, Rutelli e Pisanu, satellite ora del Pdl, in futuro della Lega che tanto contesta’. E la sinistra? ‘Il vero leader, D’Alema, è offuscato. Vendola è fenomeno folkloristico e provinciale. Bersani mi pare all’ultimo giro. Rappresenta lo stadio finale del comunismo emiliano; e, come nota da vecchio animale comunista Giuliano Ferrara, nel Pci mai si sarebbero sognati di affidare la leadership agli emiliani. Bravi sindaci, generosi cassieri; ma i capi del Pci dovevano essere nati nel Regno di Sardegna, o nelle grandi famiglie liberali napoletane. La sinistra paga l’errore mortale di aver dato la caccia a un grande uomo di sinistra come Bettino Craxi. Berlusconi è la nemesi storica di Craxi’. Che cos’hanno in comune? ‘Entrambi hanno fatto crescere alla loro ombra molti uomini da nulla, che a Craxi sono stati fatali. Berlusconi si è salvato perché ha armi che Craxi non aveva. Ha impresso una svolta storica a un’Italia terrorizzata da Mani Pulite; ma l’ha impressa con metodi stravaganti per un paese sottilmente articolato sul piano politico. Il suo carisma sta nel suo stile depoliticizzato: è quel che piace alla gente, ma è anche il suo limite. Le élites lo detestano, i radical-chic vedono in lui un radical-kitsch; ma è proprio per il kitsch, per il suo coté brianzolo, che l’Italia del week-end fuori porta si riconosce in lui’.

Bettiza ha una vicenda in comune con Berlusconi, che nel dicembre 1996 gli offrì la direzione del Giornale: rifiutata. Perché? ‘Ho conosciuto Berlusconi negli anni in cui salvò il Giornale abbandonato da Cefis e da Petrilli. Aveva un’adorazione speciale per Montanelli e molta simpatia per me, una volta in tv raccontò di indossare un impermeabile copiato dai miei. Come uomo d’affari era di un dinamismo eccezionale, e non individuava mai con chiarezza i limiti tra dire il vero e il non vero: come adesso, quando dice che venderà il Giornale, mentre non ci pensa neppure. Quando mi offrì la direzione, per prima cosa mi consultai con Montanelli: avevamo appena fatto la pace dopo che non ci eravamo parlati per tredici anni, non volevo perderlo di nuovo. Indro mi consigliò di accettare. Con Berlusconi ne parlammo in una cena ad Arcore. C’erano Letta, Confalonieri, Massari che era l’amministratore, Biazzi Vergani e Belpietro, che avrebbe dovuto essere il mio condirettore o vicedirettore, a garanzia del lato popolaresco e digrignante: dopo l’innegabile successo della direzione Feltri, c’era il timore che io facessi un giornale troppo elitario’.

‘Proposi di far scrivere il primo fondo a Montanelli. Letta disse subito di sì. Berlusconi rimase in silenzio, ma il suo istinto di venditore ambulante lo induceva ad accettare, per pure ragioni pubblicitarie. Tutti gli altri si opposero. Il giorno dopo ci vedemmo a pranzo con Belpietro da Savini. Gli esposi il mio programma, a cominciare dal ritorno di Francesco Damato e di François Fejto, che aveva portato al Giornale l’intellighentsia liberale parigina: Aron, Ionesco, Morin, Furet. Belpietro mi interruppe, spiegandomi che lui non sarebbe stato il mio vice ma direttore come me, sia pure non responsabile. A me le querele, a lui il potere, per conto di Berlusconi. Ovviamente, rinunciai. Il Cavaliere telefonò per rilanciare; e offriva davvero un sacco di soldi. Ma con Montanelli e Piovene avevo cofondato il Giornale nell’alveo del Mondo di Pannunzio e di Tempo presente di Chiaromonte. Non avrei mai potuto fare un foglio sotto padrone’”. (red)

 

10. Unità d’Italia, senza vertice Comitato per celebrazioni

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Senza più vertici il comitato per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Dopo le dimissioni, dettate da "ragioni anagrafiche", il 21 aprile di Carlo Azeglio Ciampi da presidente del gruppo di garanzia sulle iniziative stabilite dal governo, a lasciare il ruolo di vice è ora ufficialmente Gustavo Zagrebelsky. Il giurista ha consegnato ieri quell’’atto formale’ che mancava ancora all’annuncio dell’addio fatto giovedì insieme con altri quattro componenti del gruppo di "probi viri". Dacia Maraini, Marta Boneschi, Ludina Barzini, Ugo Gregoretti e da ieri, sciolte le ultime riserve, anche Zagrebelsky, abbandonano in polemica con il governo per lo scarso impegno economico e ‘l’assenza di chiarezza circa gli intenti e gli orientamenti’. Ma intanto non lasciano il tavolo di controllo gli altri 26 membri del comitato chiamato a vegliare che le celebrazioni siano all’altezza del compito (e dei 20milioni che arrivano dalla società interministeriale Arcus più i 15 della presidenza del Consiglio). E il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi si appresta a nominare il successore dell’ex capo dello Stato Ciampi. Al 99 per cento, alla presidenza del comitato di garanzia per i 150enario sarà l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato.

‘Ma che cosa stiamo facendo, secondo te? Stiamo lavorando ogni giorno’ aveva risposto infuriato Silvio Berlusconi a Gianfranco Fini che, nella direzione del Pdl di giovedì, aveva duramente criticato il premier per, tra l’altro, la mancanza di proposte sui 150 anni della nazione. La nuova nomina alla guida del comitato di garanzia riceve così il via libera, se non la spinta, del Cavaliere. Costituzionalista, ministro del Tesoro nel governo D’Alema (1999-2000) e dell’Interno con Prodi (2006-2008), Amato da un anno, da quando ha lasciato ufficialmente la politica, è presidente della Treccani. Il suo nome per la presidenza è stato in ballo con quelli di Lamberto Maffei e Giovanni Conso che, ricoperto l’interim dopo le dimissioni di Ciampi, è atteso il 5 maggio a Quarto per la prima per ricordare la partenza in quello stesso giorno del 1860 dei Mille verso la Sicilia. Le dimissioni della Maraini, di Zagrebelsky e degli altri tre "saggi" del comitato di trenta, sono state dettate proprio all’indomani dell’addio di Ciampi. ‘Avevo accettato - ha rivelato la scrittrice - per simpatia nei confronti dell’ex presidente della Repubblica e perché volevo sottolineare l’importanza di un anniversario che viene messo in discussione anche con toni rozzi e inaccettabili’. Il riferimento è alla Lega Nord che non si è spesa troppo per celebrare un’unità in cui non crede. ‘La presidenza di Ciampi - hanno scritto nella lettera di dimissioni Maraini e Zagrebelsky - è stata la garanzia per il buon funzionamento del Comitato stesso ed è risultata comunque decisiva nel superare i diversi momenti di stallo con l’Autorità di governo’. Ma, dimessosi Ciampi, ‘sono venute meno le condizioni che riteniamo indispensabili per continuare a fare parte del Comitato’.

La Maraini, in particolare, dopo aver denunciato ‘che vogliono imporre al Risorgimento un revisionismo di marca leghista’, ha detto che le sembra ‘improbabile che Ciampi si sia dimesso solo per ragioni di salute’. Non la pensa così lo storico Alberto Melloni, autore di un appello al premier perché chiedesse a al presidente del comitato dimissionario di ripensarci (Berlusconi s’è mosso, ma l’ex capo dello Stato è stato irremovibile): ‘Ciampi è un uomo di parola, se ci fosse stato dell’altro l’avrebbe detto chiaramente’. Lo studioso bolognese, che con gli altri 30 componenti si è riunito ogni due mesi per vagliare i progetti per le celebrazioni, sottolinea: ‘Pur nella sua vaga rappresentanza, il Comitato ha garantito, prima con il governo Prodi poi con quello Berlusconi, che i 150 anni non celebrassero solo la memoria piemontese, e di Torino in particolare, ma il senso di appartenenza e di identità di tutta l’Italia. E questo attraverso l’unica arma in nostro possesso: incoraggiare e dare pareri’. Un Comitato senza poteri forti, insomma. Con la macchina organizzativa in mano alla Protezione civile. I cui vertici sono stati inquisiti, tra l’altro, per l’appalto dell’aeroporto di Perugia che rientrava, anch’esso, nei progetti per la festa dei 150 anni della Nazione”. (red)

 

11. Lazio, Polverini vara la giunta senza Udc

Roma - Riporta LA STAMPA: “Dopo giorni di trattative è fumata bianca per la giunta regionale del Lazio che sarà guidata da Renata Polverini. Resta fuori l’Udc che darà così, per ora, soltanto l’appoggio esterno. I finiani, al centro di polemiche negli ultimi giorni, sono rappresentati da un solo esponente. La giunta è composta, al momento, da 14 assessori (due in meno rispetto a quelli della giunta Marrazzo): 11 uomini e 3 donne, compresa la Polverini che mantiene per sè la delega alla Sanità. Oggi dovrebbe esserci la prima riunione di giunta. Malumori sono sorti tra i moderati ex di Forza Italia che si sono sentiti ‘epurati’”. (red)

 

 

12. Marrazzo torna a Raitre

Roma - “Piero Marrazzo torna in Rai, ma all’ex conduttore di Mi manda RaiTre, nonché ex governatore del Lazio, sarà precluso il video: una condizione che avrebbero posto i vertici dell’azienda. Lo scrive LA REPUBBLICA. Sarà Lucia Annunziata a dare il "bentornato in Rai" a Marrazzo, domenica prossima, con una intervista inserita nel programma In 1/2 ora in onda su RaiTre. Il giornalista, che si era messo in aspettativa dalla Rai quando entrò in politica, tornerà a lavorare per RaiTre tra un mese, come conferma il responsabile della rete Antonio Di Bella. ‘Marrazzo non sarà a capo di una struttura, rientrerà come caporedattore a disposizione del direttore. Al momento, nel palinsesto di RaiTre non sono previsti programmi con una sua presenza in video. Ma Lucia Annunziata dovrebbe intervistarlo nel suo In 1/2 ora, ne stanno parlando’ spiega Di Bella. L’ex governatore del Lazio, secondo il recente verdetto della Cassazione sarebbe stato ‘vittima predestinata’ di una ‘imboscata organizzata ai suoi danni’ da alcuni carabinieri infedeli. Marrazzo, che il 3 luglio del 2009 è stato filmato da due carabinieri del Trionfale mentre era in casa della trans Natalie, pur avendo ammesso il consumo di cocaina è uscito pulito dall’inchiesta. E Di Bella, nell’esprimergli solidarietà, dice: ‘Sono un suo vecchio amico. Nutro verso Piero stima e amicizia sin dai tempi in cui eravamo insieme cronisti. È una risorsa per l’azienda, nei prossimi giorni verificheremo come utilizzarlo’. In settimana ci sarà l’incontro tra Marrazzo e il capo del personale Rai, Luciano Flussi.

Ma il reintegro di Piero Marrazzo nei ranghi di RaiTre non sarà privo di polemiche. Nei corridoi Rai di viale Mazzini, nei giorni scorsi, c’era già chi faceva notare che il cantante Morgan per molto meno (rilasciò un’intervista in cui faceva l’elogio della cocaina a scopo curativo) è stato escluso dalla partecipazione all’ultimo Festival di Sanremo e da qualsiasi show del servizio pubblico. Antonio Verro, consigliere di amministrazione Rai (area centrodestra), pur convenendo sul fatto che ‘il reintegro di Piero Marrazzo è un atto dovuto’ esprime delle perplessità: ‘Non so se è giusto che lui vada in video a raccontare la sua storia. Io sarei contro. Ma non ho tutti gli elementi, non so che ruolo svolgerà Marrazzo a RaiTre e come avverrà la sua intervista. Quindi rimetto la decisione al direttore di RaiTre, Antonio Di Bella, che mi pare abbia un grande senso di equilibrio’. Anche Giovanna Bianchi Clerici, consigliere in quota leghista, nutre dei dubbi. ‘Ci occuperemo del rientro in Rai di Marrazzo. Mi sembra inopportuno che torni in video con un suo programma, ma dell’intervista non so nulla. Ho solo letto delle agenzie con le sue dichiarazioni, la volontà di raccontare i punti oscuri della sua vicenda. A me sembra che occorra buon senso per riproporlo in video: anche per lui, voglio dire per la tutela personale dello stesso Marrazzo’. Infine il consigliere (dell’opposizione) Nino Rizzo Nervo: ‘Non so cosa farà Marrazzo a RaiTre. Credo che lui stesso non volesse tornare in video. Una cosa è certa: finita l’aspettativa, come qualsiasi persona che ha fatto il parlamentare o il politico, ha diritto di rientrare in azienda’”. (red)

 

13. Federalismo fiscale, dagli italiani “sì” con riserva

Roma - Il CORRIERE DELLA SERA riporta i risultati di una indagine dell’Osservatorio di Renato Mannheimer sul federalismo fiscale: “Si farà il federalismo fiscale? Il dibattito sulla sua attuazione è diventato centrale nello scenario politico e ha costituito, assieme alla giustizia, uno degli elementi cruciali della disputa tra Berlusconi e Fini. Si tratta, come si sa, del provvedimento cui Bossi e il suo movimento tengono maggiormente e sul quale essi sono disposti, in certe condizioni, a giocare il tutto per tutto. È per questo che il leader leghista è intervenuto così duramente nella vicenda Berlusconi-Fini, sino ad evocare la caduta del Governo, ed ha avuto parole così severe nei confronti del Presidente della Camera che, a sua volta, ha espresso non pochi dubbi sui costi della realizzazione della riforma. Ma che ne pensano nel frattempo gli italiani? All’affermazione che ‘il federalismo fiscale è necessario per un migliore sviluppo del paese’, la gran parte risponde positivamente. Si tratta però di una maggioranza piuttosto risicata — 56% — che vede quindi una ampia area di scarsa convinzione. Gli atteggiamenti più critici provengono dai giovani, da chi possiede un titolo di studio più elevato e, specialmente, da chi dichiara l’intenzione di votare per un partito del centrosinistra. Tra costoro, in particolare, la maggioranza relativa si esprime in modo molto scettico sull’utilità del federalismo fiscale.

I dubbi sono, com’era prevedibile, ancora più diffusi tra gli abitanti delle regioni meridionali. Non a caso, qui la netta maggioranza (63%) si dichiara totalmente d’accordo con l’idea che ‘il federalismo fiscale danneggerà le regioni del sud’. Molti leader politici — tra cui sia Bossi che Fini — hanno ripetutamente negato la fondatezza di questa tesi. Ma essa rimane largamente condivisa nell’opinione pubblica, tanto che questa affermazione risulta comunque approvata dalla gran parte (58%) della popolazione dell’intero paese. Il timore diffuso in una larga porzione di elettori è, insomma, che l’attuazione del federalismo fiscale finisca col privilegiare le aree del settentrione a danno del resto del paese. Molti— più di tre italiani su quattro (ma più di otto su dieci tra i giovani e tra i residenti al sud) — insistono al riguardo sul mantenimento di criteri di solidarietà territoriale, convenendo col fatto che ‘è giusto che i soldi raccolti in una regione tramite le tasse vengano utilizzati anche per aiutare le altre regioni più povere’. Anche se, in contraddizione solo apparente, una quota elevata (62%) di cittadini è convinta, al tempo stesso, che sia ‘giusto che i soldi raccolti in una regione attraverso le tasse vengano poi utilizzati perlopiù in quella regione’.

In questo caso, ovviamente, il consenso è molto maggiore al nord, specie nel nord est (76%) e tra gli elettori della Lega (85%). Ciò che conferma comunque l’esistenza già oggi, almeno in una certa misura, di una spaccatura del paese riguardo a questa questione. Un’altra perplessità diffusa riguarda il possibile costo eccessivo della riforma. Lo indica anche il fatto che, secondo metà degli italiani, ‘il federalismo fiscale costituisce un modo di spendere i soldi dello Stato, che potrebbero essere risparmiati o utilizzati per altro’. Ancora una volta, esprimono in misura maggiore questa opinione specialmente i più giovani (62%), i residenti nel sud (57%) e gli elettori per le forze di opposizione (61%). Ciò che emerge nell’insieme è, dunque, una generica approvazione dell’ipotesi di federalismo fiscale, in una misura, però, che potremmo definire assai ‘tiepida’ e accompagnata da molteplici dubbi e perplessità, specie tra i più giovani e tra gli elettori del centrosinistra. Con valutazioni, considerazioni e sensibilità tendenzialmente divergenti al sud e al nord. Ciò che renderà probabilmente assai tormentato il cammino di questa riforma. Se mai esso avrà inizio”. (red)

 

14. Telecom, ai dipendenti falsa lettera di Bernabè

Roma -

Riporta il CORRIERE DELLA SERA: “Fine settimana con il ‘giallo’ per Telecom Italia. Una falsa lettera dell’amministratore delegato Franco Bernabè ha raggiunto ieri, via email, alcuni tra dirigenti e dipendenti del gruppo. Carta intestata e firma originale del capoazienda, sulle prime la missiva poteva trarre in inganno. E anche lo stile pare richiami la comunicazione, quella vera, inviata da Bernabè ai collaboratori lo scorso 4 marzo, in seguito allo scandalo sul riciclaggio che ha coinvolto la controllata Sparkle. ‘Prima di tutto desidero che ognuno sappia che comprendo esattamente lo stato d’animo in cui vi trovate — scriveva allora Bernabè — perché anche io come voi sono profondamente turbato per il fatto che purtroppo la nostra azienda sia finita sui giornali non per i risultati che stiamo ottenendo come operatore leader nel settore ma per motivi di ben altra natura’.E di ben altra natura sarebbero i contenuti della missiva circolata ieri, definiti ‘riprovevoli’ da fonti del gruppo. Una goliardata? O un’azione intimidatoria? In attesa di capire Telecom ha diffidato ‘chiunque dovesse venire in possesso di tale falsa comunicazione dal diffonderla ulteriormente o dal darne pubblicazione in qualsiasi forma’. E nel ribadire ‘che si tratta con ogni evidenza di un falso’ annuncia l’azione penale contro ‘gli ignoti autori di tale reato’”.

 (red)

 

15. Grecia, servono 80 miliardi. In bilico piano Ue

Roma - Riporta LA STAMPA: “Non basteranno 45 miliardi di euro per salvare la Grecia. Adesso si parla addirittura di 80, 60 dall’Eurozona, 20 dall’Fmi. Il costo della crisi si è aggravato nel gioco perverso tra le esitazioni di Atene e la riluttanza di Berlino. Ma è anche chiaro che per sciogliere il nodo occorrerà annunciare subito un intervento massiccio e duraturo. ‘Stiamo negoziando un programma triennale per la Grecia - spiega Christine Lagarde, ministra dell’Economia francese - mentre i 30 miliardi decisi dall’Eurogruppo erano per il primo anno’. ‘Chi specula al ribasso sulla Grecia perderà la camicia’ dichiara intanto il ministro ellenico Giorgos Papacostantinou, fiducioso che l’accordo sarà raggiunto verso metà maggio. Sotto le domande pressanti della stampa mondiale, nell’auditorium sotterraneo del Fondo monetario, Papacostantinou - 48 anni, economista laureato a Londra - ha fatto un’ottima figura: inglese fluente, risposte pronte e concise, anche in francese su richiesta. Peraltro ha dovuto riconoscere che far tornare la fiducia sui mercati non sarà facile. Nel palazzo del Fmi alla Diciannovesima strada di Washington, Papacostantinou ha fatto quartier generale negli uffici della nostra delegazione, perché nel consiglio è l’Italia appunto a rappresentare la Grecia. Ieri si è incontrato di nuovo con il direttore generale del Fondo, il francese Dominique Strauss-Kahn, per cominciare a discutere i dettagli del piano.

La prima cosa che Strauss-Kahn ha dovuto fare, uscendo, è stato dichiarare alla stampa di essere ‘impressionato dalla determinazione delle autorità greche a prendere le decisioni necessarie’. Serviva un cenno per rassicurare i mercati, dopo che nuove parole pesanti da parte tedesca sembravano mettere in dubbio l’accordo. In una intervista all’edizione domenicale del quotidiano Bild (incline a un razzistico disprezzo contro i greci) il ministro dell’Economia tedesco Wolfgang Schaeuble dichiarava che un sì della Germania agli aiuti non è ancora scontato. A leggere bene, tuttavia, Schaeuble - uomo di grande esperienza - fa la faccia feroce a fini di politica interna senza chiedere nulla di diverso dal Fmi e dagli altri governi europei: ovvero un credibile piano di austerità triennale. Con Schaeuble ‘come con tutti gli altri colleghi europei, sono in continuo contatto’ risponde senza scomporsi Papacostantinou. Che i tempi delle decisioni ad Atene siano lenti, lo ammette. Il Parlamento non ha ancora cominciato a discutere quella riforma delle pensioni che ora il Fmi chiede di accelerare e di inasprire. Sulle privatizzazioni, molto attese dai mercati, un piano manca ancora: ‘non faremo una svendita, vogliamo anche rendere più concorrenziale il nostro mercato’. Però, insiste il ministro, le misure prese finora si sono mostrate efficaci; il deficit pubblico nel primo trimestre si è ridotto perfino più del previsto.

Strauss-Kahn conforta: ‘Siamo tutti avvertiti di quanto la situazione sia seria e dei coraggiosi sforzi che il popolo greco sta compiendo’. Che Atene possa alla fine dichiararsi insolvente Papacostantinou lo esclude nel modo più assoluto, come è comprensibile. Negli uffici del Fmi anche off records si assicura che non esiste alcun ‘piano B’ per ristrutturare il debito greco nel caso il salvataggio non risulti sufficiente. Ma l’unica certezza è che di una scelta simile non potrebbe essere il Fondo ad assumersi la responsabilità. La smentita davvero credibile riguarda una uscita della Grecia dall’euro. ‘Non ce n’è alcuna base reale. Punto e basta’ risponde Papacostantinou. Concorda il ministro dell’Economia italiano Giulio Tremonti: ‘L’Europa non è un condominio dove uno entra e e uno esce. Fin dall’inizio è stata concepita ‘con lo spirito di un’unione sempre più chiusa che esclude scelte di entrata e uscita’. Ma se saranno 80 i miliardi da dare alla Grecia, l’Italia dovrà metterne circa dieci. Poi, con un’altra frecciata diretta alla Germania, Tremonti ricorda la tragedia del transatlantico Titanic, dove non si è salvato nemmeno chi aveva un biglietto di prima classe: ‘Non bastava quel biglietto per dire ‘non sono problemi miei’”. (red)

 

16. Ue, entro l’anno revisione del Trattato di Maastricht

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Ci vuole più rigore. E così, di fronte all’entità della crisi greca e alle resistenze tedesche, tra i top official di Eurolandia, si comincia a parlare di una revisione del Trattato di Maastricht e quindi del Patto di stabilità. Entro l’anno, in seno alla Commissione europea, verrà costituita una apposita task- force, formata dagli esperti di ciascun paese, della Ue e della stessa Bce, per studiare come rendere più restrittivi i criteri di rigore che già vincolano tra loro i bilanci dei paesi Ue, ovvero il rapporto di deficit e debito col Pil. L’obiettivo, in ultima analisi, è un surplus per chi è ha un superdebito. Al tempo stesso gli europei intendono dotarsi di un meccanismo di risoluzione delle crisi, oggi inesistente. E per finire vogliono che Eurostat, l’organismo statistico della Ue, sia in grado di poter effettuare ‘audit’ veri e diretti per meglio verificare il quadro contabile dei paesi, così da evitare brutte sorprese come è accaduto nel caso di Atene. Secondo quel che si apprende, per fare tutto questo occorre appunto riprendere in mano il Trattato di Maastricht del 1992 e quindi il Patto di Stabilità. In quel patto ci sono due parametri che i paesi dell’euro sono chiamati a rispettare. Il primo stabilisce che il rapporto deficit-Pil deve essere del 3%: chi sfora, è colpito da una procedura d’infrazione e deve rientrare.

Il secondo parametro riguarda il rapporto debito-Pil che deve ‘tendere’ - e su quest’espressione ci fu nelle discussioni preparatorie dell’epoca una dura battaglia del ministro Guido Carli - al livello del 60%, con un ritmo adeguato. Ebbene, in questi anni, Eurolandia ha guardato soprattutto al primo dei due parametri, lasciando più in disparte il secondo. Ora che la crisi finanziaria ha fatto dilatare il debito di tutti e che il caso greco costringe i partner a mettere sul piatto un fiume di miliardi, s’è deciso che questa ‘voce’ deve avere in futuro più peso. Già all’ultimo vertice Ecofin di Madrid era filtrato questo messaggio, che per un paese indebitato come l’Italia significa in prospettiva grandi sacrifici. Adesso però, proprio per via della vicenda greca, si vogliono stringere i tempi. Di nuovo ieri la Germania, attraverso il ministro degli esteri Westerwelle, ha fatto sapere che il suo paese ‘non farà alcun assegno in bianco alla Grecia’. E la collega francese Lagarde, che pure pagherà per il salvataggio, ha ribadito che Atene ‘non ha mantenuto i suoi impegni in seno alla zona euro’, presentando ‘dei conti sbagliati’.

Ed ecco il punto: tutelarsi da chi ha i bilanci in disordine e presenta conti fasulli. Naturalmente la task force sa benissimo che non si riduce il moloch del debito con la bacchetta magica e che un’operazione del genere richiede anni di rigore. E dunque, secondo gli orientamenti allo studio, l’idea è di rendere ancora più stringente il primo dei due parametri. Volendo riassumere, il motto del domani suona così: più alto è il debito, più basso deve essere il deficit o addirittura ci deve essere un surplus di bilancio. Sul piano più tecnico, questa colossale operazione di risanamento potrebbe passare attraverso un aggiustamento del bilancio primario, al netto degli interessi e del ciclo: qualche esercizio è già stato fatto dallo studioso dell’Fmi, Carlo Cottarelli ed è finito nella tabellina che il ministro Giulio Tremonti ha mostrato l’altro giorno in tv. Ma la lezione greca dice anche che, per fare piani di austerity credibili, ci vogliono statistiche sicure, non più basate solo su quello che i governi riferiscono. Di qui il rafforzamento di Eurostat. E poiché se i conti saltano, bisogna salvare chi è in difficoltà, meglio se con le sole forze europee, ecco che Eurolandia punta a dotarsi di un meccanismo di gestione delle crisi, capace di affrontare l’emergenza ma anche di accompagnare il paese in crisi verso la normalità”. (red)

 

17. Gb-Vaticano, incidente diplomatico per memo irriverente

Roma - Riporta il CORRIERE DELLA SERA: “Nei giorni scorsi al Foreign Office è arrivata la telefonata di un giornalista del Sunday Telegraph’ che chiedeva conto di un memorandum segreto sul Papa e sulla sua prossima visita nel Regno Unito in settembre. Non avrebbero mai voluto, i capi della diplomazia britannica, che quella imbarazzante ‘nota a uso interno’ in cui si ridicolizzano le posizioni della Chiesa sull’aborto e l’omosessualità, in cui si suggerisce un ‘duetto fra il Pontefice e la Regina’, in cui si sollecita il lancio del ‘condom Benedetto’, in cui si chiama il Pontefice a inaugurare una clinica degli aborti e lo si invita a celebrare una unione civile fra gay, in cui si prefigura il lancio di un ‘telefono amico per le vittime degli abusi sessuali’, insomma che tutta questa roba finisse nelle mani di un giornale. Sapevano bene, al Foreign Office, che all’inizio di marzo un giovane funzionario del ministero, reclutato fra le leve dei laureati a Oxford e Cambridge, si era dilettato nella scrittura di un appunto (titolo ‘la visita ideale dai toni provocatori e che questo appunto era circolato nelle stanze del dipartimento. Peggio: il suo autore lo aveva inserito nel dossier ufficiale che la diplomazia sta preparando in avvicinamento al viaggio di Benedetto XVI, proprio il dossier che viene consegnato al governo e alle autorità ecclesiastiche. Imperdonabile, perché lì c’erano fra sogni irrealizzabili (il Papa che fa le capriole con alcuni ragazzi per promuovere la vita sana) e proposte non indecenti (‘la sponsorizzazione vaticana per un network di ospedali dove si cura l’aids’) anche considerazioni (il Papa dovrebbe ‘annunciare il licenziamento dei vescovi reticenti sullo scandalo delle violenze ai minori’) che avrebbero potuto aprire un fronte di dure polemiche col Vaticano.

D’accordo, di satira spicciola si trattava. Ma in certi momenti l’uso disinvolto e leggero delle parole rischia di trasformarsi in un boomerang pericoloso e in un caso politico. A maggior ragione se la satira entra di soppiatto in un fascicolo che dovrebbe essere controllato, vagliato e pesato nelle virgole. Di conseguenza, il Foreign Office avrebbe desiderato stendere un velo pietoso ma una maliziosa manina ha fotocopiato tutto e spedito alla stampa l’incartamento. Poi la telefonata del Sunday Telegraph per il necessario controllo ha chiuso il cerchio. Così, sapendo che la brutta figura sarebbe finita sulla prima pagina del giornale, il ministero degli Esteri, è dovuto correre ai ripari, con passo velocissimo: ieri ha mandato il suo ambasciatore presso la Santa Sede, Francis Campbell, a presentare le sentite scuse e si è prodigato nel definire ‘idiota’ il memorandum. Ha rivelato che è stato cestinato prima che potesse arrivare alla visione del ministro David Miliband e di Downing Street. E ha assicurato di dare ‘grande valore agli stretti e produttivi rapporti fra il governo del Regno Unito e la Santa Sede’. Incidente medicato. E finale soft: il giovane e imprudente funzionario ha cambiato aria. Però, se l’è cavata con l’assegnazione ‘a nuove mansioni’”. (red)

 

 

18. Putin ospite di Berlusconi. A tema il dossier energetico

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Villa Gernetto tirata a lucido come uno specchio. Il premier Silvio Berlusconi ha curato personalmente la logistica per l’arrivo del suo vecchio amico Vladimir Putin e dei suoi ospiti. Il premier russo è sbarcato ieri sera a Malpensa. Quella che doveva essere una visita semi-privata si è trasformata in una visita semi-ufficiale con tanto di banda che ha suonato gli inni nazionali e il picchetto d’onore. Ad accogliere Putin è stato lo stesso Berlusconi. Saluti ufficiali e poi il breve tragitto in elicottero per il trasferimento a Villa Gernetto a Lesmo. Il tempo di prendere possesso delle camere e alle 23 la cena privata e ‘superblindata’ ad Arcore. Gli ospiti, in tarda serata, sono tornati a Villa Gernetto per passare la notte. Tanti i dossier aperti e tante le questioni da definire. In cima all’agenda dei colloqui, oltre al rafforzamento dell’interscambio commerciale fra i due Paesi, i temi dell’attualità politica internazionale e la cooperazione in materia di sicurezza energetica. Ai colloqui parteciperanno anche il ministro russo dell'Energia, Serghei Shmatko e il vicepremier di Putin con delega all’Energia, Igor Secin. Questo fa pensare che ci sarà spazio anche per un confronto su SouthStream, il progetto di mega-gasdotto che collegherà Russia e Unione Europea guidato con quote paritarie dai colossi italiano, Eni, e russo, Gazprom: proprio Eni e Gazprom, secondo fonti russe, starebbero discutendo su chi debba cedere il passo (e le azioni) al socio entrante, la francese Edf, che potrebbe arrivare ad una partecipazione fino al 20 per cento.

Sicuramente tra i vari accordi che saranno firmati oggi e presentati in conferenza stampa (uno anche sulla ricostruzione di Palazzo Ardinghelli e della Basilica di San Giorgio Grande a L’Aquila), spicca il protocollo di intenti per la cooperazione nella creazione in Russia di un reattore termonucleare sperimentale Ignitor: un settore prioritario per l'Italia, che ha scelto di tornare all’atomo per tagliare la bolletta energetica nazionale. Ma al di là del business resta l’incontro tra due vecchi amici costellato di immagini rimbalzate sulla stampa: dalle cene a tu per tu nelle dacie affacciate sul Mar Nero, alle nuotate spalla a spalla nel golfo di Marinella, dalle serate tra fuochi d'artificio e canzoni napoletane alle passeggiate infagottati in tute termiche e colbacchi nella glaciale steppa russa. Fino all’ottobre scorso, quando Silvio festeggiò il compleanno di Vladimir nella dacia sul lago Valdai per tornarsene poi a San Pietroburgo alla cloche di un idrovolante Be-200”. (red)

 

19. Austria: rieletto Fischer, netta sconfitta per destra

 Roma - Scrive LA STAMPA: “Trionfo per il presidente in carica Heinz Fischer, sconfitta netta per la destra populista e radicale che fu di Jörg Haider: le elezioni presidenziali di ieri in Austria hanno ricalcato fedelmente un copione scritto ormai da settimane. La riconferma di Fischer a un secondo mandato era infatti attesa: il presidente austriaco - che si è presentato ufficialmente come indipendente, nonostante la sua lunga militanza nel partito socialdemocratico - ha raccolto quasi il 79% dei voti e potrà restare altri sei anni all’Hofburg (il Quirinale austriaco). ‘Sono felicissimo e grato al popolo austriaco’, ha commentato. In realtà il 71enne Fischer non si è trovato di fronte nessuno sfidante in grado di impensierirlo veramente. Preoccupato dalla sua popolarità e dagli alti costi della campagna elettorale, l’altro grande partito austriaco, quello popolare della ÖVP, non ha infatti schierato un proprio candidato e si è limitato a suggerire ai propri sostenitori di votare scheda bianca. Una scelta che, secondo gli osservatori, ha contribuito alla bassissima partecipazione al voto: alle urne si è recato appena il 49,2% degli austriaci, il peggior risultato di sempre (il dato non tiene però conto del voto per corrispondenza). Nel 2004 l’affluenza era stata del 71,6%.

A uscire con le ossa rotte dal voto è Barbara Rosenkranz, candidata della destra radicale della FPÖ: la ‘madre della nazione’, come viene soprannominata a causa dei suoi dieci figli e di quella sua ostinazione a dichiararsi ‘casalinga’ malgrado la lunga carriera politica, ha portato a casa il 15,6% dei voti. Per il successore di Haider al timone della FPÖ, Heinz-Christian Strache, si tratta di uno schiaffo: quasi due mesi fa, quando la lanciò, Strache indicò per lei l’obiettivo del 35%. Da allora la Rosenkranz non ha fatto che attirarsi contro un’ondata di critiche a causa delle sue posizioni ambigue su neonazismo e revisionismo: bisognerebbe ritoccare la legge che vieta di negare l’Olocausto e di creare formazioni ispirate all’ideologia nazista, in quanto limita la libertà di espressione, è stato uno dei suoi cavalli di battaglia. A fugare i sospetti sul suo conto, alimentati anche dal matrimonio con Horst Jakob Rosenkranz (editore del giornale xenofobo ‘Fakten’ ed ex membro di un partito sciolto per apologia del nazismo), non è bastata neanche la sua decisione di firmare dal notaio una dichiarazione in cui condannava i crimini nazisti e prendeva le distanze dal neonazismo. Il risultato di ieri è colpa della ‘caccia alle streghe inscenata dai media’, ha protestato la Rosenkranz, che ha provato a dirsi però soddisfatta dell’esito del voto. Il terzo incomodo nella corsa all’Hofburg, Rudolf Gehring, esponente di una piccola formazione cristiana, si è infine fermato al 5,4%”. (red)

 

20. Afghanistan, taliban intossicano 80 studentesse

Roma - Riporta LA REPUBBLICA: “La piccola Sumaila era in classe quando ha sentito uno strano odore, simile a quello di un fiore appassito. Poi, come in sogno, ha visto svenire le sue compagne e il suo professore. ‘Quando ho riaperto gli occhi ero in ospedale’, racconta questa bambina di 12 anni, ricoverata per essere stata assieme alle sua classe ‘gasata’ dai Taliban. È questo il subdolo espediente adoperato per impedire che le bambine studino, e quindi si evolvano crescendo, e che un giorno la smettano di sottostare ai loro ordini. Perciò, per dissuaderle dal frequentare la scuola, si può anche ricorrere al veleno. È accaduto ieri, in una scuola di Kunduz, nel nord est dell’Afghanistan. Assieme a Sumaila altre dodici bambine sono rimaste intossicate da un gas sprigionato nella loro scuola da quegli estremisti islamici che si oppongono all’istruzione femminile. In serata, fonti dell’ospedale di Kunduz hanno riferito che molte scolarette provavano ancora dolori, vertigini e vomito. Secondo un funzionario di polizia, due giorni fa si sono sentite male altre 48 bambine e alcuni professori. La settimana scorsa, 20 bambine avevano denunciato i medesimi sintomi, che sono quelli di un sospetto avvelenamento, in un’altra scuola di Kunduz. Nel maggio 2009, nella provincia di Kapisa, a finire in ospedale furono 90 ragazze. Abdul Muqeem Halemi, che dirige del Dipartimento istruzione della provincia, non ha dubbi: i Taliban hanno intossicato la scuola con il gas per scoraggiare le famiglie a far frequentare la scuola alle figlie.

Li indica come responsabili anche il portavoce del presidente Hamid Karzai: ‘Chiunque impedisca ai bambini di andare a scuola è un nemico dell’Afghanistan e della sua possibilità di prosperare’. Nega invece il portavoce dei ribelli, Zabiullah Mujahid, sostenendo che i suoi uomini non possono essere responsabili di quanto accaduto, perché il movimento ‘condanna con forza simili azioni’. Ma terrorizzare la popolazione, per poi ergersi a salvatori della medesima, fa parte da troppo tempo della loro strategia. Difficile nutrire dubbi sulla colpevolezza di un gesto così orrendo. Quando, tra il 1996 e il 2001, i Taliban governarono l’Afghanistan ogni forma di istruzione femminile fu abolita per decreto. Ora, la questione rimane tuttora controversa in gran parte del paese. Attentati simili a quello di ieri erano stati compiuti negli anni scorsi in altre parti dell’Afghanistan, anche dove la presenza dei Taliban è più debole. Nel sud-est, invece, dove gli Studenti del Corano controllano numerosi villaggi, le scuole per bambine sono state chiuse da tempo. Nonostante lo spavento di ieri Sumaila spera che il padre le consenta di tornare a scuola: ‘È vero sono molto impaurita e i miei genitori sono preoccupati. Non so se dopo quello che è accaduto mi permetteranno ancora di entrare in un’aula scolastica’. E, chissà, magari un giorno di diven-tare avvocatessa o pediatra o deputato”. (red)

 

21. L’astrofisico Hawking: Stare alla larga dagli alieni

Roma - Riporta il CORRIERE DELLA SERA: “Per l’astrofisico britannico Stephen Hawking gli extraterrestri esistono e il vero problema non è come riconoscerli. È come evitarli. Perché prima o poi accadrà. La teoria di Hawking è di facilissima comprensione e sarà illustrata in una serie di documentari su Discovery Channel. È di facile intuizione anche per chi non è un matematico. Anche se il calcolo di Hawking si basa proprio su questa materia. L’Universo ha oltre 100 miliardi di galassie. Ognuna di esse contiene centinaia di miliardi di stelle. Possibile, si chiede l’astrofisico, che in tutto questo spazio, la Terra sia l’unico pianeta dove s’è evoluta una forma di vita? Come nelle ore di punta in una qualsiasi metropoli, Hawking, s’immagina lo spazio pieno di astronavi di alieni andare da un punto all’altro. A fare cosa? Non la spesa. Gli alieni sono come nomadi che possono colonizzare e conquistare qualsiasi pianeta per sfruttare le sue risorse. Per questo, suggerisce, meglio evitarli. Incontrarli è rischiosissimo per la razza umana. Del resto cosa è successo ai nativi americani dopo lo sbarco di Cristoforo Colombo? Non è che se la siano passata molto bene, sintetizza il pensiero l’astrofisico britannico. Che gli extraterrestri se li immagina pure. Sulla base delle conoscenze che si hanno sull’evoluzione del nostro pianeta: ‘Potrebbero essere l’equivalente di microbi o animali, di quelle specie che avrebbero dominato la vita sulla Terra per milioni di anni’. Che fare se un giorno, magari sulla spiaggia, dovesse capitare di incontrare un E.T? ‘Potreste essere contagiati da un virus contro il quale non possedete alcun anticorpo’. Hawking consiglia di fare attenzione. E più di questo non dice”. (red)

Secondo i quotidiani del 27/04/2010

Quattro chiacchiere e via andare. Il 25 aprile del Cavalier Silvio