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La modernità secondo Panebianco

Dal fondo del Corriere della Sera di ieri, a firma di Angelo Panebianco: «Alle soglie delle celebrazioni per i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia dovremmo interrogarci sul perché, nonostante le grandi trasformazioni sociali, economiche e culturali sperimentate dal Paese, siamo ancora inchiodati, al pari della classe politica risorgimentale e post-risorgimentale, al binomio modernità/arretratezza. Come se ci fossero ancora quelle plebi meridionali e quei modi di vita arcaici che i piemontesi trovarono quando scesero al Sud. E come se quelle condizioni del Paese continuassero oggi a condizionarne la vita politica. Per fortuna o per sfortuna (scelga il lettore), non c’è assolutamente nulla di «non moderno» né nel Paese né nella sua politica. (…) Che cosa si nasconde dietro il refrain della mancata modernità dell’avversario o del Paese? A parte l’implicito (e patetico) omaggio all’ideologia sette-ottocentesca del Progresso, dietro quel ritornello si nasconde un vuoto di idee, relative al che fare, che si cerca di coprire col linguaggio modernista, attribuendo a sé l’ambito trofeo della modernità e negandolo all’avversario». E’ dura ammetterlo, ma questa volta, seppur dall’angolatura interessata di chi regolarmente difende il potere berlusconiano (in questo caso dalla manfrinesca fronda di Gianfranco Fini, che ha contrapposto la “sua” destra, presunta moderna, a quella della maggioranza del Pdl), Panebianco coglie nel segno. “Moderno” è diventato un aggettivo buono per tutti gli usi, un’etichetta obbligatoria, un marchio di comodo con cui ci si autorappresenta in positivo senza degnarsi di spiegare cosa diavolo significhi in concreto. Anche perché nel concreto l’Italia è modernizzata eccome. Anche troppo, anzi sicuramente troppo. Qualche sacca di resistenza c’è, intendiamoci: non siamo ancora agli estremi del modello universale, quegli Stati Uniti con appena tre secoli di storia alle spalle, un immenso deserto disumanizzato dove non esistono popoli, nazioni, tradizioni e piccole dimensioni a misura umana ma solo un’uniforme, terrificante gigantismo senz’anima e senza radici. 

Ma Panebianco, da modernista liberal-liberista qual è, una definizione corretta della modernità non può darla. Cerchiamo allora di darla noi. Moderno è chi dà per scontato il modo di vivere che, dietro i paraventi deformanti delle vecchie ideologie (comunisti contro liberali, fascisti contro antifascisti, conservatori contro riformisti: tutte storie finite), è basato in ultima analisi sull’unico metro dello sviluppo infinito col paradigma del mercato globale. Un criterio accettato da tutti, che nessuno, né a destra né a sinistra, si pone neppure il problema di mettere in discussione, e che rappresenta il vero e solo totalitarismo del nostro tempo. Ma Panebianco, vestale del pensiero unico, questo non ve lo dirà mai.  

Alessio Mannino

 

 

 

Prima Pagina 28 aprile 2010

Secondo i quotidiani del 28/04/2010