Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 28/04/2010

1. Le prime pagine

Roma -

CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Grecia bocciata, paura di contagio”. Di spalla: “E l’Europa si ritrova a 3 velocità”. Editoriale di Giovanni Sartori: “Spifferi, correnti e preferenze”, Fotonotizia: L’Inter e la tattica per la notte di Barcellona”. Al centro: “L’inchiesta sugli appalti ora rischia il naufragio”. In un riquadro: “Napolitano ai magistrati: autocritica”. In basso: “Madre dà fuoco alla figlia di 7 mesi”. LA REPUBBLICA - In apertura: “‘Grecia sull’abisso, paura in Europa”. Editoriale di Massimo Giannini: “Una folle partita a poker”. Al centro: “Napolitano ai magistrati: ‘Serve anche l’autocritica”. Fotonotizia: “Cina, dentro il terremoto nascosto”. In basso: “Quell’appaluso al boss, eroe per i bambini”. LA STAMPA - In apertura: “‘Grecia, giù euro e Borse”. Editoriale di Gian Enrico Rusconi: “La sfida di Angela a Bruxelles”. Di spalla: “Intercettazioni, il Pdl apre ma resta lo scontro”. Fotonotizia al centro: “E la folla applaude il superboss arrestato”. In basso: “‘I giudici facciano autocritica”. IL GIORNALE - In apertura con fotonotizia: “Un milione alla ‘suocera’ di Fini” di Laura Rio. In taglio alto, sopra l’apertura: “Tracollo Grecia, l’Europa trema”. In un box a sinistra: “Truffa invalidità: ogni cinque pensioni almeno una è falsa”, segue il commento di Vittorio Feltri: “Sveglia e coraggio”. In basso: “Dal casco ai ceffoni, gli schiavi dei divieti”. IL SOLE 24 ORE - In apertura: “I titoli greci sono ‘spazzatura’”. Editoriale di Isabella Bufacchi: “E le stelle Ue stanno a guardare”. Di spalla: “Napolitano: i giudici devono recuperare la fiducia dei cittadini”. Al centro: “Service tax per riunire i tributi locali sulla casa” e “Goldman Sachs resiste nel processo del Senato: ‘Mai ingannato i clienti’”. IL MESSAGGERO - In apertura: “Grecia bocciata, Borse a picco”. Al centro: “Napolitano ai magistrati: ‘Serve autocritica’”. Editoriale di Piero Alberto Capotosti: “Il valore inestimabile dell’imparzialità”. In un con fotonotizia: “Manette al boss latitante, la follalo applaude. Il procuratore: sconcerto”. Il commento di Walter Pedullà: “La Calabria batta un colpo”. Al centro: “Alemanno: ‘Ora facciamo Roma Capitale’”. In basso: “Dà fuoco all’auto, muore la figlia” e “Scagionato dal vero killer, dopo 13 anni di carcere via alla revisione del processo”. IL TEMPO - In apertura “Fini contro Apicella & C.”. Sopra l’apertura: “Bombe carta davanti alla Figc rivendicate da tifosi romanisti” e “Clamoroso, Federer eliminato. Bene gli azzurri. Oggi c’è Nadal”. In basso: “‘Bocchino è sotto tiro’. Gianfranco non lo molla”. L’UNITÀ - Apertura con fotonotizia su lavoro e intercettazioni: “Né soldi né voce”. In basso: “Grecia nel baratro. Il debito declassato a ‘spazzatura’ e “Rossana Rossanda: ‘La sinistra non ha né un linguaggio né un programma”. LIBERO – Apertura a tutta pagina: “Miracolo Napolitano”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Siluro ai giudici”. “Nel gioco della sedia tutti cambiano posto” di Mario Giordano. Al centro: “Di Pietro si traveste ancora: mi sento diccì”. In basso: “Prima della Greecia sta fallendo l’euro”. AVVENIRE - In apertura: “Atene fa tremare l’Europa”. In un box: “Usa/Finanza, la riforma bloccata già alla partenza”. Editoriale di Marina Corradi: “È inosservata e possente la macchina del bene”. Fotonotizia centrale: “Cattolici in aumento, Africa e Asia leader della crescita”. Al centro: “Napolitano chiede ai magistrati riflessione critica” e “Il boss è in manette, la gente lo applaude”

 

 (red)

 

 

2. Atene e Lisbona declassate, Borse a picco, male l’euro

Roma -

“La Grecia fallita e fuori dall´euro, il Portogallo vicino a seguirne la sorte”. La cronaca di REPUBBLICA. “L´Europa inerme di fronte alla svalutazione dell´euro, al crollo delle borse e agli attacchi speculativi contro gli altri paesi indebitati. Alla fine di una giornata di panico, i mercati finanziari disegnano uno scenario da incubo, ma anche molto credibile. La prima spinta verso il baratro l´aveva data il ministro delle finanze George Papaconstantinou in mattinata: ‘La Grecia ormai non può più accedere ai mercati finanziari per ottenere fondi ed ha bisogno dell´intervento della Ue e dell´Fmi entro il 19 maggio per ripagare il debito in scadenza’. Solo qualche ora dopo, quando il direttore del Fondo monetario Dominique Strauss Kahnn lo conferma (‘Senza aiuti la situazione sarà insostenibile’) le Borse emettono una sentenza ancora più netta. In serata, dopo il crollo delle Borse, il ministro greco si corregge: ‘Il 19 maggio onoreremo senza alcun dubbio il nostro debito’. Ma i mercati restano pessimisti. Il governo greco può contrarre prestiti all´insostenibile tasso del 10% annuo sui bond decennali (addirittura il 18% per quello a scadenza biennale), ma un creditore che volesse coprirsi dal rischio dell´insolvenza dovrebbe pagare l´8,24% del capitale che vuole assicurare per comprare un Cds. Quando gli interessi sui bond e il costo dell´assicurazione praticamente coincidono, fanno notare gli operatori, significa che il fallimento è dato per certo. Anche le conseguenze del default sono scritte nei numeri: il differenziale tra i titoli decennali greci e quelli tedeschi ha superato gli 700 punti base, cioè come 13 anni fa, quando Germania e Grecia avevano monete diverse”. “Il colpo di grazia – si legge ancora - l´ha dato l´agenzia di rating Standard & Poor´s con una bocciatura che relega il debito ellenico ufficialmente tra i "titoli spazzatura" (rating BB+). Più che l´effetto sui rendimenti (il record negativo era stato superato ore prima della nota di S&P), pesa il giudizio sul futuro: ‘Per i prossimi cinque anni l´economia greca sarà a crescita zero, e in caso di default e ristrutturazione ci aspettiamo un livello di restituzione pari al 30-50% per i creditori’. Atene protesta: ‘La decisione non rispecchia lo stato dell´economia reale’, ma il deficit 2009 sarà ritoccato ancora verso l´alto, al 14%. Gli investitori già guardano al prossimo capitolo della crisi: il contagio. I bond "spazzatura" sembrano il preludio ad una serie di fallimenti delle banche elleniche, detentrici di carta illiquida o addirittura senza valore. Attraverso i legami con gli istituti europei il conto per tutto il Continente diventerà salatissimo. ‘Solo se la Germania si muoverà più velocemente il rischio contagio sarà ridotto’ afferma Charles Diebel, strategist di Nomura. Il crollo indifferenziato delle Borse dimostra che la corsa è già su quella strada: 165 miliardi di capitalizzazione bruciati nel vecchio continente a causa del - 6% di Atene (ma gli altri non vanno molto meglio: - 4,19% Madrid, - 3,1% Milano, - 3,82% Parigi, - 2,73% Francoforte e - 2,61% Londra). Storia parallela è quella di Lisbona il cui listino è sprofondato del 5,3% per un´altra bocciatura (da A+ a A-) sempre decisa da S&P sul debito sovrano portoghese. ‘Il pericolo maggiore ora è che il mercato speculi contro ogni paese indebitato’ avverte Axel Botte di Axa Investment Managers. Per gli analisti di Jp Morgan: ‘Il mercato è troppo nervoso sugli asset europei’. Nei giorni scorsi, molte case d´affari (Rbs, Barclays) avevano rivisto al ribasso il valore dell´euro sotto quota 1,30 (il cambio sul dollaro si è fermato a 1,318 ai minimi da un anno). Per Marco Annunziata, capo economista di Unicredit, c´è sempre minor interesse dei grandi capitali a differenziare le riserve aumentando la quota in euro. Se Atene e Lisbona protestano contro la speculazione, l´unica possibilità di sovvertire le attuali certezze degli operatori rimane Bruxelles. Tempi accelerati per la riunione dell´Eurogruppo che dovrebbe dare il via libera al piano di aiuti da 45 miliardi (30 dall´Europa e 15 dall´Fmi), l´unica fonte di finanziamento che permetterebbe alla Grecia di ripagare le obbligazioni in scadenza il 19 maggio (9 miliardi). Per il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet il default ‘È fuori discussione’. E il governo italiano ha già pronto un decreto da 5 miliardi per stanziare la sua quota”.

 (red)

 

 

3. Grecia, se Angela Merkel sfida l'Europa

Roma -

E’ una prova di leadership per la Germania, all’interno e verso l’esterno. Anche una prova per la cancelliera Angela Merkel che – scrive GianEnrico Rusconi su LA STAMPA - , di fronte al precipitare della crisi finanziaria dello Stato greco, deve dimostrare come la Germania sa mantenere con fermezza il suo ruolo insostituibile per la stabilità non solo monetaria in Europa. Ma senza distruttive rigidità. E sa tenere a freno i crescenti umori anti-europei, che dilagano non solo sulla stampa cosiddetta “popolare” ma dentro alla classe di governo. Non sarà facile per la Merkel, ma deve farcela. Che cosa succederebbe infatti se la Germania negasse il suo apporto all’operazione di sostegno alla Grecia, coordinato internazionalmente, mettendo a repentaglio la solidità della moneta comune? E’ un’ipotesi semplicemente inconcepibile. La Merkel del resto non pensa affatto a ritirare il suo contributo per la Grecia. Le sue cautele nascono dalla volontà di verificare sul serio la consistenza dei propositi greci circa le misure di risparmio e risanamento statale, che sin dall’inizio erano tra le precondizioni dell’operazione di aiuto. Deve poter mostrare che non si è trattato soltanto di una finzione; di un’altra “presa in giro da parte dei greci” come pensa la stampa tedesca ostile. Deve poter convincere i tedeschi che la Grecia farà sul serio. Talvolta si ha l’impressione che il vero avversario della Merkel sia la campagna elettorale in pieno svolgimento per le importanti elezioni regionali del Nord Reno-Vestfalia. Che cosa succederebbe se il governo si lasciasse condizionare dal ricatto degli elettori che sono contrari ad ogni aiuto agli immeritevoli e un po’ imbroglioni greci, mentre i buoni tedeschi devono tirare la cinghia? Siamo a questo livello di comunicazione. Siamo a questo punto dopo tanta retorica europeista e tanta euforia per l’euro. Detto questo, è fuori luogo che da noi si elevino vibrate critiche al comportamento tedesco, ricordando passate stagioni in cui sono stati gli italiani ad essere oggetto - da parte tedesca - di ingiusti sospetti di indegnità a far parte della moneta europea. Diciamo pure che quella sgradevole (e non dimenticata) stagione è stata una lezione per tutti - per gli italiani e per i tedeschi. Ma la crisi greca di oggi si pone su un altro livello. Quando la crisi si presenta con i tratti anonimi del grande incontrollabile tracollo finanziario, con l’apparizione altrettanto inquietante della “grande speculazione internazionale”, anche la politica perde l’orientamento. E’ naturale che scattino riflessi di pura e semplice autodifesa, di chiusura verso l’esterno. Di colpo l’Europa (nel caso della Grecia) ridiventa “esterno”. Non serve neanche fare critica retrospettiva. E’ probabile che negli anni scorsi si sia stati troppo imprudenti nell’allargamento facile e incontrollato dell’Unione. Quella che sembrava lungimiranza e generosità, si è rivelata faciloneria e irresponsabilità. Ma è stata anche incompetenza da parte di chi doveva controllare e prendere decisioni. E’ una dimostrazione in più che la costruzione politica dell’Europa è deficitaria. Adesso si deve intervenire con urgenza. In queste circostanze ci si trova davanti alla rilevanza di fatto della Germania. E' inutile rimproverarle riluttanza o egoismo. Se la Germania conta, è giusto considerare le sue ragioni. Se essa deve assumersi le sue responsabilità - come qualcuno dice con una sfumatura di rimprovero - si deve accettare che ponga qualche ragionevole condizione. La si deve considerare quale è: una nazione leader in un’Europa senza leader”.

 

 (red)

 

4. Grecia, Unione europea e Fmi preparano cura shock

Roma -

“Fondo monetario, Europa e Bce si preparano ad alzare l´asticella per l´ok ai 45 miliardi di aiuti alla Grecia mentre l´Eurogruppo sarebbe pronto a convocare un vertice straordinario dell´eurozona per il 10 maggio - subito dopo le elezioni tedesche - per mettere a punto gli ultimi dettagli del maxi-prestito. Sul tavolo, a quel punto – si legge su REPUBBLICA –, ci sarà la lista finale dei paletti internazionali per il governo Papandreou. Una cura lacrime e sangue destinata con ogni probabilità a far decollare nel breve la disoccupazione e il malcontento sociale ad Atene. La precondizione per il disco verde al paese, spiegano fonti vicine alla delegazione di Washington e Bruxelles in missione in questi giorni sotto il Partenone, è chiara: la Grecia dovrà presentare un piano di rientro credibile del rapporto deficit-Pil sotto la soglia del 3%, stabilendo un percorso dettagliato che non si fermi a fine 2010 ma preveda impegni rigidi fino al 2013 e oltre. Gli interventi necessari durissimi e a 360 gradi: una radicale riforma del mercato del lavoro, una revisione del sistema pensionistico nazionale e del fisco e il ridimensionamento del settore pubblico con un colpo di forbice secco su istruzione e sanità. Fondo e Ue dovrebbero chiedere al governo di estendere anche al settore privato il taglio a 13esima e 14esima, i due stipendi pagati a Pasqua e Natale, l´addio ai contratti collettivi, l´introduzione dell´arbitrato sui licenziamenti e un´iniezione di flessibilità sul mercato del lavoro con l´abolizione dei limiti al part-time. In agenda anche licenziamenti più facili per le grandi aziende e provvedimenti per aprire le libere professioni, che qui sono una sorta di feudo ereditario. La riforma delle pensioni, cui il governo ha già messo mano, dovrà essere accelerata tagliando sacche di privilegio, alzando l´età per il ritiro fino ai 67 anni e calcolando l´assegno finale su tutto il periodo contributivo e non solo sugli ultimi 10 anni. Obiettivo un risparmio netto del 30%, necessario dopo che negli ultimi mesi le domande di prepensionamento, causa crisi, sono salite del 28%. Sul fronte fiscale le richieste riguarderebbero una riorganizzazione del sistema di raccolta, la costituzione di una task force anti-evasione e un nuovo aumento dell´Iva. La scure cadrà anche sul settore pubblico: Fmi, Ue e Bce chiedono la cancellazione di 3mila agenzie statali inutili (Papandreou ha annunciato ieri il primo taglio di 75 enti). Che fine faranno i loro dipendenti? Il governo vorrebbe riciclarli in lavori necessari. Bruxelles e Washington chiedono invece di chiudere l´ombrello della protezione statale, bloccando la possibilità di trasferire i lavoratori da un ministero a un altro. La sanità, responsabile di 5 miliardi di deficit spuntati dal nulla nelle ultime settimane, andrà incontro a una radicale ristrutturazione: contabilità separata per ogni ospedale, disciplina di bilancio (finora non esistevano registri di entrate ed uscite) e trasparenza sulle forniture. Un elenco di richieste pesantissimo, che viene aggiornato di ora in ora con il governo Papandreou che già da un mese sta lavorando con la Ue e il Fondo monetario e che in realtà ha già messo in cantiere, almeno in parte, alcune delle riforme più importanti sul tavolo. Nei primi tre mesi dell´anno, non a caso, la raccolta fiscale è salita del 7,9% mentre le spese dello stato (salite del 60% in quattro anni nell´era Karamanlis) sono scese del 3%”.

 (red)

 

 

5. Napolitano ai giudici: più autocritica, più prestigio

Roma -

“Misura e rispetto reciproco tra politica e giustizia. Lo chiede Giorgio Napolitano ricevendo al Quirinale le nuove leve della magistratura italiana (298 vincitori di concorso), numerose decine di giovani che hanno appena vinto il concorso ed ora iniziano il tirocinio. ‘Deve prevalere in tutto il senso della misura, del rispetto, e – riferisce il CORRIERE DELLA SERA – infine della comune responsabilità istituzionale’, dice il Capo dello Stato, «nella consapevolezza di essere chiamati a prestare un servizio efficiente, e garantire un diritto fondamentale ai cittadini’. ‘Occorre adoperarsi per recuperare l'apprezzamento e il sostegno dei cittadini. E a tal fine la magistratura non può sottrarsi ad una seria riflessione critica su se stessa, ma deve proporsi le necessarie autocorrezioni, rifuggendo da visioni autoreferenziali’”. Sempre sul CORRIERE, un dietro le quinte a firma Marzio Breda spiega il senso delle parole del capo dello Stato.“Ha sempre rivendicato di parlare ‘senza salomonica equidistanza’, Giorgio Napolitano, quando interveniva sul rapporto politica-magistratura. Respingeva insomma le accuse di cerchiobottismo avanzate contro di lui da un certo fronte antigovernativo ipersensibile su questa materia, spiegando che si concentrava a richiamare ‘tutti al rispetto di regole, esigenze, equilibri resi vincolanti dal nostro ordinamento’. E che dunque ispirava i propri appelli a un realismo che non può misurare torti e ragioni secondo l’ambigua logica del bilancino. In effetti la prova di forza in corso da anni è di quelle che non consentono davvero di muoversi come funamboli, e lo dimostrano le sue riflessioni di ieri davanti ai 298 vincitori del concorso per vestire la toga. Un’analisi indirizzata in una direzione precisa: le ultime leve della magistratura, lasciando stavolta la politica piuttosto sullo sfondo. È sulle loro spalle — ma ovviamente anche su quelle di chi la toga l’indossa da tempo — che carica la ‘responsabilità’ di aprire ‘una nuova pagina, una nuova stagione nelle travagliate vicende della giustizia in Italia’. Intenti che si potrebbero riassumere in una sorta di slogan: rendete la magistratura inattaccabile fino in fondo e toglierete alibi a chi l’attacca (con il sottinteso: e aiuterete me a difenderla), riguadagnando credibilità e rispetto presso i cittadini. Di qui le sue censure, indicate in sequenza, dopo aver diagnosticato le disfunzioni di un sistema che si rivela con ogni evidenza ‘insoddisfacente’. È un catalogo di comportamenti da evitare, enumerati a contrariis con le esortazioni a ‘autocritica e autocorrezione, equilibrio, serietà, sobrietà, rigore’, accompagnate dall’invito a non scivolare in ‘esposizioni mediatiche’ o nella pretesa di sentirsi ‘investiti di missioni improprie ed esorbitanti’, senza trascurare le ‘chiusure corporative’ o i ‘gravi casi di inerzia’. Oppure, ancora, la smania di ‘atteggiamenti protagonistici e personalistici che possono offuscare e mettere in discussione l’imparzialità’ di questo organo dello Stato. Un elenco pesante. Dal quale Napolitano fa discendere, per una quota-parte notevole, la ‘crisi di fiducia’ nel sistema giustizia. Ma non ci sono soltanto recriminazioni nel discorso del presidente, motivato spiegando il dovere di ‘farsi carico di certi problemi’. Il suo è soprattutto uno sprone all’’orgoglio’ del magistrato— che lega a un ‘personale orgoglio’ nel fare da garante dell’autonomia e indipendenza dei giudici — e lo evoca attraverso la straordinaria ed eroica parabola del giudice Galli, assassinato dalle Brigate Rosse, e attraverso gli esempi di tanti altri servitori della Repubblica come lui. ‘Un patrimonio di uomini che nessuna ombra, nessuna caduta, nessuna contestazione può cancellare o svilire’. Ecco: è il passaggio che il capo dello Stato lega al ‘clima di ingiusta delegittimazione’ rinfocolata ogni giorno da una parte precisa del mondo politico, spesso con la minaccia di leggi dal sapore ritorsivo. Tali appaiono alcuni provvedimenti annunciati negli ultimi mesi dal governo e che, al termine del percorso parlamentare, saranno al vaglio del Quirinale. Ora, per sfuggire all’assedio, tentare un confronto aperto e permettere a Napolitano di aiutarle con lo scudo della Costituzione, le toghe devono fare la propria parte”.

 (red)

 

6. Sondaggio Euromedia: Berlusconi stabile, Fini – 5 punti

Roma -

“Quando sulla scrivania di Arcore arriva l’ultima rilevazione di Euromedia Research, l’espressione di Berlusconi tradisce per un attimo un pizzico di soddisfazione. Dopo la bufera di giovedì scorso alla Direzione nazionale del Pdl – si legge sul GIORNALE –, i sondaggi di Alessandra Ghisleri dicono che la fiducia nel presidente del Consiglio rimane invariata al 63-64%. Buon segno, visto che il rischio che la litigata in diretta tv avesse portato a un calo effettivamente c’era. Calo che subisce invece Fini, il cui gradimento precipita di cinque punti in una settimana. D’altra parte, è lo stesso sondaggio a dire che la stragrande maggioranza degli italiani non capisce le ragioni effettive dello strappo del presidente della Camera. Numeri, insomma, che confortano il Cavaliere nella sua intenzione ad andare avanti senza curarsi troppo del capitolo Fini, conscio che le distanze - politiche e personali - sono ormai incolmabili. Così, neanche i toni decisamente più concilianti usati dall’ex leader di An nelle interviste televisive di questi giorni (ieri sera quella a Ballarò) sembrano poter cambiare lo stato dell’arte. Perché - è il ragionamento fatto dal Cavaliere con i suoi - se ora ha deciso di abbassare i toni è solo perché si sente sempre più isolato. Insomma, poteva pensarci prima... Ad Arcore, poi, non passano inosservati i continui affondi che arrivano dai finiani. Prima l’intervista a Campi (che buttava lì l’ipotesi del governo tecnico) e ieri le dimissioni di Bocchino da vicecapogruppo vicario del Pdl alla Camera. Dimissioni che aprono un fronte interno al partito, visto che Bocchino le presenta legando il suo destino a quello di Cicchitto, presidente del gruppo. L’intento, insomma, è quello di andare alla conta, così da formalizzare l’esistenza di una corrente finiana alla Camera. Con tanto di richiesta di un faccia a faccia con Berlusconi. Un incontro che difficilmente si farà, visto che da giorni il Cavaliere ripete che di vedere Bocchino non ha nessuna intenzione, al punto che nell’ultimo vertice a Palazzo Grazioli era l’unico tra capigruppo e vicecapigruppo a non essere stato invitato. Insomma, che il presidente del Consiglio sia seriamente tentato dall’accogliere la lettera di dimissioni di Bocchino è certo, anche se pure lui sa bene che questo rischierebbe di aprire un altro fronte con Fini”. “Così, non è escluso che il tutto si risolva in un nulla di fatto, comunque formalizzato dai vertici del Pdl. Già, perché in ogni caso la questione sarà affrontata dagli organismi del partito. Un primo effetto, comunque, le dimissioni le hanno provocate. Visto che la già sparuta componente finiana è riuscita comunque a spaccarsi se il sottosegretario Menia decide di presentare una candidatura alternativa a quella di Bocchino. ‘Fini - attacca Menia - ieri ha detto una cosa e noi siamo fermi a questo, poi oggi tutto è cambiato con Bocchino che è andato da Cicchitto e ha presentato finte dimissioni. Questa vicenda è un’iniziativa personale, a sfondo ragionieristico, come al solito...’. Anche se, a dire il vero, sono in pochi nel Pdl a pensare che davvero il presidente della Camera non abbia dato il suo placet alla lettera di dimissioni. Sottotraccia, dunque, i rapporti restano più che tesi. E il fatto che sul sito dei Promotori della libertà si sia da ieri aperto un laboratorio politico che prevede l’intervento settimanale di politici e intellettuali ne è il segnale più eloquente. Non solo perché i Promotori della libertà sono coordinati dal ministro Brambilla (piuttosto evocativa, visto che in qualche modo furono i suoi Circoli ad accompagnare il Cavaliere fino alla svolta del predellino), ma pure perché il primo ad intervenire è Bondi, uno dei tre coordinatori del Pdl. Che non risparmia affondi: ‘Le posizioni critiche di Fini possono diventare motivo di arricchimento e di forza a condizione che non siano impostate come un continuo, sistematico, pretestuoso distinguersi come purtroppo è avvenuto fino a ora’. E ancora: Farefuturo, ‘presieduta da Fini’, ha ‘finora privilegiato un tipo di confronto che scommette sulla frattura’”.

 (red)

 

7. Rai, i familiari della compagna di Fini favoriti da Mazza?

Roma - “Un lavoro alla ‘suocera’ non si può negare. La ‘suocera’ in questione – scrive Laura Rio sul GIORNALE - è quella di Gianfranco Fini, il presidente della Camera e secessionista (per poche ore) del Pdl, le cui diatribe con il premier volano a ricaduta anche sulla Tv di Stato. Bene, l’altro giorno avevamo scritto che tra i produttori in fibrillazione per la rottura tra finiani e berlusconiani, temendo ripercussioni, c’era anche Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Fini, Elisabetta. Al ‘cognato’ Tulliani, attraverso un intricato sistema di società, è riconducibile la realizzazione di una parte di Festa italiana, programma del pomeriggio condotto da Caterina Balivo su Raiuno, la rete diretta dal finiano doc Mauro Mazza. Lo spazio si chiama Per capirti, una sorta di talk dedicato al rapporto tra genitori e figli. Insomma un piede messo dentro il canale ammiraglio della Rai, un lavoretto che viene lautamente ricompensato: un milione e mezzo di euro. Precisamente ottomila euro a puntata per 183 puntate. Tra l’altro il programma della Balivo la scorsa stagione era realizzato totalmente all’interno della Rai, mentre quest’anno un pezzetto è stato appaltato all’esterno senza che ci si guadagnasse in ascolti e dunque ci fosse una reale resa a fronte dell’investimento economico. Ieri, il sito Dagospia ha approfondito l’argomento, sciorinando nei dettagli la matassa intricata dei rapporti tra la società di produzione e la famiglia Tulliani. In sostanza, nel complicato sistema di scatole cinesi, la maggioranza della società che produce la trasmissione, denominata Absolute Television Media (sigla AT Media), è detenuta da Francesca Frau. E chi è questa signora sconosciuta nel giro dei produttori che lavorano per la Rai? È la mamma di Elisabetta e Giancarlo Tulliani, dunque la ‘suocera’ (le virgolette valgono perché non sono sposati) di Fini. Non risulta che la signora Frau, 63 anni, abbia una lunga esperienza nel campo televisivo, almeno non nelle reti pubbliche. Così, scava scava, viene il dubbio che lei compaia ufficialmente nei documenti ma dietro ci sia qualcun altro. Giancarlo Tulliani non risulta nella compagine societaria delle varie società che sono spuntate nel giro di pochissimo tempo (Elisabetta è fidanzata con Fini dal 2007) e intestate alla madre, tra cui la Absolute Television srl e la Giant Enterprise srl, che, per dirne un’altra, sembra l’abbreviazione di Giancarlo Tulliani. Compare invece nella prima società denominata Giant Enterprise Group, liquidata nel 2008. Comunque sia, in ballo nella produzione di Festa italiana c’è la famiglia Tulliani. A trattare in Rai di solito va Roberto Quintini, che detiene una parte della Group srl, a sua volta proprietaria di una parte di At Media. Certo si dirà, nella Tv pubblica funziona tutto così: ogni partito ha i suoi referenti, molti uomini raggiungono posti di potere attraverso raccomandazioni politiche per non parlare delle vie ‘facilitate’ di certe attricette o vallette. E, in molti casi, il risultato finale può anche essere una buona programmazione che fa risultati d’ascolto, come è il caso della rete diretta da Mauro Mazza. Ma certo è meglio che la ‘moglie’ di Cesare sia al di sopra di ogni sospetto, soprattutto quando Cesare è il Presidente della Camera. Comunque, Dagospia ieri è andato giù duro, ricordando anche le imprese passate della famiglia della compagna. Che aveva già provato a entrare con scarso risultato nella ghiotta torta delle produzioni Rai. L’estate scorsa per esempio la società della signora Frau aveva provato a realizzare uno show musicale intitolato Italian Fan Club Music Award’s, andato in onda su Raidue e che si era tramutato in un flop di ascolti. Poi si era deciso di tentare con Raiuno. Ma da sempre Elisabetta cerca di dare una mano al fratello più piccolo. Ai tempi in cui era fidanzata con Luciano Gaucci, riuscì a far nominare Giancarlo ai vertici della Viterbese, squadra che era di proprietà dell’ex presidente del Perugia, d’altronde lei era diventata presidente della Sambenedettese. Questo prima di scoprire di essere più portata per ruoli artistici, tanto da entrare nel grande ventre Rai e finire a partecipare a trasmissioni come Mattina in famiglia e Unomattina. Una passione rimasta anche quando si è fidanzata con Gianfranco Fini (con cui ha avuto due figlie e che nel frattempo si era lasciato con la moglie Daniela) e trasmessa, guarda caso, all’intera famiglia sotto un’altra veste, quella di produttori di programmi”. (red)

 

 

8. Rai: avanti Minoli, scontro su Ruffini

Roma -

“Oggi Consiglio Rai sulla difficile situazione economica: passivo sui 55 milioni per il 2009, tendenza -110 per il 2010, azzeramento del deficit a fine 2012 tagliando budget, sprechi, ottimizzando risorse interne. La raccolta pubblicitaria Sipra – scrive il CORRIERE – ha chiuso il 2009 a -16,6% ma nel primo trimestre 2010 ha registrato + 3,2%. Ieri, tormentata tornata di nomine. Nuovo incarico per Giovanni Minoli votato all’unanimità dei consiglieri. Il Consiglio, su proposta del direttore generale Mauro Masi, gli ha affidato ‘Rai per i 150 anni dell’Unità d’Italia’. Budget, staff, responsabilità dei format ‘La storia siamo noi’ e ‘Dixit’. Tempestoso il tragitto per Paolo Ruffini, ex direttore di Raitre. Il Cda si è spaccato sull’ipotesi di Masi: direzione di Rai Premium (Rai 4, diretta da Carlo Freccero, e Rai Movie), direzione di Rai Educazione che include Rai Storia. Sì dei cinque consiglieri di centrodestra. No di Giorgio Van Straten e Nino Rizzo Nervo, Pd. Astenuto Rodolfo De Laurentiis, Udc. Contrario il presidente Paolo Garimberti: ‘Impegni disattesi, a novembre si era formalmente parlato per lui di Rai Digit, dove sarebbero confluiti i canali digitali. Patti non rispettati e un presidente di garanzia non può accettarlo’. Garimberti si è astenuto sull’organizzazione dei canali definendo ‘nebulosa’ la proposta: saranno inevitabili conflitti di competenze tra Ruffini e Minoli, che mantiene due format delle direzioni di Ruffini, e tra Ruffini e Carlo Freccero, direttore di Rai 4. Masi in Consiglio: ‘Minoli ha costruito da zero Rai Educazione e Rai Storia. Ruffini dimostri il bene che si dice di lui. Sarò il primo ad esserne felice’. Per Masi il rapporto Minoli-Ruffini è speculare a quello tra Raiuno e ‘Porta a porta’ di Vespa. E ha sottolineato che le direzioni di Ruffini ‘non perderanno un euro di budget né una sola unità di organico’. Di avviso opposto Van Straten (‘il nuovo incarico per Ruffini non corrisponde agli impegni presi’) e Rizzo Nervo (‘su Ruffini un veto politico’). Ruffini precisa di aver saputo della nomina ‘dalle agenzie di stampa’ e puntualizza che gli incarichi ‘non risolvono il problema del demansionamento e della discriminazione politica. Continuerò come sempre a fare il mio dovere. Questo non vuol dire che rinunci anche ai miei diritti, e a cercare di farli valere in tutte le sedi’. Sempre Ruffini ricorda come non sia stato rispettato l’impegno di nominarlo direttore di Rai Digit e che la direzione Rai Premium ‘ ancora non esiste’. Infine ‘non è chiaro il rapporto che dovrei avere con due grandi professionisti come Giovanni Minoli e Carlo Freccero. Ora devo porre rimedio a una situazione che ha leso la mia dignità’. In sostanza Ruffini fa capire che domani si presenterà con i suoi legali davanti al giudice del lavoro per discutere la causa intentata contro la Rai per ottenere il reintegro alla direzione di Raitre invocando l’articolo 700, cioè l’urgenza. Commenti politici. Fabrizio Morri, capogruppo pd in Vigilanza: ‘Penso tutto il male possibile sull’offerta fatta a Ruffini, resta il suo demansionamento, in tempi di crisi si moltiplicano le strutture’. Maurizio Gasparri, Pdl: ‘Sinistra in malafede, a Ruffini un incarico di prestigio, Cda merita un plauso’”.

 (red)

 

 

9. ‘Ndrangheta, boss in manette. E la folla lo acclama

Roma -

“Su tutti svettava un bimbetto bruno, issato sulle spalle del papà. Avrà avuto cinque o sei anni. Sorridente, si sbracciava per salutare e mandare baci al nonno. L’eroe che gli uomini ‘cattivi’, i poliziotti, hanno portato per sempre in prigione. Gli avranno raccontato così i suoi familiari, il drappello di parenti di Giovanni Tegano che, ieri mattina, si è riversato sul corso Garibaldi, a Reggio Calabria, per applaudire il superlatitante finito in manette nella serata di lunedì scorso”. La cronaca del GIORNALE. “Erano almeno duecento: donne, uomini, ragazzi e anche i bambini, assiepati dietro un cordone di poliziotti ad aspettare il trasferimento dalla questura in carcere del boss del quartiere Archi. L’ultima occasione per vederlo e salutarlo. Quando Tegano ha fatto capolino sulle scale, dalla strada si è levato forte un applauso accompagnato da urla d’incoraggiamento. ‘È un uomo di pace’ si sgolava a ripetere una donna di mezz’età, capelli biondi raccolti a coda di cavallo. ‘Sei la nostra vita’, urlavano altri. Il boss, con l’aria distinta di un settantenne che sembra aver fatto tutt’altro nella vita che ordinare omicidi, ha risposto serenamente al saluto e ai sorrisi e poi s’è infilato sulla macchina della polizia per farsi portare in carcere. L’assiepamento di parenti si è presto dissolto lasciando, però, un senso di sconforto e di amarezza a chi, poco dopo, si è ritrovato a commentare l’episodio. Più fiducioso, il procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, che si è augurato che al prossimo arresto di un boss si possa assistere alla scena opposta. Loro, i segugi che per mesi sono stati col fiato sul collo del boss ieri erano stravolti dalla stanchezza, ma felici di avere portato a termine una missione quasi impossibile. Sono i ragazzi della Sezione catturandi della squadra mobile reggina e quelli del Servizio centrale operativo. Una squadra speciale messa in piedi all’indomani della strage di Duisburg per stanare i latitanti. Per 17 lunghi anni, Giovanni Tegano è riuscito a sfuggire alla cattura coperto da una fitta rete di fiancheggiatori. Cinque persone erano con lui, lunedì sera, nella villetta di Terreti, il quartiere alle falde dell’Aspromonte, dove il boss si nascondeva. C’erano Giuseppe e Antonino Morabito, i padroni di casa, imprenditori edili con vari precedenti, il genero di Tegano, Carmine Polimeni, e altri due uomini, Giancarlo Siciliano e Vincenzo Serafino. Quando ha sentito entrare i poliziotti, Tegano ha tentato di nascondersi in un’altra stanza, al buio, ma il faro acceso dagli uomini della polizia l’ha presto trovato. Il superlatitante, condannato all’ergastolo da tribunale di Reggio Calabria nel 1993, aveva addosso un coltello a serramanico e una pistola col colpo in canna, ma ha capito subito che, in quel contesto, non gli sarebbe convenuto usarli. È finita così, sotto la bellissima luna piena che illuminava l’Aspromonte, la lunga vita alla macchia dell’ultimo capo carismatico della ’ndrangheta. Uno dei pochi ancora in vita che ha partecipato alla guerra di mafia che alla fine degli anni 80 ha insanguinato Reggio. Per diciassette lunghi anni ha comandato gestito è affiliato adepti alla sua cosca. Lui capobastone indiscusso di quella ’ndrangheta sanguinaria che, tra gli anni ’80 e ’90, nella sola Reggio Calabria, fece un migliaio di morti ammazzati”.

 

 (red)

 

 

10. Enti locali, Calderoli: verso tassa unica ‘service tax’

Roma -

“È il momento della ‘service tax’, un´imposta unica chiamata a sostituire gli attuali balzelli degli enti locali come tassa sui rifiuti, di scopo o addizionale Irpef. L´idea – si legge su REPUBBLICA - è stata lanciata ieri dal ministro della Semplificazione Roberto Calderoli di fronte alla commissione bicamerale sul federalismo. ‘Non abbiamo intenzione di reintrodurre l´Ici - ha spiegato l´esponente del Carroccio - il nostro obiettivo è quello dell´autonomia impositiva e della semplificazione delle entrate tributarie’. Insomma, ‘un lavoro di sfoltimento’ che però, spiegano gli esperti, non potrà che venire alla luce alla fine del percorso federalista. Ma quella per realizzare il federalismo fiscale è una corsa contro il tempo. La Lega deve incassare il primo decreto attuativo - quello sul trasferimento dei beni demaniali a regioni ed enti locali - entro il 20 maggio. Gli altri - che vuole portare al governo entro dicembre - scadranno lo stesso giorno del 2011 (trasferimento delle imposte e costi standard dei servizi). Ecco perché ieri Calderoli ha accelerato i tempi in un vertice con Bossi e Tremonti e si è mostrato conciliante con Fini (‘l´alleanza non è in discussione’), venendo incontro ai suoi timori: ‘Non ci sono rischi per la coesione sociale, così come il problema nord-sud è superato visto che il federalismo vuole proprio ridurre il divario’. E una lancia in suo favore l´ha spezzata il Guardasigilli Alfano, siciliano doc, dicendo che il federalismo ‘non danneggerà il merdione’. In serata lo stesso Calderoli ha incontrato Fini per un chiarimento proprio sul federalismo, anche se ieri il ruolo del poliziotto cattivo l´ha fatto il leghista Castelli, dicendo di avere l´impressione che l´ex leader di An voglia bloccare le riforme del Carroccio. Per accelerare i tempi Calderoli ha chiesto alle Regioni di ‘non fare come i polli di Renzo’ iniziando a discutere per accaparrarsi il maggior numero di beni, perché se no ‘non arriva niente a nessuno’. Al contrario, ha rassicurato, con il federalismo demaniale ci sarà una ‘equa distribuzione’. In ballo ci sono spiagge, laghi, terreni agricoli e caserme in disuso. Quanto all´abolizione delle Province, Calderoli ha indicato che prima dovranno essere soppressi ‘34 mila enti intermedi’ inutili e che fanno lievitare la spesa. Insieme al federalismo, poi, dovranno venire alla luce la Carta delle Autonomie e la riforma delle istituzioni in senso federale. Le proposte di Calderoli non sono piaciute al Pd, per il quale la Service Tax segna il ritorno dell´Ici. Per Marco Causi il ministro ‘non è partito con il piede giusto’. I decreti attuativi, ha spiegato, ‘non si possono fare frettolosamente e a pezzi’ altrimenti ‘non si garantiscono equilibri e garanzie’ per tutti i territori. Per Enrico Letta il federalismo è fermo per colpa delle liti nella maggioranza. Ma il presidente della bicamerale, Enrico La Loggia (Pdl), ha garantito che si sta lavorando ‘serenamente, anche con l´opposizione’ e che ‘entro la fine di maggio il federalismo demaniale sarà realtà’”.

 (red)

 

 

11. Goldman Sachs si difende in Senato, comincia Tourre

Roma -

“Senatori all’attacco e manager sul banco degli imputati con il pubblico che inveisce contro chi incarna il potere di Wall Street: per oltre otto ore i vertici di Goldman Sachs vengono messi sotto processo a Capitol Hill e milioni di americani assistono in diretta tv a un duello che appare solo all’inizio. Quando nell’aula della commissione Indagini del Senato – scrive da New York Maurizio Molinari per LA STAMPA - , presieduta dal democratico Carl Levin, entrano i capi della banca d’affari accusata di frode dalla Sec (la Consob d’America) ad accoglierli trovano una parte del pubblico che, indossando abiti da carcerati, gli inveisce contro, augurandogli la galera. Appena torna la calma, i manager depongono sotto giuramento e presentano il testo scritto nel quale il Ceo Lloyd Blankfein promette ‘piena collaborazione’ e assicura che Goldman Sachs ‘da 140 anni ha sempre servito i clienti in maniera appropriata e continua a farlo’. Levin prende la parola: ‘Non siamo qui per sostituirci alla giustizia nell’appurare la frode ma per verificare l’etica dei comportamenti della vostra banca’. Seduti di fronte a lui sono Daniel Sparks, ex capo della sezione-mutui, e Fabrice Tourre, l’unico direttamente accusato dalla Sec, assieme ad altri due top manager. Levin incomincia da Sparks: ‘E’ vero che lei in uno scambio di e-mail nel giugno 2007 definì "accordi di merda" alcuni investimenti legati ai mutui che stavate offrendo ai clienti?’. Sparks sembra colto di sorpresa e dopo attimi di incertezza risponde: ‘Non ricordo di aver venduto milioni di dollari di quei pacchetti’. Levin non si accontenta e torna a chiedere ‘perché definire in quella maniera un’offerta per i clienti?’. Sparks cambia risposta: ‘Mi riferivo alla mia gestione di quell’offerta di investimenti, non agli investimenti stessi’. Nei minuti seguenti Levin rilancia per un totale di 11 volte la definizione ‘shitty deal’ (accordo di merda) ottenendo repliche frammentarie. Lo scambio di battute è molto teso. Interviene il repubblicano John McCain: ‘Non ho idea se abbiate violato la legge ma l’etica certamente sì’. Poi tocca a Tourre. Il trentunenne top manager respinge ogni accusa, cita a memoria le singole transazioni e nega con fermezza la frode: ‘La transazione Abacus 2007 AC1 non era stata immaginata per fallire, le accuse della Sec sono false e mi difenderò in tribunale’. Ovvero: non ci fu inganno a danno dei clienti che investivano nel settore immobiliare. A incalzarlo è Claire McCaskill, democratica del Missouri, e va giù duro: ‘Lei si considera un genio e si mostra molto sicuro di sé ma ciò non toglie che avete gestito la finanza come se fosse un gioco d’azzardo’. Susan Collins, repubblica del Maine, lo guarda diritto negli occhi: ‘E’ proprio sicuro di aver sempre fatto l’interesse dei clienti?’. Nel batti e ribatti le domande sono pungenti ma le risposte appaiono ai senatori elusive. Levin ammonisce i manager: ‘Se la vostra strategia è puntare a guadagnare tempo per far terminare questa seduta senza dire nulla, sappiate che non abbiamo limiti di orario, staremo qui fino a quando non avremo avuto le informazioni che cerchiamo’. Ad alzare il velo su ciò che avvenne è David Viniar, capo del settore finanziario, quando ricorda: ‘Nel dicembre 2006 iniziammo a perdere soldi nell’immobiliare, decidemmo di ridurre l’esposizione vendendo le nostre posizioni agli investitori che le ritenevano attraenti, a volte ebbero ragione altre no’. L’ultimo a testimoniare è il Ceo Blankfein e anche lui assegna la responsabilità di quanto avvenne alle scelte della clientela: ‘Volevano esporsi a rischi nel settore immobiliare che poi andò giù molto in fretta’. Chiudendo la maratona, Levin condanna: ‘Le regole etiche non sono state rispettate’. Ma i mercati premiano la deposizione dei manager con rialzi dell’1% delle azioni dopo i ribassi degli ultimi giorni”.

 (red)

 

 

12. Ucraina, scontro alla Rada sulla flotta Russa in Crimea

Roma -

“L´aula del Parlamento come la piazza della rivoluzione arancione: striscioni, cori, spintoni e perfino due fumogeni lanciati ad altezza d´uomo sopra gli scranni dei deputati. Mentre poliziotti in assetto di guerra presidiavano il piazzale deserto della Rada, la camera ucraina sulla collina che domina Kiev, gli scontri tanto temuti – si legge in una corrispondenza della REPUBBLICA – si scatenavano invece all´interno delle austere sale, tra deputati in completo scuro che litigavano come ultras da stadio sul trattato che conferma la concessione della base militare di Sebastopoli alla flotta di Mosca. Prima un fitto lancio di uova dai banchi dell´opposizione ha costretto il presidente Vladimir Lytvyn a ripararsi dietro due ombrelli provvidenzialmente recuperati sotto alla scrivania, aperti e usati come schermo. Poi è toccato ai deputati ultranazionalisti distendere una gigantesca bandiera nazionale gialloblù intonando il coro di ‘vergogna, vergogna’. E mentre qualcuno cominciava a passare dagli insulti alle mani, sono volati i fumogeni che hanno reso l´aria irrespirabile scatenando il panico. Qualcuno ha indossato la maschera antigas in dotazione per casi di emergenza, continuando però a urlare slogan e insulti. Il presidente si sporgeva cautamente dai suoi ombrelli per cercare di capire e schivava ancora qualche uovo lanciato da cecchini evidentemente ben forniti. Il tutto mentre l´impianto antincendio, sollecitato dai lacrimogeni, faceva scendere su tutti quanti una pioggia gelata in un irresistibile effetto tragicomico. Che non sarebbe stata una giornata tranquilla si sapeva sin da lunedì sera quando al premier russo Vladimir Putin, piombato a Kiev subito dopo l´incontro brianzolo con Berlusconi, era stato promessa l´immediata approvazione del Parlamento sulla questione Sebastopoli”. “In realtà si trattava di rispettare i patti chiari, e nemmeno troppo segreti, fatti prima del voto di marzo: se Yanukovich fosse diventato presidente, scalzando Yushenko e la Tymoshenko e tutti i residui della rivoluzione arancione del 2005, Mosca avrebbe finalmente concesso una tregua sulla guerra del gas pretendendo però garanzie su Sebastopoli. Lunedì sera Putin e Yanukovich hanno concordato gli ultimi dettagli: sconto netto del 30 percento sulla fornitura di energia e conferma della concessione della base navale fino al 2042. E ieri mattina la Camera ha fatto il suo dovere seppur in un clima di alta tensione. Non solo tra le fila del partito di Yiulia Tymoshenko che più volte aveva pensato di "liberare" Sebastopoli e addirittura a puntare su un ingresso dell´Ucraina nella Nato, ma anche tra gli ultranazionalisti di destra che non vorrebbero bandiere militari straniere sul suolo della Crimea. Votazione risicata (236 sì, su 450 deputati), contestazione, ma effetto raggiunto. Da Soci, sul Mar nero Putin ha espresso soddisfazione per il mantenimento di una posizione strategica con vista sul Caucaso, ma non è stato molto gentile con gli alleati riconquistati. Ha parlato di contestazione vergognosa e poi ha sottolineato che il prezzo pagato dalla Russia attraverso lo sconto sul gas equivale a circa 40 miliardi di dollari. ‘Una cifra esorbitante’ - ha detto. E ha aggiunto: ‘Per una somma simile potrei mangiarmi il vostro presidente e il vostro premier’. Umorismo un po´ ruvido ma che da l´idea dei rapporti di forza”.

 

 (red)

 

13. Lo Slow Food è di destra o di sinistra?

Roma -

Quando nacque, nel 1986 – ricorda LA STAMPA – , si chiamava ArciGola ed era una costola dell’associazione culturale più di sinistra. Poi, crescendo, ha avuto da Enzo Ghigo i primi finanziamenti per lanciare il Salone del gusto al Lingotto. Quindi Letizia Moratti, da ministro dell’Istruzione, ha aiutatato la nascita dell’Università di Scienze gastronomiche a Pollenzo, nel 2004. Infine, i ministri dell’Agricoltora di centro-destra Alemanno e Zaia ne hanno sempre sostenuto le idee, fino a diventare amici personali di Carlin Petrini. Il movimento Slow Food, dunque, è di destra o di sinistra? È aperto all’innovazione e alle nuove idee della ‘green economy’ obamiana, sostiene il saggio di un giornalista inglese, Geoff Andrews, da pochi giorni in libreria con il Mulino (Slow Food, una storia tra politica e piacere). No, è un movimento ‘intrinsecamente antiprogressista, antiscientifico, idolatra delle società tradizionali, delle piccole comunità statiche e immutabili’, replica il pamphlet di Luca Simonetti, pubblicato da Pagliai editore, che critica radicalmente (per la prima volta) il movimento della chiocciola, con il suo Mangi chi può, meglio, meno e piano. Per il movimento sorto tra Langhe e Roero negli Anni 80, diventato mondiale grazie all’idea di Terra Madre, assemblea che si ripeterà a novembre a Torino, c’è un’attenzione che va dunque a scavare le radici di un’ideologia che - come scrive Simonetti, docente di diritto alla Sapienza di Roma - ormai è condivisa ‘da buona parte dell’opinione pubblica e delle forze politiche italiane’: un fatto che secondo il giurista è un sintomo dell’’inarrestabile e gravissimo degrado della cultura, della politica e della discussione pubblica nel nostro Paese’. Lo stesso Manifesto che rivendica la lentezza come ragione costitutiva dei seguaci di Petrini per Simonetti è chiaramente ispirato a quello di Marinetti sul futurismo, tanto che banalizza persino un grande maestro della storiografia progressista come il francese Fernand Braudel, perché ‘identifica la civilisation matérielle con i piaceri della vita’. Ma c’è di più: è sbagliato dire, come fa Slow Food, che la ‘gastronomia è scienza’, mentre l’idea delle ‘comunità del cibo’ viene identificata come un ‘guazzabuglio di vaghezze’ che prende più spunto da un utopista ottocentesco come l’inglese John Ruskin che da Karl Marx, che anzi ne criticava le idee. Tutt’altro il tono di Andrews, docente alla Open University inglese, il quale pensa che la chiocciola abbia saputo offrire un’alternativa credibile alla globalizzazione e alla ‘fast life’ e racconta degli intellettuali new left americani che hanno seguito il pifferaio magico di Bra. Come Alice Water, la cuoca californiana che è riuscita a far impiantare un orto nella Casa Bianca a Michelle Obama, ricordando come nel Congresso di Puebla del 2007, in Messico, Petrini per prima cosa difese i contadini dello Stato di Tabasco colpiti da un’alluvione: secondo lo scrittore inglese, un tipico atto da ‘globalizzazione virtuosa’, di un movimento che ha saputo mettere radici in Paesi con tradizioni e culture tanto diverse, come gli Stati Uniti, la Germania, la Romania post-comunista o la Gran Bretagna. E Petrini come reagisce di fronte a questo dibattito ideologico? Ribadisce, come ha sempre fatto, che le ‘categorie della vecchia politica non sono applicabili’ al suo movimento, mentre di fronte alla critica di sostenere tesi ‘anti-scientifiche’ replica che ci deve essere dialogo tra scienza e saperi contadini, non contrapposizione. Se poi però si scava un po’, ecco che emerge forse un Carlo Petrini con simpatie sempre più ‘right wing’, vicine al centro-destra. Così rivendica gli orti ecosostenibili dell’Expo 2015 di Milano, che ‘guarda caso - dice - sono stati varati da una governance non certo di sinistra, dalla Moratti a Formigoni, sulla base della nostra proposta’. E ricorda un viaggio in Gran Bretagna, dove ha incontrato il conservatore Cameron. ‘L’ho visto in un “farmer market” londinese e mi ha fatto un’ottima impressione. Anche la rivista Ecologist ha evidenziato che su questi temi il guerrafondaio Blair è stato assente. Devo dire che questo libdem, questo Clegg, mi piace molto... chissà, sarà che sono diventato conservatore anche io?’”.


La modernità secondo Panebianco

Speculazione. Che altro?