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Speculazione. Che altro?

La Grecia è sempre di più sull’orlo del baratro, ovverosia del default. Ma a spingerla verso il precipizio non è tanto lo stato miserevole dei suoi conti pubblici quanto la speculazione internazionale. Che fa tutto il possibile per lucrare sulla situazione e che non esita, perciò, ad aggravarla ulteriormente, in modo che i tassi di interesse sui titoli di Stato vadano alle stelle.    

Non lo diciamo noi: lo dicono gli esperti, nel senso dei più qualificati professionisti del settore. Come ad esempio Gregorio De Felice, “Chief Economist” di Intesa Sanpaolo ed ex presidente degli analisti finanziari italiani. Che è intervenuto ieri pomeriggio ai microfoni di Radio24, a ridosso della chiusura delle Borse europee e dell’ufficializzazione delle forti perdite accumulate un po’ dappertutto, e lo ha detto chiaro e tondo: «è evidente che c’è una fase speculativa molto forte nei confronti di tutti i Paesi che hanno condizioni di debolezza». Pari pari. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Già qualche minuto prima, del resto, in perfetta sintonia di toni e di concetti il conduttore del programma, Sebastiano Barisoni, aveva “amabilmente” osservato che si tratta di capire «su che cosa scommettono i mercati». Dagli ascoltatori, frattanto, giungevano arguti suggerimenti sui giochi di parole adatti alle circostanze: dal cinematografico “il mio grosso, grasso debito greco” al classicheggiante “Graecia capta ferum victorem cepit” di Orazio (La Grecia, conquistata [dai Romani], conquistò il feroce vincitore).

A colpire, ovviamente, non erano le affermazioni in se stesse. Era la disinvoltura con cui venivano espresse dai partecipanti alla trasmissione e accolte dagli ascoltatori. La totale incapacità, da una parte e dall’altra, di rendersi conto di quanto sia ributtante l’idea stessa della speculazione ai danni di qualcuno che si trovi in una condizione di estrema debolezza. Di quanto sia assurdo, e inaccettabile, che le sorti di un popolo siano lasciate in balia di gente che ha come unico scopo il proprio tornaconto.

È questo che dovrebbe essere il tema fondamentale del dibattito politico. E dell’interesse – o per meglio dire dell’allarme – dei cittadini. La domanda che andrebbe posta è semplice e brutale: perché continuiamo ad accettare che a fare il bello e il brutto tempo sui mercati sia la speculazione, a cominciare da quella finanziaria? Ne abbiamo davvero bisogno? Ci avvantaggia o ci danneggia? 

Se non si arriverà a questo tipo di chiarezza tutto il resto rimarrà fatalmente secondario. Sempre che non si arrivi all’implosione dell’intero sistema e che, almeno allora, la gente si decida ad aprire gli occhi.  

Detto questo, è molto probabile che il tracollo della Grecia verrà evitato. Non certo per pura solidarietà, ma per mera convenienza: in caso di default i crediti andrebbero perduti e registrati come tali; rifinanziando il debito (sai che fatica: sono dati contabili, mica tonnellate di oro zecchino da consegnare ad Atene) i crediti in bilancio non solo rimangono in piedi ma addirittura aumentano. Le sole banche tedesche, per dire, hanno un’esposizione di 40 miliardi. Che sale a oltre 500 nei confronti di tutti e cinque i Paesi attualmente etichettati come PIIGS, secondo il “garbato” acronimo di marca anglosassone che riunisce Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna e la stessa Grecia. 

Gli speculatori, a loro volta, si accontenteranno di averne tratto un cospicuo profitto, avendo acquistato a quattro soldi dei titoli che a sentire Standard & Poor's sono ormai diventati carta straccia ma che, dopo il provvidenziale soccorso dell’Unione Europea, torneranno puntualmente a salire. Come sempre, dal punto di vista degli strozzini, la vittima deve essere prostrata. Ma non uccisa. 

Federico Zamboni

Secondo i quotidiani del 28/04/2010

Prima Pagina 27 aprile 2010