Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 29/04/2010

1. Le prime pagine

 Roma -

Orenove/1. Le prime pagine Assolutamente da non perdere CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Spagna declassata, giù i mercati”. Editoriale di Francesco Giavazzi: “Torpori e colpe”. In primo piano: “Tutti gli errori da non ripetere”. Al centro: “Ancora tensione Berlusconi-Fini. Rissa alla Camera nel Pdl”. Di spalla: “L’Inter in dieci resiste al Barcellona. È finalissima”. L’intervista a Massimo D’Alema: “L’ex leader di An è un interlocutore”. A fondo pagina: “Così fu comprata la casa per Scajola”. LA REPUBBLICA - In apertura: “Cade anceh la Spagna, trema l’euro”. Al centro: Pdl, Fini rilancia la sfida al premier”. In un box: “È pronto il lodo Alfano costituzionale. Protesta l’opposizione”. Foto-notizia con il titolo: “Destino Inter, in 10 va in finale”. Di spalla: “I falsi islamici della stabilità” e “La speculazione dei soliti noti”. A fondo pagina: “Ottanta assegni circolari mettono nei guai Scajola”. LA STAMPA – In apertura: “Aiuti allaGrecia, sì di Berlino”. Editoriale di Franco Bruni: 2Cosa serve davvero ad Atene”. In primo piano: “John Elkann: Andrea Agnelli presidente Juve”. Foto-notizia con il titolo: “Messico, italiano rapito”. Al centro: “Fini-Berlusconi riesplode la lite”. Retroscena: Pd: Vendola lancia la volata per le primarie”. Il caso: “Lirica, il Colle non firma il decreto di Bondi”. A fondo pagina: “Licenza di uccidere”. IL GIORNALE - In apertura: “Fini non smentisce e ci insulta”. Al centro foto-notizia con il titolo: “Eroica Inter, in dieci conquista la finale”. Di spalla: Dopo la Grecia ora l’allarme arriva in Spagna”. A fondo pagina: “La follia ha ucciso anche l’essere madre”. IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Piano da 120 miliardi per Atene”. Di spalla: “La Grecia è senza Angela custode” e Europa una moneta e nessuna bandiera”. Foto-notizia con il titolo: “Riforma finanziaria. Obama va in pressing e al Senato arriva il primo accordo”. A fondo pagina: “La dichiarazione rifiuti ‘smarrisce’ la proroga” e “Assenti 95 deputati Pdl. Governo battuto sull’arbitrato nel lavoro”. IL MESSAGGERO – In apertura: “Grecia, sì di Berlino”. Editoriale di Paolo Savona: “Un mondo senza leader non esce dalla crisi”. L’Analisi di Marco Forte: “Perchè l’Italia non è sotto scacco”. Foto-notizia con il titolo: “Impresa Inter: è in finale. Resiste in dieci all’assedio del Barcellona”. Al cnetro: Olimpiadi, Roma in testa”. A seguire: Governo battuto, nel Pdl scambio di accuse”. A fondo pagina: “I pm: così Anemone pagò la casa a Scajola. Il ministro: estraneoe disgustato dalla gogna” e “Adozioni, non si sceglie il colore dei figli”. IL TEMPO - In apertura: “Il mercato della paura”. Foto-notizia del presidente della Camera Gianfranco Fini: “Tregua addio. Fini torna all’attacco”. A fondo pagina: “Neonato in coma al Gemelli. Mangiava, ma è denutrito”. LIBERO – In apertura: “Il piano di Fini contro il Pdl”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Intercettazioni. I cronisti pagano anche per i pm”.Foto-notizia con il titolo: “Impresa Inter: è in finale di Champions”. A fondo pagina: “Salvata la Grecia, chi salva i risparmiatori?”. L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “No tu no”.

 (red)

 

 

 

2. Cade anche la Spagna, trema l'euro

 Roma -

“Una manciata di minuti prima della chiusura dei mercati, Standard & Poor´s decreta anche il declassamento della Spagna. Ed è una tegola sulla testa delle piazze azionarie, già in affanno per le sorti della Grecia, già preoccupatissime della stima secondo cui ammonta a circa 130 miliardi il pacchetto di aiuti Fmi-Bce di cui Atene necessita in tre anni. La tensione si diffonde anche se la Ue assicura di non vedere ‘attualmente’ nessun rischio contagio. Una raffica di segni meno torna a materializzarsi sui listini di Borsa di mezza Europa, che pure avevano respirato, dopo una pesante mattinata, di fronte alle aperture tedesche sugli aiuti: in due giorni vanno in fumo 225 miliardi. L´euro scende ai minimi da un anno. Soffrono i titoli di Atene, Lisbona e Madrid e ora pure Dublino, l´ultimo dei Pigs, i ‘paesi maiale’, secondo l´ormai celebre dispregiativo acronimo anglosassone”. Lo scrive [C]La Repubblica[/C], che continua: “La Commissione Ue, con il commissario Barnier, punta il dito contro le agenzie di rating chiedendo loro di comportarsi ‘in maniera responsabile’ valutando tutto dei paesi, anche gli sforzi per risanare. Per forza di cose questo nuovo declassamento - da AA+ ad AA, con prospettive negative, che segue quello di Grecia e Portogallo, finisce per tradursi in un ciclone. Ovunque sui mercati domina l´orso. Madrid perde 2 punti in pochi secondi, lasciando sul campo il 2,99% del valore: il premier Zapatero dice di vedere ‘segnali’ di una ripresa economica, la sua vice De La Vega lancia un appello alla calma e reclama fiducia. Atene è sull´ottovolante: per una volta respira (più 0,94) ma in tre giorni brucia l´8,5% e le vendite allo scoperto vengono bloccate per due anni. Lisbona accusa un meno 1,89%: governo e opposizione siglano un patto per combattere la speculazione. La performance di Milano, tra le peggiori del vecchio continente, segnala un meno 2,43%: l´Italia è ‘al riparo’, assicura il sottosegretario Bonaiuti mentre il ministro Tremonti illustra al presidente Napolitano il decreto pro-Grecia e quel che sta accadendo in Europa in queste settimane. E ancora: l´euro scende fino a quota 1,3115 sul dollaro. Il differenziale tra i titoli greci con il bund tedesco arriva a superare quota 1000, prima di ripiegare ma sobbalzano anche i bond di tutti i partner più deboli di Eurolandia. Come sempre nei momenti di crisi, l´oro - bene rifugio per eccellenza - vola al suo massimo storico, 884,28 dollari l´oncia. Le tensioni e i patemi sono così forti che perfino il presidente Usa Obama fa sapere che ‘segue da vicino’ l´evolversi della situazione: quando la Casa Bianca diffonde la sua nota, il presidente della Bce Trichet e il numero uno del Fmi Strauss-Kahn sono in missione a Berlino per convincere la signora Merkel a dire sì, e in fretta. Proprio Strauss-Kahn, davanti ai giornalisti, riconosce che la deriva dei deficit di alcuni paesi mette l´unione monetaria ‘in una situazione grave’. La speculazione incalza. Gli spread volano. L´euro sobbalza. Gli analisti si interrogano sulle prospettive di uscita dalla crisi”.

 (red)

 

 

3. Berlino apre al fondo salva Grecia

 Roma -

“Isolata nel mondo, criticata dai media, messa alle strette da Bce, Fmi e Commissione europea, la Germania di Angela Merkel inizia a piegarsi. Dopo ore di consulto con i presidente di Bce e Fmi, Jean-Claude Trichet e Dominique Strauss-Kahn, il giorno più lungo dell´Europa si è chiuso con il primo sì della cancelliera e del ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble a partecipare al salvataggio di Atene, non solo quest´anno ma di qui al 2012, ‘se i greci vareranno un programma esigente’. Ma la partita per salvare l´euro è ancora aperta: il premier ellenico Georgios Papandreou ha lanciato un drammatico appello, ‘aiutateci a spegnere l´incendio o bruceremo tutti’, ma ha detto no a tagli retributivi. ‘Non è detto che Atene accetti tutte le condizioni’, ha avvertito Strauss-Kahn. E con la politica interna tedesca in fiamme, e le elezioni nel Nordreno-Westfalia del 9 maggio che si annunciano catastrofiche per la coalizione di centrodestra, ogni pericolo resta in piedi”. Lo scrive [C]La Repubblica[/C], che prosegue: “E´ in gioco la fiducia nell´euro, ogni giorno che passa peggiora la situazione, le decisioni devono essere estremamente rapide, ciò richiede veloci scelte del governo tedesco’, ha ammonito il presidente del Fmi. Gli ha fatto èco il numero uno della Bce: ‘E´assolutamente necessario che Berlino decida rapidamente, e Atene deve dare segnali convincenti’. Strauss-Kahn e Trichet, i due senior francesi alla guida delle istituzioni monetarie internazionali, hanno condotto un fuoco incrociato. Prima con Schaeuble e i partiti tedeschi, poi con la cancelliera. La quale alla fine ha annunciato: ‘I negoziati (di Fmi e Bce con Atene, ndr) devono accelerarsi, qualsiasi aiuto dipenderà dal programma di Atene’. Poi ha aggiunto la frase significativa: ‘La Germania si assumerà le proprie responsabilità per l´euro’, lasciandosi poi sfuggire: ‘Forse la decisione dell´ingresso greco non fu valutata con sufficiente attenzione’. Con buon viso a cattivo gioco, Berlino si rassegna a spendere. La tabella di marcia è più serrata che mai. Domenica dovrebbe concludersi il negoziato tra Grecia, Fmi e Bce. Nel frattempo il governo tedesco lavorerà per aver pronto lunedì un disegno di legge sugli aiuti. Manca l´assenso dei legislatori: il Bundestag, la Camera bassa, dovrebbe votare in settimana, il Bundesrat (Camera delle Regioni) nella sua seduta di venerdì 7. Proprio il 6 o il 7 Atene dovrebbe annunciare le sue misure. Se necessario, Merkel e Schaeuble vogliono una seduta parlamentare straordinaria sabato 8, e portare subito la legge alla firma del capo dello Stato Horst Koehler. Col voto del 9 infatti Cdu-csu e liberali potrebbero perdere la maggioranza al Bundesrat. Allarme e nervosismo crescono. Intanto il Fmi ha aumentato la sua tranche del pacchetto di aiuti immediati, da 15 a 25 miliardi, a fianco dei 30 europei”.

 (red)

 

 

4. Tremonti dal premier: Pronto decreto per Atene

 Roma -

"È già pronto il decreto legge per stanziare la quota italiana del prestito alla Grecia, pari a 5,5 miliardi di euro su 45 complessivi, 30 dei quali dai partner europei e 15 dal Fondo Monetario Internazionale. Il testo, molto snello, è stato già messo a punto e per il via libera si attende solo il segnale da Bruxelles, che coordinerà l’intervento. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha illustrato ieri il decreto al presidente del Consiglio, con il quale si è trattenuto per due ore a colazione, e poi al Presidente della Repubblica, che lo ha ricevuto al Quirinale”. Lo scrive il [C]Corriere della sera[/C], che prosegue: “Ad entrambi Tremonti ha parlato del decreto e degli ultimi sviluppi della situazione. Al Tesoro, in ogni caso, non c’è grande preoccupazione per la possibilità di un ‘contagio’. ‘La speculazione è in agguato, ma l’Italia è al riparo’ ha detto il portavoce del premier, Paolo Bonaiuti. Oggi saranno in asta 8 miliardi di Btp e Cct, ma gli operatori ritengono che il Tesoro riuscirà a collocarli senza particolari difficoltà: ieri mattina il differenziale tra i titoli italiani e quelli tedeschi ha toccato i 124 punti base, per poi tornare sotto quota 110. Il decreto per gli aiuti alla Grecia potrebbe essere varato già domani dal Consiglio dei ministri, anche se Tremonti sarà a Berlino per una riunione dell’Aspen Institute, o più verosimilmente all’inizio della prossima settimana. I fondi saranno prelevati direttamente dal conto di tesoreria (la cassa dello Stato) senza ricorrere ad una emissione speciale di titoli pubblici. I 5,5 miliardi, via Bruxelles, saranno convogliati nella linea di credito da 45 miliardi a disposizione del governo di Atene per il 2010. Man mano che i fondi verranno effettivamente utilizzati, il Tesoro procederà ad aumentare in proporzione il volume delle emissioni in calendario di Btp e Cct per ricostituire il fondo di tesoreria. Trattandosi di un prestito, i 5,5 miliardi che verserà l’Italia non dovrebbero impattare sul deficit del 2010. La linea di credito Ue-Fmi da 45 miliardi potrebbe essere solo la prima tranche del pacchetto di aiuti alla Grecia. Quasi certamente, visto il peggioramento della situazione, saranno necessari altri fondi per il 2011 ed il 2012, ma non c’è ancora un’idea sulle modalità per concedere ulteriori supporti ad Atene. Potrebbero essere altri prestiti, ma non si esclude che nel frattempo possano essere messi in campo altri strumenti, come un fondo di stabilizzazione europeo. Il governo italiano in ogni caso preme, e c’è da scommettere che Tremonti, continuerà a farlo anche nel corso del week-end con i suoi colleghi europei, per un intervento rapido a sostegno dell’economia della Grecia. Dopo il declassamento della Grecia, del Portogallo e, ieri, della Spagna è chiaro che nel mirino dei mercati c’è l’euro. L’inerzia sta provocando ogni giorno danni maggiori, e l’evoluzione dei mercati lo dimostra. Tanto più che, rispetto a quando venne fatto l’accordo sul prestito da 45 miliardi al 5%, i mercati hanno già creato una situazione, per così dire, anomala. Per l’Italia il prestito è ancora un’operazione che, quando i fondi verranno restituiti dal governo di Atene, genererà profitto, perché il costo del denaro oggi è al 3,9% e l’interesse del prestito è fissato al 5%. In Irlanda e in Portogallo, però, dal momento dell’accordo ad oggi, i tassi sono saliti oltre il 5% (5,3% in Irlanda, 5,7% in Portogallo). Per questi due paesi, che hanno già le loro belle difficoltà, il prestito alla Grecia al 5% si trasformerà addirittura in una perdita di bilancio. Un paradosso che spinge verso la soluzione più rapida possibile”.

 (red)

 

 

5. Ancora tensione Fini-premier

 Roma -

“Riesplode rabbiosa la guerra tra i due, Berlusconi e Fini. Sui giornali, nel Parlamento, in tivù. Lo scontro scade a livelli infimi, perché il ‘Giornale’ del fratello di Berlusconi mette nel mirino la suocera di Fini, la quale avrebbe percepito 1 milione e mezzo di euro dalla Rai con un programma prodotto dalla sua ditta. E’ una chiacchiera che, nel giro di Silvio, circolava da giorni insieme con altre sulla moglie di Gianfranco. Feltri, direttore del quotidiano, ha sparato la faccenda. E sebbene il presidente del Consiglio abbia marcato le distanze imitato da Ghedini, Schifani, Alemanno e La Russa (‘Ogni critica politica, anche la più severa’, sostiene Berlusconi, ‘non può trascendere in aggressioni ai famigliari’), la giornata ha imboccato una china pessima. E dire che Bossi si era appena convinto: ‘Con Fini non ci sono problemi, si può fare il federalismo...’. Maggioranza sconfitta alla Camera su un emendamento Pd al ddl lavoro. Sfogo televisivo di Fini da Vespa. Voci in serata di un Berlusconi che vuole sbarazzarsi del rivale, ma intanto riceve il fratello Paolo per discutere, si presume, di cosa fare con Feltri. Nemmeno agli intimi risulta chiaro il gioco cui sta giocando il premier”. Lo scrive [C]La Stampa[/C], che aggiunge: “L’incidente in Aula è dovuto, giura il capogruppo Pdl Cicchitto, a una deplorevole ‘sciatteria’: ben 95 i deputati della maggioranza assenti giustificati (45) e ingiustificati (50) al momento di pigiare il tasto. Latitante però il gruppo finiano, e ciò suggerisce ben altro, un avvertimento politico neppure tanto velato. Insulti tra le due fazioni nel Transatlantico di Montecitorio. Antipasto di quanto, veramente brutto, potrà succedere stamane alle 11, nell’assemblea Pdl convocata per decidere sulle dimissioni di Bocchino da vice capogruppo. Bocchino (anche lui tra gli assenti) è la bestia nera del premier, il quale ha ordinato di rimpiazzarlo, in ‘pole position’ c’è l’ex An Rampelli. Cicchitto assicura che Berlusconi in realtà non c’entra, semplicemente Bocchino ‘ha messo in fibrillazione il gruppo’ con i suoi atteggiamenti, dunque non può più svolgere quel ruolo. Da buon soldato qual è, Cicchitto si addossa tutta la responsabilità. Ma il primo a non crederci è il presidente della Camera. ‘Un eventuale addebito a Bocchino va dimostrato’, avverte Fini ospite pure da Vespa dopo aver visitato Annunziata e Floris. Aggiunge: ‘Se si parte dal presupposto che l’incidente parlamentare è stata una trappola dei miei amici, siamo alla caccia alle streghe. Altro che partito liberale, dell’amore...’. Sarcasmo di un uomo appena ferito negli affetti da un ‘giornalismo che sguazza nel fango, per non citare un’altra materia organica’. Prendersela con sua suocera, come è accaduto a Bossi per il figlio, ‘va oltre la decenza’. Ce l’ha con Feltri, ma pure con Berlusconi che non lo caccia: ‘Ho ricevuto la solidarietà del fratello dell’editore di quel giornale... O non legge i giornali, o non capisco perché proprio oggi arriva quella solidarietà. Per me non si tratta di un incidente’, bensì di una campagna preordinata: fiaccare il dissenso interno. Aspro Fini quando rivendica: ‘Non sono presidente della Camera per un cadeau di Berlusconi’, dunque niente dimissioni, anzi ‘difenderò le prerogative del Parlamento e il diritto di esprimere le mie opinioni’. Amaro mentre si dichiara ‘in pace con la coscienza perché la dignità non si svende’. A questo siamo. Stampa Articolo

 (red)

 

 

6. Premier stufo dei boicottaggi di Fini

Roma -

“Quando gli hanno detto che Fini ha appena deciso l’inammissibilità di ben 46 emendamenti al dl sugli incentivi, Berlusconi si limita a scuotere il capo. Si comincia. E anche Confindustria, che ad alcune di quelle modifiche teneva molto, se ne farà una ragione. D’altra parte, ragiona il Cavaliere nelle numerose riunioni che si susseguono a Palazzo Grazioli, sul fatto che dietro le ripetute dichiarazioni di fedeltà al governo ci fosse l’intenzione di ‘boicottare’ la maggioranza ad ogni occasione il premier aveva pochi dubbi. Ed è per questo che a più di un interlocutore Berlusconi ripete lo stesso concetto: o io o lui. Insomma, è il senso delle sue parole, o il presidente della Camera dimostra con i fatti di essere davvero leale e affidabile oppure si chiama fuori perché al momento la sua linea è incompatibile con i ruoli che ricopre. Alternative non ce ne sono e su questo Berlusconi è categorico. Non è un caso che nonostante il lavorio dei pontieri si andrà fino in fondo anche sul caso Bocchino. Da tempo, infatti, il Cavaliere non sopporta più i continui distinguo del colonnello finiano, tanto da aver detto chiaro e tondo di non volerlo mai più vedere. E visto che le dimissioni da vicecapogruppo vicario del Pdl alla Camera le ha presentate lui non si vede perché gli si debba venire incontro e rimandare la lettera al mittente. Significherebbe ‘legittimare il suo comportamento’”. Lo scrive il [C]Giornale[/C], ceh prosegue: “Muro contro muro, dunque. Perché ormai il rapporto - politico e personale - è irrecuperabile. Con i gattopardi della prima Repubblica e con chi sa solo ripetere che fa politica da prima di me - è il senso del discorsi del premier - non voglio avere nulla a che fare. Di quale siano gli obiettivi del presidente della Camera, Berlusconi non parla. Ma, non è un mistero, la sua convinzione è che punti a un governo tecnico. Argomento che l’ex leader di An affronta in una chiacchierata a quattr’occhi con il presidente dell’Udc Vietti. Se il Cavaliere vuole la guerra - dice Fini - allora sarà totale, anche perché Napolitano non scioglierà mai le Camere senza dare prima un altro reincarico. E anche se il nuovo governo non avrà la fiducia - insiste - resterà comunque in carica per gli affari correnti, lasciando Berlusconi senza lo scudo del legittimo impedimento. Distanze, insomma, ancora più siderali di una settimana fa. Il premier, però, continua a ripetere di voler tirare dritto. In primo luogo con le riforme. ‘Le vuole il capo dello Stato - ragiona con i suoi Berlusconi - e anche nel Pd sono in molti ad aver capito’. A parte Bersani, ironizza il Cavaliere citando il fuoco amico che ha colpito il segretario del Pd dopo che si era mostrato scettico alle aperture del Pdl. Ed è proprio con il Quirinale che il premier punta a rinsaldare un vero e proprio asse per le riforme. Un’intesa che al momento sembra funzionare se Napolitano ha prima citato il discorso di Onna di un anno fa nel suo intervento per il 25 aprile e ha poi bacchettato i magistrati. Così, anche Berlusconi lancia eloquenti segnali di distensione visto che dalle sue conversazioni, anche quelle private, ha cassato l’espressione ‘elezioni anticipate’. Uno schema che mette in crisi Fini che vede decisamente depotenziato il suo ruolo di terza carica dello Stato. Ma - è il senso dei ragionamenti del Cavaliere - è chiaro che se avviamo una stagione riformatrice l’interlocutore del Quirinale non può che essere il presidente del Consiglio”.

 

 (red)

 

 

7. Il piano di Fini contro il Pdl

 Roma -

“II piano era pronto da tempo, dall'autunno scorso. E aveva subito un'accelerazione notevole proprio durante la campagna elettorale delle regionali. Gli uomini del presidente – scrive Franco Bechis su LIBERO - svelano il disegno per far cadere il centrodestra e ricostruire la De con Rutelli e Casini. Tutto partiva dall'auspicata sconfitta della Polverini nel Lazio, con cui attaccare il Cav. Gianfranco Fini era pronto ad aprire prima la crisi dentro il PdL, poi trovare una sponda nell'area centrista e infine fare saltare il banco, smontando i due principali partiti del bipolarismo: Pd e PdL. Ma la leva principale per realizzare tutto doveva venire da quella che per lui era una certezza: la sconfitta di Renata Polverini alle elezioni regionali del Lazio e il probabile deludente risultato complessivo. Lo raccontano a Libero alcuni dei suoi fedelissimi con cui ieri abbiamo ricostruito tappa per tappa strategie passate e future del presidente della Camera. «Ebbe colloqui con Pier Ferdinando Casini e con Francesco Rutelli», ammettono alcuni di loro, «e in ogni caso aveva intenzione di aprire la crisi sul- la gestione del PdL partendo proprio dal caos della mancata presentazione delle liste a Roma». Il risultato è stato una doccia fredda sul progetto, ma il piano di battaglia non è cambiato. È esploso in un altro modo il contrasto con la Lega che covava sottoterra da mesi. Lo capirono tutti perfino nell'ufficio di presidenza della Camera, il giorno in cui si dovette comminare le pene per una baruffa in aula fra Fabio Evangelisti (Italia dei valori) e due deputati leghisti, Fabio Rainieri e Gianluca Buonanno. Poche settimane fa iI collegio dei questori, organo collegiale in cui c'è anche un rappresentante ex An propose 15 giorni di sospensione per il primo, 6 per il secondo e 5 per il terzo. Fini rivendicò i suoi poteri per ribaltare la sentenza (caso rarissimo). 12 giorni al primo, 10 al secondo e 8 al terzo. Poi solo davanti alla sollevazione generale, accettò la pena proposta per il terzo che aveva responsabilità minori. Fatto piccolo, ma significativo: era l'il febbraio scorso. «Io fino alle Regionali avevo compreso le sue ragioni», sostiene Amedeo Laboccetta, figura storica del Msi, per lunghi anni consigliere e amico personale di Fini, pronto a sostenerlo anche nel confronto con Silvio Berlusconi (ha firmato anche il primo documento di solidarietà al presidente della Camera, quellodei52finiani).”Ma il giorno dopo le elezioni l'ho visto e gli ho detto che bisognava prendere atto della realtà. I fatti non erano quelli che ci si immaginava, e un leader sa cambiare atteggiamento. Vero che uno dei nostri, Italo Bocchino, si era spinto troppo avanti. Ma che Berlusconi avesse vinto le elezioni e che a Roma questo fosse avvenuto proprio grazie a lui, era un dato di fatto che non si poteva negare. Gli dissi quel giorno che bisognava prendere atto della attualità, che quei dati dicevano che il progetto di una rapida scomposizione del sistema politico, tutto pronto a dissolversi, l'area di Casini e Rutelli in movimento, altri contatti con esponenti del PdL e dell'opposizione non avrebbero portato a nulla». Fini rispose - è sempre la versione di Laboccetta - che il progetto era troppo avanti: Bocchino aveva fatto partire Generazione Italia, già organizzato un appuntamento a Perugia per 1'8 maggio, già partiti gli inviti, già arrivate le prime adesioni. «Gli dissi: Gianfranco, fermati! Hai ragione su molte cose, ma se la realtà è diversa... Italo Bocchino sostenne il contrario: avanti, è il momento di spaccare tutto. Parlava da guerrigliero, e credo che sia proprio questo che avesse in mente e che vedremo in scena nei prossimi mesi: la guerriglia». Ma Fini pensa ancora a Casini e Rutelli? Accarezza l'idea di una scomposizione e ricomposizione di Pd e PdL? Secondo Laboccetta «è tentato. Ma non lo consentiranno gli altri. Gianfranco però è ormai in mano a guerriglieri come Bocchino, emi sembra preso dal cupio dissolvi. Cosa farà? La guerriglia, poi la componente finiana, la correntina e inevitabilmente la scissione. I numeri non ci sono e il rischio è di rivedere un film che io ho già vissuto: quello di Democrazia nazionale, un'awenturetta che Bocchino manco conosce perché era bambino. Io e Gianfranco che restammo con Giorgio Almirante sì». (..) Anche un'altra del gruppo come la piemontese Maria Grazia Siliquini è certa della guerriglia, ma altrettanto che il terreno su cui si combatterà resterà intemo al PdL: «Fini pensa a cosa sarà il partito fra qualche anno. I veri numeri delle Regionali dicono già che stiamo scomparendo. Danoi il candidato ex An che ha raccolto il maggiore numero di voti ne ha presi 8 mila, una miseria. La prossima volta saranno la metà. O si da 10 scossone adesso o sono guai per tutti». Ma torniamo a Laboccetta, che ha vissuto le ore decisive con Fini fino a lunedì scorso. «Errori ce ne sono stati dappertutto. Vero che Fini troppo spesso è stato umiliato da Berlusconi. Vero che la responsabilità di quella brutta pagina della direzione nazionale è stata vicendevole. Io fino all'ultimo ho sperato che si potesse ancora - chissà, con una stretta di mano - riprovare. Ma non è così. Gianfranco è partito da una considerazione certa: lui non sarebbe stato 11 successore di Berlusconi nel PdL. Lega o non Lega, ormai erano più forti altre ipotesi: Giulio Tremonti o altri. Non lui. Io fino all'ultimo gli ho detto: aspetta, prendi tempo. Un leader sa farlo. Ci siamo sentiti il 25 aprile, quando gli ho detto di impone a Bocchino vere dimissioni e la fine della sceneggiata. Lui ha capito che non ci stavo, mi ha chiesto di venire il lunedì un'ora prima della riunione del gruppo dei finiani. Gli ho spiegato che non l'avrei seguito sulla strada della guerriglia. Allora mi ha chiesto il favore di non partecipare alla riunione successiva del gruppo, per non turbare gli altri. Non ho capito, ma non ci sono andato. Gianfranco è stato molto secco, ci sono rimasto pure male per i toni. Ma mi è sembrato preso dal cupio dissolvi: a questo punto vuole solo trovare le leve per fare saltare il sistema e farla pagare a Berlusconi. Si è affidato a quel ragazzino che ora sta diventando per tutti un soggetto politicamente pericoloso e gode nel tenere in eccitazione permanente il primo partito politico italian

 (red)

 

 

8. Ora anche i pontieri gettano la spugna

Roma -

“‘Alla fine della legislatura il quadro politico sarà tutto diverso’, e siccome il presidente della Camera lo andava teorizzando mesi fa, ben prima dello strappo con Berlusconi, è chiaro come il braccio di ferro tra i cofondatori del Pdl non sia destinato a interrompersi, che il rapporto vivrà di fasi alterne. Non è un caso se nel giro di una settimana, momenti di bonaccia si sono succediti a giornate ad alta tensione, come quella di ieri. Ma è un copione già scritto, dove ognuno fa la propria parte, consapevole che le reciproche minacce — dai governi tecnici alle elezioni anticipate — sono armi caricate a salve, e non sortiscono effetti”. Lo scrive il [C]Corriere della sera[/C], ceh continua: “I tentativi di trovare un compromesso tra i due si sono per ora esauriti. Per ultimo ci ha provato Dell’Utri con il Cavaliere, anche se ‘stancamente’, come lui stesso ha ammesso raccontando il colloquio. ‘Di Fini non ne voglio sentir parlare’, gli ha risposto il premier senza prestare grande attenzione al suggerimento: ‘Facciamo decantare la situazione’. È stato un modo per prendere tempo, sebbene Berlusconi di tempo non vorrebbe perderne, perché il tempo lavora a favore dell’ex leader di An. Uscito nettamente sconfitto dal primo round con il Cavaliere, il presidente della Camera ripete di non avere intenzione di rompere, di andare cioè alla scissione: se mai in futuro l’operazione dovesse concretizzarsi, andrebbe costruita rafforzandosi prima sul territorio, e logorando intanto Berlusconi nel Palazzo. È una opzione assai complicata e del tutto teorica, che Fini ieri ha smentito e che però Bondi ha accreditato pubblicamente, parlando del ‘ruolo anomalo’ della terza carica dello Stato. Il coordinatore del Pdl si fa portavoce degli umori di Berlusconi, deciso a chiedere lo scalpo del vicecapogruppo del Pdl alla Camera, Bocchino. Ma vivere da separati in casa non è facile, specie per chi — come il Cavaliere — deve gestire passaggi parlamentari delicati e teme che le tensioni si riflettano poi sui provvedimenti che gli stanno più a cuore. L’incidente di ieri a Montecitorio, dove la maggioranza è andata sotto in una votazione, è stato provocato dalla sciatteria del gruppo, non da un’azione mirata dei finiani. Ma il clima è talmente acceso che in Transatlantico è andata in scena una rissa verbale tra deputati delle due fazioni. La preoccupazione dei berlusconiani è che possano verificarsi in Aula altri passi falsi, in votazioni ben più rilevanti: sulla giustizia, per esempio. Al momento il Guardasigilli si mostra ottimista sulle intercettazioni, all’esame del Senato, e prende per buone le rassicurazioni offerte dalla finiana Bongiorno. C’è però chi guarda oltre, al ‘lodo Alfano’ costituzionale, di cui il premier ha assoluto bisogno per evitare che la politica torni a giocarsi nelle aule di tribunale. Per Berlusconi è il fianco scoperto di una partita a scacchi assai complicata, che investe l’economia e il rapporto con la Lega sulla riforma del federalismo fiscale. Ieri il colloquio a pranzo tra il premier e Tremonti è stato senza dubbio incentrato sugli aiuti finanziari da destinare in favore della Grecia, vicina al crack. Ma ci sarà un motivo se ormai da un paio di giorni autorevoli fonti della maggioranza sussurrano nuovamente di una prossima, ‘inevitabile manovrina’ del governo. Il titolare di via XX settembre aveva smentito nelle scorse settimane questa voce, ma è chiaro che il quadro economico non offre libertà di movimento all’esecutivo. In queste condizioni come farà Berlusconi a tener fede al patto con Bossi? Per lo start-up della riforma che preme alla Lega ‘serviranno alcuni miliardi’, dice genericamente La Loggia, presidente della commissione parlamentare per l’Attuazione del federalismo fiscale. È vero che Fini ha posto il problema dei costi, ma non è Fini il problema, dato che ‘i decreti attuativi— come sottolinea il ministro Brunetta — li scrive Calderoli’, e che la relazione sui costi del provvedimento ‘spetta all’Economia’. Insomma, se il Senatùr ha parlato al presidente della Camera è perché Tremonti intendesse. E quanto sia complicato il percorso lo s’intuisce dal ragionamento del presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Vizzini, secondo il quale ‘il federalismo fiscale non può non essere accompagnato dalla riforma del Senato e preceduto dalla riforma del sistema fiscale’. Campa cavallo”.

 (red)

 

 

9. Già vacilla la tregua nel centrodestra

 Roma -

“Sta cadendo la prima testa finiana: il vicecapogruppo che aveva offerto le dimissioni, e poi tentato di ritirarle. Il Pdl sembra deciso ad accettarle: significherebbe che la tregua armata fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini già vacilla. Ma ieri è anche stato bocciato alla Camera un emendamento del governo. E le polemiche del Pdl con la minoranza che fa capo al presidente della Camera assurgono a paradigma: sono la prima conferma dello schema che rischia di segnare la legislatura. Ad ogni battuta d’arresto della coalizione saranno additati come sabotatori ed assenteisti i finiani: che lo siano davvero o no. E prima o poi Pdl e Lega presenteranno il conto”. Lo scrive Massimo Franco sul [C]Corriere della sera[/C]. “Può apparire un percorso tutt’altro che inevitabile – prosegue - e probabilmente è evitabile. Ma sarebbe necessario un ricompattamento della coalizione governativa che non c’è né sembra in vista. Fini considera il siluramento di Italo Bocchino un gesto ‘non liberale’. Rifletterebbe la tentazione di dare inizio ad una ‘epurazione’ che ‘non conviene’ a Berlusconi. Quanto all’assenteismo dei finiani, a suo avviso è ‘caccia alle streghe’. Intanto avverte che rimarrà al vertice della Camera, perché ‘non è un regalo’ del premier. Non divorzierà dal premier, come aveva detto allusivamente il Cavaliere; né puntellerà una ‘sinistra disperata’. È una strategia di resistenza che ha spiegato ieri sera in tv, a Porta a porta. E nella quale ha mostrato un’evidente irritazione per gli attacchi sul piano privato arrivatigli dai giornali della famiglia del premier: offensiva che per lui ‘non è un incidente’ ma fa parte di un piano. Rimane dunque l’impressione di un armistizio per ora impossibile: frustrato da dinamiche che, una volta messe in moto, sono difficili da fermare. Mentre si parla di confronto, filtra altro veleno ed emergono contrasti vistosi. E Fini si accredita come portavoce di un malessere nei confronti del premier molto più diffuso di quanto dicano i numeri. Così, nonostante assicuri di non volere il logoramento della coalizione, si ritrova accusato da ministri come Sandro Bondi di puntare proprio a questo; e viene invitato in modo spiccio a ‘scegliere’ fra ruolo politico e carica istituzionale. Quando in tema di riforma della giustizia rivendica la difesa dei magistrati, ‘baluardo della legalità’, nel resto del Pdl rispuntano le diffidenze verso il suo gruppo allo stato nascente: si teme un’imboscata parlamentare sui provvedimenti che Berlusconi vuole fare approvare ad ogni costo. Per questo, sebbene negato, il voto rimane una prospettiva sciagurata ma da non escludersi. ‘Le elezioni non si fanno se non le vuole la Lega’, annuncia Umberto Bossi col piglio del padrone del centrodestra. ‘Il Carroccio vuole solo il federalismo’. Ma se, come è probabile, il progetto si rivelasse velleitario ed irrealizzabile? Di qui a qualche mese, Giorgio Napolitano potrebbe trovarsi i due azionisti della maggioranza, Berlusconi e Bossi, che bussano alle porte del Quirinale e dicono che non possono più andare avanti. A quel punto, si aprirebbero scenari imprevedibili. Soprattutto uno, accarezzato dagli avversari del premier: un governo ‘tecnico’ per evitare la fine della legislatura. Ma ad oggi una simile ipotesi si presenta più improbabile di qualunque forzatura elettorale.

 (red)

 

 

10. D'Alema: L'ex leader di An è un interlocutore

 Roma -

“‘Credo che la crisi che si è aperta nel centrodestra sia vera e profonda, non è uno scontro personale o una sceneggiata. Ci sono in campo due visioni diverse non solo del ruolo che deve avere la destra in Italia ma anche di come deve funzionare il sistema politico. Fini dice che la difesa dell' unità nazionale o il governo dell'immigrazione sono questioni su cui occorre uno spirito bipartisan e non possono essere poste come temi divisivi del Paese: nella sua posizione c'è una critica radicale al carattere populista e aggressivo della destra che governa l'Italia. Sarebbe un errore interpretarlo in chiave strumentale, in una logica di schieramento. Ma non vedere che si è aperto un grande problema che riguarda le prospettive stesse del sistema democratico e che Fini su questo può essere un interlocutore sarebbe un altro errore’”. Lo scrive il [C]Corriere della sera[/C], che continua: “Secondo lei Fini mette anche in discussione questo tipo di bipolarismo, giusto? ‘Sì. Fini mette in discussione il tipo di bipolarismo che si è costruito in questo Paese e che è fondato sulla contrapposizione esasperata. Al di là del fatto che poi, ogni tanto, chiede strumentalmente il dialogo, Berlusconi ha costruito tutte le sue fortune politiche sulla logica dello scontro’. Il Pd, comunque, appare diviso sul modo di affrontare quel che sta avvenendo. ‘Il campo del centrosinistra sembra oscillare tra chi dà l'impressione di una lettura strumentale e tattica - "che bello, Fini ha litigato con Berlusconi, cerchiamo di metterci d'accordo con lui", e chi dice "ma come, Fini ha litigato con Berlusconi e questo minaccia il bipolarismo". Sono due posizioni specularmente inadeguate. Fini non è diventato di sinistra e non è l'alleato di operazioni strumentali, ma è l'interlocutore importante - e per questo dialogo con lui da anni - di un centrosinistra che capisce che il Paese non si può più governare in questo modo, altrimenti non saremo capaci di affrontare i problemi di fondo. Già, perché l'altro tema, che il centrodestra si ostina a nascondere, riguarda il fatto che mai l'Italia ha raggiunto risultati così negativi. È vero, la crisi c'è stata per tutti ma non c'è confronto tra la nostra capacità di reazione e quella degli altri Paesi. Malgrado l'enorme concentrazione di potere nelle mani di Berlusconi, il suo governo non è stato in grado di promuovere nessuna delle riforme strutturali necessarie al Paese. Significa che questo tipo di democrazia plebiscitaria non produce decisioni perché si basa sull’accumulazione del consenso, sui sondaggi e gli indici di gradimento, mentre sappiamo bene che per fare le vere riforme è necessario sfidare interessi costituiti, rischiare di creare dissensi e scontento. Altrimenti è solo demagogia. Per questo, le riforme esigono la politica democratica, quella politica capace di chiedere un sacrificio oggi per un vantaggio domani. Questa politica, però, non va d'accordo con la ricerca continua del gradimento personale. Ecco, penso che Fini abbia capito che questa democrazia plebiscitaria e personalistica di Berlusconi non funziona’. Par di capire che le riforme non si faranno neanche adesso… ‘Noi siamo convinti che questo Paese abbia bisogno di riforme fondamentali, ma finora non vedo le condizioni per farle in questa legislatura. Come dicevo, le riforme comportano scelte coraggiose. Prendiamo la cosiddetta attuazione del federalismo fiscale. Finora si è detto che il nord otterà più soldi, che il sud non sarà danneggiato e che pagheremo tutti meno tasse. I conti non tornano e le scelte non saranno facili. E’ proprio la difficoltà di queste scelte che può far sorgere la tentazione, in Berlusconi e nella Lega, di dare la spallata e di andare alle elezioni non essendo in grado di realizzare ciò che hanno promesso’. ‘Tornando al Pd: sembra far fatica a trovare il passo giusto. Lo avete detto anche voi maggiorenti del partito, nel caminetto di lunedì scorso, a Bersani. ‘Il problema è che non siamo ancora riusciti a sviluppare una nostra iniziativa che colga il tema dell'attuale crisi del sistema, perché di questo si tratta e non solo della crisi del berlusconismo. Ho l'impressione che nel campo del centrosinistra non ci sia ancora la capacità di porre la questione a questo livello e quindi, inevitabilmente, tutto appare giocato in termini tattici: si rischia di apparire prigionieri di un approccio strumentale. In questo senso, Bersani sta lavorando proprio per dare un profilo più alto e propositivo alla nostra iniziativa. E sarebbe importante che a questo lavoro contribuissero tutti, anche quei giovani che, aspirando giustamente a svolgere un ruolo, a volte si limitano a dire male dei dirigenti del loro partito: forse dovrebbero cominciare a dire qualcosa di utile per il Paese. Ho letto che bisogna avere il coraggio di mettere fuori squadra D'Alema e Veltroni. Ma né Walter né io facciamo più parte di organismi esecutivi del Pd’. E l'approccio giusto è il patto che Bersani ha proposto a Fini? ‘Bersani ha proposto un patto repubblicano: significa che forze anche di diverso orientamento hanno un comune interesse a difendere e riformare la repubblica. Mi sembra del tutto corretto e non ha nulla a che vedere con confuse ammucchiate che Bersani certo non propone’. Di Pietro dice che il centrosinistra deve scegliere un candidato premier ora. ‘Come nei paesi normali lo indicheremo qualche mese prima delle elezioni. Lo individuerà la coalizione, che io ritengo debba poggiare innanzitutto sulle forze politiche che oggi in parlamento rappresentano l'opposizione, cioè Pd, Udc e Idv, senza per questo essere chiusa agli altri movimenti’. Con le primarie. O forse non le volete più perché avete paura di Vendola? ‘Con le primarie, secondo me, ma devono essere accettate da tutti, non possono essere imposte da un solo partito o da una parte della coalizione’. Che pensa del discorso fatto da Napolitano ai giudici? ‘Napolitano ha ragione nel modo più assoluto. Da una parte, ha ribadito la difesa intransigente dell' indipendenza della magistratura e dall'altra ha invitato i magistrati a esercitare con serietà i loro poteri anziché diventare anch'essi parte del gioco politico, perché non è il loro compito. Ora, che questo richieda un certo esame di coscienza è vero: il tipo di rapporto tra azione giudiziaria, media e politica che si è venuto costruendo non nasce solo dalle responsabilità della politica, che ha le sue colpe, ma anche dalla responsabilità di una parte della magistratura. E non può valere la logica che siccome i magistrati sono sotto attacco, allora dobbiamo difendere tutto quello che fanno. E' una logica debole: la magistratura, se ha coraggio di individuare comportamenti impropri, è poi più forte nella sua risposta agli intollerabili attacchi del presidente del Consiglio e alla sua pretesa di impunità’.

 (red)

 

11. Zaia: No a chi frena federalismo

Roma -

“‘Il federalismo fiscale non è un´opinione. Non vorrei che, mentre il treno è ormai lanciato a grande velocità, qualcuno tirasse il freno di emergenza’. Il leghista Luca Zaia, governatore del Veneto, risponde nel videoforum di Repubblica Tv. E lancia un avvertimento agli alleati che manifestano dubbi sull´obiettivo che per il Carroccio è la priorità assoluta. Un avvertimento che si lega alla crisi interna del Pdl, a sua volta strettamente intrecciata al fil rouge delle riforme”. Lo scrive [C]La Repubblica[/C], ceh prosegue: “Zaia, la partita non sembra semplice. Gianfranco Fini si chiede sempre più spesso se davvero ci sono i soldi per il federalismo fiscale. ‘Il progetto era già chiaro prima del 2008, quando ancora non si era insediato questo governo. Chi aveva dei dubbi doveva dirlo parecchio tempo fa’. Ma come si potrà attuare? Sicuro che non si prospetti un´Italia spaccata a metà? ‘Nessuna legge viene pensata senza una copertura economica. Come fare si vedrà. Di sicuro noi non vogliamo più che i soldi del nord siano destinati a ripulire dai rifiuti i marciapiedi di Napoli o a ripianare i debiti della sanità calabrese. Molti cittadini del meridione del resto sanno che l´unica strada contro l´assistenzialismo, la deresponsabilizzazione e la corruzione è proprio il federalismo’. Il disegno del Carroccio dipende anche dalla ricomposizione dello scontro tra Fini e Berlusconi. E´ ottimista? ‘Certo, secondo me basta aggiungere un posto alla tavola di Arcore. La cena tra Berlusconi e Bossi va allargata, mi sembra sia quello il grande problema. Se così non fosse, gli italiani capirebbero di chi è la colpa della rottura’. E le banche? Fassino fu crocifisso per le intercettazioni su Unipol-Bnl, la Lega invece può dire tranquillamente di voler "prendersi" gli istituti di credito del nord. ‘Noi abbiamo diritto per legge ad inserire rappresentanti del popolo all´interno delle Fondazioni proprietarie delle banche. Questi vanno nominati dai sindaci o dai presidenti di Provincia e Regione. Diverso è dire "abbiamo una banca" come Unipol senza un contratto sociale: quella è occupazione’. Comunque la Lega vuole fortissimamente le banche. ‘Sì, perché i nostri imprenditori e le nostre famiglie hanno bisogno di accesso al credito. Le banche ci hanno dato l´ombrello finché c´era il sole, quando è iniziato a piovere ci hanno detto di arrangiarci. Va ridefinito il rapporto col cliente, il contatto coi cittadini deve essere diretto. Per questo è essenziale che la banca sia radicata nel territorio’. Nucleare. Secondo lei il Veneto ha già dato. Ma dopo l´accordo di Berlusconi con Putin la sua Regione potrebbe tornare in gioco per una centrale. ‘Se si arriva in aereo di notte, il Veneto sembra Los Angeles. Troppo antropizzato, non c´è spazio. E nessuno, né dall´Enel né dal governo, mi ha detto nulla. Il nucleare è importante, ma sarebbe meglio puntare sulle energie alternative come il fotovoltaico’.

 (red)

 

 

12. Il Pd di Bersani perde pezzi

Roma -

“Il Pd perde pezzi. Due. Prima il deputato Antonio Gaglione, poi la senatrice Luciana Sbarbati. Lui se n’è andato in silenzio. Senza sbattere la porta. E anzi si è mimetizzato in quello strano terminal della politica che è il gruppo misto di Montecitorio. Ma il suo punto d’arrivo non è meno clamoroso: Gaglione, cardiologo pugliese, era solo due anni fa sottosegretario alla Sanità nel governo Prodi. Nel 2008 era stato eletto, lui di provenienza margheritina, nel Pd. Oggi è al gruppo misto della Camera e aderisce formalmente alla componente di Noi Sud, il movimento fondato da Enzo Scotti per rilanciare dalle parti del centrodestra la questione meridionale. Tradotto in italiano, Gaglione è ora dentro la maggioranza, nell’orbita del Pdl, e questo in un momento cui la compagine berlusconiana appare in difficoltà”. Lo scrive il [C]Giornale[/C], che prosegue: “Riassunto delle puntate precedenti: Scotti, in passato fra i big della Dc e oggi sottosegretario agli Esteri, militava fino a qualche mese fa nell’Mpa di Raffaele Lombardo. Poi Lombardo mette la freccia e comincia a spostarsi a sinistra. Decide di appoggiare Agazio Loiero alla regionali calabresi, manda avanti un proprio candidato in Campania, si schiera con il terzo polo di Adriana Poli Bortone in Puglia. Scotti non ci sta. È la scissione. I fuoriusciti dall’Mpa fondano Noi Sud. Sono quattro i parlamentari, più Scotti, ma si danno da fare. Appoggiano i candidati del centrodestra, ma in Campania e Calabria provano anche a contarsi e superano la soglia del 3 per cento. In Puglia, invece, rinunciano: c’è già Io Sud della Poli Bortone e la presenza di Noi Sud trasformerebbe il voto in un ginepraio semantico. Peggio di un quiz. Meglio pazientare e mettere fieno in cascina. Gaglione partecipa al comizio di Berlusconi a Bari per sponsorizzare Rocco Palese. È il segnale del passaggio, anche se lui, glissa: ‘In autunno ho abbandonato il Pd: c’è stato un malinteso e mi hanno accusato di assenteismo. Ma non ho ancora preso una decisione definitiva’. Anche se Gaglione continua a frequentare poco l’aula. Così tocca al suo due volte collega Luciano Sardelli, deputato e pediatra, confermare la svolta. E il portavoce Sardelli esplicita: ‘L’ho convinto io, ora è il quinto di Noi Sud, nel Pd si sentiva sempre più a disagio’. Il campano Antonio Milo guarda lontano: ‘Noi Sud non è un partito piagnone, noi vogliamo che il Mezzogiorno cammini sulle sue gambe, siamo per il federalismo, non siamo contro la Lega’. È la tesi che Scotti sviluppa nel suo recente saggio L’Italia corta. Intanto, Noi Sud potrebbe allungarsi, con l’arrivo di altri due parlamentari strappati alla sinistra. Si vedrà. Di sicuro il Pd perde anche la senatrice repubblicana Luciana Sbarbati che, in conferenza stampa, annuncia il suo trasloco all’Udc. Ma resta all’opposizione”.

 (red)

 

 

13. Arriva il lodo Alfano costituzionale

Roma -

“Eccolo, finalmente, il nuovo lodo Alfano. O Gasparri. O Gasparri-Quagliariello. O Gasparri-Quagliariello-Centaro. O come sarà firmato, visto che su questo la quadra, per dirla con Bossi, non è ancora stata trovata. E giusto con il leader del Carroccio, e con Fini, deve parlare Berlusconi prima di autorizzare il deposito del testo al Senato. Prima che la commissione Affari costituzionali cominci a lavorarci e il relatore Carlo Vizzini (già si sa che sarà lui) se lo prenda in carico. Questione di ore ormai. Ma il testo è pronto. Una legge costituzionale. Tre articoli e otto commi. Repubblica la anticipa. Un lodo nettamente diverso dai precedenti, lo Schifani del 2003 e l´Alfano del 2008, rispettivamente bocciati dalla Consulta nel 2004 e nel 2009. Un testo che, con voluta furbizia, aggira le obiezioni con cui la Corte ha fatto "morire" i due precedenti tentativi di congelare i processi di Berlusconi. Perché nessuno nasconde che a questo continua a servire il nuovo lodo: fermare, quando saranno scaduti i 18 mesi del legittimo impedimento, i dibattimenti Mills, Mediaset, Mediatrade”. Lo scrive [C]La Repubblica[/C], ceh prosegue: “È la prima riforma costituzionale che il governo Berlusconi affronta, su cui cercherà di ottenere il consenso del centrosinistra. Dopo una lunga battaglia interna al Pdl s´è deciso di non intervenire direttamente nella Costituzione. La Carta non sarà interpolata. Si agisce con una legge di rango costituzionale, che ovviamente ha la stessa valenza, ma nella mente dei pidiellini avrà un minor impatto, scatenerà di meno i media contro Berlusconi, "reo", per i suoi casi personali, di volerla alterare. Dice il primo articolo: ‘Quando l´autorità giudiziaria esercita l´azione penale nei confronti del presidente della Repubblica, del Consiglio e dei ministri, ne dà immediata comunicazione alla Camera o al Senato, trasmettendo gli atti del procedimento. Entro 90 giorni, nel corso dei quali il processo è sospeso, la Camera o il Senato possono disporne la sospensione’. Stanno qui le principali novità e le differenze con i vecchi lodi. Innanzitutto le cariche coinvolte: "entrano" i ministri, come nel legittimo impedimento, "escono" i presidenti di Camera e Senato, e quello della Consulta che era già fuori dal lodo Alfano. Così, ragiona chi ha scritto il testo, si evita il nodo del primus inter pares, coprire i presidenti ma non i ministri. Contro l´automatismo della vecchia sospensione, contro la mancanza di filtri, ecco il vaglio del Parlamento che potrà valutare la gravità del reato commesso e negare lo stop. Viene meno, di conseguenza, la questione della rinunciabilità. Ovviamente, dopo il sì delle Camere, ‘la sospensione opera per l´intera durata della carica o della funzione’. Non è espressamente specificato, ma neppure escluso, e quindi il lodo può valere più di una volta, qualora la stessa persona assuma cariche differenti. Il processo viene congelato, e con esso anche i termini di prescrizione. Era una facile obiezione, e viene superata. Come quella degli atti urgenti e irripetibili, perché ‘il giudice, ove ne ricorrano i presupposti, potrà provvedere all´assunzione delle prove non rinviabili’. Ulteriore, possibile ostacolo, le altre parti del processo: per quelle si accelera il giudizio civile, per il quale non solo i tempi ‘sono ridotti della metà’, ma ‘il giudice fissa l´ordine di trattazione delle cause dando precedenza al processo relativo all´azione trasferita’. Tra lodo Schifani e Alfano queste erano le osservazioni contenute nelle sentenze della Consulta che li azzeravano. Gli articoli due e tre riguardano l´entrata in vigore. Ovviamente ‘la presente legge si applica ai processi in corso alla data della sua entrata in vigore’. Quindi, con effetto immediato, in quel momento saranno bloccati i dibattimenti Mills, Mediaset, Mediatrade che, salvo sorprese della Consulta, saranno già fermi per via del legittimo impedimento. Per questo Antonio Di Pietro già protesta, perché ‘è vergognoso che il Parlamento venga occupato tutti i giorni con leggi ad personam’. Anche l´Udc, con Michele Vietti, storce il naso, ‘perplessa’ che vengano "scudati" pure i ministri. Ma Fini dà già un via libera quando ricorda che sul lodo ‘non ci sono mai state dichiarazioni contrarie’. Giustamente si lagna il vice presidente del Csm Nicola Mancino che ha sempre ritenuto necessaria la legge costituzionale: ‘Si poteva fare prima’. Invece ora la corsa ricomincia. Con l´incubo di coprire il premier prima di sorprese dalla Corte. Che, esaminando il legittimo impedimento, non potrà non tener conto del nuovo lodo in cottura”.

 (red)

 

 

14. Messico, Assalto a volontari. Disperso italiano

Roma -

“Stavano portando aiuti alle comunità indigene nello stato di Oaxaca, un angolo di Messico poverissimo nell´estremo sud, a due passi dal Chiapas. Ma la missione dei volontari internazionali dava fastidio, soprattutto ai sicari di un gruppo paramilitari che si chiama grottescamente Union de Bienestar Social de la Region Triqui, legata al Partido Revolucionario Institucional, all´opposizione dal 2000, dopo oltre settant´anni di potere indiscusso a Città del Messico. Sono stati questi miliziani, secondo la stampa messicana, ad attaccare il convoglio degli aiuti: secondo le prime ricostruzioni, diffuse dai giornali locali, almeno cinque volontari sono morti, i feriti sono numerosi e altri cinque membri della spedizione, fra cui un italiano, sono scomparsi, forse sequestrati dai paramilitari”. Lo scrive [C]La Repubblica[/C], che continua: “Due vittime, scrive La Jornada, sono state identificate come Beatriz Carino, messicana, e Tyri Antero Jaakola, finlandese, in Messico come osservatore internazionale. L´italiano sarebbe David Casinori: il condizionale è necessario perché fino a tarda sera ieri il ministero degli Esteri non era in grado di confermare o smentire l´identità del connazionale o di dare dettagli sulla sua sorte. Secondo l´ambasciata italiana a Città del Messico, nemmeno gli organismi messicani, federali o locali, ne sapevano di più: ai nostri rappresentanti diplomatici le autorità dell´Oaxaca hanno detto di non essere nemmeno state avvertite in anticipo dell´operazione umanitaria. L´ambasciata sta comunque mandando un funzionario verso la regione, così come stanno facendo in queste ore altre ambasciate, fra cui Belgio e Finlandia. La carovana di aiuti era diretta verso San Juan Copala, un municipio autonomo nella regione di Mixteca, sede del Movimiento de Unificacion y Lucha Triqui-Indipendiente. Gli aiuti davano fastidio ai paramilitari perché di fatto erano un tentativo di rompere l´isolamento della comunità india di San Juan, isolamento voluto dai miliziani dell´Ubisort e ottenuto chiudendo l´unica strada di accesso, la stessa su cui poi i paramilitari hanno attaccato il convoglio internazionale. Secondo La Jornada, la polizia messicana non ha potuto avvicinarsi a San Juan de Copala perché respinta a colpi d´arma da fuoco dai miliziani. Gli agenti hanno trovato fuori dal Paese i veicoli della carovana, dati alle fiamme dagli assalitori. Le forze dell´ordine tenteranno ancora nella notte di entrare nel centro abitato. Gabriel Bagundo, esponente della Liga Mexicana por la defensa de los derechos humanos, organizzatrice del convoglio umanitario, si dice convinto che i volontari stranieri sfuggiti all´agguato siano stati sequestrati dai miliziani armati, forse per "coprirne" la fuga. La zona della missione è una delle più povere della federazione messicana, ed è abitata da indios. Proprio nella regione di Oaxaca, nel 2003 è nato il partito di Unità popolare, prima formazione politica degli indios, fondato dagli indigeni del gruppo triqui, una delle 64 etnie del Paese. La zona era stata teatro di proteste nel 2006: partite con uno sciopero degli insegnanti, le manifestazioni erano diventate un´onda massiccia, tale da suscitare una repressione molto dura e una successiva inchiesta sugli abusi delle forze di polizia”.

 (red)

 

15. Serbia e Kosovo allo stesso tavolo

 Roma -

“Serbia e Kosovo siederanno allo stesso tavolo, alla Conferenza sul futuro dei Balcani che si svolgerà il 2 giugno a Sarajevo. La formula suggerita dal ministro Frattini, che fra martedì sera e ieri pomeriggio ha incontrato i vertici politici dei due Paesi, è stata accettata da Belgrado e Pristina: alla Conferenza sarà adottato il ‘modello Gimnich’, lo stesso delle riunioni informali dei ministri degli Esteri Ue. La partecipazione sarà cioè nominale, senza menzione né bandiere dei vari Paesi ma con la sola indicazione dei partecipanti. Spetterà ora alla presidenza spagnola formalizzare l’accordo, ma l’assenso di Serbia e Kosovo rende scontata la decisione di Madrid”. Lo scrive [C]La Stampa[/C], che aggiune: “L’appuntamento di Sarajevo - al quale parteciperanno anche rappresentanti di Mosca e Washington, oltre che del Consiglio d’Europa e della Banca europea d’investimenti - è importante perché, garantisce il principale partecipante regionale, la Serbia, non sarà ‘un’occasione formale’. Belgrado presenterà ‘il progetto 2020’: un piano per rilanciare gli investimenti stranieri in settori chiave come energia e infrastrutture. Ma, soprattutto, la conferenza sarà ‘ad alto livello politico’, conferma Frattini. Obiettivo principale sarà infatti rilanciare la prospettiva europea dei Balcani occidentali, per i quali - sottolinea il ministro degli Esteri - ‘non esiste alternativa all’adesione progressiva all’Ue’. La visita di Frattini è servita anche a rilanciare un canale di dialogo fra la Serbia e la sua ex provincia diventata indipendente, perché ‘entrambi hanno la stessa prospettiva europea’. Il ministro ha confermato agli ospiti serbi l’impegno italiano perché la domanda di adesione all’Ue - ferma al Consiglio europeo per l’opposizione di alcuni Paesi, Germania in testa - sia trasmessa al più presto alla Commissione, per dare concretezza al dossier. Ha fornito garanzie anche al Kosovo: ma nel suo discorso al parlamento di Pristina ha sottolineato un punto: ‘La vostra indipendenza è irreversibile, ma indipendenza significa garantire il benessere e i diritti di tutti i cittadini, senza discriminazioni’. Un riferimento che evoca eventi recenti: lo smantellamento delle reti telefoniche mobili serbe è stato giustificato con l’illegalità delle licenze. Ma in mancanza di reti fisse, di fatto ha isolato - da un giorno all’altro - la minoranza serba”. 

 (red)

Agenzie di rating e crimini contro l'umanità

Schiavi. Lo capiamo?