Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 30/04/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “‘Ogni mezzo per fermare la marea nera’” e di spalla: Grecia, misure dolorose. Ed è tregua sui mercati”. Editoriale di Massimo Gaggi: “Chi dà i voti (e li sbaglia)”. Al centro: “Scajola, ecco le nuove accuse” e in un box: “I sospetti, le garanzie e il chiarimento necessario”. In basso: “Siniscalco: basta con gli intrighi torinesi”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “G8, ecco le carte contro Scajola”. Di spalla: “La marea nera avanza. Obama: userò l’esercito”. Al centro: “Guerra sulle banche, Siniscalco lascia”. A fondo pagina: “Il Belgio primo paese a vietare il burqa”.

LA STAMPA – In apertura: “Governo, bufera su Scajola”. In taglio alto: “Scontri ad Atene, la gente in piazza protesta per i tagli”. Al centro la fotonotizia “La marea nera che spaventa gli Usa”. A destra: “Intesa Sanpaolo, fuori Siniscalco: ‘Mi hanno tradito’” e “Una brutta figura che si doveva evitare”. A sinistra: “Israele ha perso la fiducia”. In basso: “Sei politico per tutti, grazie alla Gelmini”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “La Grecia sotto tutela Ue-Fmi”. Di spalla: “Quel salvagente non galleggerà” e “Dalla fine del Muro Berlino non si fida”. A centro pagina fotonotizia: “Marea nera. Stato d’emergenza in Louisiana. Obama: ‘Bp dovrà risarcire’”. Sempre al centro: “Siniscalco ritira la candidatura per il vertice di Intesa Sanpaolo” e “Pronto un decreto legge per rinviare al 30 giugno la dichiarazione dei rifiuti”.

ITALIA OGGI: In apertura: “Ristrutturazioni facili”. Al centro: “Le coop del turismo di gay, lesbiche e trans. Primi shop a Bologna e Modena”. In basso: “Il medico compiacente paga”.

MILANO FINANZA: In apertura: “Non c’è più Intesa a Torino”.

IL GIORNALE – In apertura: “I soldi Rai alla moglie di Bocchino”. Editoriale di Vittorio Feltri: “Il caso Scajola e le schiene orizzontali”. Al centro: “Ecco il giuramento padano in salsa Pdl” e di spalla: “Lettera morta la legge per la trasparenza nei contratti della tv” e l’intervista a Krancic: “‘Così il paladino del dissenso mi ha oscurato’”. A fondo pagina: “L’assegno di accompagnamento? Una truffa”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Sicurezza stradale, marcia indietro” e in un box: “Bocchino: il premier ha chiesto la mia testa. Berlusconi: lui insolente e Fini traditore”. Editoriale di Francesco Pizzetti: “Senza riforme l’Italia non riparte”. Al centro: “La Grecia cede alle richieste di Europa e Fondo monetario: pronto un nuovo giro di vite” e “Scajola, ecco tutte le accuse”. In un box: “Il Cavaliere teme ‘regali’ alla Lega”. A fondo pagina: “Marea nera, in campo Obama” e “Schiaffi ai bimbi, maestra arrestata”.

IL TEMPO – In apertura: “La secessione del Lazio”. Al centro la foto-notizia su Alemanno: “Gianni così non convince. Era quasi meglio Veltroni” e “Il sindaco ha coraggio. Ma rafforzi la sua giunta”.

AVVENIRE – In apertura: “L’onda nera assedia gli Usa”. Editoriale di Luigi Geninazzi: “Quei centomila figli violati del gigante russo”. Al centro la fotonotizia: “Napolitano al Papa: Grati per l’impegno dei sacerdoti italiani”, “G8, bufera su Scajola: ‘Non mi fanno paura’” e “Atene prepara ‘misure dolorose’. Roma smentisce una manovrina”.

IL FOGLIO – In apertura: “Il partito antitasse c’è”. A sinistra: “La buriana va a ovest, ma la bussola del rating inguaia mercati e stati”. Al centro: “Così una Mata Hari indiana complica la pace col Pakistan”. A destra: “Cerco casa” e “I cronisti di Washington si ribellano alle manie ‘sovietiche’ di Obama”. In basso: “Non c’è Intesa sotto la Mole”.

IL FATTO QUOTIDIANO: In apertura: “Le case dell’amore”. Editoriale di Furio Colombo: “La morale di Schifani”. Di spalla: Occhi alla penna” di Marco Travaglio. Al centro: “Immigrati accusano: pestati in caserma”. In basso: “Bocchino: colpisce me per educarne cento”.

L’UNITÀ – In apertura fotonotizia sul Colosseo: “La casa delle libertà”. In basso: “Vivo altrove. Storie di ragazzi che scappano”. (ban)

 

 

2. Bufera su Scajola. Il ministro: Non mi faccio intimidire

 Roma - “Carte, immobile e assegni. Una cifra di 900 mila euro per 80 titoli ‘circolari’. È su questo – scrive LA STAMPA - che indagano i pm della Procura della Repubblica di Perugia, Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, nell’ambito del filone d’inchiesta relativo ai cosiddetti ‘Grandi eventi’. Secondo l’accusa, la cifra e gli assegni ‘all’ordine di Barbara e Beatrice Papa’ sarebbero stati utilizzati, ‘per l’acquisto’ e ‘nell’interesse di Claudio Scajola di un immobile a Roma in via del Fagutale 2’. Soldi che potrebbero essere stati versati, però, per coprire, in ‘nero’, una parte dell’acquisto dell’appartamento. Insomma, chi ha pagato, realmente, la casa con vista sul Colosseo, del ministro Scajola? E’ stato pagato, come dice il ministro, attraverso ‘un mutuo ancora in essere e, in minima parte, con un bonifico da un conto corrente personale?’. Il ministro non fornisce cifre ed è proprio questo uno dei punti salienti dell’indagine. Di fatto, però, a tessere le operazione bancarie, secondo quanto scrivono i pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, sarebbe stato l’architetto Angelo Zampolini, che in questa vicenda è indagato per riciclaggio. Uomo fidatissimo dell’imprenditore Diego Anemone, finito nelle maglie dell’inchiesta giudiziaria come uno tra gli esponenti della cosidetta cricca accusata di pilotare gli appalti sul G8 alla Madadalena, Zampolini, attraverso assegni della Deutsche Bank, avrebbe partecipato attivamente all’operazione finanziaria. Insomma, il dubbio è: cosa c’entrano Zampolini e Anemone, uomini della ‘cricca’ sotto inchiesta, con il ministro Scajola?

Il ministro allo Sviluppo Claudio Scajola non esita un istante nella replica, ‘non mi lascio intimidire’. ‘Registro - afferma - un attacco infondato per una vicenda nella quale non sono indagato. Nella vita possono capitare cose incomprensibili. E questa è addirittura sconvolgente. Colpisce con una violenza senza precedenti il mio privato e la mia famiglia. Non sono abituato alla dietrologia e quindi non voglio credere che dietro a tutto questo vi siano oscuri manovratori o disegni preordinati. Per rispetto alla magistratura che sta lavorando non posso dire nulla sul merito di quanto apparso sui giornali. Resta la grande amarezza per il fatto che si sia arrivati a coinvolgere addirittura i miei figli. La mia coscienza è pulita, proseguo con la massima serenità il mio lavoro’. Ma ora su questo nuovo aspetto i pm vogliono fare piena luce, tanto che ieri è stato interrogato (assistito dagli avvocati Titta Madia e Valter Biscotti) per oltre quattro ore, Claudio Rinaldi, il funzionario pubblico che secondo i pm perugini ‘avrebbe abusato dei poteri connessi alla carica, rilasciando l’autorizzazione per l’implementazione del Salaria Sport Village (riconducibile a Diego Anemone e Filippo Balducci, figlio di Angelo Balducci arrestato lo scorso febbraio) procurando un indebito risparmio di 9 milioni di euro’. Atto in relazione al quale (di qui anche la richiesta di arresto per Rinaldi ma anche per l’architetto Zampolini e Stefano Gazzani, commercialista di Diego Anemone) ‘ricevevano dalla parte privata corresponsione in denaro’.

Una cifra - non ancora quantificata - finita in conti esteri, tra cui quello intestato a Mimma Giordani a San Marino, madre dello stesso Rinaldi. E Rinaldi, ieri, secondo l’avvocato Madia ‘ha replicato con carte alla mano, punto su punto, a quanto chiesto durante l’interrogatorio’. Un interrogatorio che la per difesa è stato ‘soddisfacente e chiarificatore’. Certo è che la vera partita si giocherà il prossimo 11 maggio, quando nell’udienza già fissata si deciderà chi dovrà indagare sull’inchiesta: se Roma o Perugia. Il vero nodo, infatti, resta la competenza, motivo per cui il gip Massimo Ricciarelli lo scorso 12 aprile aveva rigettato la richiesta di arresto per i tre avanzata dai pm. Secondo il giudice per le indagini preliminari, infatti, i reati di ‘riciclaggio - contestati nell’inchiesta - sono riconducibili ad attività espletate nella Capitale, dove lo Zampolini opera e dove risultano avvenute le operazioni a mezzo di trasformazione in assegni circolari’. D’altro canto ‘l’intera trama corruttiva - scriva il Gip - come ascritta allo Zampolini, risulta essenzialmente riconducibile ai progetti di Anemone, il quale si trova attualmente recluso’”. (red)

 

 

 3. Scajola, le carte dell’accusa

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Le testimonianze - oggi agli atti dell´inchiesta di Perugia sulla ‘cricca’ dei Grandi Appalti - provano che di quegli assegni, il giorno del rogito, il ministro era materialmente in possesso. Di più: dimostrano che Scajola, pure assolutamente consapevole del prezzo reale di vendita - 1 milione e 710 mila euro - di quel magnifico appartamento che affaccia sul Colosseo, dispose che quella cifra venisse dissimulata, dichiarando di fronte a un notaio che era pari a soli 600 mila euro. Perché il Fisco non vedesse, ma, soprattutto, perché venisse così cancellata ogni traccia di almeno due circostanze: i 200 mila euro in contanti che, poco tempo prima dell’acquisto, aveva consegnato alle venditrici e il suo legame con l’architetto Angelo Zampolini, la ‘tasca’ del costruttore Diego Anemone, il professionista, oggi indagato per riciclaggio, da cui aveva ricevuto quegli 80 assegni. Veniamo dunque a quel luglio del 2004. Al contenuto delle quattro testimonianze in grado di ricostruire i passaggi chiave di questa vicenda. A quegli 80 assegni e alla loro storia. Scajola è da appena un anno nuovamente ministro. Costretto alle dimissioni dal Viminale nel 2002 per la vicenda Biagi (‘un rompicoglioni’, lo apostrofa da morto) viene recuperato dopo un breve purgatorio dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che lo issa sulla poltrona dell’Attuazione del Programma. L’uomo ha ripreso energia e peso politico.

Decide di acquistare una casa a Roma e per questo coinvolge Diego Anemone, il ‘costruttore’ dei Potenti, l’anima di quella ‘Cricca’ che governa i Grandi Appalti. Soprattutto, il costruttore che al Viminale è di casa. Anemone mette a disposizione di Scajola l’architetto Angelo Zampolini, il suo spicciafaccende per questioni delicate e di riguardo. E il professionista si sbatte come può. Trova subito qualcosa di interessante e importante al Gianicolo, il terrazzo di Roma. Ma la soluzione non è gradita al ministro. Quindi si rimette al lavoro. È fortunato. Le sorelle Barbara e Beatrice Papa vendono infatti in via del Fagutale 2 una magnifica casa di rappresentanza dal cui salone si tocca con la mano il Colosseo. Scajola gradisce. Comincia la trattativa e l’accordo si trova a 1 milione 700 mila euro. Le due sorelle - come racconteranno candidamente alla Finanza durante una serie di interrogatori sostenuti dalla produzione di documenti che hanno gelosamente custodito - sono lusingate dall’acquirente e non stanno certo a discutere su modi e tempi del pagamento. Ricevono subito 200 mila euro in contanti dalle mani del ministro che - raccontano - dividono equamente a metà. Anche se, a fronte di quel pagamento, non sottoscrivono alcun contratto preliminare. O, se lo fanno, è una scrittura privata che, ad acquisto concluso, viene stracciata.

L’architetto Angelo Zampolini è al corrente di quella prima tranche di contanti e, interrogato, sostiene di non essere stato lui a metterli a disposizione. ‘Ritengo fossero del ministro’, dice. È un fatto che, in vista del rogito, secondo uno schema collaudato, si mette invece in moto per confezionare, per conto di Anemone, lo strumento di pagamento in grado di non lasciare traccia del generoso contributo con cui il costruttore si prepara a rendere Scajola un felice padrone di casa. Anemone - racconta Zampolini ai pm - gli consegna 900 mila euro in contanti che lui stesso porta all’agenzia 582 della ‘Deutsche bank’ (dove ha un conto) perché vengano cambiati in 80 assegni circolari intestati alle due sorelle Papa. Ottanta, si badi bene. Non uno, non due, non tre. Ma ottanta. C’è una ragione in quella singolare richiesta di cambio. Gli assegni circolari devono avere importi inferiori ai 12 mila e 500 euro, soglia oltre la quale la banca è tenuta a segnalare l’operazione al circuito interbancario e alla Guardia di Finanza. Anemone e Zampolini sono infatti convinti che, in questo modo, nessuno andrà a ficcare mai il naso in quella operazione. Ma sbagliano. Alla ‘Deutsche’, evidentemente, trovano qualche funzionario pignolo che, in quel luglio di sei anni fa, vede in quella curiosa operazione di cambio quella che, tra gli addetti, si chiama ‘operazione sospetta di frazionamento’. E per questo la segnala al circuito interbancario. E’ il granello di sabbia che - oggi lo sappiamo - farà saltare più avanti l’intero ‘sistema Anemone’.

Zampolini, che ignora quale pasticcio abbia appena combinato, esce dunque dalla ‘Deutsche’ con i 900 mila euro di Anemone trasformati in 80 assegni circolari e, il 6 luglio, quegli assegni sono nelle tasche di Scajola. Su questo punto, infatti, i ricordi delle sorelle Papa sono nitidi. E’ un giorno particolare. Si separano dalla casa di famiglia e, per giunta, il rogito si firma nell’ufficio del Ministro. Il notaio Gianluca Napoleone, che redige e convalida la compravendita, dà infatti atto oltre che della sua presenza, del solo Scajola e delle Papa. E’ il ministro che consegna gli assegni. ‘Tutti insieme’, ricordano le sorelle. Ottanta assegni della ‘Deutsche’ per un valore di 900 mila euro e alcuni assegni del banca san Paolo Imi per 600 mila euro. Quest’ultimo - 600 mila - è il ‘prezzo in chiaro’ della casa. Quello per cui il ministro ha acceso un regolare mutuo con il san Paolo. Il solo che deve comparire. Interrogato, il notaio Napoleone che, a stare al racconto delle sorelle Papa, sta autenticando una compravendita che non risponde alla realtà, si giustifica spiegando che, almeno alla sua presenza, quei 900 mila euro non vengono scambiati. E comunque che, in quel 2004, la legge non impediva ancora eventuali scritture private tra le parti che integrassero il prezzo dichiarato di vendita. È un fatto che la sera del 6 luglio, l’affare è chiuso. Le due sorelle Papa, nei giorni successivi, verseranno sui propri conti bancari quella piccola fortuna in decine di assegni circolari di cui continuano a non comprendere la ragione, ma di cui non hanno azzardato di chiedere spiegazione. È l’ultima traccia che chiude il cerchio. Di quegli 80 assegni, ormai, è scritta la storia. Da cima, a fondo. Le impronte del ministro non possono essere più cancellate”. (red)

 

 

4. Scajola, Berlusconi sospetta un complotto interni

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “È un sospetto che Berlusconi si porta appresso da quando si è verificato lo strappo con il presidente della Camera, da quando in direzione ha ascoltato il passaggio di Fini sul tema della giustizia, dall’affondo sul ‘processo breve’ all’accenno sulle ‘sacche di impunità’ da evitare. Sono parole che il premier ha vissuto come ‘una provocazione e una minaccia’: ed è lì, non altrove, che ha intravisto il tradimento. Così ieri gli è bastato scorrere gli attestati di solidarietà a Scajola da parte di ministri e dirigenti del Pdl per sentire crescere quel presentimento, per vedere alimentati i propri dubbi. Nessun finiano si è mosso a difesa del titolare dello Sviluppo economico, anzi in quell’area c’è chi si è tenuto a debita distanza, quasi si preparasse a prenderne poi le distanze. L’idea che ci sia un legame tra l’offensiva politica dell’ex leader di An e l’inizio di una nuova stagione giudiziaria, è un tormento dell’animo per Berlusconi, e quando ieri Scajola gli si è parato davanti offrendo le dimissioni da ministro, ha visto tornare a danzare i fantasmi che sperava si fossero dissolti. Sebbene abbia rinnovato la fiducia al rappresentante del suo governo, il premier ha intuito che il caso non è chiuso, anzi si è appena riaperto, perché ai suoi occhi la vicenda che coinvolge Scajola è solo un tassello di un disegno più complessivo che mira a indebolirlo.

 

Ed è così che è ripiombato nel clima di un anno fa. L’annus horribilis che Berlusconi — quando ne parla — cita come fosse una poesia mandata a memoria, con casi e date scanditi come strofe: dalla polemica sulle veline candidate per l’Europarlamento, all’articolo polemico di Farefuturo, dalla lettera di Veronica Lario che preannunciava la fine del matrimonio, all’inchiesta sulle escort e la D’Addario, via via fino all’inchiesta sugli appalti del G8. E chissà se anche ieri ha ripetuto a mente quel personale ‘calvario’, mentre Scajola gli diceva ‘voglio capire cosa si muove dietro questo attacco’, mentre gli spiegava che ‘forse ho toccato degli interessi nel mio ministero e posso essermi fatto dei nemici’, mentre gli assicurava che ‘l’unico immobile che ho, l’ho acquistato con il mutuo’. Respingendo le dimissioni del ministro, è come abbia voluto respingere le preoccupazioni di una nuova offensiva giudiziaria, allontanare da sé le voci che si rincorrono da Milano, dilatare per quanto possibile il tempo che manca alla sentenza palermitana su Dell’Utri. I fantasmi sono tornati a danzare davanti al Cavaliere. Sono ombre senza volto che vestono la toga, la Spectre giudiziaria che riprende forma e sente ostile, che— nei suoi ragionamenti — avrebbe ora cambiato strategia, puntando a colpire chi gli sta vicino, ‘dato che colpendo me non sono riusciti ad abbattermi’. Il caso Scajola è chiuso, il caso si è appena aperto, è il tentativo — secondo Berlusconi— di trovare un punto debole tra i suoi fedelissimi per dare l’idea che non solo una mela, ma l’intero cesto è marcio.

Se così stanno le cose, il premier doveva, deve offrire l’immagine di compattezza nel suo schieramento, ‘perciò nemmeno per ipotesi si parli di dimissioni’. ‘Scajola non si dimette manco morto’, commenta il capogruppo del Pdl Cicchitto: ‘A parte il fatto che il ministro non è nemmeno indagato, siamo in presenza di un’operazione che vuole far strame degli uomini più vicini al presidente del Consiglio, con il chiaro intento di incrinare il quadro politico uscito vincente dalle elezioni’. Non bastavano le tensioni squisitamente politiche con Fini, che — spiega La Russa — ‘costringono il governo a navigare a vista’: ‘Il fatto è che tra i cofondatori del Pdl non ha più senso parlare di pacificazione ma di sopportazione. E questo complica le cose dinanzi ai problemi che dobbiamo affrontare’. Ci mancava il fronte giudiziario, con i suoi strascichi polemici, con i sospetti che ingigantiscono lo strappo nel partito di maggioranza. Berlusconi confidava di essere uscito da quel tunnel, pensava di doversi dedicare ad altro, magari a convincere Tremonti che ‘è necessario varare interventi a sostegno dello sviluppo’, come gli aveva detto l’altro giorno a pranzo. Ma la situazione economica internazionale impone prudenza, secondo il titolare di via XX Settembre, ‘e se il Parlamento tedesco incardinerà la prossima settimana il dibattito sugli aiuti alla Grecia, saremo a cavallo’. ‘Sul versante economico tutto è in fieri’, ammette il capogruppo del Pdl Gasparri, lasciando aperta la porta a qualsiasi ipotesi. Tutto si muove. Anche sul fronte giudiziario”. (red)

 

 

5. Pdl, Bocchino si dimette: Epurato. I timori di Fini

Roma - Scrive LA STAMPA: “(...) L’ala più dura dei finiani si chiede: ora a chi tocca? Al viceministro allo Sviluppo economico Adolfo Urso additato da Berlusconi in direzione? ‘Con i problemi che il premier ha con Scajola, si dovrebbe tenere stretto Urso’. Il presidente della Camera in pubblico non si sbilancia, ma a chi gli ha parlato ha detto di essere preoccupato per il destino del Pdl che dimostra di essere un ‘partito illiberale’. ‘Per colpire me hanno eliminato Bocchino. Ma quali sono le sue colpe? Avere espresso le sue idee politiche? Se è così, dove si fa a finire? Questo dovrebbe preoccupare chi crede nel nostro partito’. E con la grana Fini e la nuova che riguarda il ministro Scajola, Berlusconi dovrebbe pure governare. Ma non sembra in grado di alzare la testa dai problemi, dalle beghe interne mentre ci sono ‘questioni interne e internazionali ben più serie da affrontare, a cominciare dalla crisi della Grecia’. L’altra sera si è sfogato con alcuni senatori che sono andati a trovarlo a Palazzo Grazioli. ‘A volte mi verrebbe voglia di mollare tutto. Non si può passare la giornata a discutere delle liti dentro il partito. Francamente è deprimente perdere così tanto tempo per certe cose’. Intanto i suoi fulmini si sono scaricati su Bocchino che ha gettato la spugna.

Una decisione maturata con il presidente della Camera, il quale gli ha consigliato di evitare un’assemblea dei deputati infuocata e una conta lacerante che avrebbe visto i finiani divisi e in minoranza. Meglio non tirare troppo la corda e dare un segnale distensivo, dicevano alcuni amici della terza carica dello Stato che cercano di calmare le acque. In questa lotta fratricida, infatti, c’è una parte degli amici di Fini (concentrata soprattutto al Senato) che vuole evitare la guerra nucleare e di fare il gioco di Berlusconi, intenzionato a cacciare dal partito l’ex leader di An se non rientra nei ranghi. Ce n’è un’altra che invece continua a caricare a testa bassa, come ha fatto lo stesso Bocchino il quale, dopo le dimissioni, ha dato fuoco alle polveri. ‘Capisco la sua amarezza’, ha confidato Fini. Ecco, Bocchino ha affermato che ‘non esiste un solo partito nel mondo occidentale dove possa accadere quello che è accaduto nel Pdl. Berlusconi soffoca il dissenso, vuole colpirne uno per educarne cento’. Ma di che parla? Ma quale epurazione? Il capogruppo Cicchitto reagisce e dice che ‘o ci troviamo di fronte un caso di incontinenza mediatica o all’obiettivo di destabilizzare il Pdl. E’ uno spettacolo desolante’. ‘Speravano che con le dimissioni prima date, poi ritirate, poi date definitivamente da Bocchino - ha aggiunto Maurizio Lupi - le polemiche fossero finite. Anziché la strada della responsabilità ha scelto quella della vittima e del perseguitato’.

Ma l’interessato ha rincarato la dose. Ha raccontato della telefonata ricevuta da Berlusconi per chiedergli di non partecipare alla trasmissione di Giovanni Floris ‘Ballarò. La sua risposta è stata che in nessun partito democratico del mondo il leader intima alla minoranza di non andare in tv a spiegare le proprie posizioni. E il Cavaliere, secondo la versione di Bocchino, gli avrebbe risposto ‘allora ti infilzo’. La versione del premier ai senatori ricevuti nella sua abitazione romana è diversa. ‘Bocchino è un guappo arrogante. Con me si è mostrato strafottente e insolente’. Quanto a Fini, ha detto di sentirsi ‘tradito e deluso dal punto di vista umano. E’ stato come ricevere una coltellata. Non è più uno dei nostri’. Per il Cavaliere la verità è che Fini è isolato sia nel partito sia nel Paese. Anche quelli che vengono definiti ‘finiani’ non sono tutti dalla sua parte. E’ un gruppo di senatori e deputati che si scioglierà come neve al sole. Il premier ha bisogno di emarginare Fini sempre di più: costringerlo a fare un passo falso per allontanarlo dal partito, evitando che, con il tempo e rimanendo nel Pdl, l’avversario possa recuperare terreno e consensi. Ecco perché la terza carica dello Stato consiglia ai suoi di non prestare il fianco alle provocazioni” (red)

 

 

6. Fini-Berlusconi, rottura insanabile

 Roma - Riporta IL GIORNALE: “Davanti al gruppetto di senatori riuniti a cena a Palazzo Grazioli mercoledì sera, Berlusconi è piuttosto ciarliero. Barzellette (anche su Bocchino), canzoni, il video con le imitazioni di Tremonti, Bondi e Cicchitto ad opera di Baldelli, l’Inter in tv (con annesso brindisi perché ‘in Europa faccio sempre il tifo per le squadre italiane’) e ovviamente il capitolo Fini. Sul quale il Cavaliere non nasconde la sua delusione. Dopo l’intervento in Direzione - spiega ai presenti - mi sono ‘dovuto sedere’ alcuni minuti perché ci sono rimasto male ‘dal punto di vista umano’ visto che davvero ‘non mi aspettavo tanto livore’. Come con l’episodio del Duomo, aggiunge, perché ‘io non ho mai fatto male a nessuno e invece guardate cosa è successo’, mi sono preso una statuetta in faccia che per poco non mi uccideva. Non mi vergogno di dire - chiosa - che quella sera in ospedale ho pianto’. Ora, c’è solo da capire quando e come ci sarà la rottura. Anche perché, spiega ai presenti, il posto di delfino Fini se l’è ormai giocato e non per colpa mia. Non sarò io a decidere la successione - aggiunge - ma il partito in maniera democratica. Il problema è che con i suoi continui controcanti si è inimicato tutti gli ex di Forza Italia e molti ex di An. Partita chiusa, dunque. Perché il presidente della Camera ha una strategia chiara: punta prima a fare una corrente - dice il premier - e poi a costituire gruppi autonomi.

Il Cavaliere, insomma, è deciso ad andare avanti e arrivare a mettere Fini nella condizione di scegliere se allinearsi o no alla maggioranza. Nonostante le rassicurazioni dei senatori ex di An presenti alla cena. ‘Gianfranco - dicono - non è un pericolo e alla fine non farà imboscate. Come ha sempre fatto ai tempi dell’Msi sacrificherà i suoi fedelissimi pur di ottenere un accordo che gli stia bene’. Ma il problema per Berlusconi non è tanto questo, quanto il rischio concreto che il governo debba subire continui sabotaggi. Con il Paese - dice - che assiste a una maggioranza ‘ridicolizzata’ dalle polemiche interne e Fini che, grazie al suo ruolo, sta tutti i giorni in tv. Ci va da presidente della Camera - insiste - ma parla solo da politico. E che il termometro sia in continua salita, lo conferma la giornata di ieri. Con le dimissioni di Bocchino (‘un guappo arrogante’, ‘strafottente’ e ‘insolente’ dice ai senatori il premier) e la successiva polemica a distanza tra il finiano e il Cavaliere. Che rispetto alla sera prima è decisamente di altro umore, perché - ripete ai suoi - con quello che sta succedendo in Grecia e i problemi che abbiamo è assurdo che io debba perdere il mio tempo perché quattro gatti vorrebbero fare una corrente. Invece, spiega, sono alle prese con ‘tutte queste beghe’, compreso il gruppo della Camera che ‘non funziona’. Mercoledì, aggiunge, mentre Cicchitto era a registrare Porta a Porta e Bocchino chissà dov’era ovvio che si andasse sotto.

Ed è proprio mentre elogiava la tenuta dei senatori che mercoledì sera è apparso a Palazzo Grazioli La Russa anticipando le dimissioni irrevocabili di Bocchino. ‘Fini non vuole andare alla conta - dice il coordinatore del Pdl - e dunque confermerà le dimissioni’. Solo perché - è la chiosa del Cavaliere - su Bocchino sono divisi pure i finiani e molti non l’avrebbero votato. Poi, ragiona con i suoi, le dimissioni di Bocchino dimostrano che Fini non conta più niente. Finisce così, ma con Bocchino che attacca pubblicamente Berlusconi che ‘ha chiesto la mia testa’. E affonda citando il motto delle Br ‘colpirne uno per educarne cento’: ‘Al telefono mi disse ‘io ti infilzo’‘. Ricostruzione che a Palazzo Grazioli smentiscono categoricamente, anche se certo la telefonata con cui il premier lo invitava a non partecipare a Ballarò per evitare la rissa con Bondi (anche lui in studio) non deve essere stata delle più tranquille. Ma - spiega il premier ai suoi - avevo tutto il diritto di chiedere al vicecapogruppo vicario di non andare in tv a sostenere posizioni che rappresentano solo una piccola minoranza del partito. Uno scontro, quello tra Berlusconi e Fini, che è destinato ad andare ancora avanti. Anche se il premier insiste sul lavoro dei prossimi tre anni: ‘Dobbiamo fare le riforme per fine legislatura. E, nonostante i conti, provare a ridurre le tasse’”. (red)

 

 

7. Il finiano Moffa:Da Bocchino parole stonate su dimissioni

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Nei finiani rappresenta un po’ il punto di equilibrio tra i falchi e le colombe, per questo ciò che pensa Silvano Moffa ( nella foto) sul caso Bocchino è indicativo del clima che si respira nella componente del presidente della Camera: ‘Italo ha responsabilmente dato le sue dimissioni per evitare inasprimenti in seno al gruppo e rimuovere una situazione lacerante, che non serve a nessuno’. Detto questo, sulle dichiarazioni con le quali l’ex vice capogruppo ha condito il suo addio alla carica, su quegli attacchi ad alzo zero contro Berlusconi, Moffa è critico: ‘Capisco che fanno parte del risentimento per una vicenda dolorosa. Però, nel momento in cui si danno dimissioni in maniera irrevocabile e lo si fa come atto di responsabilità, quelle parole stonano un po’’. Serviva più cautela per evitare di riaccendere micce? ‘Beh, non c’è dubbio che questo è il momento in cui bisogna avere massimo senso di responsabilità. Si stanno ponendo grandi questioni politiche, molto delicate, e non si possono confondere battaglie per la democraticità e il miglioramento del nostro partito con posizioni personalistiche, che devono passare in secondo piano’.

Alcuni, anche tra di voi, rimproverano a Bocchino di aver agito per conto proprio senza consultarvi, e di aver scelto una strada troppo tortuosa per far valere le proprie ragioni. ‘Io dico che c’erano delle dimissioni che, lo ripeto, rappresentavano un atto di grande serietà e buona volontà, c’era il gruppo con la sua autonomia che doveva discuterle: mi è sembrato improprio da parte di Italo chiamare in causa Fabrizio Cicchitto, che come capogruppo in questa vicenda non c’entrava niente. Le questioni interne del partito non vanno confuse con quelle legate alla dinamica parlamentare’. In ogni caso, come reagirete alla perdita del vostro rappresentante nel gruppo? Ci si devono attendere ritorsioni? ‘Ma non scherziamo! Sarebbe puro autolesionismo, oltre che fuori dal nostro, sicuramente dal mio Dna. Noi i problemi li affrontiamo alla luce del sole, e se ci sono battaglie da portare avanti lo facciamo a viso aperto’”. (red)

 

 

8. Il Pd guarda a Fini, Bersani: Ora sia coerente

 Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Pier Luigi Bersani ribatte a Gianfranco Fini, che aveva parlato di ‘disperazione della sinistra’ se pensava che lui potesse diventare un salvagente dell’opposizione. ‘Lui faccia quello che ritiene - dice il segretario del Pd - . Ma credo che debba dimostrare una sua coerenza. Vedremo, abbiamo passaggi significativi in Parlamento, sul lavoro e sulla giustizia’. Il riferimento di Bersani è anche al provvedimento sulle intercettazioni, sul quale si misurerà la forza e il coraggio della minoranza del Pdl. Il leader democratico conferma l’idea di un patto repubblicano per uscire dalla deriva plebiscitaria. ‘Non l’ho proposto solo a Fini, l’ho proposto a chi ha a cuore il problema. E l’ho fatto prima dello strappo del Pdl’. È molto più deciso l’avvicinamento di Massimo D’Alema al presidente della Camera. Il presidente della Fondazione Italianieuropei conferma quello che va ripetendo dal seminario dei liberal a Valmontone: ‘Fini è un interlocutore - spiega al Corriere della Sera - ed è un errore non capirlo. La democrazia plebiscitaria non produce decisioni e lui l’ha capito’ (...)”. (red)

 

 

9. Pd, l’ipotesi di Vendola leader scuote i democratici

 Roma - Scrive LA STAMPA: Ora che Nichi Vendola è diventato una minaccia, lo sport più praticato dai vertici del Pd è sparargli addosso, ma senza darlo troppo a vedere. E lui, come sempre, non sta fermo nell’angolo a parare i colpi, ma reagisce e contrattacca. Non riuscendo ad archiviare la polemica sull’opportunità di concedere un ‘affidavit’ a Fini, rinfocolata ieri dopo il rilancio di Massimo D’Alema in un’intervista al Corsera, i Democrats si sono trovati a fare i conti pure con la conferma di un’ambizione alla leadership della futura coalizione da parte del governatore della Puglia. Ma se l’esordio sarà quello della convention a Firenze sotto l’egida dei vari Santoro, De Magistris o Ignazio Marino, la bandiera del ‘vendolismo’ faticherà a esser sventolata accanto alle insegne del Pd, visti i malumori che la notizia anticipata da La Stampa ha suscitato. Per capirlo, basta leggersi un passo dell’editoriale del numero due del partito, Enrico Letta, sul suo nuovo web magazine, ‘Treseizero’: quando ammette che ‘il Pd deve essere più coraggioso e fare un salto di qualità nel rapporto col paese, perché la sua centralità rischia di essere insidiata da soggetti esterni al bipolarismo, da movimenti estemporanei ma organizzati e da nuovi (o presunti tali) astri nascenti della politica italiana’, anche se non lo cita, il riferimento evidente è a Vendola.

Ma già ci aveva pensato D’Alema sempre sul Corriere a lanciare un segnale non proprio distensivo con la battuta sulle primarie per Palazzo Chigi che si faranno solo se ‘accettate da tutti gli alleati e non imposte da un solo partito’. E Vendola ha cominciato a menare fendenti, attaccando le aperture a Fini, ‘sintomo dello stato confusionale in cui versa la leadership del centrosinistra’. E rinviando l’incontro con Bersani a quando ‘avremo cose sensate da dirci visto che io non capisco di che parla il Pd’. Non meno affilata la reazione alla frenata di D’Alema sulle primarie, ‘contorsionismi politicisti, espressione di una cultura che non fa i conti con le dimensioni della propria sconfitta’. Ma quando arriva la rasoiata finale a un ‘Pd arroccato nel Palazzo con un’offerta politica criptica e verticistica’, scatta la contraerea dei Democrats. Bersani, che in mattinata aveva riconosciuto a Vendola un ruolo di primo piano ‘come persona di profilo nazionale che può dare un contributo forte per l’alternativa’, manda avanti il suo coordinatore della segreteria Migliavacca per recapitargli un avvertimento: ‘Vendola abbia più rispetto per il partito maggiore della coalizione’”. (red)

 

 

10. Ferrara, video-choc su pestaggio in Caserma

 Roma - “Nuovo pestaggio in una sede delle forze dell’ordine. Questa volta – riporta LA REPUBBLICA - la scena è la caserma dei carabinieri di via del Campo a Ferrara. In un video, reso pubblico dall’associazione ‘A buon diritto’ di Luigi Manconi, si vedono in momenti diversi due persone che cadono a terra, forse colpite, circondate da alcuni carabinieri in divisa; e un altro fermato nudo, poi avvolto in una coperta e portato via da personale di pronto soccorso. Manconi parla di un nuovo ‘caso di violenza all’interno di un caserma’. Il video è nel fascicolo dell’inchiesta aperta dalla procura di Ferrara per lesioni contro un carabiniere e per resistenza a pubblico ufficiale contestata a quattro giovani. Il filmato riguarda i fatti accaduti il 24 febbraio scorso quando i quattro, dopo essere stati arrestati in stato di ebbrezza per resistenza a pubblico ufficiale, furono trattenuti per ore in caserma. ‘Ma uno dei fermati - spiega Manconi - ha subìto pesanti maltrattamenti e violenze e colpi inferti con manganello a opera di uno, e forse non solo uno, appartenente all’Arma. Le immagini, riprese da una telecamera di sorveglianza installata nei locali della caserma, sono impressionanti: un giovane uomo, ammanettato, totalmente inoffensivo e non in grado di difendersi, viene aggredito, colpito con lo sfollagente, buttato per terra. Proverà a rialzarsi per due volte e per due volte verrà colpito. Senza che alcuno gli presti soccorso’. Manconi conclude: ‘Come le cronache dolorosamente riportano con frequenza crescente, dobbiamo dire che non si tratta affatto di un caso isolato’. Sul caso la procura di Ferrara, pm Barbara Cavallo, ha subito aperto un’inchiesta, ordinato una perizia per pulire le immagini, e ora si dovrà determinare se vi siano responsabilità da parte dei militari (non solo l’unico già indagato). Processo per direttissima ai 4 ‘congelato’ fino all’11 maggio in attesa degli sviluppi della nuova inchiesta”. (red)

 

 

11. La Grecia si piega a Europa e Fmi

Roma - “Gli ateniesi non sanno se essere contenti per l'arrivo (pare) imminente degli aiuti finanziari che salveranno la Grecia dal default, o se preoccuparsi per la batosta che sta per arrivare sulla loro testa. Il premier George Papandreou da parte sua non ha praticamente scelta: la medicina che attende l'Ellade – scrive LA STAMPA - è di quelle davvero indigeste. Ma non ci sono alternative. Questo, in una battuta, è il discorso che ieri il premier socialista ha dovuto esporre ai leader di sindacati e imprenditori, illustrando nelle sue linee generali quello che sarà il quarto pacchetto di provvedimenti all'insegna del rigore che il governo del Pasok si accinge a varare. Oggi alle tredici Papandreou riunirà l'intera compagine ministeriale per una riunione informale in cui esporrà la ricetta concordata con Bruxelles e il Fondo Monetario Internazionale. Ascolterà i ministri, e valuterà se tentare qualche integrazione al pacchetto, il cui varo formale è atteso per l'inizio della prossima settimana. Il premier ha incontrato ieri in tarda mattinata al Megaro Maximou – la sua residenza ufficiale – i rappresentanti delle parti sociali. Un discorso, il suo, decisamente esplicito e diretto, basato sulla consapevolezza di una situazione davvero difficilissima, di fronte alla richiesta di un taglio del 10% del rapporto deficit/Pil nel giro di due anni: ‘Noi ormai siamo arrivati a questo punto – ha detto Papandreou – adesso tocca a voi, assumetevi le vostre responsabilità’.

Responsabilità gravi. In mattinata il portavoce dell’Esecutivo Giorgio Petalotis aveva ammesso che se finora il governo aveva fissato ‘linee rosse’ invalicabili per i tagli, ormai erano inevitabili anche ‘misure dolorose’, alcune permanenti, altre temporanee. E dolorose sono, e molto. Saranno ridotte in modo progressivo le pensioni già in essere: del 40% quelle superiori a 2000 euro al mese, meno le altre, quelle minime avranno un piccolo aumento. L’Iva sui beni di consumo più diffusi aumenterà di altri due punti percentuali. Cresceranno ancora le accise che gravano su alcolici, sigarette e soprattutto carburanti, già oggi carissimi. Sarà più facile licenziare nel settore privato: le aziende con più di 200 dipendenti potranno allontanare il 4% e non il 2% (come oggi) dei loro dipendenti. Nell’arco di cinque anni la tredicesima (erogata a Natale) e la quattordicesima (pagata metà a Pasqua e metà d’estate) verranno assorbite nelle restanti 12 mensilità, il che significa che per un lungo periodo i salari nel comparto privato saranno di fatto congelati. Nel settore pubblico queste due mensilità extra verranno invece integralmente cancellate; il bonus per il lavoro straordinario, già tagliato del 30%, si ridurrà di un altro 5%. Rafforzato il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego, e non verrà rinnovato alcun contratto a tempo determinato.

Prevista una certa flessibilizzazione delle relazioni di lavoro, con il ricorso all’arbitrato e l’estensione della diffusione dei contratti a part-time. Possibile un nuovo innalzamento dell’età pensionabile e il calcolo dell’assegno sull’arco dell’intera vita lavorativa. Il pacchetto non dispiace – come prevedibile – agli industriali ellenici. Durissima invece la reazione dei sindacati. Ilias Iliopoulos, segretario generale del sindacato Adedy, che rappresenta il settore pubblico, afferma che ‘abbiamo constatato che ci si trova di fronte ad un accordo già concluso alle spalle dei greci. Si tratta di un pacchetto selvaggio e ingiusto. Daremo la nostra risposta per le strade e nelle piazze’. Per Yiannis Panagopoulos, presidente della Gsee (il sindacato dei privati) ‘abbiamo appena ricevuto la notizia di gravi misure per i greci. Chi semina vento raccoglie tempesta: ci sono stati comunicati provvedimenti dal sapore amaro, che vanno contro lo sviluppo e che porteranno alla recessione’. Per ora, è più che mai confermato il già proclamato sciopero generale di Gsee e Adedy del 5 maggio. Intanto, nelle piazze di Atene si continua a protestare contro le misure di austerità. La polizia ieri sera ha sparato gas lacrimogeni contro alcune centinaia di manifestanti - militanti e simpatizzanti dell’opposizione di sinistra - davanti al ministero delle Finanze”. (red)

 

 

12. Grecia, Tremonti: Nessuna manovrina per l’Italia

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Buon muro italiano, ieri, di fronte ai timori di contagio della crisi greca. Due emissioni di titoli dello Stato - Btp e Cct - hanno visto una domanda superiore all’offerta e rendimenti in calo, segni della buona riuscita dell’asta. Si trattava della prima emissione da parte di uno dei Paesi mediterranei dopo le 48 ore drammatiche sui mercati che hanno visto il declassamento del debito di Grecia, Portogallo e Spagna: il successo è stato letto nel quadro di un alleggerimento generale delle tensioni ma anche come un punto di forza della situazione finanziaria italiana, che al momento è considerata più solida di quella dei Paesi periferici dell’ euro e non nel mirino delle agenzie di rating. Tanto che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, ieri a Berlino, ha assicurato che nel corso del 2010 non ci sarà bisogno di manovre correttive al bilancio pubblico. ‘Si accettano scommesse’, ha detto. In asta, il Tesoro ha messo Btp a tre e dieci anni per 6,5 miliardi e Cct per 1,16 miliardi. I primi hanno registrato una domanda per oltre dieci miliardi, i secondi per più di due miliardi. Soprattutto, c’è da registrare che il rendimento dei Btp decennali, che mercoledì era stato sotto tensione e aveva superato la soglia dell’1% in più rispetto al titolo corrispettivo della Germania, ieri è tornato sotto quel livello: significa che, per comprare il titolo italiano, il mercato vuole sì un tasso d’interesse superiore a quello di riferimento tedesco ma che questo premio non è esagerato ed è sopportabile.

Tremonti, dunque, soddisfatto e l’ha rimarcato a Berlino, dove partecipa ai lavori dell’Aspen Institute Italia del quale è presidente. Un incontro, quello nella capitale tedesca, significativo da più di un punto di vista. Innanzitutto, oggi ai lavori parteciperà il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble e con lui Tremonti avrà un incontro nel quale si parlerà del pacchetto di aiuti alla Grecia e della situazione dell’euro. Lo scambio di idee è importante perché la Germania è in queste ore il Paese chiave per la concessione di crediti ad Atene: la settimana prossima, il parlamento tedesco dovrà discutere una legge in merito, con molti deputati anche della maggioranza di governo scettici sull’ opportunità di dare denaro ai greci, e Schäuble è il ministro che più spinge perché Berlino non si tiri indietro e anzi faccia in fretta a deliberare l’aiuto. In secondo luogo, il fatto che l’Aspen Institute Italia organizzi un incontro a Berlino (come avviene da cinque anni) è rilevante perché indica l’importanza che il suo presidente Tremonti dà alla relazione italo-tedesca. In particolare, in questo passaggio legato alla crisi greca, la Germania ha preso posizioni nuove, in apparenza di rottura con la sua tradizionale politica di solidarietà europea. Dietro ci sono sicuramente ragioni elettorali: la cancelliera Angela Merkel deve affrontare una campagna elettorale nel Land più popoloso del Paese, il Nord Reno-Vestfalia, e l’opinione pubblica è decisamente contraria ad aiutare Atene che ha truccato per anni i conti dello Stato. Ma ci sono anche motivi più profondi, in particolare una nuova assertività nazionale tedesca che spinge per un’Europa ‘più tedesca’ di quella che abbiamo visto fino a questo momento. E’ con questa Europa - che dopo la crisi greca sarà più dipendente dalle scelte di Berlino - che tutti nella Ue dovranno fare i conti. Tremonti dà l’impressione di saperlo bene e di volere fare del rapporto con la Germania un asse della sua politica finanziaria”. (red)

 

 

13. Grecia, sotto accusa le agenzie di rating

Roma - Scrive Massimo Gaggi in un editoriale sul CORRIERE DELLA SERA: “I colpevoli sono molti, ma un ruolo particolare l’hanno avuto strane creature private con una funzione pubblica: le agenzie che con i loro voti decretano l’affidabilità di un titolo obbligazionario emesso da una società, ma anche dei titoli del debito pubblico di decine di Stati sovrani. Dovevano essere giudici competenti e imparziali e invece hanno promosso (a raffica) e bocciato (quasi mai) sulla base più della loro convenienza privata che di valutazioni oggettive. Due anni fa, concedendo il massimo dei voti alle obbligazioni-salsiccia di moda aWall Street, hanno aperto la strada verso il disastro. Oggi, con bocciature intempestive del debito di alcuni Paesi europei, rischiamo di rendere ingestibile una crisi che da Atene si sta già propagando fino alla penisola iberica. Bocciature, peraltro, dettate più da una volontà di autoconservazione e dal timore di essere accusati di inerzia che dal cambiamento di dati che erano e sono sotto i loro occhi. Un downgrading ha senso se l’agenzia, grazie alla sua professionalità, a una superiore capacità d’analisi, capisce in anticipo che la posizione di un Paese si sta deteriorando. Intervenire quando i numeri sono già noti in tutta la loro gravità e il mercato ha già reagito, chiedendo maggiori interessi sui titoli di Stato emessi da Paesi con conti pubblici in disordine, aumenta solo la confusione e rischia di vanificare i tentativi dei governi di correre ai ripari. Un giudizio competente e indipendente sull’affidabilità degli investimenti sicuramente serve, ma si può continuare a lasciare una funzione pubblica tanto delicata nelle mani di società private che le gestiscono in modo così irresponsabile?

Non è certo il caso di nazionalizzare questa funzione, ma non conforta di certo vedere le banche centrali o agenzie federali come la Sec (l’istituto che vigila sulla Borsa Usa) — che sicuramente dispongono di professionalità interne e autorevolezza superiori a quelle delle agenzie di ‘rating’ — affidarsi a loro per i giudizi sulla base dei quali vengono selezionati gli investimenti più rilevanti. Certo, lo fanno in base alle regole che i governi si sono dati e che sono rispecchiate anche dagli accordi di Basilea. Forse è ora di prendere atto che non è più possibile tenere in piedi un sistema di ‘rating’ diffusosi a partire dagli anni 70, limitandosi a piccoli correttivi. Da anni si discute dei conflitti d’interesse che affliggono Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, i tre oligopolisti del ‘rating’. All’inizio di questo decennio la legge americana Sarbanes-Oxley ha cercato di regolarli più strettamente dopo lo scandalo Enron i cui titoli venivano ancora giudicati un buon investimento quattro giorni prima della sua bancarotta. Correttivi inutili, vista la facilità con la quale l’aurea ‘tripla A’ è stata concessa ancora nel 2006-2007 a una marea di emissioni di titoli basati su mutui ‘subprime’, ad alto rischio. La Commissione del Congresso Usa che venerdì scorso ha ‘torchiato’ in un’audizione i capi di queste agenzie, accusati di aver anteposto il profitto e il volume del giro d’affari delle loro società al rigore delle analisi, ha accertato che il 93 per cento dei titoli che avevano ricevuto il massimo voto di affidabilità, sono stati declassati a ‘spazzatura’. La gravità della crisi del debito sovrano di un numero crescente di Stati richiede un monitoraggio serio e azioni di stabilizzazione, non l’agitazione di agenzie che sembrano muoversi, ormai, come variabili impazzite”. (red)

 

 

14. Intesa, Siniscalco ritira la candidatura

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: Dopo due settimane di polemiche l’ex ministro all’Economia, Domenico Siniscalco, sbatte la porta, ritirando la sua disponibilità a entrare, come presidente, nel consiglio di gestione di Intesa-Sanpaolo. Una presa di posizione dura, alla vigilia dell’assemblea della banca che oggi sotto la Mole eleggerà il nuovo consiglio di sorveglianza dell’istituto di Ca’ de Sass. Un attacco frontale alla Compagnia di San Paolo, prima azionista della banca, e al suo numero uno, Angelo Benessia: ‘Ho ritirato la mia disponibilità per il consiglio di gestione in polemica con la Compagnia di San Paolo e il suo presidente che in quindici giorni non sono nemmeno riusciti a formulare una candidatura unica per la presidenza del consiglio di gestione’, dice l’ex ministro che, invece, ringrazia ‘il primo cittadino di Torino, Sergio Chiamparino e tutti gli azionisti che hanno manifestato il loro apprezzamento, sostenendo la mia candidatura’. E poche ore dopo l’annuncio del suo passo indietro, Siniscalco, impegnato all’Aspen a Berlino, rincara la dose: ‘Non voglio dire più nulla perché non si fanno giochi da pollaio sulla più grande banca italiana’. Siniscalco, che è presidente di Assogestioni, preferisce farsi da parte, dopo esser finito nel tritacarne politico e mediatico. Il suo nome è spuntato fuori il 14 aprile, quando l’esecutivo della fondazione torinese, lo ha indicato in maniera informale per il consiglio di gestione, silurando l’attuale numero uno Enrico Salza.

Una riunione tesa dove è stato scelto un secondo nome alla pari, quello del professore della Bocconi, Andrea Beltratti, consigliere di amministrazione della Biverbanca, che ha preso un voto in più di Siniscalco. E che all’annuncio del ritiro dell’ex ministro non vuole fare un passo indietro: ‘La mia posizione non cambia, io non mi ritiro’. La decisione di Siniscalco ha provocato un terremoto. Il sindaco Chiamparino, dopo un incontro con il presidente della Compagnia, non è tenero con la fondazione, accusata ‘di incapacità di giungere ad un’indicazione univoca sul candidato da sottoporre alle valutazioni del consiglio di sorveglianza della banca. Per questo ho fatto sentire più volte la mia opinione’. Non solo. ‘Alla luce dei veti emersi in queste ultime settimane su altri candidati proposti da Benessia sia per il consiglio di sorveglianza sia per la presidenza del consiglio di gestione, sembra prevalere una logica dettata da poteri forti e autoreferenziali, per i quali la politica è buona solo quando rafforza tale autoreferenzialità’, sottolinea Chiamparino che aveva attaccato Guzzetti.

In molti a Torino si attendono le dimissioni del presidente Benessia, che viene considerato come uno dei principali artefici del pasticcio sul rinnovo dei vertici della banca, che ieri ha perso lo 0,60 per cento. Il presidente della Provincia, Antonio Saitta, dice che Benessia ‘dovrebbe trarre le conseguenze del suo errore perché Torino esce male ed indebolita’. Anche il coordinatore del Pdl, Enzo Ghigo, che parla ‘di figura da cioccolatai’, e il segretario del Pd, Gianfranco Morgando, chiedono ‘un atto di responsabilità da parte del presidente della Compagnia’. Mentre il presidente della Regione, Roberto Cota, è più morbido: ‘L’importante è che le banche tornino a essere banche del territorio’. Benessia non vuole lasciare. Anzi. Dopo l’incontro con il sindaco ha ribadito che la Compagnia ha espresso un altro nome, il professor Beltratti, ‘candidato che esprime appieno la giusta valenza della torinesità’. Insomma, la persona adatta a riequilibrare i poteri con Milano, anche se in molti sotto la Mole la pensano in maniera diversa e credono in un ripescaggio di Salza”. (red)

 

 

15. Intesa, Torino si spacca sulla banca

 Roma - Scrive LA STAMPA: “La tragicommedia politico-finanziaria del futuro presidente della superbanca MiTo, che per altro non è arrivata ancora alla fine, lascerà sotto la Mole un strascico di veleni, polemiche, lacerazioni anche in rapporti di decennale fiducia. E non è escluso, come lascia intendere senza troppi giri di parole qualche consigliere della Compagnia di Sanpaolo, che qualcuno arrivi a chiedere le dimissioni del presidente Benessia. Qualche politico torinese, seppur non in modo diretto, lo ha già fatto capire nelle ore immediatamente successive all’addio di Siniscalco. Da destra a sinistra: il presidente della Provincia Saitta e il coordinatore regionale de Pdl Enzo Ghigo chiedono che ‘dopo questo fallimento, qualcuno si assuma le responsabilità’. Ieri mattina verso le 11 anche Sergio Chiamparino non ha nascosto tutto il suo disappunto quando Angelo Benessia è arrivato in Comune per comunicargli che pista Siniscalco non era più praticabile e che il suo candidato oramai era il professore Andrea Beltratti. E il comunicato diffuso nel pomeriggio dal sindaco torinese non lascia spazi ad interpretazioni: ‘Comprendo le dimissioni del professore Siniscalco anche alla luce dell’incapacità dimostrata dalla Compagnia di giungere ad un’indicazione univoca sul candidato da sottoporre’. Un giudizio tranchant tra due che hanno rapporti personali e professionali da lunga data. Benessia è stato anche, nell’ultimo mandato Chiamparino, uno dei consulenti di prima fascia nelle più importanti operazioni finanziarie del Comune: la fusione dell’energia Iride-Enia, arrivata in porto dopo mille tentennamenti, e il matrimonio dei trasporti, questa volta saltato, tra Gtt e la milanese Atm.

Chiamparino certo non ha mandato giù di essersi speso in prima persona per un candidato, per altro molto autorevole e con tutte le caratteristiche di torinesità e competenza tanto invocate, che poi non è passato. ‘Sono abituato ad usare le sconfitte – è il ragionamento del sindaco - per cerare di trarne degli insegnamenti utili ad arrivare a una vittoria e questa vicenda mi insegna che il rapporto tra politica e mondo finanziario non può più andare avanti così’. Chiamparino chiama in causa la categoria dei poteri forti: ‘Alla luce dei veti più o meno espliciti emersi in queste ultime settimane su altri candidati proposti dal presidente della Compagnia sembra prevalere una logica dettata da poteri forti e autoreferenziali, per i quali la politica è buona solo quando rafforza tale autoreferenzialità’. Il sindaco non fa nomi, ma va sa sé che il messaggio è rivolto, in questa vicenda, a Giuseppe Guzzetti e a Giovanni Bazoli. Gli strascichi più pesanti, ‘in questa figura da cioccolatai’ secondo definizione di Enzo Ghigo, si potrebbero avere proprio all’interno della fondazione. L’ultimo consiglio generale di lunedì scorso, svoltosi nella settecentesca villa di Vigna di Madama Reale sulla colina torinese, si era chiusa con una domanda molto esplicita e ingombrante da parte della consigliera Giuseppina De Santis, eletta in quota Regione quando c’era Mercedes Bresso: ‘Siamo sicuri che questo vertice abbia ancora la fiducia del consiglio generale?’.

Una risposta più certa si potrà avere solo entro la fine di maggio, quando Benessia convocherà, come promesso, una seduta per discutere tutta la vicenda. Bruno Manghi, che proprio lunedì scorso aveva anticipato i tempi, inviando una dura lettera di accuse al presidente e al segretario generale Piero Gastaldo annunciando per altro il suo imminente addio, si dice certo che ‘qualcuno porrà la questione delle dimissioni del presidente’. ‘La Compagnia – è il giudizio amaro di Manghi, per altro amico e consigliere storico di Chiamparino - è troppo divisa al suo interno, così non si può andare avanti, bisognerà pazientemente lavorare per rimettere assieme i cocci. Io sono stato anche sotto la gestione Franzo Grande Stevens. Seppur in un ambiente, come quello delle fondazioni che si porta dietro sempre un po’ il sentore di chiuso, allora si poteva discutere apertamente, con franchezza, con libertà’. Dai numerosi interventi critici di questi ultimi tempi - vedi il mondo dell’Università con il vicerettore del Politecnico Marco Mezzalama, il professore Daniele Ciravegna, indicato dalla Provincia, l’ingegner Alberto Dal Poz, espressione della Confindustria, e lo stesso vice presidente Luca Remmert – c’è da pensare che Manghi non resterà solo”. (red)

 

 

16. Telecom, Bernabè difende l’aziendà: No a scorporo rete

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Fuori alla sede di Telecom Italia, a Rozzano, c’è la manifestazione dei dipendenti che rischiano il posto di lavoro. Dentro, i soci attaccano i vertici e contestano la gestione del gruppo di telefonia. ‘Tagliare tutti senza limiti’, recita lo striscione dei manifestanti. Ma il numero uno Franco Bernabé, che nel recente piano industriale ha annunciato 4.500 ulteriori esuberi di personale, replica alle accuse: ‘I livelli occupazionali non erano coerenti con la dinamica della produttività’. Dopo la ristrutturazione annunciata, nei prossimi anni Bernabé promette che Telecom ‘allungherà il passo’. Uno sviluppo che partirà dalla rete fissa, dato che il gruppo continuerà ad investire, anche se rame e fibra sono destinate a convivere ancora per anni. ‘Telecom spogliata della rete sarebbe priva della sua ragione d’essere – ha detto l’ad – la rete ci permette di esprimere il nostro potenziale’. Non è d’accordo con il manager Beppe Grillo, che ha criticato la politica di remunerazione degli azionisti. ‘Pagare le cedole con 34 miliardi di debiti – ha detto il comico – è come se la tua casa andasse a fuoco, tu hai un secchio d’acqua e ti ci fai una doccia, così sei pulito’. Eppure Bernabé ha tagliato le cedole di Telecom di due terzi rispetto alla passata gestione. Secondo Grillo inoltre, esternalizzare gli ingegneri equivale a toglierle a Telecom la possibilità di un futuro. ‘Telecom è morta ma gli si possono ancora espiantare gli organi – ha concluso Grillo – prima che sia tardi vendete a Telefonica’. Bernabé ha invece ribadito che ‘Telecom è un’azienda viva e dinamica con ottime potenzialità’. Gli azionisti e i dipendenti intervenuti ieri a Rozzano hanno inoltre chiesto ai vertici di dare il buon esempio, tagliandosi lo stipendio.

Quello 2009 di Bernabé è aumentato del 76%, ma l’ad devolverà parte del suo bonus da 1,3 milioni, per finanziare gli studi all’estero dei figli dei dipendenti Telecom. ‘Lo stipendio di questi manager è calcolato su criteri oggettivi – ha replicato Luigi Zingales presidente del comitato remunerazione – e il bonus di Bernabé che verrà pagato quest’anno sarà inferiore del 30%’. L’ex senatore Elio Lanutti, presidente dell’associazione dei consumatori Adusbef e Franco Lombardi dell’associazione dei piccoli azionisti Asati, hanno invece richiesto al management di fare l’azione di responsabilità contro la passata gestione per i danni arrecati a Telecom dalla vicenda delle intercettazioni, delle sim false e del caso Sparkle. ‘I soddisfacenti risultati conseguiti nel 2009 sono stati offuscati dalla vicenda Sparkle – ha commentato il presidente Gabriele Galateri –. Abbiamo incaricato i legali perché valutino sulla base delle circostanze note, di quelle che stanno emergendo in sede processuale e in altre sedi, se si siano verificate violazioni da parte di soggetti non imputati nel procedimento penale’. Gli estremi raccolti finora, a giudizio del Collegio sindacale, non sono sufficienti per intentare l’azione di responsabilità. Dopo otto ore di assemblea i soci hanno approvato il bilancio, un piano di incentivi in azioni per i dipendenti e la nomina di Mauro Sentinelli nel consiglio. La Findim di Marco Fossati, socia al 4,9 di Telecom, per protesta ha disdettato l’assemblea”. (red)

 

 

17. Exor, avanti su Fiat e altri dossier

 Roma - Scrive LA STAMPA: “Exor, la società d’investimenti della famiglia Agnelli, è pronta a beneficiare dello scorporo Fiat e a fare nuovi investimenti in un 2010 ‘iniziato bene’. Nessuna intenzione da parte della famiglia di sciogliere l’accomandita Giovanni Agnelli e C., di cui John Elkann diventerà presidente il 14 maggio, né di ridurre le categorie di azioni della holding del gruppo. Anzi, ‘quello di cui si parla - ha detto Elkann - è la possibilità di un’accomandita in cui ci saranno dei rappresentanti della famiglia che devono essere di tutti i rami’. Tra i temi dell’assemblea dei soci, a cui hanno assistito numerosi studenti del Politecnico di Torino, delle Facoltà di Economia e Legge e anche molti studenti del master della Scuola di alta formazione al management, c’è stato il futuro della Juventus, dopo la decisione di affidare la presidenza ad Andrea Agnelli per voltare pagina dopo un deludente campionato. Ma ha tenuto banco anche Fiat dopo la separazione delle attività industriali da quelle dell’auto. ‘Manterremo il nostro interesse azionario - spiega Elkann - sia in Fiat sia in Fiat Industrial. È un investimento importante perché siamo convinti delle prospettive e del valore delle due società. Vogliamo assicurare, tramite cariche sociali e la presenza di uomini designati da Exor in entrambi i cda, il buon andamento e il raggiungimento di obiettivi che consideriamo coraggiosi ma realisti’. Insomma, ‘appoggio pieno dell’azionista’, dice Elkann e definisce il piano presentato il 21 aprile ‘ambizioso ma credibile, che fa chiarezza all’orizzonte per i prossimi 5 anni’.

Ricorda anche ‘l’impegno forte sulle sue radici, visto che molto di quello che la Fiat farà nei prossimi cinque anni sarà determinato dall’Italia’. ‘L’Auto - afferma Elkann - non ha bisogno di soci. C’è una collaborazione forte con Chrysler ed è quella su cui stiamo lavorando’. Il presidente di Exor e Fiat ribadisce la disponibilità a diluire la quota di controllo perché è meglio ‘essere azionisti di una grande Fiat o di una Fiat più grande piuttosto che impedire che questo avvenga’. ‘Il ritorno degli Agnelli è un buon punto per me di chiusura e per John Elkann di partenza’ ha detto poi il presidente dell’accomandita Giovani Agnelli e C. e presidente d’onore di Exor, Gianluigi Gabetti, commentando i nuovi assetti del gruppo, che vedono John Elkann alla presidenza della Fiat e fra qualche giorno assumere anche quella dell’accomandita e Andrea Agnelli ai vertici della Juve. Exor vuole poi continuare a investire in nuove attività. Elkann precisa che preferisce non parlare di asset strategici e non ma di investimenti capaci di soddisfare i requisiti di Exor. ‘Riteniamo che nel corso dell’anno - dice Elkann - si presenteranno opportunità per investire, in particolare in Europa e Usa’.

L’interesse è anche per i Paesi emergenti, Russia, India e Cina, ma è chiaro che ‘se si presenteranno opportunità in Italia siamo interessati e sapremo coglierle’. Resta aperto il dossier Kbl, la private bank belga: ‘È un settore che ci piace - spiega l’ad di Exor, Carlo Sant’Albano - Kbl è interessante ma ci devono essere le condizioni giuste per investire’. Sant’Albano ha aggiunto, poi, di essere soddisfatto dei buoni risultati di Alpitour, la società del gruppo leader nel turismo. Il 2010 per Exor è iniziato bene. Basti pensare che nei primi 4 mesi il valore del Nav (Net asset value) è cresciuto dell’8%. Al netto del valore di Fiat è cresciuto del 16%. ‘Ci sono tanti progetti in corso - sottolinea Elkann - e quest’anno la maggior parte delle nostre società sarà in grado di distribuire dividendi. In un contesto molto difficile, nessuna società del gruppo ha richiesto capitali’. L’assemblea dei soci Exor ha dato poi l’ok al bilancio 2009 chiuso con un utile netto di 88,8 milioni (49,1 milioni nel 2008) e deliberato la distribuzione di un dividendo di 0,27 euro per ogni azione ordinaria, di 0,3217 per ogni azione privilegiata e di 0,3481 per ogni azione di risparmio, per un totale di 67,9 milioni”. (red)

 

 

18. Marea nera, mobilitato il Pentagono

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Una catastrofe ecologica alla stregua di quella provocata dalla Exxon Valdez nel 1989 in Alaska, i cui effetti si faranno sentire ancora tra 50 anni. La fuoriuscita di petrolio dalla piattaforma della Bp Deepwater Horizon, sprofondata nel Golfo del Messico il 22 aprile, ha assunto col passare dei giorni i connotati di un’emergenza nazionale, costringendo la Casa Bianca e il Pentagono a scendere in campo. Ieri il presidente Barack Obama ha promesso una reazione ‘aggressiva’ per cercare di fermare la marea nera che nella giornata di venerdì, secondo il governatore della Louisiana Bobby Jindal, arriverà a toccare la costa a sud di New Orleans. ‘L’amministrazione userà ogni singola risorsa a disposizione per far fronte alla situazione’, ha detto Obama, annunciando l’impegno del dipartimento della Difesa e della Marina, che hanno già inviato mezzi e uomini nel Golfo del Messico. I militari accorsi nella zona stanno lottando contro il tempo per arginare il flusso, che, si è scoperto ieri, è cinque volte maggiore di quanto stimato all’inizio. ‘Abbiamo identificato una terza falla’, ha dichiarato un portavoce della Guardia Costiera, ‘la macchia cresce al ritmo di 5 mila barili di petrolio al giorno’, ha precisato, ‘cinque volte di più dei mille denunciati da Bp’. Per fermare la fuoriuscita, secondo gli ambientalisti, ci vorranno almeno tre mesi.

Col passare delle ore montano anche le polemiche sulla responsabilità del disastro. ‘La Bp è responsabile e dovrà finanziare i costi’, ha detto il segretario alla Sicurezza interna, Janet Napolitano. E il portavoce del presidente, Robert Gibbs, ha insistito sul fatto che alla compagnia petrolifera ‘verrà chiesto di rimborsare i soldi dei contribuenti spesi per l’emergenza’. Immediata la risposta dell’amministratore delegato di Bp, Tony Hayward, che in un’intervista alla Cnn, ha scaricato le responsabilità sulla Transocean, la società svizzera che ha affittato al colosso petrolifero britannico la piattaforma affondata. Le prime azioni legali sono già partite. Gli allevatori di gamberi della Louisiana — un’industria da 2,4 miliardi di dollari — hanno denunciato per negligenza e inquinamento la Bp, citando nella loro querela collettiva da 5 milioni di dollari anche Transocean e Halliburton, il gigante dell’energia di cui era capo l’ex vicepresidente Dick Cheney, che avrebbe effettuato ‘riparazioni’ forse all’origine dell’esplosione. Tra le vittime, oltre alla fauna e flora marina (sono 400 le specie di uccelli a rischio), c’è il piano di trivellazioni annunciato da Obama qualche settimana fa e che inevitabilmente subirà una battuta d’arresto. ‘Questa catastrofe evidenzia la necessità di investire in fonti di energia pulita alternative ‘ , commenta il New York Times, ‘come il parco eolico inaugurato a Cape Cod, il primo d’America’”. (red)

 

 

19. Gb, a Cameron l’ultimo duello tv

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Tre uomini si affrontano sul palcoscenico della Bbc, ma sopra le loro teste aleggia a mezz’aria, come in un dramma di Shakespeare, lo spettro di una donna. Gillian Duffy, la pensionata definita ‘una fanatica’ da Gordon Brown, tradito da un microfono che credeva spento e invece era acceso, è presente fin dall’inizio nel terzo dibattito televisivo della campagna elettorale britannica, l’ultimo, forse quello decisivo per sbloccare il sostanziale equilibrio fra i tre candidati. È Brown stesso che lo ricorda, ammettendo la sua disastrosa gaffe del giorno prima: ‘Il mestiere di primo ministro richiede di sapere fare molte cose, ed io non le faccio tutte bene, come avete visto da quello che è successo mercoledì’, l’allusione al suo estemporaneo incontro finito male con la pensionata. ‘Ma conosco piuttosto bene l’economia e il risultato è che la Gran Bretagna è uscita dalla recessione e ha ricominciato a crescere. Con me al governo, sarete sicuri che il timone dell’economia resta in buone mani. Io combatterò per il vostro futuro. Le politiche dei miei avversari invece lo metterebbero a rischio’.

Il premier laburista gioca tutto su questo: avrò un brutto carattere, sarò poco telegienico e non molto carismatico, faccio le gaffe, dice Brown agli elettori, ma m’intendo di economia e l’ho dimostrato, prima con un boom durato un decennio, poi con le misure giuste per uscire dalla crisi. ‘Così non va, bisogna cambiare, bisogna tagliare il deficit se vogliamo poter tagliare le tasse’, gli replica il conservatore David Cameron. ‘Questi due vi diranno che non è possibile governare in modo differente, invece si può, possiamo farlo, con il vostro sostegno’, critica entrambi, riecheggiando ancora una volta l’Obamiano ‘Yes we can’, il liberal-democratico Nick Clegg, l’uomo nuovo della campagna elettorale. Ma il duello tivù è soprattutto fra Brown e Cameron: il primo che vuole continuare a spendere denaro pubblico per rafforzare una fragile ripresa; il secondo che preferisce dare la priorità ai tagli nel deficit. Brown sembra convincente e sicuro di sé. Eppure i primi sondaggi a botta calda sulla sfida televisiva finale assegnano la vittoria a Cameron: nel primo, di YouGov, con il 41 per cento, seguito da Clegg con il 32, lasciando Brown al terzo posto con appena il 25. Nell’altro, della Comres, Cameron ha una vittoria più contenuta, 35 a 33 per cento, su Clegg, ma anche in questo Brown è terzo, con il 26. Una batosta per il premier laburista. Colpa di quello che ha detto nel dibattito, o della sua gaffe del giorno prima? L’economia era il tema principale del dibattito di ieri sera e sull’argomento sia Cameron che Brown hanno ricevuto nel corso della giornata un importante sostegno.

L’Economist, il settimanale considerato tra le testate più autorevoli del Regno Unito e del mondo, ha formalmente invitato i suoi lettori a votare per il leader dei Tory: ‘Noi non abbiamo lealtà precostituite, siamo solo per la libertà economica e politica’, si legge nell’editoriale della direzione del giornale. ‘In passato ci siamo schierati con Obama anziché con McCain, con Blair invece che con il conservatore Howard, con una successione di leader del centro-sinistra invece che con Berlusconi, perché pensavamo fossero più capaci di ispirare, più competenti e onesti. Ma in queste elezioni britanniche la priorità è ridurre il settore pubblico, non solo tagliando il deficit che è un terrificante 11,6 per cento del pil, ma limitando la presenza dello stato, che rappresenta ormai metà dell’economia nazionale. I conservatori, pur con tutti i loro difetti, sono più intenzionati a farlo, per questo voteremmo per loro’. Brown, in compenso, ha ricevuto la dichiarazione di appoggio di 100 illustri economisti, secondo i quali l’approccio giusto per risanare il debito nazionale è il suo, non quello del conservatore Cameron: ‘Soltanto quando la ripresa economica si sarà rafforzata si potranno imporre tagli alla spesa pubblica, tagli troppo frettolosi potrebbero mettere a rischio i posti di lavoro’, affermano. Tra sette giorni, le urne daranno l’ardua sentenza”. (red)

 

 

20. Il Belgio primo Paese Ue a vietare il burqa

Roma - “Tutti d’accordo, solo in due si astengono. Così – racconta IL GIORNALE -, anche nel pieno di una crisi di governo, i deputati belgi trovano l’accordo per introdurre il divieto assoluto di indossare il burqa nei luoghi pubblici, comprese strade, giardini e impianti sportivi. Nonostante l’incertezza politica che regna nel paese, il Belgio diventa la prima nazione occidentale a prendere la decisione di mettere al bando il velo integrale islamico, in attesa del via libera anche da parte del Senato che renderà definitivo il provvedimento, sempre che le Camere non vengano sciolte prima per indire elezioni anticipate. Battuta dunque sui tempi anche la Francia di Nicolas Sarkozy, il presidente che pure da tempo ha dichiarato guerra al velo islamico ma che solo a maggio vedrà una proposta di divieto, seppur non totale, approdare all’Assemblea generale. La proposta approvata ieri sera in Belgio prevede un’ammenda da 15 a 25 euro e/o una settimana di detenzione per chiunque si presenterà in un luogo pubblico col volto coperto o mascherato in tutto o in parte in modo da rendere impossibile l’identificazione. Il testo non parla esplicitamente di burqa o di niqab. Eccezioni sono previste per le feste di carnevale e vari esperti in Belgio hanno espresso dubbi sull’utilità di una legge di questo genere dato che regolamenti di polizia vietano di coprire il volto già in molti comuni belgi. Il testo e soprattutto il voto così schiacciante espresso dai deputati hanno però una valenza simbolica. Entro l’estate burqa e niqab, peraltro non troppo diffusi in Belgio, potrebbero sparire da strade, parchi, ristoranti, ospedali scuole e tutti gli edifici destinati al pubblico. Per i promotori dell’iniziativa si tratta non solo di assicurare la pubblica sicurezza ma di rispettare la dignità delle donne, assicurando il rispetto di principi democratici fondamentali.

Il clima attorno a provvedimenti del genere si va surriscaldando in Europa. Ferma la posizione del capo dello Stato francese, che proprio nei giorni scorsi - secondo indiscrezioni del giornale satirico Le Canard Enchaine - avrebbe detto: ‘Non prendiamo lezioni da paesi in cui le chiese sono vietate’. La dura affermazione è arrivata dopo che il ministro degli Esteri Bernard Kouchner, in occasione di un incontro di governo il 21 aprile, sulla questione del progetto di legge sul burqa, chiedeva al presidente ‘come reagiranno i paesi arabo-islamici’ di fronte a un divieto del niqab, esprimendo il timore di ‘infastidire gli Stati Uniti visto il loro concetto di libertà individuale’. Sarkozy avrebbe risposto: ‘Non prendiamo lezioni sui diritti umani dagli Stati Uniti, dal momento che la pena di morte viene ancora applicata in metà degli Usa, né prendiamo lezioni dai paesi in cui le chiese sono vietate, mentre noi in Francia abbiamo 1200 moschee’. Il primo ministro francese Francois Fillon si è premurato però nei giorni scorsi di rassicurare i musulmani francesi precisando che la legge sul divieto del niqab, il velo integrale, attualmente in fase di discussione, non è rivolta contro l’islam né contro i suoi precetti. Anche per questo Fillon ha ricevuto il presidente del Consiglio francese per il culto islamico, Muhammad al-Mousawi, nel quadro delle consultazioni avviate dall’esecutivo in vista della presentazione del progetto di legge anti-burqa”. (red)

 

 

21. Niente rock al Louvre, il veto di Carla sui concerti

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Al Louvre non si ballerà il rock. Il 18 e il 19 giugno, nella Cour Napoleon, proprio di fronte alla Piramide, il museo avrebbe dovuto ospitare i primi concerti per attirare un pubblico giovane organizzati dalla rivista di musica Les Inrockuptibles. Sul palco personaggi di primo piano come il libanese Mika, il gruppo francese Phoenix, gli americani Vampire Weekend e l’attrice e cantante Charlotte Gainsbourg. All’ultimo momento, però, è saltato tutto. Ufficialmente per un veto del ministro della cultura Frédéric Mitterrand che ha giudicato l’iniziativa inappropriata per ‘un monumento storico estremamente fragile’ e per la scelta della data, quel 18 giugno anniversario dell’appello ai francesi del generale De Gaulle da Radio Londra. Ma non sono in pochi ad insinuare che ad affondare il Louvre in versione rock sia stata Carla Bruni Sarkozy. Il primo è stato, mercoledì scorso, il Canard Enchainé secondo il quale la première dame avrebbe voluto evitare che la manifestazione interferisse con Solidays, il festival organizzato dal 25 al 27 giugno all’ippodromo di Longchamps dalla Solidarité Sida, un’associazione di lotta contro l’Aids il cui fondatore e direttore Luc Barruet è uno stretto amico di Carla. ‘Barruet — ha raccontato furibondo Dominique Revert, delle Alias Productions, produttore esecutivo dei concerti insieme a Inrock — mi aveva chiamato tre mesi fa dicendomi che avrebbe fatto di tutto per opporsi al progetto ricorrendo alla sua rete di conoscenze’.

Detto, fatto. Quando ormai tutti i dettagli erano stati messi a punto: le misure di sicurezza vagliate dalla prefettura, gli ingaggi degli artisti confermati, i contratti con i fornitori approvati. Ecco che due giorni prima dell’annuncio ufficiale arriva il veto di Mitterrand. Un fulmine a ciel sereno. ‘Poco prima di Pasqua — racconta ancora Revert — la prefettura ci aveva assicurato il suo assenso. L’unica richiesta era stata quella di ridurre il numero dei partecipanti da 20mila a 15mila e di assicurare che tutto sarebbe finito entro la mezzanotte. Cosa che noi avevamo garantito’. Un voltafaccia che nella redazione di Les Inrock non vogliono mandare giù. Il Canard Enchainé racconta di una telefonata dai toni piuttosto accesi tra il direttore del settimanale e Carla Bruni. E sul sito della rivista è cliccatissimo un articolo-appello al ministro della cultura dal titolo: ‘Signor Mitterrand i gruppi vogliono suonare e i fan vogliono ascoltare’. Il testo è graffiante: ‘Noi Inrockuptibles siamo ingenui, pensavamo che dopo il ‘68 soltanto un ministro dell’Interno potesse vietare un concerto. E, invece no, il ministro della cultura ora ci impedisce di organizzarne due. Ma noi siamo ingenui e pensiamo ancora di poter convincere il signor Mitterrand che due concerti di rock nel mese di giugno non faranno vacillare né la Repubblica, né Parigi, né il Louvre. Ameno che— è l’insinuazione del settimanale— lui non obbedisca ad altri obblighi’. Un riferimento, neanche troppo velato, a madame Carla”. (red)

Il fumetto del razzismo

Prima Pagina 29 aprile 2010