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Turchia in Europa: perché?

Prima di Pasqua una delle notizie semi-oscurate dai media di regime ha riguardato il discusso ingresso della Turchia nell’Unione Europea. In visita ad Ankara, il cancelliere tedesco Angela Merkel, condendolo dei rituali sorrisi e strette di mano, non ha concesso nulla di sostanziale al premier turco Recep Erdogan. Si è limitata ad appoggiare una vaga e fumosa “privileged partnership”, una collaborazione privilegiata che suona come un non impegno. Al nocciolo duro dell’Europa costituito da Francia e Germania non va a genio l’entrata del paese asiatico. Un po’ perché questo farebbe saltare la politica di contenimento dell’immigrazione turca praticata da decenni soprattutto a Berlino, ma soprattutto per evitare di ritrovarsi per intero nella casa comune europea il cavallo di troia degli Stati Uniti. La Turchia, infatti, fa parte da tempo della Nato, che come si sa è un fantoccio di Washington. Il quale però vuole accrescere il suo peso ricattatorio nei palazzi di Bruxelles, consolidando il proprio controllo della penisola anatolica, considerata alla stregua di una gigantesca porta-missili in funzione anti-russa. 

Ora, quando si dice “Turchia” si deve distinguere fra due centri di potere. C’è quello uscito dalle urne, che vede al potere un partito islamista, quello di Erdogan, che ha accettato la modernità e l’alleanza con gli Usa ma che è restìo a svendere la propria sovranità militare, e di conseguenza nazionale. E poi c’è l’esercito, tradizionale bastione di difesa dell’ordinamento laico risalente a Kemal Ataturk, che invece spinge per una sempre più stretta integrazione con la Nato. Quando si dice Europa, invece, ci sono i contrari per solidi motivi geopolitici e sociali, come i francesi e i tedeschi. E poi ci sono gli anti-turchi pretestuosi, o meglio strumentali, come i leghisti italiani. I quali professano un no basato su una convinzione idealmente anche giusta, oserei dire lapalissiana, e cioè che i turchi non sono, per storia, cultura e tradizioni, europei; ma parlano a vanvera, perché questa loro opposizione “etnica” fa a pugni con la realtà di un’Unione fondata esclusivamente su basi economiche, finanziarie e monetarie. Non si vede perché la Turchia, forte mercato per le principali economie europee, non possa essere accolta alla pari dal momento che i criteri d’ammissione non hanno mai avuto a che fare con motivazioni culturali e politiche in senso storico-ideale, ma soltanto di puro interesse quattrinesco. Come avviene col pedigree “democratico” richiesto a ogni uomo sulla faccia della terra, anche il feticcio dell’inesistente “patriottismo europeo” si rivela un paravento, una balla, uno slogan. Purtroppo. 

 

Alessio Mannino

 

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