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Leghismo, federalismo, localismo e italie separate (in una)

Il divario fra Italia settentrionale e meridionale è una questione vecchia come l’unità del cui centocinquantesimo anniversario dovremo sorbirci l’ampollosa retorica di qui a tutto il 2011. La manifestazione dei sindaci lombardi svoltasi ieri a Milano (con l’eccezione proprio del primo cittadino milanese Letizia Moratti), iniziativa di marca leghista contro un governo il cui azionista forte è la Lega, costituisce l’ultimo sussulto della differenza economica, sociale e anche culturale fra Nord e Sud. Lassù enti locali generalmente in buona salute quando non straripanti di quattrini, che chiedono di allentare i cordoni della borsa stretti dal Patto di Stabilità – una servitù di derivazione europea – mentre giù in basso un tessuto amministrativo che riflette una società che va avanti grazie all’economia in nero, all’infiltrazione criminale, al clientelismo diffuso e all’assistenzialismo statale. Nelle regioni padane vogliono meno Stato, in quelle del Mezzogiorno, se non ci fosse lo Stato, Regioni Province e Comuni dichiarerebbero fallimento domani mattina. 

Ora, a parte la mancanza di serietà degli amministratori del Carroccio che protestano contro Roma dove i loro ministri e parlamentari ratificano quegli stessi tagli, aiutini e strette finanziarie incriminate, le diversità locali pullulanti nelle penisola ci sembrano, dopo un secolo e mezzo di tentativi falliti perché artificiosi e artificiali, irrisolvibili nella prospettiva dell’uniformità a qualsiasi costo. La via federale sognata da Cattaneo nell’Ottocento è l’unica strada auspicabile se si vuole liberarne le energie dall’ottusità centralista. Energie che sono floride anche al Sud, e il gigantesco sommerso ne è la prova provata. L’ostacolo è di tipo ideologico: non si vuole ammettere che Napoli, Cosenza o Bari debbano sottostare a regimi istituzionali e ordinamenti fiscali totalmente diversi da quelli di Torino o Venezia. E si dà per scontato che le sperequazioni di reddito siano da compensare per far restare al traino del Nord le più povere zone meridionali. Ma perché mai, di grazia, il tenore di vita, e quindi le tasse e i servizi, devono essere per forza uguali dappertutto? Per quale motivo, poniamo, se vivo in uno splendido, minuscolo paesino come Erice in Sicilia, dove l’auto la prendo giusto se voglio fare una commissione a Palermo, devo pompare soldi pubblici come in una delle pulviscolari cittadine della (ahimè) “metropoli diffusa veneta”? Non pretendo di affrontare e chiudere il problema federale in queste poche righe, ma a mio avviso il nocciolo sta tutto qui: nel ritrovare le ragioni della diversità. Della particolarità. Dell’unicità, se vogliamo dirla tutta. Nel tanto bistrattato Medioevo, una complessa ma saggia legislazione di diritti particolari, mirati, territoriali (per non parlare di quelli corporativi, etnici, ecc) garantiva ad ogni luogo una sua propria condizione di autogoverno, a patto rispettasse l’autorità superiore del monarca di turno. Con le dovute proporzioni, è ad un modello il più possibile localistico, vorrei dire libertario, che bisognerebbe guardare per ridare all’Italia la conformazione politica che le è più adatta: quella di essere tante Italie contemporaneamente in una. Ma noi ci tocca discutere dell’araba fenice leghista, quel federalismo messianico e cadregaro che sta sempre per arrivare e non arriva mai. Il leghismo non è – non è più – il campione del federalismo: ne è il profittatore e il becchino.

 

Alessio Mannino


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