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La crisi è “sistemica”. Ma il “sistema” non si tocca

Lo hanno detto sia Trichet che Tremonti. E non in maniera velata e comprensibile solo agli esperti, ma nel modo più diretto che si possa immaginare. Testualmente: «Attenzione, siamo di fronte ad una crisi sistemica» (Trichet) e «l’estensione della crisi è sistemica e la soluzione può essere solo comune e politica» (Tremonti). Il passaggio successivo, secondo logica, dovrebbe essere altrettanto netto. Se il problema è “sistemico” c’è da chiedersi che cosa non vada bene nel sistema, ovverosia se il punto debole risieda nella gestione oppure nei presupposti. Nel mondo degli effetti o in quello delle cause. O magari – ed è questo il nostro caso – in entrambi.

Trichet e Tremonti, ovviamente, non ci provano nemmeno. Trichet perché non è altro che un funzionario, sia pure di altissimo livello, che si è formato nella pubblica amministrazione francese e che non si sogna neanche lontanamente di mettere in discussioni gli interessi e i dettami degli enti per cui lavora. Tremonti, invece, perché il suo ruolo politico lo obbliga a non uscire troppo allo scoperto, con le sue critiche a quelle esasperazioni liberiste che egli stesso ha bollato come “mercatismo”. Ammesso che tali critiche siano sincere, e non finalizzate soltanto a restituire un minimo di credibilità etica a una società sempre più squilibrata a vantaggio dei ricchi, le sue idee cozzano col suo status di ministro dell’Economia dell’Italia, Paese che non è certo in condizione di agire di testa propria e di imporre agli altri le sue scelte. 

Che gli piaccia o meno, Tremonti è come il rappresentante di una filiale periferica di una grande banca: quand’anche ritenga che il credito alla clientela andrebbe concesso in maniera più equa, e meno speculativa, all’atto pratico deve chinare la testa e sottostare alle regole. I suoi sono condannati a restare auspici, blandi suggerimenti, rivendicazioni astratte. È il classico limite, il classico fallimento, del cosiddetto pragmatismo. A forza di essere realistici ci si impantana nella realtà. Non erano solo piccoli passi, laddove ci sarebbero voluti dei balzi poderosi per smettere di affondare nel fango e per uscire dalla palude. Erano passi in tondo, che non portavano da nessuna parte.  

Al di là delle motivazioni, comunque, il risultato finale è il medesimo. Trichet e Tremonti, così come tutti gli altri che si muovono nella stessa ottica, parlano di crisi sistemica in senso riduttivo. Il messaggio che intendono diffondere non è affatto quello di una ricerca degli effettivi colpevoli e di un ripensamento a 360 gradi. Al contrario: ciò che vogliono far passare è l’idea che la risposta alla crisi consista nel serrare i ranghi e nel rinsaldare i legami reciproci. L’unione (europea) fa la forza. Ci siamo indebitati tutti insieme (chi più e chi meno) e tutti insieme ne usciremo. Germania e Portogallo, Francia e Grecia, i grandi soci fondatori dell’Ovest e i piccoli soci aggiuntivi dell’Est. 

Nel calderone generale le differenze si attenuano e le responsabilità specifiche si dissolvono. Chiaro, no? Sono i popoli nel loro complesso che devono rimboccarsi le maniche e sobbarcarsi i sacrifici necessari a riequilibrare i conti in dissesto. Poveri e ricchi, disoccupati che non sanno più come sbarcare il lunario e nababbi che non sanno più come sbancare la Borsa. Rimuovete la patina illusoria, e sempre più sottile, del welfare, e apparirà lo stesso schema – lo stesso sistema – degli Stati Uniti d’America nel 1929: Wall Street fece il botto e arrivò la Grande Depressione. Un mucchio di gente si ritrovò in miseria. Un mucchio di miliardari continuò a prosperare come se niente fosse. 

Federico Zamboni

Secondo i quotidiani del 10/05/2010

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