Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 10/05/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Un piano d’urto fino a 600 miliardi” e in un box: “La Merkel sconfitta alle elezioni regionali”. Editoriale di Francesco Giavazzi: “Il passo giusto non basta”. Al centro: “Inter e Roma vincono: sfida scudetto fino al’ultimo minuto” e “Appalti, così la ‘cricca’ dava consulenze d’oro ai professionisti amici”. In basso: “L’innamoramento da fuga? Senza un progetto, fallisce” e “‘Minacciato per il decreto sulla lirica’”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Ue, piano anti-crisi da 600 miliardi” e due commenti: “Coe far piangere gli speculatori” e “Ma non serve la caccia all’untore”. Al centro: “Anemone e i Servizi, indaga il Copasir” e “La Merkel punita dai tedeschi. In Westfalia sorpasso della Spd”. Di spalla: “I 150 anni di un Paese orgoglioso ma diviso”. A fondo pagina: “Addio buco nell’ozono, nel 2080 si chiuderà” e “Vincono Inter e Roma, scudetto al fotofinish”.

LA STAMPA – In apertura: “Un euroscudo da 600 miliardi”. Editoriale di Vittorio Emanuele Parsi: “Duro colpo al sogno dell’Europa”. Al centro: “Obama: ‘Noi e Mosca contro i nuovi nemici’”. In basso: “Malinconico campionato: hanno vinto gli ultrà”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Per le multe regole tutte nuove” e l’editoriale: “Linea dura senza perdere il buon senso”. A centro pagina: “Intercettati 140mila ‘bersagli’” e fotonotizia “Alle frontiere della luce. La rivoluzione delle lampade led”. Di spalla: “L’odissea per ottenere i fondi Ue sulla ricerca”. In basso: “Il sindaco al computer scova i furbi dell’Isee”.

IL GIORNALE – In apertura: “L’euro è in guerra, l’Italia ce la farà”. In taglio alto: “Di Pietro nei verbali della cricca”. Al centro la foto-notizia: “Bertolaso pensa alle dimissioni”. Di spalla: “Silvio e Veronica, fine normale di nozze speciali” e “Macché vulcano: lasciati a terra da una statistica”. A fondo pagina: “La partigiana Fallaci fa a pezzi l’antifascismo”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Piano salva-Stati da 600 miliardi” e in due box: “Un banco di prova per l’Europa politica” e “Casini: è vera emergenza, serve unità nazionale”. Editoriale di Pierpaolo Benigno: “Se tocca all’euro salvare l’Europa”. Al centro: “La Roma non molla: con Totti resta in corsa. Lazio, si volta pagina” e “Bondi sotto tiro, la cricca sale in Lombardia”. In un box: “Colosseo, crollano pezzi d’intonaco”. A fondo pagina: “Voto regionale, punita la Merkel” e “Nube vulcanica, scali aperti”.

IL TEMPO – In apertura: “Bombetta inglese”. Di spalla: “L’ultima balla della sinistra”. Al centro la foto-notizia: “La foto della vergogna, disabile bloccata in metrò” e “Effetto dell’eurocrisi. Federalismo a rate”.

IL FOGLIO – In apertura: “Tenetevi forte, l’euro potrebbe finire”. A sinistra: “Delitti”. A destra: “Amori”. In basso: “Quella petulanza antimafia che è il risvolto dell’omertà”.

L’UNITÀ – In apertura: “Stelle cadenti”. (red)

 

 

2. Ue, piano anti-crisi da 600 miliardi

Roma - Scrive IL GIORNALE: “Un piano ‘salva-euro’ da 600 miliardi con la partecipazione del Fondo monetario internazionale. È la proposta avanzata in piena notte al vertice dei ministri finanziari europei, riuniti a Bruxelles, su cui si sarebbe coagulato il consenso dei principali Paesi dell’area, Germania in prima fila. Con una forza d’urto da 600 miliardi l’Europa dovrebbe poter affrontare senza timori la riapertura dei mercati di stamattina, dopo i duri colpi incassati da parte della speculazione la scorsa settimana. Il pacchetto d’intervento dovrebbe essere così composto: 60 miliardi di euro dalla Commissione, che utilizzerà il fondo finora destinato agli aiuti ai Paesi non a moneta unica (come Ungheria, Romania e Lettonia); 440 miliardi di garanzie dai Paesi dell’area; infine, linee di credito per 100 miliardi di euro da parte del Fmi. Insomma, una proposta ‘stile Atene’: anche nel caso del salvataggio greco è stato varato, infatti, un pacchetto misto Ue-Fmi per 140 miliardi in tre anni. Proprio ieri il Fondo monetario ha dato il via libera ufficiale ai 30 miliardi in tre anni destinati al governo di Atene.

 

La proposta di inserire il Fmi nel pacchetto salva-euro sarebbe emersa nel corso di conversazioni tra il presidente americano Barack Obama, il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy. ‘È un’arma formidabile contro la speculazione - commentano fonti della Commissione Ue - : se l’Europa è determinata, è impossibile che la speculazione attacchi Paesi come Spagna e Portogallo’. Ai governi di Madrid e Lisbona, tuttavia, i ministri finanziari dell’Ecofin (Giulio Tremonti per l’Italia) hanno chiesto un impegno immediato a varare misure aggiuntive di bilancio per correggere i conti fin da quest’anno. Spagna e Portogallo dovranno realizzare manovre aggiuntive pari all’1,5% del Pil nel 2010, e del 2% nel 2011. (...)”. (red)

 

 

3. Ue, il “puzzle” degli interventi

Roma - LA REPUBBLICA propone il racconto del vertice dei 27 che si è tenuto ieri a Bruxelles: “A ora di pranzo la Commissione europea ha approvato il piano di salvataggio chiestole venerdì dai capi di Stato e di governo della moneta unica. Quindi lo ha consegnato ai ministri dell’Ecofin con l’obbligo di chiudere i negoziati in tempo per affrontare l’apertura notturna delle Borse asiatiche con un messaggio in grado di bloccare gli attacchi all’euro. Il piano di Bruxelles ruotava tutto intorno ad una piccola sigla: ‘AAA’. Ovvero la forza e la credibilità della Commissione Ue e del suo ‘rating perfetto’, il migliore reperibile sul mercato. L’idea era quella di mettere insieme un gigantesco portafoglio per soccorrere gli stati messi in ginocchio dai mercati. Una carta di credito senza limiti di spesa gestita direttamente dal commissario Ue alle Finanze, il finlandese Olli Rehn, alimentata da 60 miliardi già nelle casse di Bruxelles e rimpinguata alla bisogna dalla vendita di titoli sul mercato, un sorta di Eurobond garantito dal bilancio Ue e dei governi. Con un pregio su tutti: l’immediatezza degli interventi decisi direttamente da Bruxelles sarebbe stata l’arma perfetta per convincere gli speculatori a lasciare in pace l’Europa. Tanto che il progetto è stato definito dai suoi ideatori ‘completo e ambizioso’.

Ma la situazione è precipitata prima ancora che i ministri delle finanze iniziassero il vertice. A lanciare il segnale sbagliato nel momento sbagliato sono stati, e non è certo una novità, gli inglesi. Alistair Darling, Cancelliere dello Scacchiere uscente, ha avvisato tutti che Londra pur volendo difendere l’economia del vecchio Continente ‘non pagherà’ una sterlina per salvare l’euro. Una presa di posizione che ha mandato per aria l’impegno a non far trapelare all’esterno segnali di rottura in seno all’Ecofin per massimizzare l’impatto emotivo dell’annuncio del piano agli occhi dei mercati. Agli inglesi ha risposto la ministra francese Lagarde: ‘Mai dire mai’. E superato lo shock iniziale i ministri si sono messi al lavoro per aggirare l’ostacolo posto da Londra. I sudditi di sua maestà, come tutti i cittadini dei paesi Ue fuori dall’euro, pagheranno solo una parte delle eventuali spese. Tranne i volontari. E subito si sono fatti avanti Svezia e Polonia. Ma a dimostrare quanto fosse difficile mettere in piedi in un solo weekend il piano di salvataggio più grande della storia ci hanno pensato i tedeschi. Angela Merkel dopo la batosta rimediata proprio ieri nelle elezioni in Nordreno Westfalia ha ripreso a tirare il freno a mano, come aveva fatto per tutta la campagna elettorale facendo precipitare la situazione greca ed europea.

Fiutato l’andazzo dall’altra parte dell’Atlantico il presidente Obama - preoccupato che il crollo della moneta unica possa soffocare anche l’economia Usa - ha chiamato per la terza volta in poche ore la Cancelliera chiedendole misure ‘energiche’ per raffreddare i mercati. Quindi a squillare è stato il telefono di Sarkozy, con il quale Barack ha concordato la necessità ‘di un grande accordo’ per salvare l’euro. Poco dopo il francese ha chiamato la collega tedesca ottenendo un comunicato congiunto sulla completa sintonia tra Parigi e Berlino. Ma non è bastato a ridare slancio alla riunione dell’Ecofin, nella quale si è anche sfiorato il dramma quando, intorno alle sei pomeriggio, il ministro delle finanze tedesche Wolfgang Schauble si è sentito male ed è stato ricoverato d’urgenza. Quindi è stato rimpiazzato dal ministro degli Interni Thomas De Maziere. Ma alla ripresa dei lavori mettere insieme il puzzle del piano si è rivelato sempre più difficile. Appoggiata dai falchi di sempre - Austria e Olanda - la Germania si è opposta alla creazione ‘di un Bancomat illimitato a disposizione degli stati cicala’ (il copyright della frase è di un diplomatico anglosassone).

Berlino ha insistito sul fatto che chi sarà salvato dovrà accettare una cura da cavallo per rimettere a posto i conti. Una richiesta di fronte alla quale spagnoli e portoghesi si sono ribellati, per paura di vedere le loro economie soffocate dalla stessa medicina ingerita per salvarle. Per non parlare del terrore di rivedere nelle loro città gli stessi scontri di piazza vissuti da Atene. Ma soprattutto i tedeschi hanno chiesto che il ruolo di Bruxelles nell’attivazione dei salvataggi fosse ridimensionato, minando la rapidità di risposta necessaria per fronteggiare gli attacchi. A questo punto l’Ecofin è stato sospeso e si sono riuniti i tecnici per mettere a punto una nuova proposta. E quando è uscita si è capito che era made in Germany. Al ribasso rispetto a quella della Commissione: un pacchetto di 600 miliardi dei quali 60 provenienti da Bruxelles, 440 dagli stati di Eurolandia con prestiti bilaterali e 100 dal Fondo monetario internazionale. Una cifra definita ‘colossale’ per sperare nell’effetto annuncio in grado di bloccare i mercati, ma un meccanismo debole per metterla in campo. Dall’automatismo del piano iniziale si è tornati alla procedura lunga e complicata adottata per salvare la Grecia e nella quale le bizze di un governo potrebbero minare quella prontezza di risposta fondamentale per scoraggiare i mercati. Inoltre a Madrid e Lisbona sono stati chiesti pesanti sforzi aggiuntivi per accedere al piano: un taglio supplementare dell’1,5% del deficit quest’anno e del 2% nel 2011.

E mentre la guerriglia diplomatica continuava a segnare la notte di Bruxelles dove si continuava a cercare un accordo, da Basilea i governatori delle banche centrali e il presidente della Bce Trichet hanno seguito i negoziati con il fiato sospeso. In ballo il ruolo che la Bce, pur nella sua indipendenza, dovrà assumere per contribuire a salvare l’euro, consapevole che a un certo punto potrebbe essere chiamata ad acquistare i titoli di Stato non più vendibili sul mercato dei governi sotto attacco speculativo. ‘Possiamo contare sulla Banca centrale europea - ha indicato da Bruxelles il commissario Ue al Mercato interno Michel Barnier - siamo certi che pur nella sua indipendenza farà il necessario’. Intanto le linee telefoniche tra le varie cancellerie europee erano intasate. Berlusconi, Sarkozy, la Merkel e gli altri leader sono rimasti in contatto tra loro e con i rispettivi ministri impegnati a Bruxelles. In serata a Parigi e Berlino i governi si sono riuniti in fretta e furia per esaminare le proposte che piovevano dall’Ecofin, dove lo scontro si è protratto ben oltre il termine delle 11 di sera che si erano dati i ministri. Si vedrà oggi se la lunga battaglia sarà servita a spaventare i lupi e salvare l’euro”. (red)

 

 

4. Ue, Londra gela l’Ecofin: Non aiuteremo

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “(...) È facile capire come apparisse fantasioso pensare che il Regno Unito potesse aderire al fondo anticrisi in discussione all’Ecofin. Le dichiarazioni del ministro delle Finanze, Alistair Darling, hanno seppellito le illusioni. Intervistato da Sky ha detto: ‘Credo che sia importante per noi fare tutto il possibile per stabilizzare i mercati ma voglio essere chiaro: se c’è una proposta di creare un fondo di stabilizzazione per l’euro deve essere di pertinenza dei Paesi dell’area-euro’. C’era forse da attendersi il via libera di Londra? Il quadro politico nel Regno Unito di questi giorni è tale da impedire all’esecutivo qualsiasi atto che sia fuori dall’ordinaria amministrazione. Lo richiede la prassi costituzionale nei momenti di transizione: il premier uscente resta in carica per gli affari correnti, specificatamente indicati. Per tutto ciò che va aldilà, prima di procedere, ha il dovere o di astenersi o di consultarsi anche con le opposizioni. L’Europa è un tema delicato sul quale laburisti, conservatori e liberal democratici hanno duramente polemizzato in campagna elettorale. Ora che dal voto non è uscita una maggioranza sicura e che conservatori e liberal democratici stanno esplorando l’ipotesi di un ‘new deal’ per formare un nuovo governo, Gordon Brown non aveva i poteri per assumersi la responsabilità di aderire a un fondo europeo.

Avrebbe potuto soltanto con l’assenso di David Cameron e di Nick Clegg. Ecco perché, sabato, il suo ministro delle Finanze, Alistair Darling, ha consultato i ‘ministri ombra’ delle finanze sia dei conservatori sia dei liberal democratici, per portare a Bruxelles una posizione condivisa. Il no inglese è dunque dettato da contingenti ragioni di carattere costituzionale. Ma anche da fondate considerazioni politiche: dando l’assenso al fondo anticrisi, Gordon Brown si sarebbe esposto al fuoco incrociato delle critiche. Così facendo ha però proiettato l’immagine di un esecutivo che già parla il linguaggio dei conservatori. Ieri l’Observer ha pubblicato un memorandum segreto di William Hague, il futuro ministro degli Esteri nel caso in cui i Tory dovessero insediarsi a Downing Street. Si tratta di una ‘bozza di lettera’ a David Cameron in cui Hague illustra quello che dovrebbe essere il suo messaggio all’Europa, in qualità di eventuale numero uno al Foreign Office. Recita così: ‘Le relazioni della Gran Bretagna con l’Europa sono cambiate con la nostra elezione, siamo fermamente contrari ad ogni ulteriore integrazione’. sarà solo un caso ma le dichiarazioni del laburista Alistair Darling (sostanzialmente ciò che riguarda l’euro non riguarda noi) sembrano l’eco di altre voci londinesi, quelle di chi sta per sostituire i laburisti al governo”. (red)

 

 

5. Ue, la Bce comprerà i bond europei

Roma - Scrive LA STAMPA: “Da oggi la Banca centrale europea non sarà più la stessa. Con una svolta che sconcerterà alcuni, ma che potrebbe rivelarsi decisiva, interverrà sui mercati contro la speculazione. Acquisterà - forse non subito - titoli di Stato dell’area euro che i mercati stavano sempre più deprezzando, per sostenerne i corsi e abbassare così i tassi di interesse che gli Stati pagano. Un’eresia, secondo i dogmatici specie di scuola tedesca. Una mossa azzardata, se si fosse configurata come la descrivevano alcune indiscrezioni. Però, chiarisce la Bce, i principi di base dell’unione monetaria restano saldi. Non c’è la minima intenzione di finanziare i deficit pubblici stampando nuova moneta, come si faceva in molti Stati fino agli anni ‘70; non saranno aggirati i Trattati europei, che lo vietano. L’intervento della Bce si svolgerà sui ‘mercati secondari’ ossia quelli dove si scambiano i titoli di Stato già emessi. Si spera che la speculazione al ribasso batta in ritirata, di fronte al rischio di perdere la scommessa. Di operazioni temporanee sui mercati secondari le banche centrali ne hanno sempre fatte, comprando e vendendo, soltanto non in questa misura. Sarà comunque meno di quello che ha fatto finora la Banca d’Inghilterra a sostegno dei titoli britannici, senza per ora provocare nessun disastro.

Non ci sarà nessuna mossa disperata, tipo attingere alle riserve o altro. La contro-scommessa potrebbe rivelarsi perfino vantaggiosa, se in seguito il mercato concluderà di avere sottovalutato la credibilità di alcuni paesi; i titoli sarebbero rivenduti con guadagno. Qualora invece il giudizio su alcuni paesi continui a restare negativo, subentrerà il Fondo approvato dai governi ieri; non sarà la Banca centrale a farsi carico in permanenza di quei titoli (cosa che comporterebbe creazione di moneta, dunque inflazione), saranno gli Stati a spartirsi il costo. Non è stato facile per il vertice della Banca centrale arrivare a questa scelta, che la Bundesbank avrebbe voluto evitare (pur se nelle ultime settimane il suo pensiero si era rapidamente evoluto) e sulla quale lo stesso presidente Jean-Claude Trichet aveva dubbi. Il consiglio direttivo si è riunito due volte ieri, con lo strumento della teleconferenza dato che Trichet, Mario Draghi e altri si trovavano a Basilea, il vicepresidente Lucas Papademos a Bruxelles e altri erano bloccati dalla cenere vulcanica.

Per comunicare i provvedimenti si attendeva l’esito della riunione dei ministri; con la riserva che le decisioni fossero pienamente credibili. Prima di intervenire sui titoli si rifornirà di liquidità il mercato in modo massiccio. I tecnici hanno discusso soprattutto come ‘sterilizzare’ (ossia controbilanciare) l’immissione di moneta dovuta agli acquisti di titoli. Una condizione era che almeno gli Stati più a rischio decidessero nuove misure restrittive; il Portogallo ne aveva annunciate sabato, la Spagna ieri, ma non bastano ancora. Inevitabilmente, la ripresa economica non ne sarà favorita. La Bce si scontrerà certo con una pioggia di critiche (non delle banche, però, molte delle quali la supplicavano di stabilizzare i mercati). Si sosterrà che l’Eurotower ha perso la sua indipendenza dai governi, si è piegata a sostenere gli Stati. Altri ribatteranno che se l’euro stesso era in pericolo, la Bce ha difeso la propria ragione d’essere. L’effetto combinato dell’intervento della Bce e delle decisioni dell’Ecofin dovrebbe inoltre dissipare le voci su una successiva ‘ristrutturazione’ (allungamento delle scadenze) del debito greco, che finora hanno alimentato il nervosismo dei mercati. Appare illogico infatti che la Banca centrale si metta ad acquistare titoli che poi verrebbero decurtati nel valore, lasciandole una perdita grave nei bilanci”. (red)

 

 

6. Ue, Obama chiama Merkel e Sarkozy

Roma - “Ieri – riporta LA STAMPA – il presidente Usa Barack Obama ha chiamato al telefono la cancelliera tedesca Angela Merkel per la seconda volta in tre giorni. ‘Il presidente Barack Obama - ha spiegato Bill Burton, un portavoce della Casa Bianca - ha parlato con la cancelliera Merkel questa mattina, nel quadro del suo continuo impegno a seguire la situazione economica’. I due politici, ha proseguito Burton, ‘hanno stimato importante che i membri dell’Unione Europea prendano misure energiche per ridare fiducia ai mercati’. Obama ha telefonato alla Merkel da Hampton, in Virginia, dove ha incontrato degli studenti. Obama ieri ha sentito anche il presidente francese Nicolas Sarkozy, per esprimere lo stesso auspicio. A Bruxelles non avranno gradito: in fondo c’è un presidente dell’Unione, Herman Van Rompuy. Il quale però non ha ricevuto telefonate. D’altra parte Henri Kissinger, quando sentiva parlare di Unione Europea, rispondeva: ‘Non ho ancora capito qual è il numero di telefono dell’Europa’”. (red)

 

 

7. Ue, Corriere: Passo giusto ma non basta

Roma - Scrive Francesco Giavazzi sul CORRIERE DELLA SERA: “Uno degli interventi prospettati ieri — la possibilità che la Bce acquisti i titoli pubblici di alcuni Paesi dell'euro vendendo i suoi titoli americani e forse anche tedeschi, e quindi senza mettere a rischio la quantità di moneta e in prospettiva l'inflazione — è una mossa intelligente. Si ispira al Troubled Assets Relief Program (Tarp) attuato dalla Federal Reserve nell'ottobre 2008, dopo il fallimento di Lehman. Questi interventi, se davvero attuati, e soprattutto se accompagnati da un grande prestito del Fondo monetario internazionale, sosterranno l’euro e i prezzi dei titoli pubblici dei Paesi in difficoltà. Ma i problemi del Sud dell'Europa non sono finanziari e non è con la finanza che si risolveranno. Se così fosse i mercati non si preoccuperebbero solo di Grecia, Spagna e Portogallo. Il deficit pubblico in Gran Bretagna e negli Stati Uniti è oggi più elevato che in Spagna e Portogallo, eppure questi Paesi non hanno alcuna difficoltà a finanziarsi: anzi, più si accentuano le difficoltà dell'Europa, più i risparmiatori acquistano titoli pubblici americani. Dopo il fallimento della Lehman le banche americane non erano insolventi, erano temporaneamente illiquide perché possedevano titoli che non avevano più un mercato e quindi non potevano essere venduti. Risolto questo problema con i fondi del Tarp, le banche americane hanno immediatamente ricominciato a crescere. A un anno di distanza dagli aiuti ricevuti, Citigroup li aveva interamente restituiti e nel primo trimestre del 2010 ha guadagnato 4,4 miliardi di dollari.

Gli investitori non sono preoccupati dalla possibilità che la Spagna diventi improvvisamente illiquida e non riesca a rifinanziare i 50 miliardi di euro che scadono da qui all'estate. Sanno benissimo che la Bce (o il Fondo monetario o gli altri Paesi dell'euro) sono pronti a risolvere un problema di temporanea illiquidità. Non è questo che preoccupa gli investitori, almeno quelli che guardano lontano perché gestiscono i risparmi delle famiglie. Ciò che essi si chiedono è se la Spagna ricomincerà a crescere: sarà una storia simile a quella di Citigroup, oppure il Paese è destinato a un lungo periodo di stagnazione, con una disoccupazione per anni superiore al 20%? Perché in questo caso, qualunque siano gli aiuti, non è certo un Paese in cui investire. In altre parole, il problema vero sono le prospettive dell'economia reale, non la finanza. Finanze pubbliche ordinate aiutano, come pure le misure fiscali che Spagna e Portogallo annunceranno in settimana e così anche gli interventi della Bce e i prestiti del Fondo monetario, perché danno il tempo per fare le riforme. Ma da sole non risolvono il problema della crescita e della disoccupazione. Il problema riguarda anche l'Italia. Nei 10 anni dell'euro il nostro reddito pro capite è cresciuto in totale dell'8%, meno che in Francia e Germania che hanno guadagnato 12 punti.

Ma in questa recessione quegli 8 punti noi li abbiamo persi tutti, cioè siamo tornati al reddito medio del 1999, mentre Francia e Germania dei loro 12 ne hanno persi solo 3. Forse è venuto il momento di raccontarci la verità, invece di continuare a ripeterci che stiamo meglio di tanti altri. La ricerca di alcuni giovani economisti della Banca d'Italia, Matteo Brugamelli e Roberta Zizza, insieme a Fabiano Schivardi dell'università di Sassari, aiuta a comprendere perché non cresciamo. Le piccole e medie imprese italiane si dividono, a grandi linee, in due gruppi. Alcune hanno capito che con l’euro, per sopravvivere, occorre ristrutturarsi. Hanno investito amonte, inventandosi nuovi prodotti, e a valle, cercando nuovi mercati in cui venderli: la produttività è cresciuta, e così le esportazioni e i salari dei loro dipendenti. Altre aziende invece non lo hanno fatto: la produttività è rimasta invariata e oggi i loro prodotti non sopravvivono alla concorrenza. In un’economia flessibile queste ultime chiuderebbero, lasciando spazio alle imprese più efficienti per crescere e così aumentare la produttività media del Paese. Ma ciò non accade perché noi proteggiamo le imprese, anche quelle improduttive, ad esempio utilizzando la cassa integrazione, anziché un moderno sistema di sussidi che aiutino i lavoratori a spostarsi da un'azienda all'altra. Questo frena la crescita, sia perché la presenza di aziende vecchie e protette rende più difficile crearne di nuove, sia perché le protezioni costano e a pagarle sono le imprese che guadagnano”. (red)

 

 

8. Ue, dalla Consob parte la stretta sulle agenzie di rating

Roma - Riporta LA REPUBBLICA: “Dalla Consob agli analisti delle grande banche, per chi lavora nei posti di responsabilità della finanza è stato è stato un fine settimana di grande tensione. Tutti a seguire con ansia le notizie in arrivo da Bruxelles e dai vertici riunitisi al capezzale dell’euro. Tutti a cercare di prevedere la reazione dei mercati alla riapertura delle Borse. E se, da parte sua, la Consob ha già annunciato misure contro la speculazione, a cominciare dall’attività delle agenzie di rating, per gli analisti il parere è già unanime: solo un forte intervento della Bce potrà evitare guai peggiori. Di ritorno da Barcellona, dalla riunione delle autorità di controllo dei mercati europei, il presidente della Consob Lamberto Cardia ieri ha riunito i commissari per illustrare la linea comune contro la speculazione. Punto primo: una ventina gli operatori finanziari - quasi tutti stranieri - sono nel mirino della Consob per operazioni su futures e titoli bancari di Piazza Affari. Secondo punto: le agenzie di rating. Entro un mese dovranno chiedere registrazione alla Consob, il che prevede norme stringenti a cominciare dai conflitti di interesse. Nel capitale delle agenzie ci sono fondi di investimento e banche: Moody’s, per esempio, ha come primo azionista Warren Buffett. Inoltre, i report potranno essere emessi solo a Borsa chiusa.

Ma non potranno essere solo questi gli interventi a difesa dell’Eurozona. Gli analisti economici concordano. Secondo Gregorio De Felice, responsabile ufficio studi Intesa-San Paolo: ‘Il fondo di sostegno è una prima risposta. La somma stanziata con l’effetto leva può arrivare a 600-700 miliardi. Il vero nodo però è la Bce. Se interverrà sarà un segnale importante, allora la speculazione avrà davvero da preoccuparsi’. Da Londra gli fa eco uno dei tanti italiani che lavora nella City, Silvio Peruzzo, economista zona euro per Rbs: ‘C’è stata una reazione troppo lenta delle istituzioni europee e il contagio è diventato endemico. L’unica misura di impatto sono operazioni strutturali da parte della Bce: per garantire la stabilità della zona euro di fronte a gravi situazioni può acquistare ti-toli di stato. Speriamo lo faccia davvero’”. (red)

 

 

9. Ue, Napolitano: Non si può esitare, basta visioni anguste

Roma - “Non è stato un messaggio di maniera quello con cui, ieri, Giorgio Napolitano ha salutato la Festa dell’Europa, che quest’anno celebra il sessantesimo anniversario della dichiarazione con cui l’allora ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, aprì la strada al processo di integrazione. La storia ha voluto che l’anniversario cada in un momento in cui la costruzione unitaria segna faticosamente il passo quando sarebbe invece necessario, soprattutto per effetto della crisi greca, imprimerle una decisa accelerazione. E il presidente della Repubblica ha colto questa occasione per sottolineare che la situazione presente scelte decisive. Da tempo – riporta LA STAMPA - Napolitano è convinto che lo stallo nella costruzione dell’Europa Unita è pericoloso, perché, in assenza di decisioni che la rilancino, c’è il rischio che tutto quello che è stato costruito in sessant’anni evapori velocemente. Due mesi fa, in occasione della sua visita alle istituzioni comunitarie, Napolitano insistette sulla necessità di sfruttare subito e fino in fondo tutti gli spazi di ulteriore integrazione che offre il trattato di Lisbona, a cominciare dalla messa a punto di una politica estera europea. Ma non meno importante - lo stesso Carlo Azeglio Ciampi ebbe a dichiararlo in più di un’occasione - sarebbe la costruzione di una politica economica comune a sostegno dell’euro, che altrimenti è troppo esposto a fenomeni speculativi. Entrambe queste esigenze sono rafforzate dalla crisi greca.

Napolitano sottolinea infatti che ‘sin dalle origini’ il disegno di Schuman, che era poi lo stesso di Alcide De Gasperi e di Altiero Spinelli, ‘mirava a progressive condivisioni di sovranità’. ‘Dobbiamo ispirarci - ha sostenuto il capo dello Stato, - a fronte delle difficoltà di oggi, allo stesso coraggio, alla stessa lungimiranza e allo stesso spirito di attiva solidarietà’. ‘La grave crisi finanziaria e economica - ha spiegato Napolitano - che in queste settimane colpisce duramente l’amico popolo greco, l’incertezza del lavoro e la disoccupazione di lunga durata, la complessità del fenomeno dei flussi migratori, la condizione di rischio delle risorse naturali ed energetiche, i sempre più incontrollabili cambiamenti climatici, impongono scelte decisive per il nostro futuro che nessun paese europeo può illudersi di compiere da solo’. Per il presidente italiano, ‘l’Europa non può esitare’ e ‘grande responsabilità’ pesa oggi sui suoi leader. ‘Deve concretizzarsi finalmente l’indispensabile governo dell’economia a livello europeo, che dia ulteriore forza e autorevolezza alla moneta unica e rilanci lo sviluppo, l’occupazione e la qualità del lavoro’. Occorre ‘un rafforzamento del patto di stabilità e crescita’ e, nello stesso tempo, l’individuazione di ‘più effettive procedure di coordinamento e di sorveglianza delle politiche di bilancio’. Napolitano, come Ciampi, sembra a favore di un’Europa a due velocità, nella quale i paesi più convinti possano compiere i necessari passi in avanti. ‘L’unità europea è un bene prezioso da non sacrificare a visioni anguste e particolaristiche, a tatticismi e compromessi al ribasso’”. (red)

 

 

10. Unità d’Italia, un bene per 7 leghisti su dieci

Roma - Il CORRIERE DELLA SERA propone un sondaggio dell’Osservatorio di Renato Mannheimer sull’unità d’Italia: “In generale, l’unificazione del paese è vista come ‘un bene’ dalla grandissima maggioranza (87%). Per l’89% ‘l’Unità d’Italia è un valore importante da sostenere’. Solo l’11% la reputa ‘un male’. Anche tra gli elettori della Lega, la gran parte (70%) esprime la propria approvazione alla creazione dello Stato unitario: ovviamente al loro interno i contrari sono relativamente più numerosi, ma non superano il 25%. Vi è però, al di là del partito votato, una significativa (e pericolosa) accentuazione tra i più giovani fino ai 24 anni, ove quasi uno su cinque dichiara di ritenere un errore la formazione dell’Italia unita. Se, dunque, la gran parte degli italiani vede con favore l’evento, vi è, comunque, un’area di criticità. In parte, essa è legata a un sentimento di distanza, di estraneità. Più di un cittadino su quattro (26%, ma oltre il 35% tra i più giovani e quasi il 40% tra gli elettori del Carroccio) afferma che ‘l’anniversario mi lascia indifferente’. Il sentimento di ‘italianità’ rimane quindi assai diffuso (oltre il 64% dichiara che ‘l’anniversario mi fa sentire più italiano’), ma non riesce a coinvolgere grossomodo un terzo degli abitanti della penisola.

Tra i critici, in molti casi prevale il localismo: secondo il 32%, ad esempio, ‘l’Unità d’Italia ha fatto perdere i valori e le tradizioni locali del nostro territorio’. In altri casi, l’idea di nazione viene vista come in parte obsoleta: molti — quasi due italiani su tre — pur apprezzando spesso la ricorrenza unitaria, obiettano che ‘più che parlare di Unità d’Italia, al giorno d’oggi si dovrebbe parlare di Unione europea’. Ma il motivo principale dello scetticismo sull’unità nazionale è legato alla percezione dell’infondatezza del concetto stesso di ‘popolo italiano’. Sorprendentemente (almeno per chi scrive), più di metà degli italiani ritiene che questi costituiscano ‘un insieme di popoli’ piuttosto che ‘un popolo unico’. Di qui la difficoltà a ‘sentirsi’ propriamente tutti della stessa nazione.

Questo atteggiamento è, com’era prevedibile, assai più presente tra i votanti per la Lega (ove raggiunge il 67%), ma risulta comunque diffuso in generale tra i sostenitori delle diverse forze politiche e, ciò che appare particolarmente interessante, tra chi dichiara di non sentirsi simpatizzante di nessun partito o di essere indeciso su chi votare. I freni al sentimento di appartenenza nazionale vanno dunque in una certa misura al di là della mera base leghista. Resta il fatto che la grande maggioranza (oltre il 90%) è concorde sull’opportunità di ricordare la ricorrenza dell’Unità d’Italia. Ma le perplessità viste sin qui portano a suggerire una sorta di moderazione nell’ampiezza e nella portata degli eventi. Più del 60% afferma che ‘è opportuno festeggiare l’Unità d’Italia, ma, visto il periodo di crisi che sta attraversando il paese, occorre limitare al minimo le spese’. Di fronte a questo stato dell’opinione pubblica, l’anniversario del 150˚ può costituire una grande occasione di (ri)educazione sociale. Specialmente se si riuscirà a far crescere in una maggioranza ancora più ampia il sentimento di identità nazionale. Ribadendo che l'Italia è una nazione. E che, anche grazie agli eventi che si succederanno, può diventarlo ancora più pienamente e consapevolmente”. (red)

 

 

11. Casini: Governo tecnico è inevitabile

Roma - Riporta il CORRIERE DELLA SERA: “‘Un governo tecnico, di salute pubblica, prima o poi è inevitabile, e sarebbe una scelta di grande responsabilità politica’. Pier Ferdinando Casini torna a proporre la sua ricetta contro i mali dell’Italia, ma stavolta il suo appello — accompagnato dall’annuncio che l’Udc è pronto a lanciare un nuovo partito ‘di riconciliazione nazionale’ — cade in un momento difficile per il Paese e per il governo, e non pare più solo un sogno ad occhi aperti. In verità, alle parole del leader centrista — intervistato da Lucia Annunziata a ‘In mezz’ora’ — il centrodestra oppone un secco ‘no grazie’, perché un governo ‘c’è già’ e non c’è alcun motivo per farne un altro. Lo dice con calma Fabrizio Cicchitto: ‘Vista la gravità della situazione economica e finanziaria internazionale, è auspicabile un positivo rapporto fra governo, maggioranza e le forze più responsabili dell’opposizione, fra cui c’è indubbiamente l’Udc’, mentre ‘non è condivisibile’ l’ipotesi di un governo d’emergenza che ‘suppone avvenimenti drammatici nella vita politica italiana, che, francamente non ci auguriamo per il bene di tutti’. Lo dice molto più brutalmente il leghista ministro Roberto Calderoli: se si vuole parlare di federalismo, bene, ma ‘se invece, con la scusa della crisi economica, qualcuno cerca di farci ripiombare nella Prima Repubblica, allora verrà schiacciato come il serpente...’. E anche dal centrosinistra Antonio Di Pietro respinge seccamente ogni eventuale offerta: ‘Vecchia politica’.

Insomma, si capisce che è nel Pdl che si continua a mostrare attenzione alle mosse di Casini, che da parte sua cerca di ritagliarsi uno spazio politico decisivo in vista di ogni possibile scenario futuro. Che sarà nero, a suo giudizio, se non si uniranno le forze per fare grandi riforme ineludibili per il Paese, da ‘quella delle pensioni alle liberalizzazioni, che nessuna maggioranza pro tempore farà mai per paura di perdere le elezioni’. E alla domanda se a guidarlo dovrebbe essere Tremonti, Casini non si scompone: ‘Non sono il capo dello Stato’. Intanto però il leader dell’Udc — che attacca Veltroni e i suoi perché lo considerano ‘già alleato di Berlusconi’ solo per ‘legittimare la polemica con Bersani’ il ché ‘segno di implosione’ — guarda al futuro prossimo del suo partito. Tra due settimane, in un seminario a Todi, si comincerà a discutere sulla nascita di un ‘partito della Nazione’ che mira ad attrarre chi di questo bipolarismo non ne può più. Per esempio Fini, Montezemolo, Rutelli? Casini ammette che anche con loro ci sono contatti, e le porte sono aperte, ma ‘se l’uomo della provvidenza c’è bene, sennò ne faremo a meno’, perché non si può trascinare in politica chi non vuole entrarci, e comunque ‘le porte sono aperte a tutti, l’importante è che non sia un’adunata di reduci e generali senza esercito, ma un insieme di popolo’”. (red)

 

 

12. Pd, allarme di Franceschini: Bersani non sottovaluti

 Roma - Scrive LA STAMPA: “E a proposito di cose serie o di cazzate, voglio dire chiaro che chiedere un cambio di passo non significa dire cazzate, ma è un atto di amore verso il Pd’. Alza il tono della voce e strappa una mezza ovazione Dario Franceschini quando chiude la tre giorni di Cortona della minoranza democrat. Non gli è andato proprio giù che Bersani, mentre venerdì si apriva il congressino di AreaDem, faceva notare da Cagliari che lui si occupava di lavoro e non di c., appunto. ‘Ci sono rimasto male, è stato fuori luogo’, confessa Dario quando il portone dell’ex convento Sant’Agostino si è già chiuso. Insomma, la minoranza del Pd alza il prezzo, inaugura una stagione “finiana” di dialettica pubblica e permanente con la leadership costituita e anche i toni del linguaggio ne risentono. E per dire che aria tira, alle dieci di mattina nel chiostro monacale, tra una battuta e l’altra i franceschiniani si spingono addirittura a profetizzare che il ritorno in campo di Veltroni non sarebbe mosso dalla riconquista del trono mollato anzitempo, bensì dal prendere in considerazione un cammino più di lungo respiro che punterebbe alla candidatura per la premiership della coalizione. Candidatura, assicurano, che avrebbe il sicuro benestare di Dario, che dal palco ci tiene a dire che ‘Areademocratica ha il dovere di andare avanti e non ci sono gelosie per i ritorni in campo’.

Un disegno del genere non trova alcuna conferma dalle parti di Veltroni, dove allignano anzi molti puristi dello statuto come Enrico Morando, il quale al contrario fa notare come le “sacre scritture” del Pd prevedano che il leader del partito che ha vinto le primarie è il naturale candidato premier. Comunque sia, dietrologie a parte, quelli che rappresentano il 40% del Pd vogliono contare di più. Franceschini avvisa Bersani che è il Pd ‘è a un bivio e si deve aprire senza chiudersi in un fortino difendendo gli spazi, appaltando il consenso a sinistra o al centro’, così come rischia se sottovaluta il disagio perché ‘ci sono state troppe uscite senza che si sia avvertito un dolore’. E se Franceschini smentisce volontà scissioniste, ci pensa Fioroni a evocarle. Il comandante delle truppe cattoliche, fa uno show molto applaudito, dice che ‘è arrabbiato e stufo di questo Pd’, che la minoranza ‘non può fare solo resistenza, ma deve dire a Bersani che se non cambia il Pd è finito e se non riusciremo a rifarlo nel suo spirito originario lo faremo in ogni modo, in ogni forma, ma mai con una federazione’.

Nega di voler puntare alla vicesegreteria di ‘un partito che non mi piace’ e non vuole ‘essere corresponsabile di una gestione plurale che non c’è nei fatti’, scagliandosi ‘contro l’attesa di un papa straniero che arrivi da fuori, di un Berlusconi di sinistra’. E quando arriva il suo turno, anche Fassino mette in guardia dal ‘rischio di qualche silenziosa forma di abbandono dalle nostre file di chi non si sente a casa’, ma lui che ora rappresenta l’ala più lealista della minoranza, modera i toni: ‘Bersani non deve considerarci un fastidio da sopportare ma un giacimento che può essere a disposizione del partito’. E un po’ a sorpresa, l’ex leader dei Ds, quando parla di un Pd marginale al Nord, si lancia in uno sfogo inusuale sulla cosiddetta Padania: ‘Ve lo dico con franchezza, qualche volta il leghismo nel mio cuore prorompe. Il 70% del lavoro autonomo è al Nord, così come l’85% dell’export del Paese, al Nord l’immigrazione è il doppio della media nazionale, insomma è un fenomeno con un impatto diverso. E la Lega prende voti non per le sezioni, ma perché presidia temi con i quali anche noi dobbiamo fare i conti. D’altronde anche nel programma del Labour c’è scritto che “venire in Gran Bretagna è non un diritto, ma un privilegio”...’”. (red)

 

 

13. Protezione civile, Bertolaso pronto all’addio?

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Guido Bertolaso lascia la Protezione civile. Questione di pochi mesi, probabilmente già a settembre, e il suo futuro vicecapo dipartimento, l’attuale prefetto de L’Aquila Franco Gabrielli, che assumerà l’incarico il 14 maggio, ne prenderà il posto. L’entourage di Bertolaso parla di decisione presa da tempo, prefigura un passaggio delle consegne più lungo e indica dicembre come mese dell’avvicendamento. Ma l’accelerazione dell’inchiesta di Perugia e la tensione provocata nel governo dalla goffa conferenza stampa di venerdì scorso con annesso incidente diplomatico con gli Stati Uniti, potrebbero rendere i tempi assai più brevi. È un fatto che la conferma di una decisione ormai presa l’ha data lo stesso Guido Bertolaso ieri a Udine intervenendo a un dibattito per i 34 anni dal sisma del Friuli. ‘Gli uomini passano - ha detto - la Protezione civile, con il suo straordinario bagaglio di esperienza, resta. Non è un mistero per nessuno che già mesi fa dissi di voler lasciare la Protezione civile. Poi mi fu chiesto di rimanere vista l’emergenza per il terremoto dell’Aquila. Ora che al Dipartimento è arrivato il mio vice penso di poter lasciare’.

Nel dibattito con Giuseppe Zamberletti, ex Commissario straordinario per il terremoto in Friuli, Bertolaso ha fatto un cenno alla cronaca usando alcuni aneddoti. ‘Zamberletti - ha spiegato - venne "trombato" e non fu rieletto mentre stava ancora lavorando a una delle tante emergenze affrontate. Il suo successore, Guido Barberi, a dieci anni di distanza, sta ancora aspettando giustizia per il cosiddetto scandalo Arcobaleno. Non vi annoio - ha aggiunto Bertolaso - con le questioni che mi riguardano perché le conoscete. Oggi non si può contrastare l’immediatezza e la velocità dell’informazione. Basta una fotografia messa su YouTube per annullare il lavoro di mesi e per rovinare le persone. Ma gli uomini passano e debbono passare. L’importante è che resti la Protezione civile’.

Le parole di Bertolaso riconfermano il nervosismo di questi ultimi giorni e testimoniano la delicatezza delle questioni che in questo momento lo assediano. Le consulenze della moglie per il costruttore Diego Anemone, il lavoro del cognato Francesco Piermarini sempre per il costruttore nei cantieri del G8 della Maddalena e quindi a L’Aquila, sono entrambe oggetto di un’indagine che non promette di concludersi di qui a poche settimane (proprio venerdì scorso Bertolaso si era pubblicamente lamentato del fatto che a distanza di tre mesi la sua posizione di indagato per corruzione a Perugia non fosse stata ancora archiviata). Il compito che si prepara per il suo successore Franco Gabrielli (già direttore del Sisde nei due anni del governo Prodi) indicato dal Consiglio dei ministri un paio di settimane fa, è tutt’altro che semplice. Eredita una macchina rodata ma costruita a immagine e somiglianza dell’uomo che ne è stato il padrone per anni. Non sarà quindi soltanto una questione di lustro e di onore da restituire alla Protezione civile ma di uomini e di strutture da ridefinire. Senza contare che le indagini su quanto accaduto in questi anni di gestione Bertolaso potrebbero riservare ancora molte sorprese”. (red)

 

 

14. Gli appalti della cricca, le consulenze d’oro

Roma - “Consulenti pagati a peso d’oro anche se l’appalto era stato bloccato. Continua a riservare sorprese – scrive il CORRIERE DELLA SERA - l’indagine sui lavori pubblici commissionati nell’ambito dei Grandi Eventi. Perché nelle carte processuali dei magistrati di Firenze che hanno indagato sulla costruzione della Scuola dei Marescialli a Firenze, c’è un intero capitolo dedicato agli incarichi affidati a professionisti esterni per un totale di oltre tre milioni e mezzo di euro. Basti pensare solo uno è stato ricompensato con oltre un milione di euro. Un elenco di personaggi, talvolta imparentati tra loro, che però non comparivano nelle liste ufficiali del Provveditorato. Non solo. Gli accertamenti affidati ai carabinieri del Ros hanno consentito di scoprire che era stata addirittura ingaggiata una società per svolgere le mansioni affidate a uno dei funzionari. Lui stesso è stato costretto ad ammetterlo quando gli sono stati mostrati i documenti acquisiti, relativi ai due lotti del cantiere. Ha sostenuto che era tutto concordato con il Provveditore della Toscana Fabio De Santis, tuttora in carcere con l’accusa di aver fatto parte dell’associazione composta anche da Angelo Balducci, Guido Anemone e Mauro Della Giovampaola. Del resto le liste relative al 2009 mostrano come siano stati elargiti compensi per circa un milione di euro anche per altri lavori gestiti dalla stessa struttura.

Il 19 febbraio scorso viene convocato Sergio Fittipaldi, 61 anni, ‘dirigente a contratto con il ministero delle Infrastrutture’. Il 5 maggio 2009 è stato nominato "Responsabile Unico del procedimento" del cantiere. Pochi giorni dopo ha disposto la sospensione dei lavori. Secondo l’accusa, il blocco è stato determinato per favorire il costruttore Riccardo Fusi e la sua Btp che era stato estromesso in favore della società Astaldi. È il filone d’inchiesta dove è indagato anche il coordinatore del Pdl Denis Verdini proprio perché avrebbe tentato di agevolare l’amico imprenditore. Fittipaldi viene dunque ritenuto testimone chiave. E, incalzato dai pubblici ministeri, riconosce a verbale di aver effettuato nomine esterne nonostante lo stop che aveva imposto. ‘Per la vicenda della scuola dei marescialli, durante l’incarico del mio Rup, furono disposte alcune consulenze che hanno coinvolto un gruppo di professionisti tutti coordinati dal professor Silvio Albanesi... Sono stati tutti nominati con lettere di affidamento subito operative a firma del provveditore De Santis che rimandavano ai particolari economici e quant’altro ad atti successivi, cioè a schemi di disciplinare che dovevano regolare il contratto. Ricordo di aver fatto il calcolo del compenso comunicandolo al ministero che ha le relative carte. Il professor Albanesi ha pattuito un compenso di 950.000 euro circa per il lotto A e il lotto B.

L’architetto Carpenzano aveva un compenso di circa 200.000 euro per la parte architettonica, per l’impiantistica meccanica l’ingegner Eugenio Cimino aveva un compenso di circa 350.000 euro del tutto simile a quello della parte elettrica dell’ingegner Dario Zaninelli. Per la parte strutturale il compenso era stato congruito e accettato con la società Italingegneria di Roma, con direttore tecnico il figlio del professor Albanesi, ingegner Tommaso Albanesi ed era di circa 1 milione e 100.000 euro. Vi era poi l’incarico all’ingegner Fabio Frasca che aveva la consulenza degli impianti a rete esterna dell’area. Per costui il compenso accettato era di circa 90.000 euro. De Santis nel conferire gli incarichi pensava di attingere dal quadro economico generale gestito dal ministero con fondi del ministero dell’Interno eMinistero delle Infrastrutture con la particolarità che quelli dell’Interno sono definiti finanziamenti annuali e quindi in prima battuta erano erogazioni pubbliche, salvo poi addebitare all’impresa inadempiente l’esubero delle spese e quindi anche i costi di consulenza’. Una tesi che i legali di De Santis, Remo Pannain ed Enzo Gaito, hanno già respinto. Fittipaldi riconosce poi che ‘Albanesi lo conosco da tempo, mentre il figlio l’ho conosciuto in questa occasione’.

Fittipaldi nomina i consulenti, ma questo evidentemente non basta. E così decide di firmare un altro contratto con la società Schema, che di fatto svolge le mansioni a lui affidate. Quando i magistrati gliene chiedono conto, dichiara: ‘La ragione è che la struttura ministeriale stava a Roma e io a Firenze. La mia struttura mi doveva consentire di controllare il gruppo di consulenti nominati. Il precedente Rup non aveva l’esigenza di una verifica tecnica del gruppo di lavoro, che non c’era neanche. La società Schema mi mette a disposizione una persona all’occorrenza, che rimane presso la sede, a cui io mi rivolgo in relazione ai compiti e alle esigenze che man mano si manifestano. Ad esempio: la Schema fornisce supporto al Rup nei contati con i consulenti che devono redigere documenti progettuali aggiornati, quindi è una struttura tecnica che verifica la bontà delle soluzioni in variante che man mano si sviluppano. A tal fine mi sono avvalso dell’ingegner Bosi. Un altro esempio è questo: in cantiere vi sono due lotti, con due direttori dei lavori. Uno è nella struttura del provveditorato, uno nella struttura del ministero, quasi che fossero due appalti distinti. Il riordino delle riserve dell’impresa, lo screening sulle riserve, è stato fatto da Schema. Inoltre mi appoggio a Schema per i pareri legali. L’importo a favore della società Schema era una tantum e stabilito in 600.000 euro complessivi fino alla fine del procedimento. Il disciplinare non è mai stato formalizzato. Gli incaricati di tale società hanno fino ad ora lavorato in forza di una lettera di incarico dell’ingegner De Santis che daterei circa a giugno 2009’. A Fittipaldi viene poi chiesto di elencare le ragioni che giustificarono il blocco del cantiere visto che secondo il suo predecessore era necessario un provvedimento motivato del ministero e anche in questo caso lui non può che ‘confermare la circostanza’. Poi aggiunge: ‘È stata proprio questa la ragione del contrasto che ha poi portato alla sostituzione di Mercuri’”. (red)

 

 

15. Uffizi, Bondi: Infangata mia onorabilità

Roma - “In questa prima e tardiva domenica di primavera, sul palazzo gesuitico del ministero dei Beni culturali (era fino al 1870 il noviziato della Compagnia di Gesù) aleggia l’ombra del sospetto: raggiri, intrallazzi, favori e favoritismi nella gestione del grande cantiere degli Uffizi di Firenze. Gli alti dirigenti, già scarsamente inclini a parlare, hanno le bocche cucite. Allo scoperto – riporta LA STAMPA - viene solo il ministro Sandro Bondi che affida la replica ad un comunicato nel quale si riconosce la sua penna: niente doppiezze, nessun rapporto con ‘faccendieri’, ovviamente, ma un grande dolore perché ‘alcuni quotidiani’ hanno voluto ‘lordare la mia onestà. Avrò il tempo - dice - per medicare le ferite alla mia onorabilità’. Per quanto riguarda il Museo degli Uffizi, aggiunge Bondi ‘appena ho avuto conoscenza delle indagini della magistratura, ho revocato immediatamente il commissariamento per agevolare il lavoro della magistratura stessa, proprio perché non ho nulla a che fare con faccende e faccendieri di cui si parla’. Dunque nulla è stato fatto in questi anni agli Uffizi - secondo il ministro - se non nella più totale trasparenza. Nessuna parola, tuttavia su Riccardo Miccichè, neppure per chiarire il suo controverso ruolo di ingegnere e parrucchiere ad un tempo.

Sta di fratto che la Galleria degli Uffizi è da quasi cinque anni un ampio e costante cantiere, e di soldi ne richiede molti. Che bisognasse mettere mano all’antico palazzo che Giorgio Vasari costruì nel 1560 per ospitare gli uffici del Granduca Cosimo I, si sapeva fin dalla fine degli Anni Sessanta. Il palazzone ospitava al secondo piano la prestigiosa galleria appartenuta ai Medici, ma al piano inferiore aveva dato accoglienza per anni all’Archivio di Stato. Spostato quest’ultimo in un’altra sede, ci si è posti il problema di come utilizzare il nuovo spazio, e le guerre - tra enti locali, soprintendenze, ministeri - sono state più numerose delle soluzioni prospettate. La svolta c’è stata nel 2001, quando il ministro del Beni culturali Giuliano Urbani ha incaricato il direttore generale Roberto Cecchi (lo stesso che oggi è commissario per l’area archeologica di Roma) di prendere il toro per le corna e venire a capo della controversia. In dieci mesi di lavori a tappe forzate, la commissione presieduta da Cecchi portò a termine un progetto che aveva due obiettivi: ampliare lo spazio espositivo e creare una serie di servizi al visitatore all’interno di un percorso razionale di visita. Questo ha comportato una quantità di progetti tecnici: scale, impianti, messa in sicurezza, ristrutturazione dei locali, restauri. Il tutto a Museo aperto e fruibile. Il budget iniziale prevedeva una spesa di 49 milioni di euro. Da allora in avanti gli Uffizi sono un costante cantiere, con più ditte appaltatrici e subappaltatrici al lavoro. Ed è stato in questo meccanismo che, forse, il diavolo ha voluto mettere la coda”. (red)

 

 

16. Berlusconi-Veronica, si tratta sull’assegno

Roma - "E ieri, come il giorno dopo un esame, per Veronica Lario è arrivato il momento della presa di “coscienza che si sta per chiudere un capitolo, lunghissimo, della sua vita. Diciannove anni di matrimonio e trenta di vita insieme – riporta il CORRIERE DELLA SERA - si sono annullati tra le carte degli avvocati e le trattative della separazione. La quasi ex moglie di Silvio Berlusconi ha affrontato le quattro ore e mezza di udienza preliminare di conciliazione, sabato pomeriggio, perfettamente consapevole che oramai ci sarebbe stato ben poco da conciliare. Piuttosto, come in una qualunque causa civile, l’oggetto della discussione sono state case e soldi. Non certo sentimenti e affetti. È per questo forse che ieri, a chi l’ha sentita, Veronica Lario è apparsa tutt’altro che felice. Anzi, malinconica. Una sensazione che fa a pugni con la ‘soddisfazione’ dichiarata l’altro ieri dai legali del premier al termine dell’incontro in tribunale. E anche con le indiscrezioni fatte circolare ieri dallo staff del Cavaliere, che lo descrivono soddisfatto e sollevato per l’esito della trattativa. Come a dire che, almeno per quanto riguarda lui, si è arrivati a veder la luce dopo un percorso accidentato che in partenza era sembrato lastricato di insormontabili ostacoli. Mentre forse per Veronica Lario c’è poco da sentirsi rasserenati visto che è comunque la certificazione di un fallimento. Una vicenda complicata, quella tra lei e Silvio Berlusconi. Troppa rabbia, troppe recriminazioni, come forse spesso accade tra chi si è voluto bene. E poi le lettere pubbliche. O i rispettivi memoriali buttati lì, in pasto ai giudici e all’opinione pubblica, a testimoniare presunte infedeltà.

La prima udienza, infatti, era stata soprattutto un match muscolare tra loro. Lei a chiedere 3 milioni e mezzo di euro al mese. Lui a proporle dieci volte meno: 200, massimo 300 mila euro mensili. Il tutto condito da piccoli dispetti. Come quello di lui di rivolere indietro Villa Belvedere, la bellissima casa di Macherio in cui da sempre vive Veronica con i suoi tre figli e che ama chiamare ‘il mio castello’, per sottolineare quel senso di solitudine che galleggia nel silenzio del parco e delle stanze della palazzina barocca. La sua vita è lì. Lì sono cresciuti i suoi figli. In quei prati furono realizzati gli scatti bucolici di lei e dei bambini che passeggiano con le caprette nel parco della villa da lei arredata con cura anno dopo anno. È per questo che farla traslocare era apparsa una ripicca. Ma da sabato, almeno su Macherio, si è raggiunto un accordo: la casa resta a Veronica Lario. In cambio, lei avrebbe accettato di ridiscutere il suo assegno di mantenimento, ritenuto dalla controparte eccessivo. E avrebbe anche messo da parte la richiesta di separazione con addebito per una più soft ‘separazione consensuale’. Ma proprio sulla somma non si sarebbe ancora arrivati a un’intesa definitiva. Più che altro i legali avrebbero raggiunto un orientamento di massima, che prevede un reciproco venirsi incontro. La cifra esatta dell’assegno mensile, però, stando alle fonti ufficiali, nessuno è ancora in grado di dirla. Solo quando questo nodo sarà sciolto i due coniugi si ritroveranno in tribunale per firmare la separazione consensuale. E poi, dopo i tre anni prescritti dalla legge, il divorzio. Che farà calare così il sipario su questa storia”. (red)

 

 

17. Germania, la Merkel sconfitta alle regionali

Roma - “È costata cara ad Angela Merkel – scrive IL GIORNALE - la crisi della Grecia con le sue ricadute sulle tasche dei contribuenti tedeschi. La Cdu, l’Unione cristiano-democratica, il partito del cancelliere, esce con una triplice sconfitta dalle elezioni nella Vestfalia-Renania del Nord, il land più grande e più popoloso della Germania dove ieri si è votato per il rinnovo del Parlamento regionale. Non solo è il partito che ha perso più voti, oltre 10 punti, ma ha anche dovuto subire l’umiliazione di vedersi superato, seppur di poco, dai suoi avversari storici, i socialdemocratici, e ora non ha più i numeri per rimanere alla guida del più potente e ricco land tedesco che la Cdu ha governato negli ultimi 5 anni insieme ai liberali, anch’essi in forte calo e attestatisi poco sopra la quota minima per essere rappresentati in un’assemblea parlamentare. Un quadro devastante per la coalizione di centrodestra al potere a Berlino con contraccolpi sul piano nazionale perché la perdita della Vestfalia-Renania del Nord significa che la schieramento della Merkel non ha più la maggioranza al Bundesrat, il ramo del Parlamento formato dai rappresentanti delle regioni: un rovesciamento degli equilibri che in futuro obbligherà la Cancelliera a patteggiare con l’opposizione di sinistra praticamente su ogni questione importante.

In ripresa, invece, i socialdemocratici anche se non è chiaro, dato il complicatissimo sistema elettorale tedesco, se abbiano i numeri sufficienti per governare il land insieme ai Verdi, i veri vincitori delle elezioni di ieri che hanno raddoppiato i voti passando dal 6% a oltre il 12%. Significativo anche il risultato del partito di estrema sinistra Die Linke, guidato da Oskar La Fontane, che per la prima volta ha superato la barriera del 5%. Ma il risultato che conta ed è destinato a pesare sul quadro politico è la sconfitta di Angela Merkel. Tutta colpa della crisi della Grecia? Certamente no. Gli elettori hanno votato tenendo presente anche altri aspetti che non hanno giovato allo schieramento di centrodestra al potere sia a Berlino che a Duesseldorf, la capitale del land. Per esempio, la mancata riduzione delle tasse che la Cdu e soprattutto i liberali avevano promesso prima di vincere le elezioni politiche in autunno. Ma è chiaro che sul voto ha influito soprattutto una parte dell’elettorato, irritato all’idea di dover pagare i debiti dei greci seppure per un valido motivo, quello di salvare l’euro. In un primo tempo frau Merkel si era calata nei panni di difensore a oltranza degli interessi dei contribuenti. Ma quando ha visto che l’incendio dai Balcani stava raggiungendo il Reno ha cambiato ruolo e si è presentata come difensore degli interessi europei. E cambiare ruolo alla vigilia di un voto è sempre rischioso come dimostrano i risultati elettorali di ieri”. (red)

 

 

18. Londra, malumori tra i Tories su alleanza con Clegg

Roma - Scrive LA STAMPA: “(...) Mentre il leader conservatore e l’ex avversario terzista si preparano a rivedersi oggi a Whitehall per il secondo round dei colloqui che il negoziatore libdem Danny Alexander definisce ‘buoni su molti argomenti’, i rispettivi partiti assorbono il malumore della base e si dividono. Se Clegg arranca, Cameron, costretto a render conto di quei 16 mila voti mancati che gli avrebbero evitato l’abbraccio con il campione proporzionalista, non cammina certo spedito. ‘È stato un'incontro positivo e produttivo in cui si sono toccate aree chiave, dalla riforma della politica all’economia’ conferma in serata il ministro degli esteri ombra William Hague. Peccato che da giorni la pancia tory borbottati rumorosamente. ‘Cameron non si accorderà sulla riforma elettorale neppure se volesse, cambiare un sistema centenario richiede una decisone collegiale’ nota il parlamentare conservatore Malcom Rifkind. Un’obiezione condivisa dal collega Graham Brady: ‘Un’eventuale coalizione va discussa, tutti i membri devono poter esprimere i loro dubbi’. La crisi porta alla ribalta i tradizionalisti del partito che Cameron, con i suoi modi da etoniano e l’ambizione blairiana, non è mai riuscito a conquistare. Se l’emergenza impone di risparmiare il leader, la sua cerchia d’amici è sotto tiro.

Andy Coulson, guru della comunicazione e dell’idea di Big Society che gli elettori non hanno apprezzato. Joanne Cash, una dei 62 glamour candidati non eletti della ‘Lista di serie A’ voluta da Cameron e bocciata dalle urne. George Osborne, l’uomo della campagna ‘in jaguard’ finito nel mirino dei deputati del Gruppo ‘92 che, sostiene il cronista del Telegraph Benedict Brogan, ne chiedono la testa. David Cameron, maniche della camicia arrotolate, tiene la barra al centro, rivendicando l’interesse del paese. Sebbene il 62% degli elettori insista per il proporzionale, oltre uno su due caldeggia un'intesa tra conservatori e libdem. Il problema, gli rimproverano i suoi, è aver lasciato uscire il genio dalla lampada. ‘David ha sbagliato a volere i dibattiti tv, era in pole position e aveva tutto da perdere’ attacca Lord Ashcroft, che ha versato 5 milioni di sterline alla causa tory. Fino al 6 aprile i conservatori conducevano le danze con il 41%. Invece la palla è passata ai libdem e il senior Norman Tebbit non lo dimenticherà mai: ‘Cameron ha già dissipato il 20% dei consensi, se si accorderà con Clegg forzerà il partito a rinunciare ai tagli per ridurre il debito’.

Il tempo stringe. Oltre al leader libdem, Cameron vedrà oggi una delegazione del partito. Gli alleati potrebbero ascoltarlo meno dell’ex avversario, con cui, tra l’altro, condivide una vecchia campagna per il diritto dei gurka alla residenza nel Regno Unito. ‘Cameron paga per aver destato i Tory che dal 2005 hanno ritrovato l’appetito per il potere’ spiega Peter Snowdon, autore del saggio ‘The Inside Story of the Tory Resurrection’. È un matrimonio che non s’ha da fare quello con i libdem? I cleggomani temono la debolezza del Messia che ieri, nel dubbio, ha incontrato Gordon Brown. Eppure, secondo il direttore del think tank ResPublica Phillip Blond anche i Tory rischiano: ‘Se si torna a votare tra un anno, nel pieno delle misure impopolari per la riduzione del deficit, i laburisti con un nuovo leader possono prendere il 40%’. Il menage a trois è appena all’inizio”. (red)

 

 

19. NY, talebani pachistani dietro attacco Times Square

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Dopo i sospetti, le conferme. La Casa Bianca è convinta che dietro l’attentatore di Times Square ci siano i talebani del Pakistan. ‘Abbiamo le prove che lo hanno finanziato ed aiutato’, ha affermato il segretario alla Giustizia Eric Holder. Tesi ribadita dal consigliere anti-terrorismo ed ex Cia, John Brennan. I legami tra Faisal Shahzad e i militanti sono stati allacciati su più livelli. Intanto operativi. Durante uno dei suoi viaggi in Pakistan, il futuro terrorista ha avuto contatti con due esponenti di rilievo: Qari Hussain Mehsud, ritenuto un instancabile preparatore di kamikaze, e con Hakimullah Mehsud, altra stella integralista. Potrebbero essere stati loro a benedire l’operazione, garantendo anche il denaro per l’attacco. L’Fbi ha calcolato che Faisal ha speso attorno ai 7mila dollari. Parte del denaro era già in suo possesso, ma gli investigatori non escludono che altre somme siano arrivate con un corriere ancora da identificare. L’altro legame è stato garantito da un amico-complice di Shahzad, Sheikh Mohammed Rehan. Membro dello ‘ Jaish e Mohammed’, fazione separatista del Kashmir sponsorizzata dai pachistani, avrebbe condotto Faisal in un rifugio dove lo avrebbero preparato alla preparazione di ordigni. I fatti hanno dimostrato che l’attentatore non solo non ha imparato la lezione ma si è rivelato un pasticcione.

Indiscrezioni hanno poi rivelato che Shahzad avrebbe conosciuto uno dei mujahedin responsabile del massacro di Mumbai (novembre 2008) compiuto sempre da kashmiri. Una ulteriore prova di come le diverse organizzazioni separatiste, di casa in Pakistan, hanno assunto un ruolo di supporto attivo a singoli terroristi infiltrati in Occidente. Quanto all’indottrinamento, fonti statunitense ritengono che un peso importante lo abbia avuto l’imam Anwar Al Awlaki, anch’egli cittadino statunitense di origine yemenita. Un personaggio venuto alla ribalta quale ispiratore dell’attentatore di Natale, il nigeriano Faruk. Ieri, gli esponenti dell’amministrazione Obama hanno dichiarato in pubblico che le autorità del Pakistan collaborano, ma dietro le quinte sono emersi segnali diversi. Gli Usa hanno ammonito Islamabad: se non agite con decisione dovremmo farlo noi. Infine un risvolto legale. Holder non ha escluso cambiamenti per privare di alcuni diritti i terroristi arrestati. In particolare non verrebbe più riconosciuto ‘il diritto di rimanere in silenzio’. Una posizione che scontenterà molti liberal”. (red)

 

 

20. Il Colosseo cade a pezzi, allarme degli archeologi

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Il silenzio che all’alba circonda il Colosseo è stato rotto ieri alle sei dal tonfo di un pezzo di intonaco caduto dalla volta di un corridoio al pian terreno e franato sulla rete di protezione, così violentemente da romperla prima di polverizzarsi a terra. Nessun pericolo per i turisti visto che il monumento - 3 milioni e 200mila ingressi l’anno - in quell’ora era chiuso (ha aperto regolarmente alle 8.30 dopo che l’area critica è stata transennata). E nessun confronto con il boato che, proprio lì di fronte, sul Colle Oppio, il 30 marzo ha accompagnato il collasso devastante di un’intera volta delle gallerie traianee annesse alla Domus Aurea. Infatti, la porzione di malta risalente ai tempi dei Flavi, staccatasi ieri dal Colosseo, misura solo mezzo metro quadrato. ‘Eppure si è sfiorata la tragedia - denuncia la Confederazione italiana archeologi, attraverso la presidente Giorgia Leoni - perché se il crollo fosse avvenuto a monumento aperto, avrebbe potuto colpire i visitatori’. L’intonaco sbriciolato è un campanello di allarme per la tenuta del monumento simbolo di Roma, che ha molti gioielli a rischio: oltre alla Domus di Nerone e a quella di Tiberio sul Palatino, sono sotto la minaccia crolli le mura aureliane e la lunga dorsale degli splendidi acquedotti antichi.

Per il Colosseo esiste già un finanziamento della Soprintendenza archeologica per prossimi interventi da 400mila e 360mila euro in due settori dello "stadio". ‘Ma c’è un piano da 23 milioni per un restauro completo - ha detto il sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Giro - . Si stanno cercando gli sponsor e penso che in 15 giorni chiuderemo la partita’. Si aggiunge all’appello la direttrice del Colosseo, Rossella Rea: ‘L’anfiteatro è stato un cantiere sin dalla nascita e adesso dobbiamo mettere mano anche a questo corridoio. Se gli sponsor ci sono, è ora che si facciano avanti. Comunque noi entro l’estate apriremo al pubblico il terzo anello e parte dei sotterranei’.

A Roma ci si aspetta che nell’agone si getti innanzitutto Diego Della Valle. Mister Tod’s è stato indicato dal sindaco Alemanno come il capofila della cordata di imprenditori italiani disposti a mettere mano al portafoglio. E nel suo viaggio ad aprile in Giappone, Alemanno sarebbe tornato con almeno un industriale pronto a finanziare, come fecero i suoi connazionali per la Cappella Sistina, la rinascita del capolavoro di marmo e mattoni. Il Campidoglio, responsabile della piazza, ha sempre avuto un rapporto conflittuale con lo Stato, che ha in cura il Colosseo. E l’uso disinvolto dell’area esterna - concessa per mega concerti e perfino per sedute di boxe e una kermesse calcistica - ha sempre trovato resistenze (spesso vane) da parte degli uffici ministeriali. Ora però alla caccia agli sponsor lavorano insieme Comune e Collegio romano, soprintendente statale (Giuseppe Proietti) e capitolino (Umberto Broccoli). E il 17 maggio Roberto Cecchi, l’architetto del ministero chiamato a sostituire Guido Bertolaso come commissario dell’archeologia romana, presenterà il suo rapporto sullo stato dell’arte. La parola d’ordine del libro è ‘manutenzione preventiva programmata’. Quella che, avendo più soldi e più personale, avrebbe evitato il crollo di ieri mattina”. (red)


Piano per l'Euro: siamo in gabbia

La crisi è “sistemica”. Ma il “sistema” non si tocca