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Economia: oltre la "meccanica" il nulla, altro che etica

E la smettano con l’ipocrisia dell’«etica» in economia. Confindustria ci ha propinato il milionesimo convegno, con la benedizione del patriarca di Venezia Angelo Scola, per spiegarci per bocca di Emma Marcegaglia che «il rispetto della dignità dell’uomo è nella cultura stessa delle nostre Pmi», e che «la logica delle imprese è proprio quella di creare valore per i territori in cui operano» (“L’impresa rilancia sull’etica”, Il Sole-24 Ore, 8 maggio 2010). Ciò che nessuno sembra capire, o fa finta di non capire, è che l’industrial-capitalismo non ha un’etica, ha solo una meccanica: l’incessante inseguimento del massimo profitto. Là dove esso viene meno, in quanto una produzione non è più conveniente perchè così decide la strategia aziendale, l’imprenditore chiude baracca e burattini e lascia a piedi la gente che lavora. La questione si riduce, drammaticamente, solo e soltanto a questo. 

Invece i mistificatori per dovere di casta spacciano la grandissima bufala secondo la quale un’impresa avrebbe anche un cuore. Ma l’impresa, qualsiasi essa sia, un cuore non può averlo, se non al limite per fare beneficienza e foraggiare tutte quelle pelose iniziative caritatevoli mirate al tornaconto d’immagine e quindi, in ultima analisi, ad attirar quattrini. L’imprenditore, evoluzione moderna del mercante, segue solo il cervello, agisce in base al calcolo, e va a caccia unicamente dell plusvalore, cioè del guadagno. La sua responsabilità “sociale”, se c’è, viene sempre dopo e in subordine all’imperativo del proprio interesse. Punto. Le considerazioni umanitarie e la retorica “territorialista”, nella mente di individui che badano solo al bilancio e allo sviluppo del proprio capitale, sanno di ridicolo paternalismo, e infatti lasciano il tempo che trovano. Se poi si tratta, poniamo, di una multinazionale con interessi nei campi più disparati, al centro dei grandi intrecci della finanza nazionale, è puro infantilismo rimproverarla di essere cattiva e dispettosa. 

Ma se proprio ci si vuole raccontare le favole e accusare il leone di non avere pietà per la gazzella, la gazzella continuerà a essere sbranata. E l’auto-inganno collettivo non cesserà di falsare la comprensione della realtà per quella che è. Fuor di metafora: se ci si balocca con idee che nulla hanno a che vedere con il brutale principio intrinseco che, al di là delle intenzioni del singolo capitalista, regola il mercato, siamo destinati a sentire lamentele e pianti greci (Grecia docet) e non ci accingeremo mai ad affrontare il problema dei problemi: il primato dell’economia sulla vita, del denaro sulla dignità. Dell’arrogante diritto della crescita aziendale sul diritto ad una vita decente e serena. Per tutti. 

L’industria moderna, specialmente nella sua ultima versione globalizzata e borsificata, cioè slegata dal territorio d’origine e dall’epica del rischio individuale, è programmata nella sua stessa essenza ad escludere ogni criterio e ogni valore non riducibili alla ricerca del profitto. L’etica che un imprenditore sarebbe chiamato ad applicare, se per etica intendiamo una condotta dettata da idealità e non solo dal conto economico, è una pia illusione. Spiegatelo, alle finte verginelle di Confindustria. 

Alessio Mannino

 

 

 

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