Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 11/05/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Piano salva-euro, Borse record”, con il commento di Alberto Quadrio Curzio: “E se tassiamo gli speculatori”. A sinistra: “L’alleanza dei Piccoli: ora fisco più leggero”. Editoriale di Dario Di Vico: “Le condizioni per ripartire”. Di spalla: “ ‘Mercato unico e concorrenza o l’Europa si rifermerà’ ”. Al centro foto-notizia: “L’ultima tentazione di Clegg” e “L’architetto del caso Scajola sta collaborando. I pm rinunciano all’arresto”. In un box: “Gherardo Colombo e le intercettazioni: non sempre necessarie”. In taglio basso: “Una donna (mai giudice) alla Corte suprema” e “La Moratti e i clandestini ‘Senza lavoro delinquono’”. LA REPUBBLICA - In apertura: “Il piano Ue fa volare le Borse”. Editoriale di Massimo Giannini: “Le conseguenze dello scudo” e il commento di Maurizio Ricci: “La cifra esatta della salvezza”. Di spalla: “La macchina perfetta della censura cinese”. A centro pagina: “Londra, Brown spiazza Cameron: ‘Anche noi trattiamo con Clegg’ ” e “Gli appalti di Stato alla ditta Anemone”. In un box: “ ‘I clandestini senza lavoro delinquono’. Polemica sulla Moratti”. In taglio basso: “I Mille oggi viaggiano al contrario”. LA STAMPA – In apertura: “Il maxipiano Ue fa volare le Borse. Milano va a +11%” e in taglio alto: “Veronica avrà 3,6 milioni l’anno”. Editoriale di Franco Bruni: “La fiducia va meritata”. Al centro foto-notizia: “Bp: aiuto, non ce la facciamo” e “Labour, finisce l’era di Brown”. A fondo pagina: “Che giorno è?”. IL GIORNALE - In apertura: “Pericolo scampato, ora i tagli”, con l’editoriale di Vittorio Feltri e il commento di Francesco Forte: “Luci e ombre del piano europeo”. Al centro: “Partite Iva alleate: sfida al Palazzo”. Di spalla: “Il lodo Di Pietro: lo cita la cricca? Vietato parlarne”. Intervista a Mastella: “ ‘Volevano fregarmi. Tonino deve chiarire’ ”. IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Bce compra i bond, borse record”. Editoriale di Guido Gentili: “Europa un giorno da leone”. In taglio alto: “Imprese e governo alleati contro la mafia”, Riscossione dei tributi: Comuni all’attacco” e “Gordon Brown lascia. Si riaprono i giochi”. In taglio basso: “Produzione in recupero” e “Balza l’utile di Mediobanca. Pagliaro s’insedia al vertice. Direzione generale a Vinci”. IL MESSAGGERO – In apertura: “Il piano europeo fa volare le Borse” e in due box i commenti di Oscar Giannino: “L’invenzione di Giulio che mise d’accordo Parigi e Berlino” e di Enrico Cisnetto: “Ora riscriviamo per davvero il patto di stabilità e crescita”. Editoriale di Carlo Azeglio Ciampi: “Completiamo (e presto) la costruzione dell’Europa”. Al centro foto-notizia: “Ragazzo pestato a Roma, all’esame della Procura l’intervento dei poliziotti” e “La lista degli amici raccomandati”. In un box: “A Veronica 300 mila euro al mese”. In basso: “ ‘Il Colosseo? L’ha costruito Cesare’ ” e “Totti, 4 giornate per il calcione”. IL TEMPO - In apertura: “Chi paga e chi spreca”, con l’editoriale di Raffaele Iannuzzi. Al centro la foto-notizia: “Sarkò e Carà. Sesso prima di vedere la Regina”. A fondo pagina: “Ecco le raccomandazioni della cricca”. LIBERO – In apertura: “Il miglior affare di Silvio”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Evviva la Moratti anti-clandestini”. A centro pagina: “Le Borse risalgono. Ma pagheremo noi”, con i commenti di Geronimo “Perfino 750mld possono non bastare”, Antonio Martino “E adesso chi ci salverà dall’inflazione?” e Carlo Pelanda: “Bivio Italia: più tasse o meno sprechi”. A destra: “Per spiare la cricca intercettati tutti i clienti della banca”. A fondo pagina: “Spiegate a Fede che Saviano non è comunista”. L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “La mafia oggi è la più grande industria italiana”. Di spalla: “Borse euforiche. Ma si teme la stretta”. IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “L’operazione Eurofiducia sembra riuscita, ma il salva stati provoca domande e rischi” e “La notte che salvammo l’euro”. (red)

 

 

2. Piano salva-euro, euforie Borse. Euro ancora in altalena

Roma - “Dal panico all’euforia: le Borse europee – riporta il CORRIERE DELLA SERA – hanno accolto con rialzi record l’accordo raggiunto ieri in tarda notte dalla Ue per far quadrato contro la crisi della Grecia e contro i pericoli di contagio ad altri Paesi. E soprattutto hanno festeggiato il segnale dato dalla Bce col pacchetto di interventi varato nelle prime ore del mattino. Piazza Affari è volata oltre l’11 per cento - con il Ftse Mib che ha chiuso in progresso dell’11,28 per cento - superata solo da Madrid, in salita del 14 per cento, mentre Parigi ed Amsterdam hanno chiuso in rialzo rispettivamente del 9 per cento e 7 per cento. Più cauta la performance delle piazze di Londra, Zurigo e Francoforte, quest’ultima frenata anche dai risultati elettorali del weekend. Exploit anche per Wall Street in crescita del 3,9 per cento. Con il balzo di ieri le Borse europee hanno recuperato 350 miliardi di capitalizzazione (40 miliardi solo a Milano), quasi l’intero ammontare del crollo della scorsa settimana. La speculazione ha mollato la presa. E sono crollati i famigerati ‘cds’, il costo di assicurazione contro il rischio default dei Paesi ‘periferici’ dell’ Eurozona. Il Cds della Grecia è finito a 657 punti base dai 915,5 di venerdì. Meno liscia è andata sul mercato dei cambi: l’euro ha tentato il rimbalzo fino a ridosso di 1,31 dollari, ma in serata è tornato sotto 1,28. La debolezza si spiega con l’assenza di dettagli sul piano Bce. Ma cosa ha deciso la Banca centrale? Erano da poco passate le 3 del mattino quando dal palazzo della Bri i governatori hanno dato via libera all’annuncio dell’intervento in tre mosse teso, come ha poi spiegato il presidente Jean-Claude Trichet, a ‘ripristinare quei meccanismi di trasmissione della politica monetaria’ ai mercati che si erano ‘deteriorati’: l’acquisto di bond pubblici o privati dei paesi più a rischio, innanzitutto, per dare liquidità e sostegno ai quei mercati. E poi – prosegue il CORRIERE DELLA SERA – un’asta a tre mesi a tasso fisso e un’altra a sei mesi nelle operazioni di rifinanziamento a lungo termine nonché la riattivazione in coordinamento con altre banche centrali delle linee swap con la Federal Reserve e delle operazioni di fornitura di liquidità temporanea in dollari. Trichet ha confermato la principale preoccupazione dei banchieri centrali: ‘Per noi è assolutamente decisivo l’impegno dei governi dell’area euro ad assumere tutte le misure necessarie per attuare politiche di bilancio credibili e sostenibili’. Rigore, insomma, nei conti pubblici per ‘quest’anno e nei prossimi anni’, ha aggiunto, spiegando di non aver ceduto a pressioni da parte dei governi. La Bce, sostiene Trichet è ‘fieramente indipendente’ e autonoma. ‘Abbiamo deciso in totale autonomia nel modo che abbiamo considerato più appropriato’, e con una ‘schiacciante’ maggioranza. Anche se il presidente della Bundesbank, Alex Weber ha rivelato di ‘essere critico’ nei confronti di tale iniziativa che ‘comporta elevati rischi di stabilità’. Intanto con buona pace dell’azione straordinaria dei governi e delle banche centrali, ieri Moody’s ha preannunciato l’abbassamento del rating sul debito greco con il possibile passaggio alla categoria speculativa (junk) ed anche una revisione di quello portoghese”, conclude il CORRIERE DELLA SERA. “‘Ha aperto Tokio’. Questo annuncio – riporta il CORRIERE DELLA SERA – è arrivato poco dopo le due di notte nel palazzo Justus Lipsius di Bruxelles, dove dal pomeriggio era in corso l’Ecofin straordinario dei 27 ministri finanziari dell’Ue per il salvataggio dell’euro dall’attacco della speculazione. Non ce l’avevano fatta a rispettare l’obiettivo di annunciare ai mercati il meccanismo di salvataggio della moneta unica prima del via alla Borsa di Tokio. Ma pochi minuti dopo iniziava il tam tam sull’accordo raggiunto. Improvvisamente, nella sala stampa, è risuonato uno strillo in inglese: ‘un trilione.. mettono addirittura un trilione per salvare l’euro’. Nel via vai convulso tra saloni, ascensori, e corridoi si è poi capito che era una cifra in dollari. L’Ecofin lancia la sfida dei governi agli speculatori con circa 750 miliardi di euro. Fino a 60 miliardi saranno messi a disposizione dei Paesi Ue in difficoltà dalla Commissione (con le regole degli aiuti Ue/Fmi alla Grecia). In più i 16 Stati dell’Eurozona varano uno Special purpose vehicle (Spv) fornendo garanzie fino a 440 miliardi per difendere la moneta unica. Il Fondo monetario di Washington (Fmi) aggiungerà ‘almeno la metà del contributo Ue’, quindi 250 miliardi. L’ultimo paragrafo è di furbesco apprezzamento della Bce, che poco dopo ha annunciato il suo contributo alla stabilizzazione dell’euro acquistando titoli sul mercato. ‘Hanno partecipato al negoziato anche i capi di Stato e di governo collegati telefonicamente - ha rivelato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti verso le 2.30 della notte -. La soluzione è stata trovata soprattutto grazie al contributo di Francia, Germania e Italia’. Ma la trattativa è stata difficile. Tremonti ha spinto per il consenso sulla versione B in tre cartelle di un suo piano sulla ‘crisi del debito in Europa’, elaborato con il direttore Vittorio Grilli. Prevedeva un fondo Ue per la stabilizzazione dell’euro finanziato con emissioni. L’aveva concordato con il premier Silvio Berlusconi, che l’aveva poi condiviso con il presidente francese Nicholas Sarkozy, leader della linea dura anti-speculazione, basata sulla solidarietà nell’Eurozona. La cancelliera tedesca Angela Merkel preferiva i prestiti bilaterali dei Paesi membri, come per la Grecia. Sono così partite telefonate dalle capitali e dal presidente Usa Barack Obama per convincerla. Perché il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, era stato colto da malore all’ingresso nell’Ecofin e portato in ospedale. Il sostituto, il responsabile degli Interni Thomas De Maziere, sarebbe arrivato dopo alcune ore. Inoltre – prosegue il CORRIERE DELLA SERA – il cancelliere dello scacchiere britannico Alistair Darling ha escluso esborsi in difesa dell’euro dal Regno Unito, che mantiene la sterlina. Tra gli altri 10 Paesi Ue esterni all’Eurozona, Romania, Lettonia e Ungheria, già utilizzatori del fondo da 60 miliardi, temevano una riduzione delle loro quote. Tensioni sono spuntate tra Stati virtuosi e quelli con deficit e debito eccessivi. Alcuni piccoli Paesi si sono sentiti prevaricati dai grandi, soprattutto quando fioccavano le telefonate dei vari Sarkozy, Berlusconi e Obama. Dopo le 22 la Germania ha replicato con la disponibilità a portare l’intervento a 500 miliardi. Su pressioni degli Stati Uniti e del Giappone, la presidenza canadese di turno ha organizzato due teleconferenze informative del G7. Anche da Basilea, dove erano riuniti i vertici della Bce, delle banche centrali nazionali e del Fmi, telefonavano ansiosi. Verso la mezzanotte, dopo una seconda distribuzione di panini ai ministri (l’Ecofin convocato d’urgenza non ha consentito di organizzare la cena), il no di Maziere diventava netto. Si diffondeva la paura di non riuscire ad annunciare l’accordo prima dell’apertura di Tokio. Ma proprio questa scadenza consentiva di convincere la Germania al compromesso sul veicolo Spv, solo un po’ di minuti dopo le due. Alle tre la presidenza spagnola spiegava l’accordo in conferenza stampa”, conclude il CORRIERE DELLA SERA. (red)

 

 

3. La notte che salvammo l’Euro. “Eurobrava” Italia

Roma - “Il gabinetto europeo di guerra – riporta IL FOGLIO – costituito domenica dai ministri delle Finanze dei Ventisette, per ora è riuscito a salvare l’euro e i suoi paesi più fragili. I 750 miliardi del ‘meccanismo di stabilizzazione’ Unione europea-Fondo monetario internazionale – un Euro-Tarp – a cui si sono aggiunti gli interventi della Banca centrale europea sui mercati secondari dei titoli di stato, hanno sortito l’effetto voluto. A metà giornata, quando è diventato chiaro l’entusiasmo delle Borse, Palazzo Chigi ha espresso ‘piena soddisfazione. Un impulso fondamentale allo sblocco dei serrati negoziati (…) l’ha dato il presidente Berlusconi quando, poco prima dell’una di notte, ha chiamato al telefono il cancelliere Merkel’. E’ presto per cantare vittoria: da quando è scoppiata la crisi greca, i mercati salutano positivamente ogni intervento dell’Ue, salvo tornare a tremare nei giorni successivi. Ed è un po’ eccessivo assegnare al Cav. tutti i meriti dell’accordo. La telefonata del presidente americano, Barack Obama, a Angela Merkel è stata almeno altrettanto convincente. Ma, al fianco della Francia, l’Italia e Giulio Tremonti (la sua ‘autorevolezza dentro l’Ecofin’) hanno giocato un ruolo ‘essenziale’ per trovare un compromesso accettabile a tutti, spiegano al Foglio fonti europee. La festa di San Schuman – il 9 maggio si festeggiava il 60esimo anniversario della dichiarazione di Robert Schuman, che portò alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio – era cominciata malissimo. Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, era stato ricoverato in ospedale a causa di una reazione allergica. Il suo omologo britannico, il cancelliere dello Scacchiere Alistair Darling, ha detto che Londra non avrebbe messo una sterlina per salvare la zona euro dai suoi debiti. Così, la trattativa si è rapidamente ristretta ai sedici ministri che siedono all’Eurogruppo, più gli aspiranti a entrare. Il tedesco Schäuble è stato sostituito dall’ex braccio destro di Merkel alla cancelleria, il ministro dell’Interno Thomas de Maizière. Ed è iniziata la lunga notte dell’euro, che doveva assolutamente concludersi prima dell’apertura dei mercati asiatici. Il testo finale dell’accordo, raggiunto alle 2 e mezzo del mattino, è stato negoziato ‘negli ultimi quindici minuti’, raccontano i diplomatici. L’Euro-Tarp è complesso e ancora incompleto: la Commissione potrà mobilitare 60 miliardi garantiti dal bilancio comunitario; verrà istituito uno ‘Special Purpose Vehicle’ che raccoglierà fondi sui mercati per prestarli ai paesi in difficoltà, grazie a 440 miliardi di garanzie volontarie degli stati; il Fondo monetario internazionale parteciperà per un ammontare tra i 220 e i 250 miliardi. Uscendo dalla riunione, il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, avrebbe detto: ‘Leggerò domani dalle agenzie di stampa ciò che abbiamo approvato’. Ma l’importante è l’effetto annuncio, 750 miliardi, un ombrello enorme per proteggere l’euro contro speculatori e paure dei mercati. Durante i negoziati – prosegue IL FOGLIO – c’è stata una continua ‘tensione tra paesi euro e non-euro, tra vecchi e nuovi, tra ricchi e poveri, tra formiche e cicale’, dice al Foglio un ambasciatore Ue. La Germania, alla testa delle formiche, ha imposto subito condizioni ‘durissime’: nessuna garanzia a un prestito comunitario gestito dalla Commissione, coinvolgimento del Fondo monetario internazionale, un tetto all’ammontare complessivo, e immediati impegni concreti di riduzione del deficit da parte di Spagna e Portogallo. Lo scontro non era ‘Berlino contro resto d’Europa’, dicono altre fonti diplomatiche. In realtà, Madrid e Lisbona – il fronte delle cicale – erano altrettanto ostinate a non vedersi imporre le dure condizioni di Merkel. Ma alla fine, grazie alle mediazioni di Francia, Italia e Stati Uniti, Spagna e Portogallo hanno dovuto accettare una ‘cura da cavallo’: 1,5 per cento di taglio del deficit nel 2010, 2 per cento nel 2011. E la Germania ha acconsentito a una soluzione ‘volontaria’ – lo ‘Special Purpose Vehicle’ – che permette di aggirare la sua Corte costituzionale. Berlino ha anche ottenuto un sistema di condizionalità inflessibile: sarà il Fmi a dettare le misure ai paesi in difficoltà. Se il Cav. e Obama hanno sortito un effetto, e se la Germania esce sconfitta, non è tanto sull’Euro-Tarp. ‘La decisione più importante è quella della Bce di esternare la sua volontà di comprare bond’, spiegano i diplomatici. Il principio dell’indipendenza assoluta della Bce, un tabù intoccabile a Berlino, è stato violato, rivoluzionando l’equilibrio dei poteri nella zona euro”, conclude IL FOGLIO. “I critici dell’esecutivo – osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – già pronti a deridere Silvio Berlusconi per le ‘vanterie’ sul ruolo decisivo da lui esercitato nella trattativa europea sullo scudo contro la speculazione internazionale, hanno dovuto fermarsi perché dalla tribuna più autorevole, quella del Quirinale, è venuta una conferma della funzione importante e positiva svolta dall’Italia in questa circostanza cruciale. ‘L’Italia ha fatto la sua parte e l’ha fatta nel senso giusto, ha detto Giorgio Napolitano, secondo il ruolo che l’ha storicamente caratterizzata: proporre e sollecitare più Europa, più unità. Più integrazione, contro ogni ripiegamento su meschini, indifendibili egoismi nazionali’. Si tratta di un riconoscimento dell’azione di Berlusconi che cancella tutta la polemica sul presunto euroscetticismo del centrodestra, e che ha l’effetto di rasserenare il clima politico. Le opposizioni sono incoraggiate a sostenere il decreto che contiene il prestito alla Grecia e anche lo spazio per i distinguo interni alla maggioranza si ridimensiona. Napolitano svolge un ruolo impareggiabile a favore della stabilità del quadro politico, senza la quale è inutile parlare di impegni riformatori e di dialogo costruttivo, il che dimostra che le tensioni con Palazzo Chigi sono definitivamente archiviate. Berlusconi deve gratitudine a un presidente che ha fatto dell’imparzialità un principio indefettibile, che difende con tenacia il ruolo esercitato dall’Italia, e quindi ovviamente da chi ha la responsabilità di guidarla. Un clima politico – conclude IL FOGLIO – che solo poche settimane fa sembrava destinato a soluzioni traumatiche si è disteso, oltretutto proprio in una fase di accentuata tensione sui mercati, anche se non soprattutto per merito del Quirinale, che peraltro ha trovato un’effettiva sintonia tra la sua visione europea e l’azione del governo”. (red)

 

 

4. L’invenzione di Giulio che mise d’accordo Parigi e Berlino

Roma - “‘Il rischio è stato elevatissimo: ma ora che siamo riusciti a sventarlo, deve subentrare finalmente una nuova consapevolezza, tutti dovranno dimostrarla’. ‘Anche nei momenti più aspri di tensione, l’Italia è rimasta lontana dal tritacarne, spero che tutti capiscano però che è una posizione che tocca meritarsi ogni giorno’. ‘Come Italia abbiamo avuto un ruolo significativo e apprezzato, a cominciare dal premier. Sulla soluzione tecnica, c’è anche un piccolo copyright del Tesoro italiano’. Queste – scrive Oscar Giannino su IL MESSAGGERO – le parole del ministro dell’Economia, ieri mattina, mentre i mercati si gonfiavano, sotto la potente spinta al rialzo del rischio sventato. Dall’accordo di venerdì sera alla maratona conclusasi solo pochi minuti prima delle due del mattino di ieri e dell’apertura dei mercati asiatici, che avrebbero sparato a zero sull’euro in caso di mancata intesa, Tremonti è stato uno dei riconosciuti protagonisti dell’eurotavolo. Alla soddisfazione dei mercati, reagiva ieri con sollievo. Ma senza enfasi. Nessuno può accusare il ministro di aver sottovalutato la crisi, da Lehman allo sviluppo che, da metà gennaio, ha trasformato la crisi della Grecia truccaconti in un dramma dell’intera euroarea. Tremonti ripeteva chela crisi era ancora terra incognita e che ucciso un mostro se ne presentava. puntualmente un altro, rea ormai da mesi c’era chi ridacchiava facendo spallucce, e attaccava accusando che era solo un comodo velo per dilazionare scelte, e intanto tenere solo stretti i cordoni della spesa. Meno male, che sono rimasti stretti. E’ questo ciò che il ministro vorrebbe oggi non riconosciuto a lui personalmente, ma che divenisse un riflesso condizionato di tutti i protagonisti della vita italiana in questa difficile fase. Questa volta abbiamo evitato di essere considerati, dai mercati come dagli altri Paesi, come un appestato che poteva diffondere il contagio. Una non disprezzabile novità, in un mondo in cui Stati Uniti, Giappone e Regno Unito dovranno tutti tagliare strutturalmente tra i 12 e i 14 punti di Pil il loro deficit pubblico anno per anno, se vogliono tornare a ristabilizzare il loro debito verso il 65 per cento del Pil entro il 2030. E in cui la inedia dei paesi Ocse dovrà farlo di 8 punti di Fil, dice il Fondo Monetario. Mentre al- l’Italia ne basterebbero meno di 5. Queste proiezioni sono fatte però sulla base di una crescita media attesa fin troppo omogenea. La realtà è che c’è chi come gli Usa quest’anno crescerà oltre il 301b, l’euroarea a inala pena dell’1 per cento. In Europa è più duro, ridimensionare il debito pubblico. E’ questa – prosegue Giannino su IL MESSAGGERO – la reazione italiana che Tremonti vorrebbe al pericolo sventato. Bisognerà definire misure nuove sui saldi pubblici - vedi la Merkel ieri sul no ai tagli alle tasse per due anni -. come sulla competitività e la crescita. Senza aspettare la sveglia dei mercati. Che potrebbe tornare, con una volatilità caratteristica dei mercati di questi tempi. Infatti, i 750 miliardi degli aiuti ai Paesi in difficoltà sembrano molti, ma non lo sono. La prima fascia d’intervento è l’acquisto sui mercati dei titoli in difficoltà da parte della BCE. Ma Francoforte ha giustamente puntato i piedi per restare del tutto autonoma nella valutazione del se, del quando e per quanto tempo. Trichet ha questionato duramente con lo stesso Sarkozy, per evitare che la banca apparisse pronta a monetizzare i debiti. Per scongiurarlo, dovrà vendere titoli nel proprio portafoglio per un pari ammontare di quelli pubblici ‘dubbi’ che acquisterà. Perciò dovrà usare quest’arma con parsimonia. Altrimenti, il portafoglio della BCE si depaupererebbe, alla lunga la si dovrebbe ricapitalizzare. Allo stesso modo, i 440 miliardi del ‘veicolo speciale d’investimento’ - è su questa. formula che il Tesoro ha un copyright - sono un’abile mediazione per superare il no tedesco a strumenti europei cofinanziati, automatici e indipendenti dal veto dei governi nazionali, e il simmetrico no francese a soluzioni che non avessero tali caratteristiche. Il veicolo è sottratto alla Commissione e fa contenti i tedeschi, ma è comunque un nuovo strumento europeo, non solo la somma di prestiti bilaterali come per la Grecia. Al contempo, è difficile immaginare che potrà intervenire in tempi istantanei coree il Fondo Monetario. Adottato il salvagente, molto resta da fare: nuotare bene per non averne bisogno. 1/nuovo annunciato Patto di stabilità chiederà non solo saldi pubblici coerenti, ma anche interventi volti a migliorare bilancia dei pagamenti e l’export. E’ questo che Tremonti ha in niente, quando si augura una ventata nuova di responsabilità condivisa nel dibattito italiano. Vedere per credere, naturalmente”, conclude Giannino su IL MESSAGGERO. (red)

 

 

5. Le conseguenze dello scudo

Roma - “Sull’orlo del precipizio del fallimento politico, e dell’abisso del disfacimento economico – scrive Massimo Giannini su LA REPUBBLICA – l’Europa ha infine trovato il coraggio di reagire. Di salvare, attraverso la sua moneta, il capitolo più significativo e palingenetico della sua Storia, dopo le tragedie del Novecento. Non sappiamo se e quanto durerà l’euforia quasi isterica con la quale ieri i mercati hanno salutato l’accordo raggiunto domenica notte all’Ecofin, e poi ratificato dalle decisioni della Bce. Non siamo affatto convinti che questo compromesso tra leader politici e banchieri centrali, per quanto una volta tanto ‘al rialzo’, abbia sciolto i nodi strutturali dell’integrazione fiscale, della disciplina finanziaria e della stabilità valutaria. I problemi restano. Resta la ‘zoppìa’ di un’Europa che continua a poggiare su pilastri istituzionali squilibrati. Resta l’anomalia di una moneta senza Stato, di un euro orfano di un governo. Ci sarà ancora molto da fare, nella riscrittura delle norme che sovrintendono all’Unione e delle regole che vigilano sulla finanza. Ma intanto, dal momentaneo ‘happy ending’ di questa crisi ci sono almeno un paio di insegnamenti da trarre. Il primo insegnamento è di natura ‘tecnica’. Il cordone sanitario più efficace per difendere l’euro non nasce tanto a Bruxelles, con il via libera al piano-monstre di aiuti da 750 miliardi per sostenere i Paesi più esposti al rischio della crisi debitoria. Il vero ‘scudo spaziale’ per reggere l’urto degli attacchi speculativi nasce piuttosto a Francoforte, con il disco verde della Banca centrale europea all’acquisto di ‘obbligazioni pubbliche e private’ nell’Eurozona. Con un colpo di fantasia, e anche una buona dose di eresia, i famigerati ‘tecnocrati’ dell’Eurotower hanno abbattuto un totem che avevano voluto costruire al battesimo del Trattato, per venire incontro a una legittima esigenza tedesca: quella di non regalare ai nuovi membri del Club dell’euro, inaffidabili perché troppo diversi tra loro, un ‘creditore di ultima istanza’ che ne favorisse il ‘moral hazard’. Cioè l’azzardo morale di accedere alla moneta unica senza accettarne i paletti contabili, nella convinzione che alla fine qualcuno avrebbe riempito comunque i ‘buchi’ di quella dissipazione. Ora quel tabù è stato in parte violato. Un passaggio difficilissimo per la Bce, costruita sul modello e sull’ortodossia della Bundesbank. Ma per certi versi obbligato, pena la sopravvivenza stessa di Eurolandia. Questo spiega i tormenti all’interno del board, nel weekend di passione durante il quale è maturata questa Rivoluzione Copernicana nel ‘modus operandi’ della Banca centrale. Questo, soprattutto, giustifica la richiesta a tutti gli Stati membri di rafforzare le politiche di rientro dai deficit e dai debiti pubblici. L’Eurotower lo esige con un comunicato. Ma non basterà questo pezzo di carta, a evitare il ripetersi di un’altra tragedia greca, con il pericolo dell’effetto-domino che si porta dietro. Rivedere il Patto di stabilità, a questo punto, è un imperativo categorico. Non solo per i teutonici appassionati di Kant, ma anche per i mediterranei innamorati di Epicuro. Il secondo insegnamento è di natura politica. Il ‘crash test’ della Grecia, e l’eurodelirio che ne è seguito, confermano due assiomi originari. Uno: come aveva intuito Jacques Rueff nel 1950, l’Europa si farà attraverso la moneta o non si farà. Due: come aveva capito Giulio Andreotti nel 1992, la moneta unica sarà tedesca o non sarà. Questo drammatico ‘rito di passaggio’ – prosegue Giannini su LA REPUBBLICA – dimostra che l’euro, con tutte le sue debolezze, resta l’unica prova dell’esistenza dell’Europa unita, di cui incarna allo stesso tempo il limite e la forza. E dimostra che la Germania, con tutte le sue ruvidezze, resta la grande incognita dell’Europa unita, di cui riflette allo stesso tempo la diffidenza e la potenza. Non sarà affatto facile, per Angela Merkel, reggere il peso delle decisioni assunte domenica notte per salvare una moneta che i tedeschi, nonostante tutto, continuano ad accettare solo come pura estensione del marco. Sulla pelle della Cancelliera, brucia il sondaggio Ernst&Young che vuole l’86 per cento dei suoi concittadini contrari al salvataggio della Grecia e il 34 per cento degli imprenditori convinti che l’eurozona si sfascerà presto. Brucia l’idea che, attraverso gli aiuti agli indisciplinati Paesi ‘latinos’ generosi nei salari pubblici e nelle pensioni private, la Germania possa diventare ‘il Bancomat d’Europa’. Brucia, soprattutto, la cocente sconfitta elettorale in Nordreno-Westfalia, dove la disoccupazione è già al 9 per cento, dove è stato massicciamente applicato lo strumento del ‘Kurzarbeit’ che tutela i posti di lavoro a spese dello Stato e dove quindi è più acuto il timore che un aiuto ai ‘maiali’ d’Europa sottragga risorse ai poveri cristi di Germania. ‘Madame Non’, come molti tedeschi vorrebbero che fosse sempre la Merkel, ha detto qualche no decisivo, due giorni fa. Per esempio all’istituzione di un Fondo monetario europeo, che sarebbe stato troppo per un Paese il cui rigore di bilancio è scolpito nella Costituzione. Ma ha detto comunque un sì storico, a un gigantesco piano di aiuti e ad una radicale revisione operativa della Bce. Ha assunto sulle sue spalle una responsabilità politica enorme, di fronte all’Europa irresoluta e di fronte al suo popolo sfiduciato. Gliene va dato atto. Ma niente è per sempre. La Germania ha deciso di salvare l’euro perché ha capito, dati sull’export alla mano, che in questa fase avrebbe subito più danni dal suicidio della moneta unica che non dalla sua sopravvivenza. Nessuno ci garantisce che in un futuro prossimo quel Paese, già fortemente orientato nelle sue strategie commerciali verso altre aree del mondo come la Russia e la Cina, non cambi strategia. E magari ascolti gli economisti duri e puri come Joachim Starbatty dell’Università di Tubinga, che premono per dividere l’euro in due monete diverse, una per il Nord e una per il Sud. La Germania, oggi più che mai ‘Europe’s Engine’ secondo una celebre copertina dell’Economist di fine marzo, va aiutata a ritrovare l’euro-fiducia smarrita. I tedeschi, turandosi il naso, un passo l’hanno fatto. Ora – conclude Giannini su LA REPUBBLICA – tocca a noi ‘Pigs’ fare altrettanto, a colpi di serie scelte politiche e di vere riforme economiche”. (red)

 

 

6. La fiducia va meritata

Roma - “I mercati – osserva Franco Bruni su LA STAMPA – hanno reagito con un forte rialzo alle decisioni europee di domenica notte. I mercati esagerano, in giù e in su, e fanno pensare che qualcosa debba essere messo a punto nel loro funzionamento. Ma è giusto che abbiano festeggiato il salto di qualità che l’Europa ha cercato di fare con provvedimenti ben articolati e che contengono i giusti ingredienti. La medicina per curare la febbre speculativa che ha investito l’area dell’euro deve avere almeno quattro ingredienti. Primo: un progetto di maggior disciplina dei bilanci pubblici di tutti i Paesi e di riforme strutturali per rilanciare la competitività delle economie e l’equilibrio delle bilance dei pagamenti. Perché il progetto sia credibile, i Paesi devono accettare di controllarsi da vicino reciprocamente con la regia indipendente della Commissione. Secondo: una forte solidarietà comunitaria che. Una solidarietà che, anziché insistere nel minacciare l’abbandono di chi è più indisciplinato e meno competitivo, sappia impegnare fondi e garanzie comuni per dargli tempo di aggiustarsi, pur pretendendo di controllare assiduamente e severamente il ritmo e la qualità delle misure che prende. Terzo: politica monetaria energica e immediata per dar liquidità ai mercati, spaventati e distorti dal panico e dalla speculazione, e dar tempo alla disciplina e alla solidarietà di prendere il via e consolidarsi. Quarto: controllo della speculazione, anche con regole nuove che ne proibiscano gli eccessi destabilizzanti. La speculazione, di fronte ai primi tre ingredienti, può in parte calmarsi da sola, almeno temporaneamente, in attesa di vedere se vengono somministrati sul serio. Gli speculatori, per quanto manipolatori ed esagerati, si innestano in una situazione dove le finanze pubbliche sono insostenibilmente in disordine, le competitività di alcuni Paesi compromesse, il clima politico europeo diviso e confuso, e dove gli economisti, non meno dei politici, si esercitano in una babele di giudizi spesso avventati e contraddittori. Se ne dicono di tutti i colori – prosegue Bruni su LA STAMPA – trascurando la complessità dei problemi, la difficoltà e la delicatezza delle evoluzioni istituzionali e il semplice buon senso: uno dei migliori esperti di finanza del mondo, per esempio, scriveva domenica su un quotidiano italiano che la soluzione sarebbe spezzare l’euro in due, quello del Nord e quello del Sud. Nelle decisioni di domenica notte c’è una buona dose di tutti gli ingredienti necessari, fra loro ben collegati, anche se la somministrazione di alcuni di essi è solo un’impegnativa promessa. La solidarietà è assicurata, dall’assistenza finanziaria alimentata da fondi comunitari e intergovernativi. Condizione per l’assistenza è la disciplina dei bilanci, rilanciata anche da ulteriori impegni di aggiustamento di Spagna e Portogallo e dal fatto che comincerà subito il lavoro principale, la riforma del Patto di Stabilità e Crescita il cui mancato funzionamento ci ha ridotto in queste condizioni. La banca centrale è pronta a fornire liquidità ai mercati e a intervenire con acquisti temporanei di titoli pubblici capaci anche di contrastare direttamente la speculazione: ma la sua disponibilità è basata sulle decisioni di solidarietà e disciplina prese dalla Commissione e dai governi. Il Consiglio accelererà la creazione di un nuovo sistema per gestire le crisi con ordine, consentendo che si verifichino insolvenze private e ristrutturazioni di debiti pubblici senza eccessivi danni sistemici. Accelererà anche la revisione del quadro di regole e di vigilanza nel quale oggi si muovono le speculazioni attuate con gli strumenti derivati e le scompostezze delle agenzie di rating. Ora si tratta di dar seguito coerente alle decisioni. È importantissima, in particolare, una riforma convincente del Patto di Stabilità e un impegno all’aggiustamento che non si limiti a indicare i numeri delle correzioni dei bilanci ma specifichi i provvedimenti che le attueranno. Anche la manovra prevista per l’Italia deve assumere con rapidità contorni più concreti. Ad aggiustarsi non devono essere solo i Paesi considerati più fragili: tutti devono correggere con severità, compresa, ad esempio, la Francia. Devono aggiustarsi anche Paesi fuori dell’euro ma con enormi deficit, come il Regno Unito. Dobbiamo mettere l’Europa in grado di restituire le telefonate di raccomandazione che ha ricevuto domenica da Obama, dicendogli l’ansia con cui attendiamo che il suo bilancio pubblico diventi meno evidentemente insostenibile. In mancanza di un adeguato e tempestivo seguito a tutte le decisioni prese domenica, il pericolo più prossimo è vedere la Bce inondare i mercati di liquidità e rimanere a lungo ingolfata di titoli pubblici illiquidi e rischiosi. In queste ultime settimane qualche politico ha sperato che la Bce spegnesse il fuoco da sola, infischiandosene del pericolo di aumentare l’indisciplina, la speculazione e l’inflazione. La Bce – conclude Bruni su LA STAMPA – ha difeso la sua indipendenza ma ha anche compiuto un atto di fiducia negli impegni della politica: che ora deve mostrare di meritarla”. (red)

 

 

7. Pericolo scampato, ora i tagli

Roma - “Attacco all’euro respinto. Almeno si spera – scrive Vittorio Feltri su IL GIORNALE – dopo la reazione tempestiva e decisa della Ue. Ma ciò che è successo una volta può ripetersi perché gli speculatori sono ancora lì al loro posto. Se ne muore uno, ne nasce subito un altro. Così va la finanza ed è bene non dimenticarlo per non replicare i soliti errori. E noi italiani ne abbiamo commessi parecchi in passato senza rimediarvi. Certo siamo messi meglio della Grecia, della Spagna, dell’Irlanda e del Portogallo, però il Mezzogiorno non ci aiuta a cambiare velocità, sicché, nonostante un Nord abbastanza robusto e con le carte in regola, non possiamo considerarci al riparo da nuovi assalti. Tutto questo per dire una cosa semplice da enunciare e difficile da realizzare. Abbiamo voluto la moneta unica?Allora dobbiamo adeguare il bilancio pubblico al mercato e non più allo Stato sociale, imponente e di tipo comunistoide, che ci siamo dati senza potercelo permettere se non dissanguandoci. Il punto è proprio questo. O si riduce il welfare all’essenziale, e si aggiustano i conti, oppure ci si rassegna ad avere un debito talmente elevato da costringerci a emettere in continuazione titoli per finanziare la spesa corrente, rimanendo però esposti al pericolo di fare la fine della Grecia. Conosco l’obiezione (non solo della sinistra): anziché tagliare la spesa strutturale indispensabile a proteggere i cittadini dalla culla alla tomba, bisogna mirare alla crescita economica. Il ragionamento starebbe in piedi se la crescita fosse a portata di mano, male prospettive di espansione non ci sono, quindi se le entrate sono inferiori alle uscite, come sa qualunque capo famiglia a reddito fisso, non resta che limare le uscite. Su quali voci occorre intervenire con le cesoie? È stato detto e ribadito in ogni salsa, tuttavia nessun governo se ne è dato per inteso: forse per paura dei sindacati, per paura di perdere voti, per paura di rompere la pace sociale. Comunque sia, la questione non è più eludibile. Tagliare i costi della Previdenza elevando l’età pensionabile ai livelli medi europei (65 anni minimo) per uomini e donne. Riordinare la spesa sanitaria impazzita: in alcune regioni, attualmente, un camice da chirurgo costa otto euro e in altre oltre trenta; il prezzo dei farmaci, essendo fra i più salati del mondo, va ridimensionato; le cure e i ricoveri gratuiti sono una meraviglia da garantire ai bisognosi ma non a tutti, indiscriminatamente. Sono soltanto piccoli esempi – prosegue Feltri su IL GIORNALE – per capire che nessuno pretende di diminuire la qualità e l’efficienza dei servizi, bensì gli sprechi. Terza voce. Non è più il caso di considerare l’impiego pubblico una sorta di ammortizzatore sociale che fornisca salari a gente raccomandata, specialmente dalla politica. Anche in questo campo, un esempio da brividi: la Regione Sicilia ha quasi 30mila dipendenti, la Regione Lombardia, 3mila. Bloccare le assunzioni è un obbligo morale oltre che finanziario. Quarta voce. Eliminare davvero gli enti inutili (una miriade) e non prometterlo soltanto in campagna elettorale per poi scordarsi l’impegno onde non scontentare qualcuno. Infine la politica: che tra il numero impressionante degli addetti, tra ladri e profittatori, corrotti e corruttori è un’idrovora insaziabile. Si rubi pure, se proprio non se ne può fare a meno, ma con moderazione. Sono consapevole. Adottando le misure sommariamente indicate ci vorrebbero due o tre anni per abbassare il debito del 10-15 per cento. Troppi? Non sono pochi. Ma se non cominciamo in epoca di crisi, e con le elezioni più vicine nel 2013, non risparmieremo mai e prima o poi ne pagheremo le conseguenze. Alla greca. Serve coraggio, e se non lo tira fuori Berlusconi, campa cavallo”, conclude Feltri su IL GIORNALE. (red)

 

 

8. La ricetta di Monti: “Più mercato unico”

Roma - “Poteva abbattere l’Europa, quest’ultima crisi. E travolgere a colpi di protezionismo e nazionalismo economico – scrive Luigi Offeddu sul CORRIERE DELL SERA – il suo mercato unico, il sogno che il visionario Jacques Delors disegnò nel 1985. Invece, così non è stato, almeno finora. Anzi: nonostante susciti in molti europei ‘sospetto, paura, se non in alcuni casi aperta ostilità’ nonostante il disincanto e la ‘stanchezza da integrazione’, quello stesso sogno di Delors è oggi ‘meno popolare che mai e più necessario che mai’, forse l’antidoto vincente contro altre future crisi. Purché si rafforzi, si estenda. È la diagnosi di Mario Monti, economista e presidente dell’Università Bocconi, già commissario europeo al mercato interno e alla concorrenza. In autunno, il presidente dell’attuale Commissione José Manuel Barroso lo aveva incaricato di preparare un rapporto proprio sul rilancio del mercato unico. Dopo aver consultato i leader della Ue e dei singoli Stati - in Italia Tremonti e altri - Monti ha terminato il suo lavoro. E ieri ha consegnato il rapporto a Barroso, al tredicesimo piano del Palazzo Berlaymont, dove ha sede la Commissione. In quello stesso momento, le Borse decollavano e l’Eurozona sigillava il suo piano di salvataggio, il fondo-prestiti per le capitali in difficoltà. Un concetto che il dossier dell’economista italiano sembrava già anticipare, in qualche modo: ‘L’assunzione di prestiti su vasta scala tramite un organismo europeo e la successiva erogazione di prestiti agli Stati membri possono rappresentare una soluzione equilibrata’ per rimettere in riga i governi meno oculati, evitando quel ‘salvataggio comunitario’ tuttora proibito dai Trattati Ue. Al di là delle convulsioni attuali, della Grecia o di altri Stati, restano le paure di fondo, in parte sempre uguali. Al mercato interno Ue, nota Monti, sono dedicate ben 1.521 direttive e 976 regolamenti. Grazie a tante norme, tutto dovrebbe funzionare ormai alla perfezione: e invece, ‘con il tempo il sistema dell’Ue ha accumulato asimmetrie interne fra l’integrazione del mercato a livello sovranazionale e la protezione sociale a livello nazionale, che generano attriti e danno origine a disincanto e avversione nei confronti dell’apertura del mercato’. Sono in fondo le stesse domande che il proverbiale signor Rossi si è rivolto sempre più spesso negli ultimi anni: ‘La frontiera aperta mi porterà anche la concorrenza sleale di chi non ha regole? Il libero mercato è compatibile con i diritti sindacali? Sarà l’idraulico polacco a soffiarmi il posto?’. Non ci sono probabilmente risposte definitive. Ma ‘è necessario rimuovere in modo mirato’, dice ancora l’economista, quelle ‘fonti di attrito’. Come? Non con meno, ma con più mercato unico. In altre parole, con una serie di robuste iniezioni di coesione dinamica: dal mercato unico del digitale a quello dell’energia verde, dal mercato unico delle merci e dei servizi a quello dei capitali e dei servizi finanziari, Monti elenca una serie di settori dove molto si potrebbe ancora fare. Con un approdo ideale all’orizzonte, già proposto anche in passato dall’ex commissario europeo: il compromesso o l’incontro a metà strada, in nome dell’’economia sociale di mercato’, fra quegli Stati dove il consumatore ha un ruolo più centrale (modello anglosassone) e quelli invece più attenti alle esigenze del lavoratore e dell'imprenditore (modello franco-italiano). Nel rapporto – prosegue Offeddu sul CORRIERE DELL SERA – vi sono diverse proposte operative: per gli automobilisti, ad esempio, l’abolizione della doppia tassa di immatricolazione in Paesi diversi; e per i cittadini in genere, una carta di libera circolazione europea ‘che racchiuda in un unico documento tutte le informazioni di cui un cittadino europeo può aver bisogno in un altro Stato, oltre all’identità e alla cittadinanza: situazione del permesso di lavoro, status sociale e diritto alla previdenza sociale’. E ancora: il riconoscimento degli atti ufficiali nei vari Stati; o, per i 20 milioni di piccole e medie imprese, l’agevolazione del commercio elettronico e l’abbattimento degli ostacoli che frenano i rapporti transfrontalieri (solo il 5 per cento di quelle europee opera all’estero). Poi, il business del digitale: il dossier cita un recente studio secondo cui la Ue potrebbe aumentare il suo prodotto interno lordo del 4 per cento (vale a dire, quasi 500 miliardi di euro) ‘promuovendo il rapido sviluppo del mercato unico del digitale entro il 2020’. Quanto all’industria eco-compatibile, a basse emissioni di carbonio, l’Europa può dirsi ben competitiva. Genera già oggi un fatturato da 300 miliardi e assicura - dice ancora il rapporto - 3,5 milioni di posti di lavoro. Ma è minacciata dalla concorrenza di altri continenti: Monti sottolinea come un mercato unico dell’energia, oltre ad accrescere ancor più la competitività, accelererebbe anche l’introduzione delle nuove tecnologie. Non solo: ‘creare nuovi quadri normativi Ue per la vasta diffusione delle fonti rinnovabili, i contatori intelligenti, le reti intelligenti, la trasparenza dei mercati all’ingrosso dell'energia’. L’idea di Delors ha poi una dimensione fiscale, spesso molto controversa, e qui l'economista italiano torna a proporre delle ‘misure di coordinamento fiscale’ fra Paesi Ue contro la pratica dello ‘shopping normativo’: imprese e cittadini che si scelgono tranquillamente l’agente delle tasse, perché corteggiati da governi che offrono meno imposte e meno controlli, nel nome della concorrenza fiscale e cioè di ‘un’asimmetria preoccupante’, fonte di ingiustizie e abusi. Il rapporto di Monti, così ha annunciato ieri il presidente Barroso, sarà la base di una proposta politico-legislativa che la Commissione Europa presenterà in luglio. Ma nel frattempo – conclude Offeddu sul CORRIERE DELL SERA – e dopo gli scossoni in Grecia, che cosa potrà accadere ancora? In giorni di bufera, le profezie sono ancora più difficili. Una cosa però è certa, dice ora Monti: ‘Quello della Grecia è stato sì un problema di finanze pubbliche. Ma anche e soprattutto il problema di un’economia reale poco competitiva, che non ha lasciato penetrare abbastanza il mercato unico: cioè la concorrenza, l’unico stimolo’”. (red)

 

 

9. Europa un giorno da leone

Roma - “Dopo la grande paura – scrive Guido Gentili sul SOLE 24 ORE – il varo del piano europeo che impegna 750 miliardi a difesa dell’euro e il brindisi globale delle borse, è legittimo tirare il fiato. Di più. Fatto assai raro nella giovane storia d’Europa, suona convincente, pure in un quadro di difficoltà e contraddizioni profonde che ne fanno ulteriormente apprezzare l’ultimo, quasi disperato, salto in avanti, la duplice risposta fornita dai poteri politici e monetari europei. La soddisfazione per il pericolo scampato non deve però far abbassare la guardia. È stato alzato un muro di difesa finanziaria dagli attacchi della speculazione che dalla Grecia al Portogallo e alla Spagna avrebbero potuto polverizzare il sistema dell’euro, non è nata una nuova Europa che abbia messo al bando le vecchie le bandiere e, soprattutto, i vizi nazionali. Sotto questo profilo la partita politica comincia ora, a partire dalla riscrittura delle regole del Patto di stabilità e di crescita, che per lunghi anni è stato considerato un totem intangibile. Del resto, la storia stessa dell’Europa, dal ‘serpente’ monetario allo Sme, e da qui all’euro, dimostra che ogni costruzione monetaria comune deve prima o poi fare i conti con la politica e con la realtà, storico-sociale, economica e culturale, che ciascun paese porta in dote. Può forse suonare come una sorpresa il disimpegno della Gran Bretagna? O possono essere cancellate con un tratto di penna le alterne fortune, e gli interessi divergenti, dei paesi ‘cicala’ e di quelli ‘formica’? Non c’è stata forse troppa fretta nella generale corsa all’allargamento? Può essere considerata solo una stravaganza l’idea che si possa arrivare a un euro di serie A (per il Nord) e uno di serie B (per il Sud), come ventilato domenica sul Sole 24 Ore da Luigi Zingales? Il grande lavoro per riconfigurare l’idea stessa dell’Europa è appena partito. E un grandissimo lavoro tocca all’Italia. Continua u pagina 21 Ma anche in questo caso la legittima soddisfazione per come si è mosso il governo nelle ore cruciali dell’euro-bufera non deve schermare i problemi. Il paese ha retto bene nella Grande Crisi ed è riuscito a tenere sotto controllo i conti pubblici meglio di altri. Però ha un problema di crescita molto bassa da più di quindici anni e continua a soffrire di un grave dualismo interno. La macro-area Piemonte-Lombardia-Veneto – prosegue Gentili sul SOLE 24 ORE – è forte e più che competitiva in Europa: da sola significa oltre il 38 per cento del Pil italiano, contro il 27 per cento dell’Ile de France per la Francia e il 17 per cento della Baviera per la Germania. Il Mezzogiorno racconta una storia opposta, dove è in declino anche la crescita demografica. Anche in questo caso, a parte il cattivo gusto, non deve meravigliare se persiste la colorazione a tinte forti del nostro Sud: l’Economist vede il Nord alleato con il Centro Europa e il Meridione, da Roma in giù, ribattezzato con la parola ‘bordello’ alla deriva verso la Grecia. Una provocazione, certo, ma che testimonia uno scetticismo di fondo sulla tenuta dell’Italia. E allora, provocazione per provocazione: nel caso di un sistema euro a due velocità, ce la farebbe l’Italia, economicamente e socialmente divisa in due, a restare unita lottando in serie A? Sì, com’è ovviamente auspicabile e com’è nelle corde di un paese che ha saputo riscattarsi alla grande nel Secondo dopoguerra. Sì, ma a condizione di saper affrontare senza esitazioni la questione Nord-Sud. Il che chiama in causa la riforma federalista e, all’interno di essa, il nuovo modello di federalismo fiscale. Il confronto sui decreti attuativi di questa riforma indispensabile, che ha come obiettivi la semplificazione del sistema, la riduzione della pressione fiscale e l’affermazione del principio di responsabilità per il quale i cittadini e le imprese potranno sapere come e perché vengono spesi i denari richiesti con le tasse, è appena partito. Finora s’era affermato un particolare modello di federalismo: quello contabile, per il quale nessuno poteva neanche calcolare i costi di servizi e prestazioni. Tanto lo stato, motore e vittima della finanza derivata, pagava e ripianava tutto a piè di lista. E al Sud, per fare solo un esempio, una sacca di sangue per le trasfusioni può costare quattro volte di più che al Nord. Parlando ieri dei problemi dell’Italia, paese indicato come ‘media potenza declinante’ nel contesto mondiale, i vescovi della Cei hanno affrontato il problema del federalismo fiscale, per il quale suggeriscono una riflessione più attenta in modo da evitare ‘decisioni-manifesto’ e modelli di ‘federalismo per abbandono’. Deve prevalere, invece, il ‘federalismo solidale’. Nella declinazione quantitativa e qualitativa della parola ‘solidale’ c’è tutto il senso della sfida per il Sud. Che - una volta calcolati i famosi costi standard - può attendersi una solidarietà finanziaria vera, ma non può d’altra parte insistere, all’ombra dell’invocata solidarietà sociale, sulla strada di un modello assistenziale e di sperpero di risorse senza controllo. Che finiscono per scaricarsi sui contribuenti del Nord, i quali vedono crescere la differenza tra quanto pagano con le tasse e quanto ricevono in forma di spesa pubblica mentre la politica dei trasferimenti al Mezzogiorno non si è tradotta in un aumento della produttività e della crescita. Sono le due Italie – conclude Gentili sul SOLE 24 ORE – (una già in serie A e l’altra in serie B) che possono impedire all’Italia unita di stare tutta in serie A e che sciaguratamente potrebbero finire per avvalorare il brutto quadretto dell’Economist”. (red)

 

 

10. Segnali di un partito europeo per la crescita

Roma - “Per i più scettici si tratta del classico rimbalzo. I più realisti – scrive IL FOGLIO – parlano di ricoperture soprattutto sui titoli bancari dopo le massicce vendite di venerdì scorso. Per tutti ha funzionato, al momento, lo scudo per gli stati dell’Ue e per la moneta unica. Uno scudo che ha avuto l’obiettivo di ridare una temporanea fiducia. I risultati sono chiari: l’euro è salito in mattinata poco oltre quota 1,31 per poi riportarsi a sotto 1,28, le Borse sono schizzate (dal 9,6 per cento di Parigi fino al 14 di Madrid passando per il più 11 per cento di Milano) e i credit default swap (cds, l’assicurazione contro il fallimento degli emittenti, in questo caso gli stati) sono crollati: buon segno. Pure Barack Obama ha elogiato le azioni ad ampio raggio dell’Unione europea. Le speranze di tutti si appuntano su un rapido consolidamento. In ambienti finanziari c’è chi parla anche di una moral suasion concertata tra Tesoro tedesco, francese e italiano per indurre gli investitori istituzionali a fare la loro parte. Resta il fatto che così come il primo pacchetto di aiuti alla Grecia era stato sonoramente bocciato, innescando poi le turbolenze e le cadute successive, stavolta il massiccio piano concertato tra governi, Fondo monetario internazionale e Bce sembra aver convinto i mercati. Il cuore dell’operazione è la decisione della Bce che potrà comprare titoli pubblici dei paesi in sofferenza. Decisione sofferta e, come ha spiegato Jean-Claude Trichet, votata a maggioranza, benché ‘schiacciante’, dal comitato esecutivo a sei e dal consiglio direttivo, il board dei governatori della zona euro. Lo stesso Axel Weber, presidente della Bundesbank e membro del consiglio direttivo Bce, ha detto che questo tipo di operazioni possono comportare ‘rischi’. A questa potente arma calmieratrice si è aggiunto l’intervento dell’Unione europea articolato su tre livelli: un fondo di 60 miliardi dalle casse comunitarie; un piano di prestiti bilaterali ai paesi a rischio con meccanismo simile a quello messo in atto per la Grecia, ma per 440 miliardi, il quadruplo; e i 250 miliardi del Fmi. Ma le azioni non saranno indolori, anche perché incombono altri declassamenti (junk in vista per il debito greco, secondo Moody’s, che prevede un downgrade per il Portogallo). Ogni paese, a partire da Spagna e Portogallo, è chiamato a varare un piano di austerity per una riduzione immediata dei deficit. Ieri il Portogallo ha già annunciato manovre più rigorose sia per il 2010 sia per il 2011: Lisbona intende portare il rapporto deficitpil dal 6,6 per cento previsto al 5,1 per cento. Ma il vero test sarà evidentemente Madrid che, con un deficit del 10 per cento e una disoccupazione del 20 per cento, dovrà tagliare le spese per le infrastrutture sulle quali aveva puntato per far ripartire l’economia. Il premier José Zapatero ha già annunciato che non intende aumentare le tasse né ridurre gli stipendi pubblici, come ha invece dovuto fare la Grecia. Il debito pubblico spagnolo è di poco superiore al 70 per cento del pil, meglio di Francia, Germania e Italia. Ma anche la Francia, con un debito quasi al 90 per cento e un deficit dell’8, ha annunciato il blocco per tre anni della spesa pubblica: Nicolas Sarkozy intende mantenerla sotto l’inflazione. In Germania proprio ieri Angela Merkel ha detto che nei prossimi due anni non ci sarà un abbassamento delle tasse. E l’Italia? Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti – prosegue IL FOGLIO – ha indicato la scorsa settimana la necessità di una manovra da 27 miliardi, per rispettare gli impegni con la Commissione europea: la stretta dovrebbe riguardare comuni, sanità e i futuri contratti dei pubblici dipendenti. L’obiettivo è di riportare il deficit sotto il 3 per cento nel 2012 (quindi nei tre anni di durata dell’intervento europeo) e di ridurre il debito di almeno due punti. Si riparla, senza conferme, di interventi anche sui saldi di finanza pubblica di quest’anno. Ma tra analisti ed economisti gli euro entusiasmi si raffreddano. Dice al Foglio Alberto Bisin, docente di Economia alla New York University: ‘Ciò che sta accadendo è che uno e forse più paesi europei hanno sostenuto politiche di bilancio irresponsabili finanziate dalle banche francesi e tedesche. E come Barack Obama ha salvato le banche americane, così oggi Francia e Germania, per salvare le proprie banche, dichiarano di salvare Grecia, Portogallo, Spagna e forse anche Italia. A me sembra il canto del cigno dell’Europa’. In altri termini, a pagare sarebbero alla fine i contribuenti. Critiche che trovano sostegno nell’esposizione delle banche francesi e tedesche in Grecia (51 per cento del totale mondiale, e 62 per cento di quello europeo), in Spagna (40 e 64 per cento), in Portogallo (33 e 38 per cento); molto meno però in Italia. In maniera più tranchant, secondo gli analisti di Bnp Paribas, ‘la Grecia è Bear Stearns, il Portogallo è Lehman Brothers e la Spagna è AIG’. A preoccupare è il tentativo di contrastare i debiti con ulteriori debiti. Pericoli del genere sono stati indicati ieri anche dalla People’s Bank of China: i problemi legati al debito sovrano nella zona euro potrebbero creare un rischio sistemico per l’economia globale, con il rischio di ricadute su altri paesi, ha scritto la Banca centrale cinese nel documento trimestrale sulla politica monetaria. Dal possibile circolo vizioso del debito che crea altro debito nascono le basi di quello che può definirsi il partito europeo della crescita. Un fronte per lo più composto da accademici, tecnici e politici accorti che indica nelle riforme strutturali per innescare una rinnovata politica dell’offerta l’unica, vera strada per poter tornare a crescere in termini di pil. Sintomatico a questo proposito l’editoriale di ieri del Financial Times, le indicazioni che da tempo giungono dalla Bce, come quelle di recente ribadite dal membro italiano del board dell’istituto di Francoforte, Lorenzo Bini Smaghi. Per non parlare delle prognosi insite nelle diagnosi dell’ufficio studi della Banca d’Italia. A chiarire lo scenario è stato ieri sul Corriere della Sera l’economista Francesco Giavazzi: ‘Il problema vero sono le prospettive dell’economia reale, non la finanza’. Finanze pubbliche ordinate aiutano, secondo l’economista bocconiano, perché danno il tempo di fare le riforme. Ma le finanze pubbliche ordinate, da sole, ‘non risolvono il problema della crescita e della disoccupazione’. Da qui – conclude IL FOGLIO – l’urgenza di innovazioni a carattere permanente. Non mancano i consigli all’Italia: perché, ad esempio, non sostituire la cassa integrazione che ingessa le aziende con un ‘moderno sistema di sussidi che aiutino i lavoratori a spostarsi da un’azienda all’altra’?”. (red)

 

 

11. Le condizioni per ripartire

Roma - “Il difficile viene adesso. Rete Imprese Italia – scrive Dario Di Vico sul CORRIERE DELLA SERA – è nata appena ieri, ma il gruppo dirigente delle cinque organizzazioni dell’artigianato e del commercio che le hanno dato vita sa che purtroppo non avrà diritto a un’infanzia spensierata. Tutt’altro. Non siamo ancora usciti dalla più ampia recessione dal dopoguerra a oggi e il copione dell’economia globale ci impone, come in una gara di slalom, di affrontare un altro ostacolo, la crisi della finanza pubblica europea. Un’emergenza che sta scuotendo la costruzione comunitaria e che finirà per cambiare l’agenda della politica economica nazionale. È possibile infatti che prima dell’estate il governo comunichi in anticipo la manovra prevista per il 2011, chiami il Parlamento a votare subito una correzione dei conti pubblici, rimandi ogni velleità di politiche espansive e metta le parti sociali di fronte alle proprie responsabilità. Nella lista nera europea dei Paesi indebitati abbiamo guadagnato in questi anni qualche posizione e non c’è dubbio che per mantenerla dobbiamo dimostrare il massimo della coerenza e del rigore. Anche perché è stato osservato che ogni qual volta i governanti italiani parlano di riforma fiscale lo spread tra i nostri Btp e i Bund tedeschi sale. Ma la necessità di non perdere il relativo vantaggio acquisito nei confronti di altri Paesi vuol dire che saremo costretti a rinviare sine die scelte come il fisco più leggero e il federalismo che corrispondono a quanto chiedono sia le piccole e medie imprese sia i territori? Queste domande ieri nell’intervento che Carlo Sangalli ha fatto a nome della presidenza di Rete Imprese Italia sono rimaste sotto traccia. Per prudenza e per fair play. Chi le ha esplicitate – prosegue Di Vico sul CORRIERE DELLA SERA – è stato Giuseppe De Rita che ha sostenuto con forza le ragioni dell’economia reale e del nostro capitalismo di territorio, componente chiave della stessa identità italiana. Con questa pressione fiscale, ha aggiunto, «non si fa ripartenza», per mettere gli imprenditori in condizione di battersi alla pari sui mercati internazionali c’è bisogno di maggiore libertà. Anche perché il dato (pessimo) sugli ordinativi delle piccole e medie imprese in aprile è un campanello d’allarme che non si può ignorare. Di conseguenza, la politica è chiamata ancora una volta a trovare una sintesi tra le ragioni del rigore e le esigenze della crescita, tra Maastricht e il Paese. In questa chiave va segnalato il riemergere del tema del vincolo esterno, la predominanza degli impegni presi in sede europea che pone di nuovo in secondo piano le scelte formulate in ambito politico nazionale. Lungo tutti gli anni ‘90 la tesi del vincolo esterno servì a contenere il partito della spesa facile, riuscì a far capire agli italiani l’esigenza di adeguarsi agli standard europei, diede ai riformatori la forza per imporre cambiamenti che non avevano trovato sul piano elettorale i consensi necessari. Stavolta è diverso. Il vincolo esterno, «la canzone di Bruxelles», avrebbe come effetto il rinvio o il congelamento di provvedimenti largamente testati sul piano elettorale interno e che corrispondono pienamente alle richieste e agli interessi della constituency di centro-destra. Un rischio, dunque”, conclude Di Vico sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

 

 

12. La nuova Bce e il ruolo della Fed

Roma - “La battaglia comincia tra le brume dell’alba. Come ad Austerlitz nel racconto di Lev Tolstoj. A Tokyo – scrive Stefano Cingolani su IL FOGLIO – apre la Borsa e subito si vede che i cannoni caricati a Bruxelles non sparano a vuoto. Gli indici azionari salgono. Lentamente, ma sono solo i primi colpi. Il maresciallo di campo Jean-Claude Trichet, ha ben altre cartucce in canna. L’assalto dei governi e delle banche centrali contro i ‘cavalieri neri’ dei fondi speculativi, non ha limiti perché viene condotto contemporaneamente sotto tutte le latitudini. La guerra delle monete, del resto, è mondiale. Quanto alle risorse, non sono davvero poche. Un trilione di dollari pari a 750 miliardi di euro. E’ la ciambella di salvataggio per le economie in difficoltà. L’Ue ha messo in campo quello strumento che nell’autunno 2008 la Germania aveva rifiutato per far fronte alla crisi finanziaria. A questo si aggiungono altre armi fuori ordinanza. La Banca centrale europea per la prima volta può comperare titoli emessi dai governi, in deroga all’articolo 123 del trattato istitutivo. Per non incorrere in una violazione formale, l’acquisto avviene attraverso le banche centrali nazionali. E non basta ancora. Entrano in campo, con una manovra coordinata che ha pochi precedenti, tutti gli istituti di emissione, a cominciare dalla Federal Reserve, attivando i currency swap: nelle settimane scorse si è fatta incetta di dollari e ora bisogna rifornire le banche centrali che non ne hanno a sufficienza per sostenere la quotazione dell’euro. Anche la Fed, dunque, interviene sia pur indirettamente, in aiuto alla valuta europea. E’ un’altra novità, perché finora è prevalso il benign neglect rispetto ai cambi. Quante barriere sono state infrante ieri, quanti tabù dell’europeismo ortodosso sono caduti in un solo giorno. Anche il coinvolgimento attivo dell’Amministrazione Obama cerca di sfatare una leggenda: quella, molto gettonata sui mercati, secondo la quale dietro il gioco sporco delle agenzie di rating e degli hedge fund si nasconda un interesse di fondo a rilanciare il dollaro affossando la moneta comune europea. Che la voglia esista non c’è dubbio, ma non da parte del governo di Washington. All’apertura dei mercati europei, le truppe scelte scendono in campo acquistando euro. Lo scatto è immediato e alle 10 del mattino la moneta europea torna a quotare 1,30 nei confronti del dollaro (la settimana scorsa era scesa fino a 1,27). I ribassisti battono in ritirata. Il costo dei famigerati credit default swap, le assicurazioni contro il fallimento dei bond pubblici, crolla: da 915,5 di venerdì a 657 punti base per la Grecia, da 425 a 263 per il Portogallo, da 238,6 a 157 per la Spagna e da 225 a 145,5 per l’Italia. La differenza tra i titoli del Tesoro decennali italiani e gli equivalenti tedeschi cala sotto i 100 punti base. All’ora di pranzo, dall’Eurotower di Francoforte parte l’azione coordinata delle banche centrali europee, Banca d’Italia compresa, per acquistare titoli di stato. A quel punto le Borse continentali sono già in piena euforia. Poi arriva Wall Street con l’indice Standard & Poor’s dei 500 maggiori titoli che sale di 4,2 punti, il rimbalzo più forte dell’anno. Se la speculazione è il nemico globale, allora si capisce perfettamente l’offensiva di ieri. Ma il contrattacco delle banche centrali e dei governi – prosegue Cingolani su IL FOGLIO – ha cambiato i fondamentali? Durante le guerre napoleoniche David Ricardo consigliava di ripristinare il legame della sterlina con l’oro e rendere soltanto temporaneo l’aumento delle imposte, predicando rigore contro l’opinione prevalente secondo la quale bisognava prima sconfiggere il grande tiranno. A la guerre comme à la guerre. Esattamente come ha ragionato l’Unione europea. Secondo Paolo Savona, la rete di sicurezza attorno alla moneta europea è davvero imponente. Per la Bce, si tratta di una vera e propria rivoluzione. Finora il suo compito era quello di controllare la base monetaria incanalata verso l’economia reale attraverso le banche. Con la crisi del 2008 ha cominciato a usare altri canali, accettando obbligazioni dalle imprese. Adesso apre anche al Tesoro, perché acquista titoli di stato. Manca un altro canale, quello estero, con l’intervento diretto sulle valute, acquistando euro. Sentiremo presto levarsi alte grida sul potenziale inflazionistico di questa nuova politica monetaria. E le obiezioni principali verranno dalla Germania. Il rischio che le banche centrali si riempiano come otri di titoli pubblici molti dei quali risultano altamente pericolosi, è serio. Le casse della Fed rigurgitano di bond che non riesce a smaltire. La drammatica notte di Bruxelles ricorda un aneddoto popolare in Banca d’Italia. Nel 1983 le casse del Tesoro sono all’asciutto e, grazie al cosiddetto divorzio, via Nazionale non può più coprire a piè di lista le spese di via XX Settembre. Un giorno Nilde Iotti, presidente della Camera, telefona al governatore Carlo Azeglio Ciampi, lamentando che il Banco di Napoli non può pagare l’appannaggio ai parlamentari. ‘Non posso farci niente’, risponde Ciampi. ‘Ma una via d’uscita ci sarà pure’, insiste la Iotti. E il governatore: ‘Faccia approvare una legge che mi obbliga a stampare altre lire’. Non è avvenuto esattamente lo stesso, perché il trattato europeo lo impedisce. La Bce resta autonoma e la base monetaria non aumenterà (questo l’impegno assunto). Tuttavia i governi hanno messo in campo tutta la loro capacità di convinzione. Uno storico dell’economia come Pierluigi Ciocca, che ha lavorato lungamente al piano nobile di Palazzo Koch, torna a quel fatidico 1931, quando la Banca d’Italia era tecnicamente fallita per aver assorbito i titoli della Banca Commerciale e delle grandi industrie in crisi. Se ne liberò creando l’Iri al quale rivendette gli asset guadagnandoci su. Ma l’Iri era finanziato dal governo italiano. Un Iri mondiale non fa senso. Quindi ci vuole più rigore nei paesi indebitati e più crescita in quelli che possono fare da locomotiva. Per ridurre i debiti e rinsaldare i titoli di stato. ‘L’Unione europea ha acquistato tempo’, scrive Wolfgang Munchau del Financial Times e suggerisce riforme sostanziali (l’introduzione di un bond europeo, politiche per ridurre gli squilibri, una supervisione delle politiche economiche, una politica fiscale unica), per convincere i mercati. Perché, dopo averle tagliato gli artigli – conclude Cingolani su IL FOGLIO – alla speculazione bisognerà pur lisciare il pelo”. (red)

 

 

13. E se tassiamo gli speculatori?

Roma - “L’Europa tira un sospiro di sollievo. Tra il 7 e il 10 maggio, in un fine settimana di febbrili riunioni anche notturne, la Uem (Unione monetaria europea) e la Ue hanno affrontato uno dei momenti più pericolosi della loro storia dal punto di vista valutario e finanziario. Un eventuale tracollo dell’euro e dei titoli di Stato dei Paesi membri – scrive Alberto Quadrio Curzio sul CORRIERE DELLA SERA – avrebbe avuto anche gravissime conseguenze economiche e politiche non solo in Europa. Questo spiega perché il presidente americano Obama ha ripetutamente telefonato al cancelliere tedesco Angela Merkel e perché nell’intervallo di tempo citato tutti i capi di Stato o di governo della Uem sono rimasti mobilitati. Le premesse di questa vicenda sono note: nella falla della crisi greca e nelle incertezze decisionali della Uem si è infilata la speculazione internazionale che ha tentato di farne una voragine capace di ingoiare l’euro e molti titoli di Stato di Eurolandia. È quella speculazione che da quando è iniziata la crisi si vorrebbe regolare ma che opera indisturbata distorcendo il ruolo dei mercati finanziari che invece dovrebbero operare per la crescita economica. La sequenza difensiva prima e aggressiva poi della Ue e della Uem si è sviluppata in due fasi. La prima è stata governata dai ministri economici di Eurolandia e dalla Bce che hanno messo a punto, tra l’11 aprile e il 2 maggio e in accordo con il Fmi, un piano di sostegno alla Grecia. La seconda fase è stata governata dal 7 maggio dai capi di Stato o di governo della Uem che, in stretto collegamento con i ministri finanziari e con la Bce, hanno deciso di affrontare il confronto con la speculazione chiedendo all’Ecofin e alla Commissione di rendere operativo un piano di intervento varato poi nella notte tra domenica e lunedì. Con un ruolo non indifferente dell’Italia. Questo perché Tremonti, che negli ultimi mesi si è guadagnato un’autorevolezza notevole, ha sempre avvertito che la crisi avrebbe potuto avere una recrudescenza. Buon gioco ha avuto quindi anche il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, a spingere per una soluzione operativa. Ruolo che anche l’opposizione ha riconosciuto in quello spirito di interesse nazionale che il presidente Giorgio Napolitano raccomanda. L’intervento, che senza il lavoro del numero uno della Commissione Ue Barroso e del consiglio Van Rompuy, difficilmente sarebbe andato in porto, è di grande portata, mobilitando per prestiti fino a 750 miliardi di euro (60 della Commissione europea, 440 dagli Stati membri, 250 dal Fmi). I Paesi di Eurolandia che vi attingessero – prosegue Quadrio Curzio sul CORRIERE DELLA SERA – dovrebbero garantire un miglioramento dei propri conti pubblici e riforme strutturali per la crescita e la competitività. Non meno importante è la possibilità che la Bce, guidata saldamente da Trichet, acquisti titoli di Stato dei Paesi di Eurolandia come da tempo fa la Fed. La Uem e la Ue hanno ritrovato dunque una forte determinazione e capacità di decisione. Tutti i mercati finanziari hanno reagito positivamente e i differenziali nei tassi di interesse dei titoli di Stato dei Paesi di Eurolandia si sono ridotti rispetto a quelli tedeschi dando una precisa indicazione che il rischio stava calando. Tutto ciò tranquillizza ma non completamente perché la Uem dovrà affrontare anche una terza fase agendo per consolidare la propria identità e forza economico-finanziaria, come in parte è prefigurato nei documenti dei giorni scorsi. La vigilanza sui conti pubblici dei Paesi membri dovrà aumentare (a Portogallo e Spagna è stato chiesto di ridurre da subito il deficit) e quelli meno efficienti dovranno migliorare le proprie performance. Interessante è anche l’idea di una specie di «Tobin tax» prefigurata dall’Ecofin e che a nostro avviso dovrebbe colpire le plusvalenze finanziarie dovute a operazioni speculative di breve termine. Sarebbe sia un bel deterrente sia una fonte di risorse utili per politiche europee attive che potrebbero essere alimentate anche dal Fondo europeo di sviluppo da noi (e da altri) proposto per spingere la crescita tramite gli investimenti. Più in generale – conclude Quadrio Curzio sul CORRIERE DELLA SERA – la Uem dovrà dotarsi, oltre le emergenze, di strumenti di politica economica, finanziaria e fiscale per lo sviluppo”. (red)

 

 

14. Ora speculiamo sulla crescita

Roma - “Noi siamo quello che raccontiamo. Trovare una narrativa corretta per la crisi – scrive Carlo Stagnaro su IL FOGLIO – è l’unico modo per vedere oltre le nebbie del presente. Purtroppo, l’Europa cerca gli untori. ‘La collera aspira a punire – scriveva Alessandro Manzoni negli splendidi e tragici capitoli dei ‘Promessi Sposi’ sulla peste di Milano – le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi’. ‘Dagli agli speculatori’, quindi. Ma davvero sono loro i responsabili del tracollo greco e, con esso, dell’incapacità europea di reagire, del rischio che la scossa si trasmetta agli altri ‘Pigs’? In un certo senso, la risposta è sì: la colpa è degli speculatori. Purché si definiscano con precisione le parole. Speculatore è chiunque non metta i soldi nel materasso. Speculatore è chiunque preferisca un rendimento alto a uno basso, un rischio inferiore a uno superiore, e non sia disposto a rischiare senza essere adeguatamente remunerato. Lo spiega bene l’economista Marco Pagano sulla Voce.info: ‘Quando uno stato sovrano accumula un livello molto elevato di debito, gli investitori cominciano a temere che esso non sia ‘sostenibile’, cioè che lo stato non riuscirà a restituire capitale e interessi generando avanzi di bilancio in futuro (cioè un gettito fiscale superiore alla spesa pubblica). In questo caso, chiedono tassi di interesse maggiori per acquistare nuovo debito pubblico, poiché vogliono essere compensati per il rischio di insolvenza’. La genesi della crisi attuale sta tutta lì. Sta nello stato greco, e in quello portoghese, e spagnolo, e italiano, che hanno accumulato un debito insostenibile. Vero è che l’architettura dell’euro complica le cose. Ma la radice di tutti i mali non è nel mercato, nella speculazione, nel profitto. La radice dei mali è nelle finanze pubbliche allegre e creative, nello stato spendaccione e irresponsabile. Nella speranza di alcuni governi europei che dei loro disastri si sarebbero fatti carico altri: gli investitori gonzi, i paesi più solidi, le generazioni future, mal che vada le organizzazioni internazionali. Con un risvolto geopolitico epocale: ‘I Brics salvano i Pigs’, ha riassunto l’economista Michele Boldrin, cioè le economie emergenti, i presunti barbari che nella retorica pre crisi dovevano abbatterci con la loro concorrenza sleale, ci aiuteranno a puntellare la diga. Eppure non c’è soluzione tecnica che, da sola, possa cavare l’Europa fuori dai guai. ‘Le tecnicalità – si leggeva ieri sul Financial Times in una rubrica ‘Lex’ durissima – sebbene spesso efficaci, sono solo un pannicello caldo’. Il nemico, in questa crisi, siamo noi, cioè il ceto politico europeo che noi abbiamo eletto, che abbiamo votato e rivotato nonostante abbia creato il dissesto, o forse proprio per questo. Ora ci scontriamo contro il muro della realtà. Ora – prosegue Stagnaro su IL FOGLIO – è il momento del realismo e della disillusione. Il mondo che ci crolla intorno ci costringe a quelle scelte che non abbiamo preso, o abbiamo preso troppo timidamente, quando il pianeta si ubriacava di sviluppo. Dobbiamo, anzitutto, ripensare il nostro modello di tassazione e spesa pubblica. Non possiamo più considerare la spesa come una variabile indipendente, e se le entrate non bastano, finanziare la differenza in debito. Dobbiamo tagliare il debito. Come un nobile decaduto, l’Europa, e dentro l’Europa chi è più indebitato come l’Italia, deve vendere i gioielli di famiglia per placare i creditori. Bisogna cedere lo sterminato patrimonio immobiliare e il portafoglio azionario in mano allo stato, anzitutto per far cassa, e poi perché il mercato possa mettere a frutto quello che lo stato non sa sfruttare. Dobbiamo convincerci che entrambe le scommesse – ridurre il rapporto tra debito e prodotto interno lordo e quello tra deficit e prodotto interno lordo per magari un giorno chiudere l’anno in pareggio – le si può vincere solo agendo sul denominatore, facendo lievitare il denominatore. La parola d’ordine per il settore pubblico deve essere: austerità. La parola d’ordine per il settore privato dev’essere: crescita. Ma perché il settore privato possa crescere, il settore pubblico deve creare le condizioni. Abbattendo le imposte, quindi riducendo la pressione fiscale, cioè dando ossigeno al settore privato. Rendendo più efficiente la Pubblica amministrazione, cioè non mettendole i bastoni tra le ruote. Abbandonando, soprattutto, la ricerca facile del capro espiatorio – gli speculatori, il mercato, cioè in ultima analisi la parte produttiva della società – e rifondando le istituzioni, nazionali e comunitarie, su basi nuove. Dobbiamo riscoprire la formula con cui il pianeta ha respirato, il pil si è moltiplicato. Si diceva, una volta: lo stato non è la soluzione, lo stato è il problema. Non lo si dice più, ma non per questo è meno vero”, conclude Stagnaro su IL FOGLIO. (red)

 

 

15. Gli appalti di Stato alla ditta Anemone

Roma - “Ventuno contratti di appalto per oltre 100 milioni di euro – riporta Carlo Bonini su LA REPUBBLICA – stipulati tra il settembre del 2002 e il novembre del 2009 con il solo Provveditorato alle opere pubbliche del Lazio, documentano in che misura il costruttore Diego Anemone fosse diventato, grazie anche alla decisiva sponda di Angelo Balducci, la ‘naturale’ calamita delle commesse di Stato protette dal vincolo della ‘riservatezza’, aggiudicate con procedure d’urgenza e gare a invito. E, dunque, quale sia stato nel tempo, ancora prima che il costruttore conquistasse un posto a capotavola nei Grandi Appalti della Protezione Civile di Guido Bertolaso (G8 della Maddalena, Mondiali di Nuoto, opere per i 150 anni dell’Unità d’Italia), il suo portafoglio clienti: Senato della Repubblica, Presidenza del Consiglio dei Ministri, ministeri dell’Interno, della Giustizia, della Difesa, delle Finanze. Questo cospicuo tesoro, il tipo di opere realizzate - carceri, sedi dei Servizi, strutture logistiche del Viminale e della Guardia di Finanza - e la loro committenza spiegano non solo le ragioni del silenzio di Anemone e il lungo comunicato con cui, domenica, il costruttore ha voluto rassicurare chi attendeva con timore il suo ritorno in libertà. Spiegano anche l’attenzione con cui la Procura di Perugia, il Ros dei carabinieri e il Nucleo di Polizia Tributaria di Roma della Guardia di Finanza si preparano a sezionare la storia di questi appalti. Convinti che in uno dei quei contratti possa essere la contropartita in grado di spiegare la ‘beneficenza’ di cui è certo abbia goduto l’ex ministro Claudio Scajola e la sollecitudine con cui il sistema Anemone-Balducci ha circondato di attenzioni l’ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi. I contratti, dunque. A cominciare proprio dal settembre del 2002 quando Diego Anemone prende il volo. Il Provveditore alle Opere pubbliche del Lazio - che a nome del ministero delle Infrastrutture firma i contratti per conto e con fondi dei ministeri che ne sono committenti - è Angelo Balducci (lo rimarrà fino al 28 settembre 2005). Ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi. Claudio Scajola, si è dimesso da neppure due mesi da ministro dell’Interno. Il 19 di settembre, Anemone, con la società in nome collettivo ‘Anemone Dino&co’ si aggiudica l’appalto per la ‘ristrutturazione degli ambienti destinati alla Sala Situazioni, all’area di crisi, agli uffici e all’archivio del ministro dell’Interno’. 2 milioni e 494 mila euro. Due mesi dopo, in uno stesso giorno - il 13 novembre - Anemone di gare ne vince due. Nella prima, il committente è la Presidenza del Consiglio dei Ministri e i lavori di ristrutturazione, questa volta, valgono 3 milioni e 102 mila euro per ‘l’adeguamento dei locali sala conferenze, sala stampa e locali limitrofi di Palazzo Chigi’. Nella seconda, il committente torna ad essere il Viminale: 999 mila euro e spicci ‘per la sistemazione, ristrutturazione, riqualificazione della sala conferenze della palazzina ‘Trevi’ e della palazzina ‘Direzione’ dell’Istituto Superiore della Polizia’. Passa neppure una settimana – prosegue Bonini su LA REPUBBLICA – e il costruttore ride ancora. Il 22 novembre vince l’appalto da 776 mila euro ‘per la ristrutturazione, adeguamento funzionale e finitura dell’edificio demaniale di Villa Madama in uso al cerimoniale Diplomatico’. Mentre, il 30 dicembre, Anemone porta a casa - ancora con il Viminale quale committente - 1 milione e 820 mila euro ‘per il risanamento igienico e l’eliminazione di infiltrazioni d’acqua nel commissariato di pubblica sicurezza di santo Stefano del Cacco’, a Roma. Non va troppo male neppure il 2003. Il 5 febbraio, la ‘Amp s. rl.’ di Daniele Anemone - l’impresa che, nell’autunno del 2004 ristrutturerà ‘a insaputa’ di Scajola l’appartamento che Diego Anemone ha acquistato all’allora ministro per metà e in nero (sempre ‘a sua insaputa’) - vince l’appalto da 1 milione e 627 mila euro ‘per la riqualificazione del vano scala e dei corridoi della Palazzina dell’Unità di crisi’ della caserma dei carabinieri ‘Palidoro’, in viale Tor di Quinto, a Roma. Il 9 settembre, ancora la ‘Amp’ porta a casa 1 milione di euro per la ‘ristrutturazione dell’aula magna ‘Bruno Zevi’ della facoltà di architettura de ‘La Sapienza’’. Mentre il 16 novembre, è l’impresa ‘Anemone Dino’ a sbrigare per 274 mila euro ‘la realizzazione di un ambiente adibito a sala gestione Grandi Crisi’ al secondo piano del Viminale. Arriviamo così al 2004. L’anno di via del Fagutale 2. Del rogito in cui l’allora ministro Scajola ‘non ha la percezione’ che Diego Anemone sta comprando in nero più della metà dei suoi 180 metri quadri di mezzanino vista Colosseo. È un anno cruciale, perché il valore degli appalti che il Gruppo Anemone vince lievita come un soufflé. Con la ‘Tecno-cos srl’, il costruttore prende per 14 milioni e 364 mila euro la ‘ristrutturazione e adeguamento del complesso architettonico attiguo al Palazzo della Minerva’, a Roma, dove il Senato della Repubblica, che è il committente, ha deciso di spostare la sua biblioteca (sarà direttore dei lavori l’architetto Angelo Zampolini, il professionista che fa da spallone per il ‘denaro nero’ di Anemone). Ma, soprattutto, si aggiudica i lavori per un nuovo complesso di uffici riservati che il Sisde (il nostro Servizio segreto interno) ha deciso di collocare nella ex caserma ‘Zignani’ di via Etruria, a Roma, nella zona di piazza Zama. I contratti per la realizzazione delle opere sono due. E a firmarli, non è il Provveditorato alle Opere pubbliche del Lazio, ma il Servizio Integrato per le Infrastrutture e i trasporti di Lazio, Abruzzo e Sardegna di cui, guarda caso, proprio in quel 2004, è diventato direttore generale Angelo Balducci. Il primo contratto - che il destino vuole siglato il 28 di luglio, due settimane dopo il rogito di via del Fagutale - aggiudica al gruppo Anemone, attraverso l’impresa ‘Anemone costruzioni srl.’ lavori di ‘ristrutturazione, adeguamento funzionale e impianti integrati di sicurezza’ per 8 milioni e mezzo di euro. Il secondo - firmato il 27 dicembre - riconosce alla ‘Tecno-cos’ srl (ancora Gruppo Anemone) un ritocco dell’importo iniziale pari a 3 milioni e 221 mila euro, a titolo di ‘integrazione impianti di sicurezza’. In quel 2004, ci saranno anche lavori per la parrocchia di ‘Santa Margherita Alacoque (250 mila euro), per la facoltà di Architettura de ‘La Sapienza’ (un sottotetto da 229 mila euro). Così come, negli anni successivi, il Gruppo vincerà gare con il ministero dell’Agricoltura (212 mila euro), la Guardia di Finanza (800 mila euro per la palazzina di Piazza Galeno, alle spalle del Comando Generale), la Ragioneria provinciale dello Stato (765 mila euro). Ma è nel maggio 2006 – conclude Bonini su LA REPUBBLICA – che Anemone vince un altro appalto cruciale. Di edilizia carceraria. Parliamo dei 43 milioni e 800 mila euro per la realizzazione del nuovo penitenziario di Sassari. Un appalto, questo, che avrà un’appendice il 25 novembre del 2009. Ad Anemone restano pochi mesi da uomo libero. Si aggiudica lavori da 14 milioni e 280 mila euro per la costruzione - sempre nel nuovo penitenziario di Sassari - del padiglione per i detenuti al 41 bis”. (red)

 

 

16. L’architetto collabora. I pm rinunciano all’arresto

Roma - “Ha accettato di collaborare con i magistrati – riporta Fiorenza Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA – e dunque Angelo Zampolini non deve essere arrestato. I pubblici ministeri di Perugia rinunciano alla richiesta di custodia cautelare per l’architetto che consegnò al ministro Claudio Scajola gli 80 assegni circolari messi a disposizione dal costruttore Diego Anemone per l’acquisto dell’appartamento al Colosseo. Questa mattina comunicheranno ufficialmente la decisione al tribunale del Riesame, ribadendo la necessità che in carcere finiscano invece il commercialista Stefano Gazzani e il commissario per i Mondiali di Nuoto Claudio Rinaldi, entrambi accusati di corruzione e riciclaggio. Mentre gli accertamenti si concentrano sugli appalti ottenuti dall’imprenditore che proprio due giorni fa è tornato libero per scadenza dei termini, l’indagine sui lavori dei Grandi Eventi entra nella fase cruciale. Il collegio deve infatti stabilire se la competenza di questo fascicolo sia dei magistrati umbri o se invece, come aveva dichiarato dieci giorni fa il giudice delle indagini preliminari respingendo l’istanza di cattura per i tre, debba essere trasmesso a Roma. La motivazione riguardava la posizione dell’ex procuratore aggiunto della Capitale Achille Toro, il cui coinvolgimento aveva determinato il trasferimento degli atti alla procura di Perugia titolata a indagare sulle toghe in servizio a Roma. ‘Tra la sua posizione e quella di Zampolini, Rinaldi e Gazzani - aveva in sostanza sostenuto il gip - non c’è connessione diretta e gli accertamenti devono quindi essere svolti lì dove sarebbero stati commessi gli eventuali reati contestati’. Nel ricorso contro questa decisione, i pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi hanno ribadito come ci si trovi di fronte a una vera e proprio associazione a delinquere ed evidenziato la necessità che tutte le verifiche vengano compiute nello stesso contesto di quelle avviate nei confronti dello stesso Anemone e dei funzionari dello Stato Angelo Balducci, Mauro Della Giovampaola e Fabio De Santis. L’attività di Rinaldi era infatti strettamente legata alla loro, così come quella di Zampolini e Gazzani, professionisti che si sarebbero messi a disposizione della ‘cricca’ per il pagamento di tangenti e l’elargizione di favori. Un ruolo – prosegue Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA – che l’architetto ha già ammesso, entrando nei dettagli delle operazioni immobiliari che lui stesso aveva gestito per Scajola e per il generale dei servizi segreti Francesco Pittorru, beneficiato con due appartamenti. E proprio questa scelta di collaborare ha convinto i magistrati a ritirare il ricorso nei suoi confronti. L’ipotesi è che a legare queste compravendite di case sia lo stesso appalto concesso al gruppo Anemone: la ristrutturazione del palazzo del Sisde - la sede degli 007 civili - in piazza Zama a Roma costata circa 11 milioni di euro. I lavori furono affidati nel 2002, cioè quando Scajola guidava il Viminale, da cui dipendeva il Sisde, e Pittorru era responsabile del settore logistico. Quelle abitazioni potrebbero essere la contropartita concessa da Anemone a chi lo aveva favorito nell’aggiudicazione. Del resto, la sua carriera era già in ascesa e da allora sono decine gli appalti pubblici che è riuscito ad accaparrarsi. Un lungo elenco sul quale si concentrano i controlli dei carabinieri del Ros e della Guardia di Finanza. In particolare vengono analizzati i lavori eseguiti dal gruppo imprenditoriale e le procedure seguite a livello istituzionale per la concessione dei contratti, con attenzione particolare a quelli firmati seguendo la trattativa privata. E così ci si concentra sulla scuola di formazione degli 007 ai castelli romani, ma anche sulle carceri, sugli alloggi di prestigio di ministri e sottosegretari, sulla scuola dei corazzieri, su altre sedi ‘sensibili’ che Anemone avrebbe costruito o ristrutturato grazie alla concessione del Nos, il nulla osta di sicurezza che la sua azienda aveva ottenuto. Un ‘lasciapassare’ che in passato gli ha consentito di vantare requisiti maggiori rispetto ai concorrenti. E che gli è stato revocato proprio in questi giorni, dopo l’indagine interna avviata dai vertici dei Servizi sui dipendenti che con lui avevano avuto rapporti. Proprio come Pittorru, individuato grazie alle telefonate intercettate e sospettato di avergli ‘soffiato’ notizie sulle indagini in corso”, conclude Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

 

 

17. Colombo: “Intercettazioni non sempre necessarie”

Roma - “Gherardo Colombo – riporta il CORRIERE DELLA SERA – già pm del pool di Mani pulite e prima ancora giudice istruttore del caso P2, rompe un tabù. E lancia un messaggio agli ex colleghi magistrati: ‘In tanti casi — ha detto Colombo intervistato da Lilli Gruber a ‘Otto e mezzo’ su La7— le intercettazioni per combattere la corruzione sono assolutamente necessarie, ma non in tutti. Ci sono casi in cui, in alternativa, si può ricorrere ad altri strumenti investigativi: per esempio le indagini patrimoniali e bancarie. Ma questi metodi sono più dispendiosi e faticosi. Insomma, bisogna lavorare di più...’. Tra il ’92 - l’anno in cui decollarono le inchieste di tangentopoli - e oggi, ‘mi sembra si sia fatto poco per rendere difficile la corruzione’, è il bilancio tracciato da Colombo. Il quale, però, non se la prende solo con la politica che fa le leggi, ma critica certi metodi grossolani in voga nei palazzi di giustizia: ‘Sarebbe necessario che quando le notizie acquisite con le intercettazioni non hanno rilievo con la materia con cui si indaga restino riservate’. E ancora, ai pm e ai gip che non hanno il senso della misura quando si tratta di copiare e incollare con il mouse, Colombo lancia un’altra raccomandazione: ‘Bisognerebbe imparare a sintetizzare i propri provvedimenti senza riportare pedissequamente i contenuti dell’intercettazione o quelli dei verbali di polizia. Queste sono cose che si possono fare’, ma molto dipende ‘dal quantitativo esorbitante di procedimenti che i magistrati devono affrontare, per cui è più difficile discernere tra ciò che è superfluo e ciò che è essenziale’. Sul giro di vite per le intercettazioni telefoniche - previsto dal ddl Alfano che da oggi affronta le votazioni decisive in commissione Senato - c’è ora una nuova iniziativa della maggioranza per andare incontro a trasmissioni tv come ‘Le Iene’ e ‘Striscia la notizia’. Il relatore Roberto Centaro (Pdl) - lo stesso che propone fino a 4 anni di reclusione per chi registra fraudolentemente una conversazione tra presenti o telefonica - ha fatto un passo indietro: oltre che per le vittime di un reato e agli 007 in servizio, ora è prevista una causa di non punibilità anche per i giornalisti professionisti ‘autori di una registrazione senza il consenso dell’interessato purché venga utilizzata a fini di cronaca’. E sempre a proposito dell’emendamento D’Addario (dal nome della escort che registrò a Palazzo Grazioli la voce del presidente del Consiglio) c’è un’altra novità: l’impiego della registrazione fraudolenta non sarà più perseguibile d’ufficio ma solo a querela di parte. Se tutto questo – conclude il CORRIERE DELLA SERA – basterà a rendere finalmente spedito il percorso del ddl Alfano - in contemporanea con i ddl ‘svuotacarceri’ e ‘anticorruzione’ - si saprà solo giovedì quando la commissione conta di licenziare per l’aula il provvedimento sulle intercettazioni”. (red)

 

 

18. Tremonti e la “regia” sui decreti attuativi

Roma - “Quello che temeva – scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – si sta verificando, l’accerchiamento mediatico-giudiziario ‘è evidente e pesante’, l’effetto domino dopo Scajola ha colpito in sequenza Verdini, Bertolaso, Bondi. Storie diverse, che imporrebbero reazioni politiche diverse. Perciò Berlusconi attende prima di sferrare un eventuale contrattacco: intanto perché non sa chi sarà il prossimo a cadere, semmai ci sarà, eppoi perché vuole capire se davvero l’operazione mira al cuore del suo governo, al sancta sanctorum di palazzo Chigi. Allora sì, che salterebbe tutto. E tutto nei giorni scorsi sembrava far presagire il peggio, siccome gli scandali in tempi di crisi economica costituiscono una miscela esplosiva, capace di far saltare qualsiasi tipo di esecutivo. Paradossalmente invece, proprio il drammatico week end in cui l’euro e l’Unione hanno rischiato di affondare, ha rilanciato il premier e l’ha blindato, grazie anche agli elogi che Napolitano ha rivolto al governo ‘per come ha saputo fare la sua parte in Europa’. Certo, tutto resta ancora appeso, la minaccia giudiziaria non si può dire scongiurata, ma non c’è dubbio che il fine settimana europeo di passione restituisce un’immagine rafforzata di Berlusconi, unico leader del Vecchio Continente a capo di una coalizione uscita vincente dalle urne ai tempi della crisi, mentre dalla Merkel a Brown, passando per Sarkozy, tutti hanno subito contraccolpi elettorali. In più l’Italia spendacciona e indebitata, si è mostrata agli alleati con il volto del rigore nei conti pubblici, per quanto disastrati, rimanendo estranea alla misure draconiane imposte a Grecia, Spagna e Portogallo. In questo modo viene a mancare, almeno per ora, il detonatore che avrebbe potuto innescare la miscela esplosiva: ‘Non c’è spazio per manovre’, secondo il Cavaliere, non ci sono margini su cui costruire ipotetici governi ‘alla Dini’. Anche perché la crisi frena Fini, impone una tregua nel logorante scontro tra ‘cofondatori’ del Pdl, nel nome dei ‘superiori interessi nazionali’. Non a caso Bocchino, uno degli uomini più vicini al presidente della Camera, dice che ‘non c’è spazio per governi tecnici’ e sottolinea che il governo Berlusconi ‘con l’economia guidata da Tremonti’ durerà per tutta la legislatura. Tremonti – prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – è la chiave della svolta per il Cavaliere, è a lui che il premier si è affidato per arroccarsi, in un gioco che ha in Bossi l’altro pezzo strategico della scacchiera. Spetterà al titolare di via XX settembre svolgere di qui in avanti il ruolo di regista del governo, non più osteggiato dai colleghi. Toccherà a lui stabilire come distribuire le risorse in base a esigenze e priorità dei dicasteri. Onori ed oneri, però, perché toccherà a Tremonti gestire con la Lega il timing sulle parti più delicate (e costose) del federalismo fiscale, a partire dai tributi locali. E siccome resta prioritaria la tenuta dei conti pubblici, due sono le strade praticabili: chiedere una proroga per l’emanazione di alcuni decreti attuativi o spostare più avanti nel tempo la partenza della riforma. Ecco quale sarà la prossima, complicata partita politica nel governo e nella maggioranza. Perché se è vero che ‘Giulio è il salvatore della patria’, come dice Bossi, la Lega dovrà accettare anche il ‘Giulio che taglia persino sul menu per risparmiare’, come lo definisce Berlusconi. E se il Senatùr dovrà farsene una ragione con il federalismo fiscale, lo stesso Cavaliere sarà costretto a rivedere l’ambizioso progetto di revisione del sistema fiscale. Per ora ‘è meglio evitare persino di parlarne’, sussurra il ministro dell’Economia, siccome - ogni qualvolta se n’è accennato in pubblico - ha notato un aumento del differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi: segno che imercati non accetterebbero una simile operazione. E vista l’aria che tira non è il caso di giocare d’azzardo: ‘Nessuno si illuda dal rialzo delle Borse, è solo speculazione. Lo tsunami che sta investendo gli stati e potrebbe ridisegnare la carta europea - avverte il pdl Cantoni - dimostra che la crisi non è alla fine, ma è appena iniziata’. Se i fedelissimi del Cavaliere non hanno alcun timore a citare la ‘crisi’, è perché questa parola che nel Palazzo evocava fino a qualche tempo fa una possibile operazione d’uscita dal berlusconismo, ‘oggi - come dice il vice capogruppo del Pdl Quagliariello— per la prima volta gioca a favore, non contro il premier. A fronte della crisi economica nessuno può più infatti ricattare il governo: nè i leghisti lealisti nè i finiani frondisti. È evidente che in questo quadro non si può fare a meno di Berlusconi’. In questo quadro, allora – conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – sembrerebbe surreale e fuori tempo l’idea dell’Udc di un governo bipartisan di ‘responsabilità nazionale’. Se non fosse che Casini - dopo aver aperto alla Lega sul federalismo e a Tremonti sul decreto salva-Grecia - si sta muovendo con l’intento di prendere le distanze da Bersani e uscire dal cono d’ombra di Fini. Lavora insomma di prospettiva, è ‘una possibile ipotesi di prospettiva’, dice infatti, nel caso in cui l’attuale governo dovesse cadere. Berlusconi fa gli scongiuri, consapevole che il suo governo non cadrebbe mai sulla politica economica ma solo per mano della giustizia. E comunque Casini l’ha fatto sapere anche al Cavaliere: semmai si andasse a un governissimo ‘toccherebbe a Berlusconi guidarlo’”. (red)

 

 

19. Casini e il “governo di tregua”. Bersani lo boccia

Roma - “Al coro di no alla sua proposta di un governo di ‘salute pubblica’ che affronti la crisi e faccia le riforme necessarie al Paese – scrive Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA – ieri si è aggiunto anche Pier Luigi Bersani: ‘Preferisco lavorare per una seria alternativa, è questa la strada per risolvere le emergenze’. Una risposta tranchant e in fondo inaspettata, perché - dicono nell’Udc - se l’opposizione sa solo ‘chiedere le elezioni’ significa che ‘vuole che tutto rimanga com’è’. Ragione per cui, ieri Pier Ferdinando Casini ha fatto spallucce: ‘Non ho mai avanzato la proposta di un governo tecnico, ma di un governo di armistizio, di tregua tra le formazioni politiche con un governo di responsabilità nazionale. Non mi meraviglia che non sia condivisa la mia idea, perché a tutti le cose vanno bene così’. Una replica più ironica che rassegnata, perché il leader dell’Udc resta convinto che, prima o poi, si porrà il problema di allargare il governo alle ‘forze responsabili’ del Paese, e converrà alla stessa maggioranza: ‘È chi ha vinto le elezioni - dice - che è nelle condizioni di aprire una fase nuova. Non la vuole aprire? Peggio per lui’. Perché Casini - come ha spiegato ai suoi - non pensa affatto a ribaltoni o appunto a governi tecnici: ‘Potrebbe essere lo stesso Berlusconi a guidare questa fase’. E magari nel governo di salute pubblica potrebbe restare anche quella Lega che è la più dura a bocciare l’ipotesi: ‘Un po’ di salute ci vuole, perché con questo tempo rischiamo di beccarci qualche accidente...’, è il commento più benevolo del Carroccio, di Roberto Maroni. Oggi comunque - passata per il momento la grande emergenza mercati e congelato lo scontro tra il Cavaliere e Fini - la proposta torna nel cassetto, pronta ad essere ritirata fuori alla prima, nuova crisi. Piuttosto per Casini ora l’urgenza è dedicarsi a costruire un nuovo partito, che potrebbe chiamarsi Partito della Nazione, ma comunque, come ha spiegato ieri ai suoi in Direzione, è assolutamente necessario: ‘Non si può andare avanti con un soggetto del 5-6 per cento, non sappiamo cosa succederà alle prossime elezioni’. E anche per cancellare definitivamente quell’immagine di ‘vecchi democristiani attaccati alle poltrone’ che viene spesso associata all’Udc (nonostante, ha scherzato, poi Bossi candida il figlio mentre sua figlia continua negli studi universitari), Casini ha deciso - e il segretario Cesa lo ha annunciato - che verranno ‘azzerate’ tutte le cariche del partito, e si andrà spediti alla creazione di un nuovo soggetto politico. Già, ma chi ne farà parte? ‘Gli italiani che ci stanno’, quelli che si sono astenuti, quelli che sono stufi di questo bipolarismo. E Fini? ‘Chiedetelo a lui’, sorride Casini. Che riunirà il partito in seminario a Todi il 20 maggio, per ragionare e lanciare i primi inviti. Dovrebbe esserci la Marcegaglia – conclude Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA – pochi saranno invece i leader politici presenti, ma ‘noi guardiamo alla gente, non vogliamo fare il cimitero degli elefanti’”. (red)

 

 

20. Non piace alla Cei un riformismo che colpisce il Sud

Roma - “Il fatto che si tratti di un documento preparatorio – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA – gli toglie un po’ di peso, se non di ufficialità. Ma è bastato che la bozza resa pubblica in vista della ‘Settimana sociale dei cattolici italiani’ criticasse il federalismo fiscale, per accreditare una presa di distanza della Cei dalla Lega. In realtà, ieri mattina nella sede della Radio vaticana è stata presentata un’analisi dell’Italia che sottolinea preoccupazioni non nuove: tanto più nella prospettiva della manifestazione che si terrà dal 14 al 17 ottobre a Reggio Calabria, una delle realtà più vistose della crisi meridionale. Nella bocciatura di una riforma federalista in chiave ‘egoistica e identitaria di tipo territoriale’ si coglie non tanto il rifiuto del disegno in sé, ma di una versione sbilanciata e dunque rischiosa per la tenuta del Paese. ‘Mi chiedo cosa bocciano’, ha reagito il sottosegretario leghista Roberto Castelli alludendo ai vescovi. ‘I decreti delegati non sono stati ancora scritti’. È probabile che a provocare la replica un po’ piccata di Castelli sia soprattutto una punta di sorpresa. In fondo, il 31 marzo scorso monsignor Rino Fisichella aveva applaudito il neogovernatore del Piemonte: il leghista Roberto Cota che si era detto pronto a boicottare la pillola abortiva nella sua regione, assecondando l’ostilità vaticana. Ma forse, allora era stato l’alto prelato a spingersi troppo oltre nel sostegno ad un’iniziativa che significava disapplicare una legge dello Stato. Il documento diffuso ieri è più in linea con la visione tradizionale della Cei; e con una lettura il più possibile equilibrata di un’Italia e di unmondo cattolico che vivono con inquietudine la crescita delle sacche di povertà, in particolare nel Mezzogiorno. Ed osservano i progetti di cambiamento con una miscela di attesa e di scetticismo. È così anche in tema di federalismo. L’impressione dei vescovi – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA – è che ci si trovi di fronte ad una riforma tuttora troppo fumosa; ed impostata in modo tale da non garantire né il tramonto del centralismo né la possibilità di tenere unito il Paese. ‘Così com’è stato concepito fino ad ora’, si legge, ‘il federalismo fiscale è destinato a fallire’, perché ‘rischia di moltiplicare il centralismo’. Si tratta di uno dei passaggi più netti di un documento dallo stile per il resto piuttosto involuto. Il timore è che il Sud ne paghi i contraccolpi al punto da subire una sorta di ‘federalismo da abbandono’; e che l’Italia accentui una deriva tale da negare qualunque solidarietà: quella che invece dovrebbe indurre, secondo la Cei, a dare la cittadinanza ai figli degli immigrati. È un punto di vista che può collidere culturalmente con quello della Lega. Per la Cei, ‘rispettare i diritti dei figli dell’immigrazione è una responsabilità collettiva che investe tutte le istituzioni e tutti gli individui’. Per il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, leghista, il ‘binomio sicurezza-integrazione’ rappresenta il principale antidoto contro il pericolo di un’esplosione di violenze nelle periferie italiane simile a quello delle banlieues francesi dominate dagli immigrati nordafricani. Sono posizioni almeno in apparenza distanti. Non a caso, a far proprie le posizioni su immigrazione e federalismo illustrate da monsignor Arrigo Miglio, che prepara la 46a Settimana sociale, sono il Pd e la minoranza del Pdl. Il tentativo è quello di utilizzare in Parlamento le critiche abbozzate dalla Cei: anche se il suo documento non sembra studiato per aprire polemiche. Eppure, e forse era inevitabile, promette di essere brandito per contestare il presunto primato nel governo dell’’asse del Nord’ fra premier e Lega. Dall’analisi della bozza preparatoria è arduo desumere automaticamente un atteggiamento più duro delle gerarchie cattoliche verso la maggioranza di governo. La loro ‘agenda’ addita i problemi sui quali non sono ancora arrivate risposte soddisfacenti; ed invita a non trascurare le possibili conseguenze sulla tenuta del Paese. Si coglie un’eco dell’assillo al quale in più di un’occasione – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA – ha dato voce il capo dello Stato, Giorgio Napolitano: parole dette nella speranza di unire, e non per dividere ulteriormente”. (red)

 

21. Il lodo Di Pietro. Lo cita la cricca? Vietato parlarne

Roma - “Il Giornale di ieri – scrive Massimo de’ Manzoni su IL GIORNALE – riportava due ghiotte notizie sull’onorevole Antonio Di Pietro, principe (con molte macchie) dei moralisti italiani. La prima: il suo nome spuntava per la prima volta con chiarezza nelle carte dell’inchiesta sulla cosiddetta cricca. Due protagonisti dell’affaire (il numero uno dell’impresa di costruzione Btp, Riccardo Fusi e il suo vice, Roberto Bartolomei, entrambi indagati) in un’intercettazione si riferiscono a quando Tonino era ministro delle Infrastrutture e dicono di lui: ‘E compromesso, come tutti lì, dal ministro ai sottosegretari, una manica di banditi’. La seconda: dalle dichiarazioni di un inquirente registrate e depositate alla procura di Bari, emerge che il leader dell’Idv si sarebbe dato da fare per incastrare l’ex collega di governo Clemente Mastella, suggerendone il coinvolgimento in un’inchiesta nella quale invece l’allora leader Udeur non c’entrava nulla. Quest’ultima notizia era, come si dice in gergo, uno scoop: cioè un’esclusiva del Giornale. La prima, invece no: è contenuta nelle carte dell’inchiesta sui grandi appalti di cui, come si è visto in questi giorni, molti giornali sono in possesso. Uno, il Messaggero, l’ha persino pubblicata come noi, ma guardandosi bene dall’evidenziarla non dico nel titolo, ma persino nei sommari o in una minuscola didascalia. Tutti gli altri, neanche una parola. E ancor più impressionante è stato il silenzio tombale di agenzie di stampa e siti Internet per tutta la giornata di ieri. Le agenzie si sono mosse, di malavoglia e in maniera vagamente comica, solo nel pomeriggio e soltanto sulle trame ai danni di Mastella: non per riportare la notizia, ma per registrare una contraddittoria dichiarazione di Di Pietro (uno spasso: se ne occupa in queste pagine Gian Marco Chiocci) e la reazione giustamente indignata del politico di Ceppaloni. Su Tonino e la cricca neppure una sillaba. Eppure il genere ‘tira’. Da mesi siamo inondati di intercettazioni di mariuoli o supposti tali: e Anemone di qua, Bertolaso di là, Verdini di su, De Sanctis di giù, Bondi di diritto, Piscicelli di rovescio. Di Balducci e dei suoi familiari fino al quarto grado sappiamo tutto. Del gentiluomo del Papa persino i più intimi dettagli della vita sessuale, che non c’entrano ovviamente un fico con l’inchiesta, ma che hanno occupato pagine di giornali tra frizzi e lazzi di scribi e lettori. Sul sottosegretario Gianni Letta – prosegue de’ Manzoni su IL GIORNALE – ricordo due titoloni di Repubblica, uno in prima: ‘Inchiesta G8, spunta il nome di Letta’, l’altro nelle pagine interne ‘Dalla Maddalena ai mondiali di nuoto, la rete di Letta’, entrambi poggiati su un testo in cui sostanzialmente si raccontava di una telefonata tra il sottosegretario e Guido Bertolaso la cui unica conclusione, per una persona sensata, era un sonoro ‘e allora?’. Ecco il contenuto: ‘Guido, ho saputo che il commissario europeo Dimas apre una procedura di infrazione sulla Maddalena. Lo chiami tu o lo chiamo io?’. Normale attività di governo, come si vede, però sparata a piene colonne per comunicare un unico messaggio: ne hanno pizzicato un altro. Bene, ora le stesse ‘fonti’ alle quali ci si è abbeverati finora sparano un ‘Di Pietro compromesso’, parlano di ‘banditi’ e improvvisamente tutti perdono voce e penna. A nessuno viene la curiosità di capire in che cosa consista il coinvolgimento dell’uomo dalle mani pulite a prescindere (e nonostante...), nessuno si fa vincere dalla tentazione di accostare il nome del politico che ha fatto del giustizialismo la sua ragione sociale al malaffare della cricca. Per molto meno su altri ci si accanisce fino alla gogna; sull’intoccabile Tonino non si può. Certo, non è uomo della maggioranza e perciò comprendiamo l’imbarazzo. E la paura, anche. L’ex pm di Montenero ha la querela facile, facilissima. E i suoi ex colleghi magistrati sono piuttosto inclini a trovare qualsiasi appiglio per dargli ragione. Recentemente il Grande Moralizzatore si è scoperto una vena da difensore dei giornalisti. Ha addirittura promosso una specie di processo pubblico all’Italia davanti al Parla- mento europeo perché Berlusconi aveva osato querelare Repubblica. Ha comprato pagine sui giornali stranieri per sostenere che la libertà di stampa è minacciata, anzi moribonda. Come spesso gli succede, tuttavia, i sacri principi vanno bene finché non lo riguardano personalmente. Appena tocca a lui, denunce come piovesse. E, lo sappiamo, non fa piacere andare a combattere intribunale con una mano legata dietro la schiena. Però un simile black out riesce difficile spiegarlo con la semplice fifa. Questo è terrore. Oppure l’applicazione di un codice segreto ad personam, il lodo Tonino: sa cose che non vorremmo sapesse, perciò parlatene bene. Oppure tacete”, conclude de’ Manzoni su IL GIORNALE. (red)

 

 

22. Mastella: “Volevano fregarmi, Tonino chiarisca”

Roma - Intervista all’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella su IL GIORNALE: “Si sente vittima di un complotto? ‘Quanto ho letto stamattina (ieri, ndr) sul Giornale mi ha fatto venire i brividi. È terrificante. E la dimostrazione di quanto vado sostenendo da tempo: sono vittima di una scientifica aggressione mediatico-giudiziaria da parte di varie procure con modalità che si somigliano fra loro. Qualcuno voleva eliminarmi dalla scena politica utilizzando strumenti illegali’. Chi la voleva eliminare? ‘Lo stabilirà la magistratura che ho sollecitato ad agire rapidamente proponendo denuncia-querela nei confronti dei responsabili dei gravissimi reati commessi in mio danno. Il mio avvocato Giuseppe Benedetto sarà domani in procura, io sono a disposizione per ogni chiarimento. Tanto per cominciare vorrei che si chiarisse il ruolo eventualmente ricoperto da Antonio Di Pietro, così come scrivete voi, citato dall’investigatore della finanza nelle registrazioni consegnate ai pm di Bari’. Lei conosceva qualcuno dei protagonisti dell’inchiesta per truffa, avviata dalla procura di Larino, che sarebbe all’origine del tentativo di incastrarla? ‘Nessuno. Non conosco, come lui non conosce me, il testimone che ha raccontato in aula di come gli venne sottoposto un verbale già redatto, solo da firmare, con il mio nome infilato dentro. Non conosco l’imprenditore indagato dalla finanza che ha registrato di nascosto l’investigatore che gli parlava del complotto nei miei confronti e della lettera di Di Pietro. Non conoscevo nessuno, e nonostante ciò gli inquirenti facevano domande sul sottoscritto. Ce l’hanno messa tutta per fottermi’. In che senso? ‘Siccome io sono della provincia di Benevento, in quest’inchiesta fioccavano le domande su Mastella. Anche il finanziere, sotto intercettazione, fa riferimento a un dipendente di un’azienda sequestrata all’imprenditore Giorgetta solo perché è delle mie parti. Lo stesso è accaduto nell’inchiesta di Santa Maria Capua Vetere: le domande che facevano i magistrati giravano sempre intorno al mio nome. Erano ‘fissati’, anzi ‘ossessionati’ da Mastella. Ecco. Mettetevi nei miei panni, tutto ciò è semplicemente folle, infernale, diabolico. Come se non bastasse a Santa Maria ci sono stati anche ‘ascolti illeciti’ per una vicenda che rivelerò quando sarò chiamato a testimoniare al processo. Per non dire dell’inchiesta Why Not di Catanzaro. Li c’era un pentito, tale Tursi Prato, che si diceva avesse detto cose drammatiche nei miei confronti, e poi, interrogato a Roma, ha negato tutto’. Quindi? ‘Quindi a questo punto deve intervenire la procura generale e soprattutto il Csm. I fatti denunciati sono allucinanti. Bisogna appurare immediatamente se esiste questa famosa lettera, o esposto, alla procura di Larino, che sarebbe alla base delle indagini nei miei confronti e di cui si fa cenno continuamente nelle intercettazioni/registrazioni. Sicuramente c’è la deposizione di quella persona che parla del verbale prestampato col mio nome. Perché? Perché io? Chi ha suggerito il mio nome? Per quale ragione? Per quale tipo di compiacenza? C’era per caso una medaglia al valore per chi fregava Mastella? A che pro?’. Alle 15.31 sulle agenzie esce la notizia che Di Pietro ha ammesso d’aver presentato lui l’esposto alla magistratura. Richiamiamo Mastella. Onorevole, ci scusi ma Di Pietro ha appena ammesso di aver fatto il suo dovere di cittadino dopo essere venuto a conoscenza di ‘fatti che potevano interessare la magistratura’. ‘Ma allora l’ha fatto lui l’esposto? L’ha firmato lui l’esposto nei miei confronti? E che dice? Di cosa mi accusa? Eppoi, scusate, ma se agli atti di quel processo non c’è alcun riferimento all’esposto di Di Pietro, di che esposto parla? A quali fatti fa riferimento? E provato che io non conosco nessuno. Ecco... ora capisco... conferma 12 storia della ‘lettera’ di cui parla il finanziere intercettato. E allora qualcuno mi spieghi perché non sono mai stato sentito. Perché nessuno mi ha chiamato? C’è da capire se esiste un collegamento con la procura di Larino... e il procuratore molisano che dice? Che storia pazzesca...’. Ore 16.54. Dopo che Mastella ha annunciato alle agenzie iniziative legali, Di Pietro smentisce quanto detto poco prima. Alle agenzie di stampa fa sapere che lui non ha presentato alcun esposto contro l’ex ministro. Richiamiamo Mastella. Onorevole Mastella, ci scusi di nuovo. ‘Che altro c’è?’. Di Pietro nega d’aver presentato l’esposto. ‘Cosa? Adesso nega? Prima conferma, poi, nega. Non mi faccia dire di più. La magistratura si deve muovere subito, la cosa non è grave, è gravissima’”. (red)

 

 

23. Scelta Obama per Corte piace più a Bush che ai liberal

 Roma - “Elena Kagan – scrive IL FOGLIO – ha scelto un vestito verde per la nomina di ieri mattina a giudice della Corte suprema. Nella conferenza stampa con il presidente, Barack Obama, il Solicitor General degli Stati Uniti, in pratica l’avvocato dello stato, ha accettato la nomina con una certa emozione. Emozione probabilmente dovuta anche alla furia polemica dei liberal – che dovrebbero essere suoi sostenitori – che da quando è uscita la notizia stanno producendo radiografie impietose di un giudice che su detenzioni, terrorismo e giustizia speciale non corrisponde esattamente alle convinzioni degli obamiani. Dopo le audizioni di conferma al Senato – Obama ha spronato ad agire celermente, ma non saranno una formalità – la cinquantenne originaria di New York prenderà il posto del giudice John Paul Stevens, che un mese fa ha rassegnato le dimissioni. Il Solicitor General è la quarta donna nominata alla Corte suprema nella storia americana e già l’anno scorso era fra i candidati di punta per la sostituzione del giudice David Souter, posto poi assegnato a un’altra donna, Sonia Sotomayor. Elena Kagan siederà nella minoranza liberal della Corte suprema, cosa che non sposta gli attuali equilibri politici, visto che Stevens aveva un record di voti antagonista ai cinque giudici conservatori (Scalia, Thomas, Roberts, Alito e Kennedy) anche se nel corso degli anni aveva dato segnali di discontinuità. La nomina di Kagan non è un passaggio di testimone senza rischio di inciampi. Innanzitutto, è un giudice piuttosto giovane per una carica vitalizia che tradizionalmente si rivolge a candidati con una lunga esperienza in ambito giudiziario. Per un giudice della Corte suprema essere nominato a cinquant’anni significa avere potenzialmente di fronte qualche decennio per fare sentire il proprio peso negli equilibri di un organo chiamato a esprimersi sulle controversie fondamentali della giurisprudenza. Il secondo possibile inciampo è nel curriculum. Kagan si è laureata a Princeton e ha frequentato la Law School ad Harvard; dopo l’abilitazione professionale ha abbandonato la carriera di giudice per quella da avvocato in uno studio di Washington. Nel 1991 ha incrociato l’attività professionale con quella accademica, entrando alla prestigiosa facoltà di Legge all’Università di Chicago. Lì ha incontrato il professor Barack Obama e qualche anno più tardi è stata consulente del senatore Joe Biden, allora capo della commissione giudiziaria. Anche quando ha prestato servizio nell’Amministrazione Clinton come consigliere legale della Casa Bianca, Kagan non ha mai smesso di esercitare di fatto il ruolo di avvocato. Soprattutto – ricordano ora i critici di ambo le parti – non ha mai dovuto sostenere interrogatori pubblici e serrati per rendere chiare le sue posizioni sui temi più sensibili, dall’aborto al fine vita fino agli interrogatori dei terroristi e le politiche di detenzione. La nomina a decano della Law School di Harvard e la parentesi come consulente di Goldman Sachs non hanno in nessun modo aumentato le sue credenziali di giudice. Quando Obama nel 2009 l’ha nominata avvocato dello stato – prosegue IL FOGLIO – la conferma del Senato è arrivata con 61 voti favorevoli e 31 contrari. In quella sede sono venute alcune indicazioni che ora fanno tremare quegli stessi liberal che dovrebbero sostenerla contro i pesi massimi del conservatorismo della corte. In particolare alcune risposte al Senatore repubblicano Lindsay Graham nei colloqui precedenti alla nomina a Solicitor General. Ha dato risposta affermativa quando Graham le ha chiesto se condizionerebbe un ipotetico finanziatore di al Qaida nelle Filippine (cioè un paese terzo rispetto all’America e a un paese in guerra) alla stregua di una parte coinvolta nella guerra. Kagan si è dimostrata favorevole alla detenzione prolungata di sospetti terroristi senza processo e a febbraio, mentre rappresentava lo stato in una causa contro il ministro della Giustizia, ha difeso il Patriot Act di George Bush: ‘Quando aiuti Hezbollah a costruire case, lo stai aiutando a costruire bombe’. Secondo il Los Angeles Times, quotidiano schierato a sinistra, Kagan è d’accordo sul fatto che ‘un cittadino americano può essere incriminato per dare consulenze legali o scrivere articoli per organizzazioni considerate illegali dagli Stati Uniti’. Posizioni particolarmente esplosive se fatte reagire con le recenti dichiarazioni del ministro della Giustizia, Eric Holder, che nel fine settimana ha aperto al processo di revisione dei Miranda rights, i diritti garantiti ai cittadini americani. Il caso dell’attentatore di Times Square – pachistano con passaporto americano – ha fatto improvvisamente retrocedere il garantismo della Casa Bianca, che ora pensa a restrizioni che nemmeno l’amministrazione repubblicana aveva osato considerare. Le dichiarazioni di Kagan restituiscono un profilo legale che sul ruolo del potere esecutivo, le detenzioni di terroristi e il rapporto fra giustizia speciale e ordinaria assomiglia più alle idee della coppia Bush- Cheney che a quelle di Obama-Biden. Certo, le idee di Kagan devono essere prese come dichiarazioni di un Solicitor General, cioè la figura che ha la responsabilità di difendere lo stato, applicando le leggi a prescindere dalle visioni particolari sulla giurisprudenza. La Corte suprema dà invece ampi spazi di manovra ai giudici nella dialettica sulle ‘issue’ più delicate e indecidibili per legge ordinaria. Anche per questo i senatori repubblicani che l’avevano sostenuta come Solicitor General non sono disposti a sostenerla tanto facilmente per una carica attiva e vitalizia. Per ragioni opposte e speculari i liberal giudicano la scelta di Obama pavida e conservatrice. Di certo – conclude IL FOGLIO – c’è che la nomina di Kagan sposta l’asse religiosa della Corte suprema, da cui scompare ufficialmente la scuola giuridica protestante. Kagan è ebrea e con lei la corte avrà sei giudici cattolici e tre ebrei”. (red)

 

 

24. Il sacrificio di Brown: “Lascio e trattiamo con Clegg”

Roma - “Gordon Brown – riporta Fabio Cavalera sul CORRIERE DELLA SERA – mette sul piatto la sua testa. Le elezioni ‘sono state un giudizio su di me’. Pertanto ‘ho chiesto al partito di avviare le procedure’ per nominare un nuovo leader nel prossimo congresso di settembre. Si apre la corsa alla successione e David Miliband, il ministro degli Esteri, confida agli amici di essere pronto alla sfida. È forse il candidato che raccoglie il consenso maggiore fra i laburisti ma soprattutto può essere il garante dell’alleanza coi liberaldemocratici. È una mossa, quella che viene alla luce del sole nel pomeriggio di ieri, destinata a ribaltare le manovre per la formazione del governo. Nick Clegg gioca su due tavoli: sembra accelerare la trattativa con i Tory, vede David Cameron, finge di chiudere l’accordo ma telefona a Gordon Brown, incontra pure lui e apre un tavolo parallelo. Però vuole un gesto concreto di disponibilità ed è ciò che aveva chiesto in campagna elettorale: ‘Via il primo ministro’. Lui, che si è presentato come l’uomo del cambiamento, non può permettersi di firmare un patto con chi appartiene al ‘vecchio mondo della politica’. Ed ecco, allora, che i laburisti decidono di scoprire le carte della terza forza uscita dalle urne. Non c’è tempo da perdere. Proprio nelle ore in cui si stanno concretizzando le ipotesi di un accordo fra i conservatori e i liberal democratici (al punto che Sky tv annuncia in diretta il via libera al ‘new deal’) Lord Mandelson, David Miliband e suo fratello Ed, Alan Johnson e Ed Balls, vale a dire lo stato maggiore del New Labour che in gran segreto ha visto i negoziatori LibDem, convince Gordon Brown a compiere il passo d’addio. È il ramoscello d’ulivo chiesto da Nick Clegg. In mattinata, lo stesso Clegg si era incontrato con il premier e glielo aveva ripetuto: di fronte a un ‘bel gesto’ potremmo considerare di avviare il confronto anche coi laburisti. Glielo aveva pure ribadito in una successiva telefonata. Gordon Brown convoca una conferenza stampa davanti al numero 10 di Downing Street. E in pochi secondi – prosegue Cavalera sul CORRIERE DELLA SERA – chiarisce i passaggi costituzionali e politici che consentono ai laburisti di non considerarsi al tappeto. Premessa: ‘Noi abbiamo un sistema parlamentare e non presidenziale e se non vi è alcuna forza in grado di governare con una maggioranza, è mio dovere come primo ministro assicurare che l’esecutivo resti in carica mentre si esplorano tutte le opzioni possibili’. Significa che si farà da parte soltanto nel momento in cui conservatori e liberal democratici annunceranno la loro intesa. Ma, siccome ancora non c’è, è suo dovere evitare un vuoto di potere. Sottolineata questa cornice costituzionale, il premier passa al terreno politico. E affonda il colpo. Gordon Brown è informato delle trattative fra David Cameron e Nick Clegg ma sa anche che una delegazione di laburisti ha dialogato con i liberal democratici e che fra gli stessi liberal democratici c’è una consistente parte del gruppo parlamentare e della base poco entusiasta del matrimonio con i conservatori. Una situazione che gli consente di rivelare: ‘Mister Clegg mi ha appena confermato che desidera portare avanti le discussioni con il partito laburista’. Gordon Brown crede ‘che nel Paese vi sia una maggioranza progressista’ e che, dunque, un’intesa in grado di rappresentarla sia possibile. Se lui è di ostacolo alla concretizzazione del patto non c’è che da annunciare l’addio alla leadership laburista. Gordon Brown a settembre lascerà. Il percorso di transizione che propone ai liberal democratici prevede una sua permanenza a Downing Street, come primo ministro, fino a settembre. Poi l’addio e l’ingresso del nuovo leader laburista. È una sortita che i liberal democratici apprezzano. ‘Facilita le trattative’ commenta Nick Clegg, l’uomo nuovo che sa usare alla perfezione una vecchia ed efficacissima arma della politica: il doppiogioco. È il regista giovane ma di razza – conclude Cavalera sul CORRIERE DELLA SERA – che tiene in pugno la politica britannica”. (red)

 

 

25. Giddens: “Formule instabili, probabile si torni a votare”

Roma - Intervista ad Anthony Giddens sul CORRIERE DELLA SERA: “Anthony Giddens - tra i primi a parlare di ‘globalizzazione’ già nel 1980, inventore della ‘Terza Via’ tra liberismo e socialismo, ispiratore di Blair, per sette anni direttore della London School of Economics - sta seguendo alla Bbc News, nella sua casa londinese, le notizie sulla trattativa tra conservatori e liberal democratici. Professor Giddens, come vede i negoziati tra Cameron e Clegg? ‘Mi pare che un accordo sia molto difficile. I due partono da posizioni troppo lontane, hanno opinioni diverse su troppe cose importanti: l’Europa, che ai conservatori non piace; l’idea della famiglia basata sul matrimonio, su cui Cameron ha insistito in campagna elettorale e che per i LibDem non è certo una priorità. Dentro i due partiti ci sono gruppi che tirano in direzioni opposte; in particolare per i conservatori sarà dura fare concessioni. Gli stessi elettorati sono difficilmente compatibili. Non credo che Clegg si legherà ai conservatori’. Intende dire che Clegg farà meglio a trattare con i laburisti? ‘Credo che molti elettori LibDem, tendenzialmente progressisti, si augurassero questa soluzione. Però anche sommando i seggi di Brown con quelli di Clegg non si arriva comunque alla maggioranza. Un accordo tra loro sarebbe più facile, ma bisognerebbe allargarlo ai nazionalisti scozzesi, gallesi, nordirlandesi: ne nascerebbe un governo molto instabile’. E un governo guidato da Cameron, con l’appoggio di Clegg? ‘Sarebbe altrettanto instabile. E’ probabile che si tornerà presto a votare’. Non le pare che la prospettiva di nuove elezioni qui a Londra, capitale finanziaria di un’Europa nella tempesta, sia preoccupante? ‘Certo che lo è. Infatti sono molto preoccupato. Però ragiono con i dati che ho’. La crisi in Gran Bretagna non è finita? ‘No, e non potrà esserlo finché continuerà nel resto del mondo. Il rischio di una catastrofe del sistema finanziario internazionale non è affatto scongiurato. La globalizzazione dei mercati non è stata accompagnata dalla globalizzazione delle regole, dei controlli, delle politiche finanziarie. Anzi, i singoli Stati tendono a fare da sé’. Un governo Tory a Londra accentuerebbe questa tendenza? ‘Sì, e avrebbe un impatto negativo su un’Europa già di per sé in grave difficoltà. La Grecia non è un caso isolato. Tutti i Paesi mediterranei, inclusa l’Italia, sono entrati nell’euro senza fare le riforme strutturali necessarie a rafforzare le loro economie. La costruzione europea è in ritardo, al vertice di Copenaghen sul cambiamento climatico l’Europa è rimasta ai margini’. Lei è sempre stato critico verso Cameron. Non ha forse modernizzato i Tories? ‘Ha fatto un’operazione di facciata, presentandosi come il continuatore di Blair sulla Terza via e anche nello stile personale. Ma Cameron non ha cambiato in profondità il suo partito’. Non sarebbe un buon primo ministro? ‘E’ una questione aperta. Ma non ha esperienza di governo. Quindi temo di no’. Neppure Blair l’aveva. ‘E’ vero. Ma un Tony Blair non si trova dietro l’angolo’. E’ stata vista qualche similitudine tra Cameron e Berlusconi, ad esempio nella scelta di candidare personaggi dello star-system. E’ d’accordo? ‘No. Cameron è un conservatore ma non è un populista. Non direbbe mai le cose che dice Berlusconi sull’immigrazione. Non si presenta come un sovvertitore dell’establishment’. Brown non avrebbe dovuto dimettersi subito? ‘No, secondo me Brown fa bene a restare. Come fa bene a sollecitare una discussione con i LibDem’. Non crede che, divenuto premier senza passare dal voto popolare, dopo il 6 maggio sia delegittimato? ‘Ma Brown non è certo il primo ad entrare a Downing Street senza la sanzione delle urne. E ora il 52 per cento dei britannici ha votato per Brown o per Clegg, e due terzi non hanno votato per Cameron. Nessuno ha ricevuto un pieno mandato di governo’. Resta il fatto che il Labour ha perso. Per quali ragioni? E’ anche l’eredità di Blair a essere bocciata? ‘Il Labour veniva da tre vittorie consecutive: nella storia non era mai accaduto. L’errore dell’intervento in Iraq ha creato disaffezione. E Brown non è riuscito a imporre la sua leadership. Nell’era della personalizzazione della politica, lo stile è importante. Appena entrato a Downing Street, Blair disse a tutti: “ Chiamatemi Tony”. Non credo proprio che Brown abbia detto: chiamatemi Gordon’. Lo ‘statalismo’ degli ultimi due anni ha stravolto la Terza Via? O era la giusta risposta alla crisi? ‘La Terza Via è un nuovo modo di regolare i rapporti tra mercato, società e Stato. Se cambia la situazione, cambiano le regole. Brown ha avuto il merito di spingere per una pianificazione globale della risposta alla crisi. Keynes è tornato di moda. Ma il futuro non è certo nel ritorno allo Stato padrone e spendaccione; semmai è nella riforma dello Stato’. Clegg è piaciuto molto ai giornali, meno agli elettori. Perché il terzo uomo non riesce mai a sfondare? ‘Perché l’influenza dei duelli tv non arriva sin nei collegi. Il profilo brillante di un leader non incide sul territorio, dove contano altri fattori. A cominciare dalle risorse e dall’organizzazione: qui i due grandi partiti hanno un enorme vantaggio’. Il sistema elettorale va cambiato? ‘Sono favorevole all’inserimento di una quota proporzionale. Ma non dobbiamo illuderci che sia una soluzione. L’elettorato ha espresso il rifiuto di un sistema politico, non di un sistema elettorale. L’Italia insegna che le maggioranze stabili non nascono dal proporzionale. Che tra l’altro a Londra spalancherebbe il Parlamento all’estrema destra’. Chi vede come futuro leader del Labour? ‘David Miliband è il capo naturale della nuova generazione, cui appartiene anche il fratello. Fascino, disciplina, grande capacità di lavoro: se sarà scelto per guidare il partito alle prossime elezioni, che secondo me sono vicine, il Labour potrebbe tornare al governo prima di quanto si pensi’”. (red)


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