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Alpini in servizio permanente effettivo (di rievocazioni)

E anche quest’anno il raduno degli alpini è andato. I gloriosi alpini, uno dei pochi corpi del nostro esercito ammirato nel mondo. Onore a loro e a chi è morto in battaglia con quella divisa. Però non raccontiamocela: nel 2010 queste sagre bisognerebbe chiamarle con il loro nome: feste ad alta gradazione alcolica, qualcosa fra il meeting di massa, il campeggio e la fiera. «Montagna, solidarietà, condivisione e patriottismo non esagerato, sano»: questi i valori di riferimento secondo il presidente della loro associazione, Corrado Perona. Guai a parlare di guerra, che sarebbe poi la ragion d’essere di un corpo militare. La guerra è bandita, è tabù, è bestemmia. La patria, sì, ma non esageriamo: la si evochi appena appena, con garbo. La montagna: per forza, altrimenti non si chiamerebbero alpini. Solidiarietà, invece: quella a tutto spiano, senza paura della retorica autocompiacente. I nuovi fronti si chiamano terremoti, disastri, L’Aquila, Haiti. E il sacrificio, l’abnegazione, la disciplina? D’accordo, ma non sia mai che vengano messe al servizio di imprese al di fuori delle emergenze civili. Gli alpini formato Caritas, insomma. I bocia, i ragazzi, smesso il cappello a punta si infilano il bermuda e volano a Sharm-el-Sheikh. I veci, gli anziani, si crogiolano nel folklore e nell’orgoglio di una cosa che non c’è più: il codice di vita militare. Forza, alpini della domenica: tutti a far bella mostra di sé come a un sfilata in costume, o a una Woodstock dei baffoni da montanaro. Ci si intruppa per qualche giornata felici di sentirsi parte di un passato che allora aveva un senso, e che adesso è un presente fatto di bevute, umanitarismo crocerossino e vuoto spinto. 

 Alessio Mannino

 

 

Poliziotti di nome, picchiatori di fatto

Che bel "pacco regalo" per i nostri figli