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Poliziotti di nome, picchiatori di fatto

Con oggi fanno sette. Sette giorni dalla sera di mercoledì scorso, quando a Roma si è giocata la finale di Coppa Italia e Stefano Gugliotta, un giovane venticinquenne dalla fedina penale immacolata, è stato prima aggredito da alcuni poliziotti e poi arrestato con le classiche accuse che vengono formulate in questo genere di vicende: resistenza, oltraggio e violenza (sic) a pubblico ufficiale. Quello che gli agenti non potevano sapere – anche se non ci vuole certo un genio a immaginarsi che potesse succedere, visto che il luogo degli avvenimenti, Viale Pinturicchio, si trova in un quartiere pieno di case e che l’orario in cui si sono svolti i fatti non era così tardo da far pensare che tutti gli abitanti fossero ormai caduti nel sonno – è che dalle finestre dei palazzi circostanti qualcuno avrebbe osservato la scena e qualcun altro l’avrebbe addirittura filmata.

Ciò che si vede nelle riprese, che sono facilmente reperibili in Rete e che sono state messe in onda su RaiTre da “Chi l’ha visto”, lascia adito a ben pochi dubbi. Stefano Gugliotta è alla guida di un motorino insieme a un amico, che per sua fortuna farà in tempo ad andarsene senza alcun danno, quando viene intercettato da uno dei numerosi “tutori dell’ordine” impegnati a vigilare sul deflusso dei tifosi. La registrazione audio, ovviamente, non permette di ascoltare che cosa si siano detti all’inizio, ma l’atteggiamento del poliziotto è inequivocabile. Dopo pochissimi istanti dà una manata a Stefano, che reagisce d’istinto e smanaccia a sua volta, benché senza nessuna particolare violenza. L’agente gli dà una seconda manata, stavolta in piena faccia, poi se la prende col passeggero, il quale ha però la prontezza di scendere a terra e di allontanarsi di gran carriera. A questo punto il poliziotto si disinteressa di lui e si rivolge nuovamente contro Stefano. L’aggressione vera e propria comincia qui. Al primo poliziotto se ne aggiungono altri, tutti bardati in assetto antisommossa coi caschi in testa, ed evidentemente coi nervi a fior di pelle. La gente affacciata si mette a gridare. Gli agenti non se ne curano e proseguono imperterriti, manco avessero a che fare con chissà quale pericolosissimo criminale. Le immagini diventano ancora più confuse. Il seguito lo si deduce, più che vederlo: Stefano si prende una razione di botte (una razione abbondante, in effetti), dopodiché viene caricato su un automezzo della polizia e condotto in carcere. Dove si trova tuttora.

La reazione delle autorità è stata la solita: cauta, burocratica, priva della benché minima partecipazione all’angoscia dei famigliari di Stefano e allo sconcerto dell’opinione pubblica. Tutto quello che sono riuscite a dire è che vi saranno i dovuti accertamenti e che, qualora emergano delle violazioni, si procederà a carico dei colpevoli. Per dirla col ministro Maroni, «Se ci sono delle responsabilità verranno accertate e punite, come sempre la polizia ha fatto e continuerà a fare, ma dobbiamo rifiutare processi sommari e attacchi indiscriminati».

Non ci siamo. Il vero problema da affrontare è che troppo spesso il comportamento delle forze dell’ordine travalica le necessità effettive e sfocia in una violenza ingiustificata. Che vi siano dei casi in cui gli agenti devono picchiare, e picchiare duro, non c’è dubbio, ma la differenza tra loro e i teppisti risiede appunto in questo: che un teppista mira solo a menare le mani e ad accanirsi sulle sue vittime, mentre un agente deve saper valutare le circostanze specifiche e dosare di conseguenza il ricorso alla forza. Come dimostrano i filmati (a proposito: e se non ci fossero stati?) i poliziotti che hanno picchiato Stefano Gugliotta hanno tenuto una condotta da gang di strada, invece che da pubblici ufficiali. Tutti contro uno. E guardati bene dal ribellarti. O anche solo dal difenderti alla meno peggio. Ancora non lo hai capito? Devi tacere e subire. Devi accettare il nostro strapotere. Devi accettare il fatto che tu sei solo un cittadino qualsiasi e noi, NOI, possiamo fare – possiamo farti – quello che ci pare, dietro il paravento delle nostre divise e dei nostri distintivi. Possiamo farlo qui in strada. Possiamo farlo a maggior ragione nel chiuso dei commissariati. O delle prigioni. 

La questione, se la si vuole risolvere, va affrontata a due livelli. Il primo è elementare: se questi uomini non sono in grado di dominare la propria aggressività vanno destinatati ad altri incarichi, in cui nessuno corra il rischio di finire tra le loro grinfie. Se invece non sono solo persone dotate di scarso controllo, ma soggetti che fanno ciò che fanno deliberatamente e con la piena consapevolezza della situazione e delle conseguenze, vanno cacciati senza esitare e perseguiti come meritano. 

Il secondo è quello decisivo: che rapporto c’è tra l’addestramento ricevuto e questo genere di eccessi? Che istruzioni ricevono i “celerini” prima di uscire in servizio? E, a parte le istruzioni esplicite, quali sono i suggerimenti a mezza bocca? Qual è il clima psicologico in cui vengono tenuti – tenuti “in caldo” – prima di essere sguinzagliati in mezzo alla gente?

È questo ciò che dovrebbe chiedersi il ministro Maroni. E di cui dovrebbe rispondere pubblicamente.

Federico Zamboni

Secondo i quotidiani del 12/05/2010

Alpini in servizio permanente effettivo (di rievocazioni)