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Così pragmatici, così maledettamente stupidi

“D’accordo, abbiamo delle buone idee e non ci riconosciamo in nessuna delle forze in campo. Ma adesso dobbiamo smetterla di restare ai margini a fare da spettatori. Adesso dobbiamo rimboccarci le maniche e passare a una fase successiva. Dobbiamo uscire allo scoperto e farci valere. Dobbiamo partecipare alle elezioni ed entrare nel sistema. Per cambiarlo, si capisce. Per cambiarlo dall’interno.”

È un discorsetto che o presto o tardi salta sempre fuori, nei gruppi che si sono aggregati intorno a posizioni eterodosse e non omologate. Qualcuno lo fa in buona fede. Molti altri no. Qualcuno lo fa perché smania dal desiderio di passare dalla teoria alla pratica e di incidere concretamente sulla realtà, dando battaglia ai partiti sul loro stesso terreno. Molti altri no: lo fanno solo perché hanno una voglia crescente, una voglia sempre più irrefrenabile, di uscire dall’anonimato personale e di trovare degli spazi nei quali affermarsi, a colpi di passaggi televisivi e in vista di un robusto incremento del reddito. Come disse Andreotti, che la sapeva fin troppo lunga, “il potere logora chi non ce l’ha”. Aveva ragione. Restarsene in disparte è dura, per chi è convinto di avere delle doti che meriterebbero ben altri riconoscimenti, sia morali che materiali. Quando vedi cretini della peggior specie che pontificano dalle pagine dei giornali o dalle poltrone dei talkshow, la tentazione di farti largo e di prenderne il posto è quasi inevitabile. Sul piano individuale è un impulso comprensibile, e persino legittimo. Su quello politico è l’inizio della fine. Un vero e proprio virus che ti infetterà e che ti condurrà progressivamente, puntualmente, a perdere le facoltà che all’origine ti rendevano diverso: l’autonomia di pensiero, il fastidio per i sotterfugi del potere, il rifiuto dell’ipotesi stessa di allearti con chi non la pensa (non la sente) come te.

Purtroppo, come spesso accade, la trappola si cela dietro un’apparenza del tutto inoffensiva. E persino attraente. Persino convincente, a prima vista. L’inganno, come sanno benissimo i truffatori professionisti, è tanto più efficace quanto più si nasconde dietro qualcosa che sembra logico, naturale, inoppugnabile. E conveniente. Il trucco, nel caso specifico, è proprio la contrapposizione tra un’attività di elaborazione culturale, che viene liquidata come “astratta”, e un ingresso negli organismi elettivi e nelle pubbliche istituzioni, che viene invece magnificato come “concreto”. Il ragionamento è che la realtà sociale ed economica è plasmata dalle leggi e che perciò, stante che le leggi le fanno i partiti, è giocoforza accettare la cruda realtà e fare tutto il possibile per occupare un proprio spazio là dove si decidono le norme con cui tutti dovranno fare i conti.

Il ragionamento è ineccepibile in superficie. Ma è sballato nella sostanza. Sembra ineccepibile perché fissa (fotografa) il meccanismo di formazione delle leggi e ne deduce che quello sia l’obiettivo fondamentale, ai fini di un cambiamento della società. Se le leggi sono il “software” del sistema, chi scrive il software modifica il sistema. In ultima istanza è vero, ma solo se diventi così forte da scrivertelo da solo, il software da cui dipende tutto il resto. Se invece ti limiti a partecipare al lavoro altrui, come un giovane informatico che è riuscito a farsi assumere alla Microsoft o alla Apple, il massimo che puoi ottenere è una buona carriera personale. Non sono loro che si aprono a te e alle tue istanze di rinnovamento, o di palingenesi. Sei tu che devi adattarti a loro. Detto in termini politici, non sono loro che legittimano te. Sei tu che legittimi loro. Sei tu che hai accettato di giocare in base alle loro regole, e chi gioca secondo le regole dello statu quo è fatalmente destinato a perdere. 

Paradossalmente (o forse no) è proprio chi fa appello al pragmatismo a peccare di astrattezza. A sbagliare, e a consegnarsi al fallimento, è proprio chi contesta l’insufficienza della teoria, nel senso dell’approfondimento delle idee e della loro diffusione tra le persone, e le contrappone il primato della pratica, nel senso di un ingresso nella competizione elettorale. Non è con un secchiello e una paletta, che si bonifica la palude. A forza di aggirarsi per questi acquitrini è molto più probabile perdersi nel loro intricatissimo labirinto ed esserne risucchiati, che convincere gli altri a uscirne. 

Non è tempo di riforme. Eliminare Berlusconi è irrilevante, se si tratta di mettere al suo posto Bersani o qualsiasi altro funzionario dell’establishment, che neppure oggi, dopo tutto quello che è successo dalla crisi dei subprime in avanti, si scaglia come dovrebbe contro questo modello economico basato sul mito dello sviluppo illimitato e sulla moltiplicazione frenetica dei capitali, da conseguire innanzitutto con operazioni di tipo finanziario e, quindi, attraverso la speculazione di Borsa. 

È tempo di rivoluzione. Quella rivoluzione interiore che ti rende immune dai trastulli del consumismo e dalle lusinghe del potere. Se l’obiettivo è la trasformazione radicale della società, per darle dei nuovi fondamenti concettuali ed etici, la sola strategia possibile è tenersi alla larga dalle sue pantomime illusorie e dai suoi riti sterili. A cominciare dalle elezioni. 

Federico Zamboni

Europa economica. E "il" Politico dov'è?

Secondo i quotidiani del 13/05/2010