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Facce da Blair. Ovvero il bipolarismo moscio e inutile

Era inevitabile che i due cloni di Blair facessero comunella in una coalizione che nel secolo in cui l’Inghilterra era grande sarebbe stata considerata contro natura, i tradizionali antagonisti della politica britannica sono loro: Conservatori e Liberali. I Laburisti arrivarono dopo, quando i Liberali si rivelarono inadeguati alle nuove istanze sociali e scomparvero dalla scena politica.  

Adesso è stato il New Labour a rivelarsi inadeguato, la scelta Blair di appiattire il partito, che fu dei lavoratori, su posizioni da Gauche Caviar / Sinistra Cachemire, ne ha decretato la fine, considerato anche che le grandi promesse di rinnovamento si sono risolte in un servile appiattimento sulle posizioni USA come non riuscì neppure D’Alema ai tempi dell’aggressione alla Serbia, che ricordiamo è stato l’unico momento in cui l’Italia è stata giuridicamente in guerra dal ’45, e del Cermis.

È arrivato il tempo dei New Tories e dei New Lib: tutto nuovo scintillante come una macchina usata nelle vetrine di un concessionario, motore marcio e ammortizzatori scarichi, ma vuoi mettere che carrozzeria. Poi vogliamo mettere che offerta: due Blair al prezzo di uno. Perché è stato lo stile Blair a portare Cameron e Clegg al successo, non certo la visione politica. Chissà se alla lunga, come per Blair, emergerà che sotto la patina da rivista non c’era sostanza, ed è stato grazie anche al fallimento della politica Blair a dare loro la vittoria, naturalmente oltre al fattore principale: la scarsa telegenicità di Gordon Brown, vittima sacrificale che ha dovuto prestare il volto alla sconfitta del New Labour.

Clegg però, bisogna ammetterlo, ha mostrato una certa abilità politica, almeno nel gioco dei partiti, perché l’ultima ad avere una visione politica di ampia portata, anche se per nulla condivisibile, al 10 di Downing Street è stata Margaret Tatcher, mentre in Europa l’unico che pare avere dignità di statista, senza entrare nel merito della sua politica, è Vladimir Putin, che europeo non è. I britannici possono solo consolarsi col fatto che hanno espresso dei leader di una levatura superiore di quella della ex colonia, ma era gioco facile, per quello bastava anche tenersi Brown. 

L’abilità di Clegg, salva l’eventualità di un governo disastroso, nel legarsi ai Tories anziché, come sarebbe stato più ideologicamente naturale, ai laburisti, è stata che nel secondo caso avrebbe confermato la subalternità dei Lib-dem al Labour. Subalternità che giustificherebbe quella teoria del voto utile che induce un elettore a votare un partito che non ama, anziché il suo, perché votare il suo sarebbe inutile. Caratteristica, quest'ultima, tipica di un sistema bipolare refrattario alle alternative reali, che potrebbero turbare gli equilibri di potere e, soprattutto, sottopotere, disorientando così lobby di pressione e poteri forti.

Bisogna ricordare che, grazie al sistema elettorale, la differenza fra Labour e Lib-dem è stata solo del 6%, ma che i due partiti sono separati da ben duecento seggi, e senza la Scozia per Clegg sarebbe potuta andare ancora peggio, ma molti sono i liberali che pur di opporsi ai Tories votano Labour. Di questi Blair ne aveva attratti molti, con il suo New Labour che aveva molto appeal per i liberal, che col lavoro e le politiche connesse non hanno molta dimestichezza.

Si potrebbe obiettare che un’alleanza coi conservatori potrebbe non essere molto ben vissuta dall’elettore liberal, ma questi sono “New” Tories e poi Cameron si presenta bene, quindi potrebbe essere pagante alla lunga, potrebbe infatti portare l’elettore liberale a credere nelle possibilità del partito e alla prossima tornata essere loro dominanti sui laburisti ed andare ad una coalizione con loro, ma in posizione di forza.

È uno scenario possibile ed è quello a cui punta Clegg. Solo un ritorno dei laburisti ad una politica di sinistra potrebbe, recuperando voti tradizionalmente loro ma che sono finiti anche ai Tories, così come qui sono finiti alla lega, ritornare ad essere l’unica alternativa ai conservatori. Ma di coraggiose politiche di sinistra che sappiano andare oltre ad atteggiamenti sospesi fra il glamour e il politically correct  non se ne vedono nel vecchio continente. 

Ferdinando Menconi


Secondo i quotidiani del 13/05/2010

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