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"Manolete". Veline, corrida. E demoni

Film sulla vita del grande torero Manolete e sulla corrida, almeno stando ai trailer che mostravano immagini che risultavano già spettacolari in televisione promettendo, quindi, formabili emozioni e pura arte sul grande schermo. Invece no: immagini di corrida poche e un ridondante lento narrare la storia d’amore che ha rovinato Manolete.  

Il film è stato probabilmente rovinato in montaggio, perché di girato nell’arena si nota che ce n’è stato tanto, eppure non è finito nel montaggio finale, tutto dedicato al melodrammone dello sconveniente amore del torero con la velina ai tempi di Franco. Altri tempi, altri moralismi, dove la “velina equivalente” non era socialmente il massimo, verrebbe, però, quasi da dire, più che altri moralismi, altra morale: le medaglie hanno sempre due facce. 

In questo Manolete è la fine di un’epoca: già Dominguin, il suo successore, entrava, con Lucia Bosè, nel patinato mondo della cronaca rosa. Gran torero anche lui, ma Manolete era ancora eroe del popolo. Entrambi, va detto, però, eroi dell’arena, di un’antica tradizione, gente che rischiava la vita, e Manolete la perse. Non stiramenti e strappi: con il toro non si può simulare e nessun arbitro può regalarti partita o scudetto.

Un paragone, a voler ragionare oltre la banalità del film, si può trovare fra Manolete e Coppi con la sua Dama Bianca, nell’Italia bigotta di quando Scalfaro pigliava a schiaffi le donne scollate, e vedendola così: meglio i tempi delle veline. Anche se non c’è il rischio di morte e il rito non è così antico, l’epopea della strada può dare un’idea di cos’era la corrida per la Spagna del ’47. Solo un’idea, però, perché la tauromachia ha radici profonde nella storia e nell’anima del popolo spagnolo, e, a ben vedere non solo di quello, ma esclusivamente a patto di riuscire a superare le convenzioni buoniste odierne.

Pensiamo siano state proprio queste le ragioni per cui i momenti di alta spettacolarità della corrida siano stati tagliati: è un’arte che oggi non può essere esaltata. Solo nel finale del film emerge in tutta la sua potenza, ma lì si può: i tifosi del toro hanno soddisfazione, vincerà il toro e sarà l’uomo a morire, la cui vita si sa vale meno di quella di un bovino.

Le scene finali comunque, come detto, sono potenti, anche se parzialmente asservite alla banalità del film e, nonostante un banalmente erotico montaggio alternato, trasmettono il significato simbolico e antropologico della corrida, nonché l’arte della sua tragica bellezza. Il toro, soprattutto lui, è filmato e rappresentato proprio come fosse il demone interiore dell’uomo, come singolo e come razza, che deve essere esorcizzato con una morte rituale, così come doveva essere la caccia al tempo del neolitico, dove ogni cacciatore aveva un ruolo definito e sacrale, ma dove questa sacralità valeva anche la preda. Sequenze splendide, ma troppo poche, che trasmettono vero timor panico, paura come al cinema è riuscito giusto alla locomotiva del primo film dei Lumiére. Eppure noi siamo spettatori scafati, sappiamo che il toro non uscirà dallo schermo, perché non ne ha bisogno: sa di essere già dentro di noi.

La morte di Manolete permette al regista non solo di non veder tagliata almeno una scena di corrida, ma fornisce anche la versione di quando il demone vince sull’uomo: per Manolete il demone che lo uccide è l’amore sbagliato per un donna, il corno del toro solo la sua materializzazione. Peccato che di questi grandi significati simbolici si possa trovare traccia solo volendo scavare quasi a prescindere dal film, poiché vengono sacrificati sull’altare del melodrammone e delle animelle delicate che temono il toro al punto che non vogliono nessuno l’affronti.

 

Ferdinando Menconi

 

Secondo i quotidiani del 19/05/2010

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