Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Non ci vuole una “nuova classe dirigente”. Ci vuole un altro sistema economico e sociale

Niente di peggio delle mezze verità, per nascondere la gravità di una situazione. Lunedì scorso, sulle colonne del Giornale, Marcello Veneziani ha firmato un articolo intitolato “Dilaga la corruzione fai-da-te. La classe dirigente va cambiata”. La tesi, come vedremo meglio tra poco, è appunto questa: per quanto numerose e consolidate possano essere, le commistioni illegittime o addirittura criminose tra politica e affari, esse sono niente di più che il risultato di una condotta scellerata da parte di singoli individui. Nulla a che spartire con Tangentopoli, che era invece un sistema vero e proprio. Solo un miscuglio di «piccole furbizie» e «grandi imbecillità». Qualcosa che pur essendo diffuso, come sembrano dimostrare anche i molti casi emersi negli ultimi mesi, dalla sanità in Puglia agli appalti gestiti dalla Protezione Civile, si riduce pur sempre a «cricche occasionali, a cordate provvisorie, più sparsi furbetti del quartierino». Quanto al PdL, e al suo leader, l’unico addebito possibile è un difetto di vigilanza. «La responsabilità vera di Berlusconi è di non aver selezionato chi gli sta intorno e una classe dirigente adeguata». Ancorché spiacevole, e dannosa, tale sbadataggine ha peraltro le sue brave ragioni: «Come spesso accade alle personalità forti, centrate su se stesse, [Berlusconi] ha trascurato che intorno a lui, accanto a gente capace e galantuomini, ci fosse anche gentuccia senza scrupoli o senza qualità».

Basterebbe già questo, a far capire che siamo in presenza di una lettura a dir poco riduttiva di un fenomeno che invece, al di là di certe obiettive differenze, è talmente vasto, radicato e strutturale da poter essere senz’altro paragonato a Tangentopoli. Ma siccome Veneziani va oltre, e individua tanto le cause della malattia quanto le sue possibili cure, seguiamolo anche nella seconda parte del ragionamento. A suo avviso, come anticipato dal titolo, il vizio d’origine sarebbe il degrado della classe dirigente. Che oggi è infestata di mezze figure e di opportunisti di ogni sorta, ma che potrebbe prontamente rigenerarsi nel momento in cui la si riaprisse «a chi pensa, a chi è motivato, a chi ha passione politica», nel segno di una destra «che un tempo aveva mille difetti, ma aveva forti motivazioni ideali». Come riuscirci? Eccola qua, la soluzione “cash & carry”. Quella che lo stesso Veneziani non esita a presentare come la «proposta regina» e che, nel suo rivolgersi agli imprecisati leader che dovrebbero accoglierla, passa al “voi” e suona così: «La selezione si può fare solo se si inserisce in una riforma radicale di sistema: e allora puntate a dimezzare il personale politico. Volontari in politica a volontà, ma incarichi retribuiti dimezzati. Dimezzate il parlamento, dimezzate gli enti locali, dimezzate i consigli, le presidenze, le authority. E nel dimezzare giocoforza si dovrà adottare una selezione. Magari agevolata da una riforma elettorale che preveda come democrazia comanda, che gli elettori possano scegliere gli eletti. Ma sono quelli i passaggi obbligati per risanare la politica e tagliare il marcio insieme ai costi».

Purtroppo, come dicevamo all’inizio, è un cumulo di mezze verità che sortiscono il solo effetto di ridimensionare la gravità della situazione. Veneziani, che in passato ha rivelato ben altro acume, specie in alcuni dei suoi libri, si ferma alla superficie e rilancia la più comoda e auto assolutoria delle versioni: il decadimento morale dipende da alcune carenze che potremmo definire “procedurali”. Per quanto gravi nei loro esiti, i comportamenti scorretti hanno pur sempre una natura accessoria, incidentale, momentanea. Le attuali regole del gioco hanno sì la colpa di facilitare il compito a chi intende sfruttare la politica a proprio esclusivo vantaggio, ma non inficiano affatto la bontà dei presupposti su cui poggia l’organizzazione economica e sociale nel suo complesso. Il rimedio, pertanto, è a portata di mano, solo che lo si voglia. Una regolamentazione più accorta, che riduca la pletora degli enti e degli eletti, ed ecco che si raggiungerà la meta agognata: «risanare la politica e tagliare il marcio insieme ai costi».

Veneziani la enfatizza come «una riforma radicale di sistema». Ma è solo un artificio verbale per ammantare di un maggior impegno e di ben altro spessore quello che in fondo è solo un intervento di stampo manageriale. La vera causa della corruzione – che non si riduce certamente ai “reati contro la pubblica amministrazione” indicati dal Codice penale – non è nel pur esecrabile moltiplicarsi dei posti di governo (e di sottogoverno), ma nell’aver posto la ricchezza materiale al vertice dei valori individuali e collettivi. La corruzione è una categoria morale, assai prima che un concetto giuridico. La corruzione, come spinta compulsiva ad arricchirsi a danno di chiunque altro, sussiste tanto nell’amministratore pubblico che vende il suo appoggio e la sua connivenza a imprenditori senza scrupoli quanto nel privato cittadino che è pronto a tutto in nome del proprio tornaconto.

La politica, in questa prospettiva, è solo una carriera come un’altra. L’ennesima attività che in teoria è legale ma che si muove sul confine sempre più sottile, sempre più labile, tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Tra ciò che è moralmente accettabile e ciò che fa schifo. Roba per gente con un gran pelo sullo stomaco, proprio come gli speculatori di Borsa. Roba per manipolatori di professione, proprio come i produttori del ciarpame televisivo e come i pubblicitari che spacciano per imperdibile anche il più irrilevante, o deleterio, dei beni di consumo. L’eccezione, stando così le cose, non è più chi mira a lucrare, in un modo o nell’altro, sulla sua carica. L’eccezione è chi non lo fa. L’eccezione è chi sfugge ai modelli dominanti. Che, guarda caso, sono quelli propagandati innanzitutto, con la forza subdola e quasi irresistibile del messaggio indiretto, dai canali tivù. 

È un problema di imprinting, non di regole formali. È una coercizione strisciante a mettere al centro della propria vita il potere e il profitto, infischiandosene di tutto il resto. Strano: avremmo giurato che Veneziani lo sapesse benissimo. 

Federico Zamboni

E ora De Benedetti: Rockerduck dei noantri

Prima pagina 18 maggio 2010