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Modello cinese in arrivo. E Berlusconi ne è felice.

Berlusconi ci vuole come i Cinesi. E il sistema in generale, pure. Disperatamente alla ricerca di qualcosa da dire in merito alla situazione economica che sta precipitando in Europa oltre che in Italia, dopo che l'opinione pubblica dovrebbe essersi resa conto delle sciocchezze ripetute e pappagallo nel corso degli ultimi mesi, in merito alla crisi che in Italia stava già passando, il Presidente del Consiglio non ha trovato di meglio che continuare a dire sciocchezze.

O meglio, se nel primo caso ("Italia fuori dalla crisi") si è trattato di pure e semplici menzogne, nel secondo, quello attuale, la sua dichiarazione è ineccepibile, almeno numericamente. Non fosse che nasconde una realtà ancora più drammatica.

Berlusconi ha dichiarato che "Le Borse non rappresentano l'economia". E poi che "Spesso la realtà economica è staccata dalla realtà finanziaria" e che l'andamento dell'economia reale spesso non è quella che si legge nelle "fluttuazione delle borse".

Come se i disastri finanziari non determinino poi quelli della economia reale. Se Berlusconi si voltasse verso Atene forse ne saprebbe qualcosa di più.

Eppure la dichiarazione più grave è un'altra. Questa: "Ci sono tanti fattori che inducono all'ottimismo. Innanzitutto un aumento del 17% nel primo trimestre delle nostre esportazioni. Poi la svalutazione dell'euro sul dollaro favorisce l'esportazione".

Dunque il punto è questo: la svalutazione dell'Euro sul Dollaro favorisce l'esportazione. Non fosse, però, che la cosa ha un prezzo. 

È vero, dal punto di vista prettamente economico, che una moneta debole favorisce le esportazioni. Ma il fattore chiave è stabilire a vantaggio di chi e alle spese di chi.

Molto semplicemente, uno degli elementi fondamentali, e conferma di tale assunto, arriva dalla Cina. Tenendo slegato lo Yuan dai mercati valutari, la Cina è in grado di tenere la sua moneta con un valore molto basso, il che le permette di poter esportare a più non posso. Sulla pelle degli schiavi sottopagati e ipersfruttati che lavorano nelle sue fabbriche, ovvero i cinesi.

Perché un Paese che ha una forte esportazione, ma un consumo interno quasi nullo, in virtù del deprezzamento della sua moneta, del blocco dei salari (come sta per avvenire da noi), significa letteralmente un Paese di schiavi che lavora per aumentare il capitale delle industrie che producono per l'esportazione.

La gara al contenimento dei salari, alla riduzione della possibilità contrattuale, in altre parole alla compressione delle possibilità di vita e consumo (all'interno di questo modello) degli schiavi-lavoratori, aiutano in primo luogo le industrie, che ovviamente vengono a investire nel nostro Paese finché possono avere le condizioni più favorevoli (ovvero bassi salari e contratti di lavoro capestro). Ma nel momento in cui, giocoforza, i salari devono tornare ad aumentare, queste aziende non fanno altro che "fare fagotto", delocalizzare e andare a investire altrove. Dove c'è carne fresca di schiavi da sottomettere. Lasciando tutto in mano allo Stato, il nostro in questo caso, l'onere economico e sociale di tanti lavoratori lasciati per strada.

La competizione al ribasso - della moneta, del costo del lavoro, dei contratti lavorativi, delle tutele e più in generale della condizione sociale - porta necessariamente verso il modello Cina.  

Per non parlare del saldo nei confronti delle materie prime. Il petrolio? E dunque i carburanti, l'energia elettrica, il riscaldamento. Chi pagherà i conti più salati visto che la nostra moneta è debole?

Il che, malgrado quanto ne cianci il Presidente del Consiglio, è tutt'altro che "ottimistico", dal punto di vista economico, s'intende.

 

Valerio Lo Monaco

 

PS Qualcosa di nuovo, a dire il vero, c'è. E riguarda la decisione della Germania di non consentire più le vendite allo scoperto. Ne parleremo domani.

Secondo i quotidiani del 20/05/2010

Genova 2001. Il tribunale condanna, il Viminale assolve