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Morti in Afghanistan. La solita (pietosa) retorica

Spiacenti, ma non piangiamo i morti di Herat. Non perché non ne abbiamo umana pietà: i morti trucidati la meritano sempre. Ma proprio perché tutti i morti ne sono degni, compresi i civili innocenti, donne e bambini afghani sterminati dalle bombe americane, non possiamo non fare stecca al coro di questi giorni. 

I nostri soldati in terra afghana, così come gli americani, gli inglesi, i tedeschi e le altre forze Nato, sono truppe di occupazione. Non di liberazione («Liberazione di chi, da chi e da che cosa? Dinanzi alla Resistenza degli afghani - perché, caro amico, quella è una Resistenza - il motto dei sostenitori dell'occupazione potrebb'essere solo uno: “Fuori gli afghani dall'Afghanistan!”. Ma siamo tutti d'accordo, spero, che sarebbe pretesa eccessiva quella di chiedere solo di subire a chi deve sopportare un'aggressione in casa sua», Franco Cardini, Il Manifesto, 18 settembre 2009). Gli Stati Uniti hanno invaso un paese sovrano, e noi alleati ci siamo accodati per permetter loro di insediarvi i lacchè come Karzai, le elezioni-farsa che essi stessi sono costretti ad ammettere zeppe di brogli, la democrazia che la popolazione locale, organizzata in tribù, sente come un’imposizione aliena, il controllo del territorio per garantire la costruzione di oleodotti strategici e la nostra way of life, che gli afghani non capiscono e non vogliono. Così, legittimamente, i talebani che guidano la resistenza ci attaccano e ci uccidono. Con l’arma dell’attentato terroristico, è logico. Perché, loro armati soltanto di kalashnikov, esplosivi e sete di libertà cosa dovrebbero fare, per convincere a sloggiare eserciti tecnologicamente superiori, che usa aerei Predator telecomandati dal Nevada per polverizzare interi villaggi, invece di combattere a viso aperto?  Il nostro non è un elogio dei talebani in quanto tali. È la difesa del diritto di un popolo, di qualsiasi popolo, all’indipendenza. Dice: ma l’Afghanistan governato dal mullah Omar era e continua ad essere un campo di addestramento del terrorismo qaedista. Propaganda. È vero, nel 2001, alla vigilia dell’attacco alle Torri Gemelle, in Afghanistan c’era Bin Laden, che godeva di grande credito presso la popolazione perché negli anni precedenti aveva costruito ospedali, strade, ponti. Tuttavia i talebani non lo volevano più fra i piedi e nel 1998 avevano proposto al presidente Clinton di farlo fuori: loro glielo avrebbero servito su un piatto d’argento, e gli Usa si sarebbero assunti la paternità dell’assassinio. Ma Washington rispose picche. Ora, fra gli insorti, dati americani alla mano, arabi non ce ne sono, e definirli tutti, indistintamente, “terroristi” come ha fatto in un’intervista al Corriere l’altro giorno il nostro ineffabile ministro degli Esteri Franco Frattini, risponde alla collaudata tecnica di degradare un movimento di popolo a banda di criminali e come tali privarli a priori di ogni dignità e rispetto. 

L’unica cosa giusta da fare per rispettare quei morti è andarcene. Al più presto. Ricordandoci che non ci sono morti più morti degli altri. A meno di considerare tali quelli afghani ammazzati dai “liberatori” occidentali, che Obama, il Bush nero, persevera a inviare in nome della arrogante pretesa occidentale di decidere per tutti da chi essere governati e in quale modo vivere. 

 

Alessio Mannino


Genova 2001. Il tribunale condanna, il Viminale assolve

Censurata RaiNews? Macché, solo tecnologia e incapacità