Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 20/05/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Intercettazioni, stretta su giornali e tv”. Di spalla: “Il primo passo del federalismo. Sì da Di Pietro”. Editoriale di Luigi Ferrarella: “Bavagli e amnesie”. Fotonotizia: “L’esercito attacca, Bangkok brucia. Tra i morti un fotoreporter italiano”. Al centro: “Il governo taglia gli stipendi a politici e manager pubblici”. In basso: “Violenze e G8. ‘Anche gli agenti sono presunti innocenti’”. LA REPUBBLICA – Fotonotizia in apertura: “Il massacro di Bangkok”. Di spalla: “Intercettazioni, sì al giro di vite contro i giornali”. Editoriale di Giorgio Bocca: “La stampa nemica”. Al centro: “Merkel: euro a rischio. Giornata nera in Borsa”. Il commento di Jurgen Habermas: “L’Europa al bivio”. In basso: “La leggenda del santo allenatore”. LA STAMPA - In apertura: “Scure sui manager pubblici”. Editoriale di Mario Deaglio: “La prova di forza di Berlino”. Fotonotizia al centro: “Inferno a Bangkok, nuore fotografo italiano”. IL GIORNALE - In apertura con fotonotizia: “Champagne, ecco il brindisi tra la cricca e la sinistra” di Nicola Porro. La polemica: “Caro Vittorio, mi insulti e non capisci” e “Caro Bruno, non rispondi e dici bugie”. Al centro: “Tremonti: tagli agli stipendi di politici e superburicrati” e “La Merkel affonda la borse (ma stavolta ha ragione lei)”. In basso: “Inglese e matematica si imparano all’asilo”. IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Taglio del 10% ai maxi-stipendi”. Editoriale di Guido Tabellini: “Berlino sbaglia ma anche la Bce può fare meglio”.Fotonotizia: “Usa, bocciature eccellenti alle primarie”. Al centro: “L’Europa attacca la Germania per lo stop allo short selling”. IL MESSAGGERO - In apertura: “Politici e manager, tagli agli stipendi”. Di spalla: “Olim ipiadi, spirito nazionale e beghe intollerabili”. Fotonotizia: “Olimpiadi: è Roma la candidata. Bossiprotesta: gare d’acqua a noi”. Al centro: “Intercettazioni, primi sì a maximulte e condanne”. In basso: “Strage e BAgkok, ucciso un italiano” e “Immigrati, espulso chi ha punti zero”. IL TEMPO - Apertura a tutta pagina sulle Olimpiadi con fotonotizia “Roma vince, la Lega perde”. Sopra l’apertura: “Berlusconi: chiarezza sui tagli” e “I finiani si ricordano di Almirante”. L’UNITÀ - Apertura a tutta pagina su intercettazioni e manovra: “Al buio”. In basso: “Berlusconi alla Villa La Certosa grazie a Cappellacci”, “Vergogna Diaz, Maroni assolve gli agenti: ‘Tutti al loro posto’” e “Marco Bellocchio: ‘La casta si riduce lo stipendio del 5%? Ridicolo’”. LIBERO – Fotonotizia in taglio alto: “17 milioni per Santoro”. Titolo a tutta pagina: “Si pappano pure le Olimpiadi” di Franco Bechis. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Di manovra in manovra ci siamo rovinati”. In basso: “Basta con lo sputtanamento dei vip intercettati sui giornali”. (red)

 

 

2. Intercettazioni, verso sanzioni per editori e giornalisti

Roma - “Se un giornale pubblica delle intercettazioni pagherà una multa che sfiora il mezzo milione (464 mila euro), e il giornalista che firma l’articolo, oltre a pagare fino a 20 mila euro, si becca pure due mesi di galera. Questo - scrive LA STAMPA - dice il ddl sulle intercettazioni che è in discussione presso la Commissione Giustizia del Senato. Con una precisazione: il primo di questi provvedimenti (quello sugli editori) è stato votato, il secondo - quello relativo ai giornalisti - è stato ‘accantonato’ fino a lunedì. In un primo momento dal Senato ne avevano annunciato l’approvazione, poi è arrivata la smentita. E subito dopo la seduta notturna che doveva completare le votazioni è stata sconvocata. Qualcuno ha parlato di ‘giallo’. ‘In verità - commenta il finiano Fabio Granata - sul bavaglio alla stampa c’è l’intenzione di frenare un po’. Credo che la norma non risulti graditissima anche al Quirinale’. La tensione resta alta. ‘Si tratta di misure di una gravità tale che nemmeno la Spagna franchista era arrivata a tanto’, ha commentato il vicecapogruppo del pd Luigi Zanda. E’ dall’altro ieri che la Commissione, presieduta da Filippo Berselli, va avanti a marce forzate, perché la maggioranza ha deciso che la controversa legge debba approdare in aula, per il voto finale il primo giugno. Va da sé che il clima è infuocato e che se la determinazione della maggioranza è forte, il dissenso dell’opposizione ma anche della Federazione della stampa (il sindacato dei giornalisti) lo è altrettanto. Nello specifico, le norme passate in Commissione, prevedono uno sbarramento a qualunque forma di diffusione del contenuto delle intercettazioni e degli atti giudiziari”. “La prima minaccia è quella rivolta agli editori - come si diceva - comminando la salatissima multa. Ci sono, invece, pene differenziate per i giornalisti (sempre che la norma venga votata così com’è): se pubblicano un atto giudiziario (cosa già ora proibita per legge) rischiano l’arresto fino a due mesi e una multa da 2 a 10 mila euro. Se, invece, pubblicano intercettazioni, la galera resta sempre quella ma l’esborso raddoppia, da 4 a 20 mila euro, con l’aggravio della sospensione dalla professione. Si tenta anche di arginare la possibile fuga di atti giudiziari dai palazzi di giustizia, e così c’è anche una norma ribattezzata ‘anti-talpe’: chiunque riveli notizie che riguardano atti o documenti processuali coperti da segreto, rischia il carcere da 1 a sei anni. E’ passato anche il cosiddetto ‘emendamento D’Addario’ (con riferimento alla signorina che registrò una privatissima conversazione con il premier): chi registra in sonoro o in video, dice la norma votata, deve farlo con il permesso esplicito delle parti interessate, e questo vale anche per le riprese nelle aule processuali. Con alcune ‘esimenti’, però, e cioè: non verrà condannato chi compirà questo tipo di registrazione per ragioni connesse con la sicurezza dello Stato, oppure se si tratta di un giornalista professionista nell’esercizio del diritto di cronaca (il cosiddetto emendamento ‘salva-iene’), se vengono realizzate nell’ambito di una controversia giudiziaria o amministrativa. C’è, infine, un occhio di riguardo per Santa Romana Chiesa: se le intercettazioni riguardano un chierico, ‘il pm invia l'informazione al cardinale segretario di Stato’. Secondo il capogruppo dell’Idv Luigi Li Gotti ‘questo provvedimento rappresenterà un intervento devastante e un arretramento vistoso nella lotta al crimine. Ma la maggioranza continua a far finta di nulla e prosegue imperterrita nel mantenere fermi i punti chiave del provvedimento’. Duro anche il Pd: ‘La battaglia in aula la faremo tutta”. (red)

 

 

3. Ddl intercettazioni sì e contro la corruzione no?

Roma -

“Impegnati a smentire l’impietosa statistica che al Senato dall’inizio dell’anno segnala 9 ore di lavoro alla settimana, da giorni i senatori della maggioranza in Commissione Giustizia si impegnano a lavare l’onta facendo le 3 di notte per mandare in Aula a giugno il disegno di legge governativo sulle intercettazioni. Neofiti dello stakanovismo. E pure – scrive Luigi Ferrarella in un editoriale su CORRIERE DELLA SERA – incompresi da tutti, ma proprio tutti. Il capo della polizia e i sindacati delle forze dell’ordine, i magistrati e gli avvocati, la federazione degli editori dei giornali accanto al sindacato dei cronisti, l’associazione degli editori di libri, per non parlare dell’opposizione e persino di liberi battitori nella maggioranza, i professori universitari, fino a chi fa sommessamente presente la giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo: tutti mettono in guardia dalle assurdità e incongruenze di una legge che, con la scusa di colpire l’abuso di intercettazioni, renderà i cittadini più insicuri di fronte alla delinquenza; meno uguali, a forza di eccezioni per parlamentari, preti e agenti segreti; e più disinformati. Proprio ieri, infatti, la Commissione ha approvato gli emendamenti che, come ripetutamente segnalato dal Corriere, impedirebbero fino all’inizio del processo (sotto il pugno di sanzioni agli editori fino a 465.000 euro per notizia) anche il semplice riassunto di qualunque atto d’indagine non più coperto da segreto: come le deposizioni delle due sorelle che vendettero casa a Scajola o l’esistenza di 80 assegni, dati giudiziari a partire dai quali i quotidiani hanno condotto le inchieste giornalistiche sfociate nelle dimissioni del ministro neppure indagato”.

“Sarà interessante – prosegue – verificare se il Parlamento si farà animare da analoga verve notturna per rimpolpare di contenuti l’anemico disegno di legge governativo contro la corruzione che, annunciato a dicembre 2009 e presentato in marzo, deve ancora iniziare il proprio iter. La notte, oltre che consiglio, potrebbe ad esempio portare memoria di quando non un passante, ma il ministro più influente del governo, Giulio Tremonti, nel 2008 nella relazione annuale del Ministero dell’Economia al Parlamento sollecitava l’introduzione del reato di auto-riciclaggio , cioè la punibilità di chi reimpiega i soldi frutto di un reato che ha commesso: modifica già reclamata nel 2005 dal Fondo monetario internazionale, richiesta dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nell’audizione in Senato il 15 luglio 2008, invocata dal Procuratore nazionale antimafia (sia Piero Grasso sia Pierluigi Vigna), e già esistente non solo negli Usa ma ad esempio anche in Francia e persino nella bistrattata Svizzera. Bene: sono trascorsi due anni, ma in Italia l’autoriciclaggio dei soldi delle tangenti o dell’evasione fiscale continua a non essere reato, e nel ddl Alfano contro la corruzione non si trova traccia di questo intervento, benché proposto nel 2009 anche da un disegno di legge di iniziativa governativa (il ddl 733-bis)”.

“Lo stesso vale per la ‘corruzione tra privati’ e il ‘traffico di influenza’: traduzioni giuridiche di quel ‘sistema gelatinoso’ nel quale le inchieste sulla ‘cricca’ stanno sorprendendo imprenditori, politici, funzionari e magistrati non sempre in un classico scambio corruttivo (tangente in cambio di appalto), quanto piuttosto in una ragnatela di reciproche opacità che, quand’anche non sconfini nella bustarella, deruba comunque i contribuenti, fa lievitare costi e tare degli appalti, falsa la concorrenza tra imprese e sovverte i criteri di merito tra le persone. Eppure – osserva ancora Ferrarella – neanche il ddl Alfano introduce la ‘corruzione tra privati’ e il ‘traffico di influenza’, nonostante li raccomandi quella Convenzione del Consiglio d’Europa contro la corruzione che, firmata nel 1999, l’Italia continua a non ratificare. Del resto, per chi voglia legiferare sulla corruzione, senza limitarsi a qualche aumento di pena massima (pura grida manzoniana se non si cambia la prescrizione accorciata nel 2005 dalla legge ex Cirielli) o all’annuncio di un nuovo ‘Piano nazionale anticorruzione’ affidato all’ennesimo ‘Osservatorio’, c’è poco da inventare. Basterebbe ripescare i 22 suggerimenti stilati dal ‘Comitato di saggi’ presieduto da Sabino Cassese nel 1996 su nomina del presidente della Camera; i rimedi individuati dalla ‘Commissione di studio’ istituita sempre nel 1996 dal ministero della Funzione pubblica e presieduta da Gustavo Minervini; o le 8 proposte di sintesi della ‘Commissione parlamentare’ del 1998, compreso il testo sul quale confluirono persone molto diverse come Veltri (allora ulivista), Tremaglia (An) e Frattini (Fi, oggi ministro degli Esteri)”.

“Invece ecco un Parlamento messo alla frusta di notte per approvare norme sulla stampa che non soltanto avrebbero fatto conoscere le intercettazioni 2005 della scalata Unipol-Bnl appena un anno fa, a fine udienza preliminare; ma ad esempio avrebbero reso molto più difficile, nel caso dell’asilo di Rignano Flaminio, la sterzata delle cronache rispetto all’errata prospettazione delle accuse, all’inizio costate l’arresto al poi scagionato benzinaio cingalese. Non solo: la Commissione giustizia prima chiede a poliziotti e magistrati cosa pensino delle nuove regole sulle intercettazioni, poi ne ignora completamente gli allarmi, e a tappe forzate corre ugualmente a strozzare la durata delle intercettazioni; limitare le microspie in ambienti diversi da quelli nei quali si stia commettendo un reato; assoggettare anche la semplice acquisizione di tabulati agli stessi rigidi requisiti delle intercettazioni; paralizzare molti uffici giudiziari in un insostenibile andirivieni logistico di atti riservati verso il tribunale collegiale del capoluogo, che ora si vorrebbe competente sulle intercettazioni di un intero distretto. Poi magari domani – conclude – , al prossimo boss catturato o patrimonio confiscato, fioccheranno dalla maggioranza gli apprezzamenti per gli investigatori. Deve essere colpa di un sortilegio: perché nei convegni sì, e poi nei luoghi della decisione pubblica no?”.

 

 (red)

 

 

4. Intercettazioni: “Perché sono favorevole alla legge”

Roma - “Sono favorevole alla legge sulle intercettazioni per la stessa ragione, ritengo, per cui quasi tutti i miei colleghi sono contrari: perché è una legge che rischia di funzionare, e la mia categoria l'ha capito”. Lo scrive Filippo Facci in un editoriale su LIBERO . “Così come è architettata, e mi riferisco soltanto ai divieti di pubblicazione, quella manna giornalistica e unica al mondo che è la cronaca giudiziaria all'italiana rischia davvero di non cadere più: ovvio che direttori cronisti non ne siano contenti, visto che il pubblicare certe intercettazioni resta uno dei pochi espedienti residuali per far impennare le vendite. Le proteste corporative, non solo dei giornalisti, nascono più da questo che da aneliti di libertà. Torno a ripetere che mi sto riferendo solo alla pubblicazione delle intercettazioni, non ai limiti imposti circa il loro utilizzo: su questo preferisco aspettare la versione finale della legge, dopodiché vedremo. Mi limito a osservare, su questo, che è abbastanza vero che le intercettazioni spesso rappresentano una comoda scorciatoia usata da una magistratura che ormai disdegna le indagini tradizionali, un po' come i pentiti: ma è una verità parziale e ingenerosa. Anche perché la maggior parte delle intercettazioni, anzitutto, viene richiesta dalle forze di polizia: e il paradosso è che le forze di polizia spesso abbondano in intercettazioni per risparmiare sugli uomini, altrimenti impiegati in pedinamenti e attività di controllo. Qualche direttiva del Ministero dell'Interno, da cui dipende la Polizia, potrebbe già fare molto. Ma è pur vero che il tema per cui si litiga attiene a intercettazioni che riguardano quasi sempre persone note, i cosiddetti colletti bianchi: e queste intercettazioni è perlopiù la magistratura a richiederle e a gestirle. Sono soprattutto le persone note a finire sui giornali: è naturale che il problema della privacy, che pure riguarda tutti i cittadini, mafiosi compresi, si ponga a partire da loro”.

 

“Secondo le direttive comunitarie, del resto, le cartacce e le intercettazioni prive di rilevanza penale andrebbero distrutte direttamente dal magistrato: se ne scappa fuori qualcuna, la responsabilità dovrebbe essere sua. Ma è un argomento ipocrita – riprende Facci – , e chi lo utilizza ne è consapevole: anche l'amico Alessandro Sallusti, che sul Giornale di ieri ha invitato a sanzionare le toghe quali unica e vera fonte della segretezza degli atti, sa benissimo che le carte possono scappare ad avvocati, cancellieri, poliziotti, ufficiali, vigili urbani e - assicuro - addetti alle pulizie. Durante Mani pulite spesso le carte non uscivano proprio: un giudice le lasciava in bella mostra sulla scrivania, e i giornalisti copiavano. Ma andiamo al punto. La soluzione al dilemma, in teoria, era già contenuta nel Codice di procedura penale del 1989, in particolare agli articoli 114 e 329: si sanciva che le indagini sono segrete mentre il processo è pubblico. Andare a ricostruire come il significato originario di queste norme sia stato svuotato e stravolto, ora, è complicato e inutile: prassi, consuetudini e giurisprudenza hanno favorito l'attuale colabrodo. La violazione del segreto istruttorio di fatto non esiste più: va ripristinata ex novo, come del resto nella passata legislatura cercò di fare il già abortito Decreto Mastella che oltretutto, alla Camera, fu votato da maggioranza e opposizione. Il succo è lo stesso di oggi: le intercettazioni sono solo un mezzo di ricerca della prova che deve trovare conferma in un dibattimento, il famigerato processo, perciò il renderle pubbliche prima del tempo tende a violare alcune libertà costituzionali. Può anche essere che senza intercettazioni (meglio: senza la loro pubblicazione) non avremmo avuto tutta una serie di informazioni e indiscrezioni che invece si sono riversate sui giornali degli ultimi anni: ma la loro rilevanza, in termini strettamente giudiziari, si è rivelata quasi sempre scarsa, al dunque. Parliamo degli scandali più noti: quelli appunto ‘politici’ dei quali non è rimasto probatoriamente nulla dopo che avevano però rinfocolato infinite diatribe: da qui la benedizione delle intercettazioni da parte della sinistra cosiddetta forcaiola, protesa a una sorta di controllo sociale esercitato dal grande orecchio delle procure. Il problema è che le sanzioni, mescolate a qualche sciocchezza che non manca mai, ora diventeranno serie, e i divieti inequivocabili. I nostri media, diversamente da quanto accade all'estero, tendono a concentrarsi sulle indagini e poi si dimenticano o quasi del processo, vero fulcro del rito accusatorio: non facciamo che lamentarcene”.

 

“Questa nuova legge – prosegue Facci – , tempi della giustizia permettendo, potrebbe cominciare a invertire una cultura giornalistica sballata. Ci accoderemmo finalmente a paesi ritenuti più civili del nostro perché a contare sarebbe essenzialmente il processo, le sue risultanze, le prove, le sentenze. Tanti colleghi ora strepitano a vuoto, secondo me: anche perché le notizie potrebbero uscire lo stesso, anche se non sotto forma di trascrizione integrale di verbale o di intercettazione telefonica. Il contenuto delle carte, qualora costituisca notizia, potrà sempre essere riassunto: la norma che lo vieta, io credo, resterà aleatoria e inafferrabile, e l'unico vero rischio, a questo punto, è l'autocensura degli editori, dei quali i moderni direttori sono punto di raccordo. Quello che dovrebbe sparire, in compenso, sono certi pruriginosi colloqui telefonici privi di rilevanza penale, appunto: perché resterebbero fuori dall’aula. Se invece vi approdassero, al processo, fossero anche le intercettazioni più pruriginose del mondo, la pubblicazione ne sarà pienamente giustificata. Insomma, ciò che non si potrà fare, se la legge funzionerà, è l'estrarre dal cappello carte o intercettazioni telefoniche ininfluenti a carico di indagati che poi magari non verranno neppure rinviati a giudizio. Nessuno impedirà di intervistare testi e imputati, se vorranno, ma costituirà notizia solo ciò che gli organi giudicanti avranno ammesso a valore probatorio, ciò che insomma reggerà al vaglio del processo, l'arrosto e non il fumus: e tanti saluti alle toghe in stile De Magistris. Si potrà ancora raccontare ciò che conta, in fin della fiera, ma senza poter piegare un verbale o una carta a tesi proprie o arbitrarie: più degli indagati conteranno i condannati. Ditemi se è poco”. (red)

 

 

5. Manovra: -10% ai politici, una tantum su alti papaveri

Roma - “Il decretone da 25-27 miliardi sarà con tutta probabilità varato dalla riunione dell´esecutivo della prossima settimana. Il ministro dell´Economia Tremonti – anticipa REPUBBLICA – è intenzionato ad accelerare i tempi, anche per ottenere la conversione del decreto prima della pausa estiva. Sull´ultimo chilometro della manovra cala tuttavia il gelo tra governo e Cgil: il sindacato di Epifani non è stato invitato al vertice convocato ieri dal titolare dell´Economia cui hanno preso parte Confindustria, Cisl e Uil. Resta aperta la possibilità che il decreto venga spezzato in due tranche, con due provvedimenti varati in rapida successione. Dalle ultime indiscrezioni intorno al menù emerge un rafforzamento del taglio delle indennità per ministri e sottosegretari: dal 5 per cento proposto da Calderoli al 10 per cento che dovrebbe entrare nel decreto. Inoltre, i redditi più elevati di statali e pensionati saranno chiamati a contribuire con un prelievo una tantum (si discute se per un anno o due)”. “E´ infatti questa la forma che assumerà il prelievo del 10 per cento su quanto eccede gli 80 mila euro lordi di stipendio di dirigenti pubblici, magistrati e professori universitari. Sulla stessa lunghezza d´onda il prelievo, anche questo una tantum, previsto sulle cosiddette pensioni d´oro, quelle che superano otto volte il minimo raggiungendo i 3.500 euro mensili. Confermato il dimezzamento delle finestre per anzianità e vecchiaia per 2011, il blocco di contratti e automatismi per il pubblico impiego e la revisione delle norme sulle indennità di accompagnamento per gli invalidi. Si concretizza anche il piano di tagli alla spesa pubblica improduttiva: nel menù figurano un programma di riduzione del 10-15 per cento ai consumi intermedi, riduzioni di consulenze, missioni, organi collegiali e gettoni di presenza. Nel mirino anche gli enti: si parla di accorpamenti (per quelli di ricerca e dell´Isae) e di cancellazione per la lunga lista degli ‘inutili’”. “Contrasto all´evasione ed elusione fiscale – si legge ancora – completeranno l´intervento, ma sul tavolo c´è anche la riapertura del concordato preventivo e il condono per gli immobili fantasma. La stretta riguarderà anche le società controllate dal Tesoro: a queste aziende saranno assegnati inediti obiettivi di risparmio che, una volta raggiunti, dovranno essere trasferiti all´azionista-Stato sotto forma di dividendi. Mentre si lavora ai dettagli della manovra un monito al governo arriva dalla Corte dei Conti che ieri ha presentato il ‘Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica’ del 2009. ‘Ci sono margini strettissimi, perché è già stato raschiato il fondo del barile’, avverte la magistratura contabile. La Corte è scettica anche sui prospettati interventi sugli stipendi di magistrati e dipendenti pubblici: ‘Non porterebbero una gran cifra e sarebbe più un segnale che un intervento per fare cassa’. Infine la Corte ha invitato il governo a non sottovalutare ‘i rischi latenti e i perduranti problemi di credibilità della lotta all´evasione’. Infine ieri la Camera ha approvato il progetto di legge di iniziativa parlamentare e bipartisan per concedere la pensione anticipata ai genitori di figli disabili al 100 per cento. Potranno accedere al prepensionamento nel settore privato gli uomini a 60 anni e le donne a 55, che abbiano maturato almeno venti anni di contributi. Il provvedimento passa ora al Senato dove dovrà essere trovata una soluzione alla contestata esclusione dai benefici del personale della scuola e degli enti locali”. (red)

 

 

6. Manovra, Berlusconi: con la crisi no tagli alle tasse

Roma -

“Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è ottimista. ‘La realtà vera non è quella che si vede nella fluttuazione delle borse e ora l’euro debole aiuta le esportazioni già salite del 17%’, spiega il Cavaliere ma alla fine ammette che al momento non c’è spazio per gli annunciati tagli delle tasse”. La cronaca del CORRIERE. “Il premier non rinuncia all’obiettivo cardine del suo programma elettorale: ‘Entro il triennio faremo la riforma con riduzione della pressione fiscale, il taglio delle tasse sarà il dividendo del federalismo fiscale’.Alla conferenza stampa di Villa Madama, al termine dell’incontro con il presidente egiziano Hosni Mubarak, il capo del governo si sofferma sulla situazione dell’economia anche se non accenna mai al contenuto della manovra da 27 miliardi di euro che, stando alle ultime indiscrezioni, potrebbe vedere la luce già alla fine della settimana prossima, prima delle considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia. L’urgenza del programma di risparmi deciso dalla Commissione, dalla Bce e dall’Ecofin per puntellare politicamente i 750 miliardi di euro stanziati per difendere la moneta unica dagli attacchi del mercato, potrebbe infatti indurre il governo ad una accelerazione dei tempi. Non è secondaria, seguendo questo schema, la convocazione d’urgenza delle parti sociali decisa solo ieri pomeriggio”. “Il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, a Trieste per un convegno, ha dovuto prendere un aereo all’improvviso per precipitarsi al ministero del Lavoro dove si è trovato con il collega Luigi Angeletti della Uil, il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi e quello della Semplificazione Roberto Calderoli. C’era anche il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua. Tutti convocati dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti che ha spiegato l’ossatura della manovra da 27 miliardi di euro. Di questo e di un possibile anticipo rispetto alla scadenza estiva, Tremonti ha parlato ieri sera con lo stesso Berlusconi in una cena alla quale era presente anche il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli. Il presidente del Consiglio avrebbe condiviso l’impalcatura proposta da Tremonti, dove non ci sarebbe spazio, almeno per ora, per la riduzione delle tasse. È già un miracolo, ha ripetuto Tremonti in questi giorni, riuscire a non alzarle. Berlusconi, del resto, già in mattinata a Villa Madama aveva anticipato la nuova strada del rigore. Senza rinunciare a forti iniezioni di ottimismo ‘perché senza quello non si va da nessuna parte’. Per il premier, comunque, la situazione èmeno peggio di come viene descritta dai media. E la prova che la ripresa si è già avviata viene dal mercato pubblicitario. ‘L’aumento degli investimenti in pubblicità da parte delle aziende italiane mi induce a guardare al futuro con ottimismo’ afferma, anche se ‘responsabilmente’ il governo non potrà procedere ad alcun taglio delle tasse finché ‘la crisi non sarà definitivamente superata’”.

 

 (red)

 

 

7. Manovra, “asse d’acciaio Silvio-Giulio-Bossi”

Roma -

“‘Il taglio delle tasse, per usare un concetto caro anche a Tremonti, sarà il dividendo del federalismo fiscale’. Silvio Berlusconi – scrive Martino Cervo su LIBERO - difficilmente poteva effettuare una sintesi migliore della temperie politica delle prossime settimane, se non del resto della legislatura. Lo ha fatto offrendo nuovo materiale all’inevitabile libro di Bruno Vespa (e contemporaneamente a schiere di cronisti), e proseguendo così: ‘Per entrare nei dettagli occorre leggere attentamente i 29 articoli di legge della riforma con cui abbiamo varato il federalismo fiscale. E poi attendere qualche settimana, fino a quando vedranno la luce i decreti di attuazione della riforma. Allora, si vedrà che le nostre non sono solo promesse elettorali’”. “Tasse, rigore, federalismo: che sono praticamente sinonimi di Berlusconi, Tremonti, Bossi. Così il Cavaliere ha disegnato la triade politica, che ha un cammino chiaro e un assente lampante. Il cammino è che prima si fa il federalismo, poi si tagliano le tasse, perché con la crisi non c’è trippa per gatti. Praticamente Berlusconi diventa tremontiano, chiudendo la mezza ferita di qualche mese fa, quando il ministro dell’Economia sembrava aver smentito le promesse che il premier ha da sempre posto al centro del senso stesso dell’azione politica. E diventa ‘leghista’, subordinando la mamma di tutte le sue battaglie alla mamma di tutte le battaglie del Carroccio, che ieri ha messo in cascina il fieno del primo passetto, in aula, al federalismo, che oggi arriva in Consiglio dei ministri. Battaglia tutta ancora da combattere, ma intanto le tappe danno il senso di una missione in corso, per quanto accidentatissima. L’assente lampante è il PdL, che poi sarebbe il partito di maggioranza e del Cavaliere. Perché ciò che è sotteso alla frase di Berlusconi è una triangolazione che sembra fatta apposta - al di là ovviamente delle intenzioni - per giustificare un certo malumore che ultimamente serpeggia nelle file del Partito della Libertà. A mettere in fila una serie di fatti politici prossimi e venturi, in effetti, una certa sofferenza può anche emergere”. “Già di suo, l’asse Bossi-Berlusconi- Tremonti, uscito in forma smagliante dal risultato delle Regionali e dalla rottura tra Fini e il Cavaliere, non mette il partitone in ottime posizioni. In più – osserva Cervo -, la chiara priorità dettata dal premier ieri ribadisce possibili ragioni di perplessità. A giorni verrà presentata un’im - portante iniziativa, il Piano per l’In - tergrazione, sul quale da mesi il ministro Sacconi lavora gomito a gomito con Maroni e i rispettivi uffici tecnici. Si tratta di un impianto in grado di ridisegnare l’approccio - culturale, economico e legislativo - ai fenomeni migratori. In molti temono che, nonostante il perfetto coordinamento tra i due dicasteri - la Lega possa in qualche modo mettere il cappello su una iniziativa maturata in ambito non ‘padano’. Stesso discorso vale per la manovra ‘lacrime e sangue’ con la quale l’esecutivo dovrà raddrizzare i conti pubblici: il blitz con cui Calderoli ha promesso con facile demagogia mani di forbice sugli sprechi della ‘ca - sta’ ha indispettito molti nell’esecu - tivo e nel partito, visto che nessuno ci sta a passare come secondo nella gara all’efficienza. Anche l’intervista rilasciata da Fabrizio Cicchitto, capogruppo del PdL alla Camera, a Libero di oggi è un segnale mica poco significativo di questo nuovo fronte con cui la politica sarà chiamata a fare i conti. Un altro piccolo segnale sono gli incontri in seno alla maggioranza per contrastare questa possibile fuga in avanti del Carroccio sui temi caldi del PdL. Due sere fa, alcuni ministri e molti parlamentari di stretta osservanza berlusconiana (tra cui il ministro degli Esteri Franco Frattini e quello dell’istruzione Mariastella Gelmini) si sono visti proprio con lo scopo di rivitalizzare il dibattito interno al partito su attività concrete che si chiamano proposte di legge, decreti, insomma lavoro politico. Cosa che ci si aspetta abbia l’effetto di contrastare tanto l’astuta corsa del Carroccio quanto le derive finiane che d’ora in avanti si faranno sentire, magari già a cominciare dalla manovrona tremontiana”. “In tutto questo, c’è un incredibile e strano paradosso, che magari il Cavaliere chiamerebbe delle ‘selffulfilling prophecies’, o delle profezie che si autoavverano. Il punto è questo: chi è che nel PdL può dire ad alta voce che il partito rischia di diventare la copia della Lega, o di inseguire il Carroccio? Chi può pronunciare una frase del genere quando meno di un mese fa Gianfranco Fini ha detto (anche) concetti estremamente simili diventando l’alfiere dell’opposizione interna a Berlusconi? È ovviamente un paradosso, ma – si legge ancora - come lo stesso Fini secondo molti ha contribuito a rafforzare la Lega nel voto di marzo con i suoi insistiti ‘smarcamenti a sinistra’, così inseguirlo sulle sue denunce diventerebbe impossibile, in queste settimane, ai colonnelli del PdL. Nel frattempo, tutto questo non fa che rafforzare l’asse della Trimurti, che poi è la stessa che partiva bella forte qualche mese fa. Il patto d’acciaio Berlusconi-Bossi-Tremonti resta, si rafforza, e chi lo denuncia rischia pure di passare per finiano”.

 (red)

 

 

8. Merkel parla, Borse ed euro affondano

Roma -

“Il discorso di Angela Merkel ha fatto perde alle Borse europee 144 miliardi in termini di capitalizzazione facendo crollare l´euro ai minimi degli ultimi quattro anni nei confronti del dollaro. Le vendite sui mercati del Vecchio continente – riferisce REPUBBLICA – sono scattate in mattinata dopo l´annuncio della Merkel e la contestuale decisione della Bafin (la Consob di Francoforte), di vietare in Germania le vendite allo scoperto sui titoli di stato dell´Eurozona e sui cds (i derivati che assicurano l´investitore dal default di una società) su dieci grandi istituzioni finanziarie tedesche. Una misura che ha innescato il panico sui mercati azionari, facendo crollare la Borsa di Milano del 3,4%, quella di Londra del 2,8%, Francoforte del 2,7% e Parigi del 2,9%. L´unico listino che si è salvato dalle vendite, è stato quello di Atene che ieri ha recuperato lo 0,44% di quanto perso nei giorni scorsi. Sui mercati valutari invece l´euro è sprofondato fino a 1,21 nei confronti del dollaro, per risalire in chiusura a quota 1,23. Nel pomeriggio sui mercati dei cambi si è infatti diffusa la voce che le banche centrali d´Europa starebbero mettendo a punto una manovra per arginare la debacle dalla valuta unica. Secondo gli esperti, la misura voluta ieri dal governo tedesco di concerto con la Bafin, è antiproducente e inutile. Antiproducente perché ha generato nel mercato il sospetto (respinto categoricamente dalla Bafin) che le banche tedesche siano fortemente esposte sul debito pubblico dell´Eurozona. E inutile perché quello che da ieri non si può vendere in Germania (a tutto svantaggio degli intermediari finanziari tedeschi), si può vendere in altri mille angoli del pianeta”. “L´autorità Fsa che regola il mercato inglese è inoltre intervenuta a precisare che le sedi britanniche delle banche tedesche, potranno vendere allo scoperto quello che è stato vietato in Germania. Secondo Marco Annunziata, - si legge ancora - economista di Unicredit, l´effetto peggiore che si è creato ieri sui mercati europei è il danno d´immagine e di credibilità di cui continua a macchiarsi l´Eurozona. Se infatti decisioni come quella presa ieri dalla Germania, che hanno un unico precedente dopo il crack di Lehman Brothers, vengono prese dai singoli stati e non all´unisono, si dà agli investitori un buon motivo per perdere fiducia nell´Eurozona. Non a caso ieri tutte le principali autorità dei mercati si sono dissociate da quanto deciso dalla Bafin. Malumori che si sono avvertiti anche in Consob, che non solo non ha intenzione di prendere simili provvedimenti, ma che da martedì notte sta lavorando per trovare un coordinamento con gli altri organi di vigilanza dei mercati europei. L´unico risvolto positivo che si è registrato ieri sul mercato, è stato il risultato dell´asta dei Bund tedeschi. Gli investitori preoccupati sullo stato di salute delle banche di Francoforte, hanno preferito puntare sui titoli di stato che garantiscono ritorni sicuri. Ieri la Bundesbank ha collocato sul mercato 4,57 miliardi di Bund decennali che hanno ricevuto richieste di poco superiori all´offerta iniziale (che originariamente era di 6 miliardi) nonostante il tasso fissato (il 2,75%) sia inferiore dello 0,25% rispetto all´ultima asta”.

 (red)

 

 

9. Crisi, i derivati un rischio-Grecia per l’Italia?

Roma -

“Il primo processo al mondo per la presunta truffa dei contratti derivati stipulati con le pubbliche amministrazioni, si apre con una previsione allarmante del pm Alfredo Robledo secondo il quale ‘l’Italia è più a rischio della Grecia’ proprio per l’uso disinvolto di questo strumento fatto dagli enti territoriali. ‘C’è un problema enorme e concreto - spiega il pm a margine del processo -. Nel nostro Paese – riferisce LA STAMPA – ci sono tantissime bolle che stanno in capo a comuni, provincie e regioni che, prima o poi, scoppieranno e nessuno sa cosa succederà in quel momento’. Una drammatizzazione che non trova ovviamente d’accordo i legali dei 13 imputati accusati di truffa aggravata e delle quattro banche (JP Morgan, Deutsche Bank, Depfa, Ubs) chiamate a giudizio ai sensi della legge 231 del 2001, davanti al giudice monocratico Oscar Magi per gli swap rinegoziati ben 6 volte con il Comune di Milano e che avrebbero fruttato nei bilanci degli istituti di credito ben 100 milioni di euro. I legali, per bocca dell’avvocato Guido Alleva, contestano anche la definizione di ‘processo pilota’ attribuito dagli stessi pm alla causa: ‘Ogni processo - dice Alleva - ha l’obbiettivo di accertare i fatti e la verità’. Il processo si basa non tanto sull’uso dello strumento finanziario utilizzato negli anni scorsi da tantissime amministrazioni pubbliche nell’illusione di risolvere i propri debiti, quanto sulla formula dei contratti stipulati. In particolare i pm contestano alle banche e ai loro funzionari da una parte la mancanza di un’informazione corretta sulla stipula dei contratti con l’equiparazione di un ente pubblico come il Comune di Milano a soggetto contraente senza garanzie. Dall’altra l’esistenza di un profitto immediato di quasi 53 milioni di euro messo tra gli utili di bilancio delle banche (lievitato poi fino a 100) in violazione della normativa Consob e internazionale in base alla quale il Comune avrebbe dovuto essere messo in condizioni di parità con gli istituti di credito. Ieri gli avvocati hanno chiesto l’estromissione dalle parti civili, tra cui lo stesso Comune, e delle associazioni di consumatori e inoltre che in aula vengano a testimoniare anche Gabriele Albertini e Letizia Moratti, ex sindaco e sindaco di Milano, che stipularono i contratti fino al 2008. Il processo è stato aggiornato al 9 giugno”.

 (red)

 

 

10. Costruzioni, Anemone e la cricca bipartisan

Roma -

"Leggete bene questo scambio di battute agli atti dell’indagine sulla Protezione civile: ‘Sono dei banditi e sono più bravi, perché vedi io ho scelto Arata Isozaki e loro hanno scelto l’architetto di Veltroni. Che c... vuol dire Isozaki’. Da una di queste telefonate – scrive Nicola Porro sul GIORNALE - parte tutta l’inchiesta fiorentina sulla cricca, su Balducci, Anemone&Co. La telefonata intercetta il malumore di un perdente su un appalto (perso appunto) al Teatro della musica di Firenze: vince un’impresa romana con annesso architetto capitolino e la ditta toscana ben collegata al potere rosso della regione arriva solo seconda. L’inchiesta si alimenta di un gigantesco scontro che si consuma a sinistra. Mesi fa parlammo per primi di gelatina rossa. E più passano i giorni e più l’evidenza ci conferma nella nostra intuizione. Ciò non toglie che nella rete del malaffare e del malcostume ci sia un coinvolgimento bipartisan: il caso Scajola è là a dimostrarlo. Il sistema di potere di Balducci&Co che prospera sotto diversi governi (sinistra e destra) nasce e si consolida nella Roma del Giubileo: in un impasto confuso che mette insieme vari pezzi dei poteri romani. Il gioco si rompe, quando gli attori esagerano. Quando, per riprendere la favolosa intercettazione fiorentina su Isozaki, le imprese di costruzioni romane pensano di venire a dettare legge anche nella rossa toscana. E fanno fuori dagli appalti le ditte, sempre rosse, che a Firenze erano abituate a contare. Ma dicevamo, l’intuizione, ogni giorno che passa, si rafforza. Grazie a Massimo Malpica veniamo ora a scoprire la straordinaria storia del Petruzzelli di Bari. Il copione è il medesimo, e i dettagli conviene leggerseli nell’articolo di Malpica. Facciamo solo una piccola sintesi. Quando dopo mille anni Nichi Vendola (avete presente, quello che farà il leader della sinistra pulita e che sostituisce i suoi assessori come gli orecchini) ed Emiliano, il sindaco sceriffo di Bari, decidono di mettere fine alla ridicola storia del teatro a un passo del lungomare, chi pensate che chiamano? Balducci, of course. Con il meccanismo solito e ben oliato: commissari, procedure di urgenza (ben vengano abbiamo più volte detto se portano al risultato) e variazioni costose in corso di opera. Balducci si porta De Santis e l’impresa è la mitica Cerasi. Quella che grazie all’architetto Desideri (intimo di chez Repubblica-Scalfari) aveva stracciato ai punti il povero Isozaki negli appalti fiorentini. Bari come Firenze. Il Teatro della Musica toscano come il Petruzzelli pugliese. Amministratori delegati di sinistra, costruttori più radical che chic, Balducci e suoi fidi, e via andando”. “Il Giornale – continua Porro – offre oggi un altro pezzo pregiato, pregiatissimo. Diciamo subito che anche noi ieri mattina, quando abbiamo iniziato a leggere le carte, non ci potevamo credere. Non già per l’enormità del caso, ma per il personaggio coinvolto. Prendete il moralista, avvicinatelo a Di Pietro, raccogliete le sue ultime invettive e avrete Monsieur Pedicà. Troppo bello per essere vero, anzi troppo triste per non confermare i cattivi odori che spesso sentiamo da quella parte. Insomma il nostro Stefano Filippi becca il consigliere politico di Di Pietro con il sorcio in bocca e la Bmw (non Mercedes, proprio Bmw) al parcheggio. Il moralista fa le solite cosucce da moralista: si fa togliere le multe, si fa dare in comodato gratuito un paio di macchinuzze mentre nel frattempo i contribuenti gli pagano l’auto blu. Insomma bazzecole. Si fa per dire. Ma Pedica riesce nell’incredibile: da una parte pontifica sui privilegi della casta e dall’altra dorme sonni tranquilli in una casa della Cricca. Quella di Balducci, di Propaganda Fide, di Anemone e di tanti altri. Il sospetto è che sia stato Di Pietro, recentemente ascoltato dai magistrati fiorentini, a denunciare il malvezzo del suo stretto consigliere. Così come fece con Balducci e Mautone, quando era il ministro delle Infrastrutture. È così onorevole Di Pietro? Ma va’ là”.

 (red)

 

 

11. Santoro lascia, tutti contro sul compenso

Roma -

“Michele Santoro si avvia a chiudere ‘Annozero’ in bellezza, per quanto riguarda gli ascolti. E sicuramente in mezzo alle polemiche per la sua uscita milionaria dalla Rai. Ieri il conduttore – riferisce il CORRIERE DELLA SERA - è intervenuto con una nota per dire la sua sulla ‘separazione consensuale’ resa nota a sorpresa martedì sera: ‘Avrei preferito che solo ad accordo sottoscritto se ne fosse data notizia — afferma —. Tuttavia prendo atto con soddisfazione delle decisioni che mi riguardano, proposte dal direttore generale e assunte di fatto alla unanimità dal Cda della Rai, che mi potranno consentire di sperimentare nuovi formati televisivi’. Quanto agli interrogativi sollevati dal suo caso, Santoro fa sapere che ‘a conclusione della stagione, e solo a firma avvenuta, risponderò a tutte le domande sul carattere dell’accordo e sul mio futuro professionale, convinto come sono — sottolinea — di aver agito ancora una volta nell’interesse del pubblico’”. “Intanto, ieri prima riunione del dopo-uscita. Marco Travaglio: ‘Non è vero che io sia rimasto deluso o che sia arrabbiato con Michele. Non sono sua moglie, non devo sapere tutto sulla sua vita e sulle sue scelte personali. Credo che dopo un mobbing durato anni la pentola a pressione sia saltata. Non solo la Rai non ti ringrazia quando hai successo, ma tenta di fregarti come può, se ti chiami Michele Santoro’. Silenzio da Sandro Ruotolo, il ‘vice’ che tutti danno per sicuro collaboratore di Santoro anche per le sue future avventure professionali. Dice Giulia Innocenzi, collaboratrice per lo spazio Generazione Zero: ‘Michele ci ha raccontato e spiegato per grandi linee. Noi lo abbiamo ascoltato ma nessuno aveva molto da dire. Non è facile rimanere a lavorare in una azienda che ti ostacola continuamente invece di aiutarti e incoraggiarti, senza tenere conto dei risultati di ascolto entusiasmanti’. Ma sulla proprio mentre la commissione sta affrontando la possibilità di rendere accessibili a tutti i compensi: ‘Questa questione di Santoro avrà conseguenze anche sui colleghi. Non credo che tutti rimarranno felici e contenti di vedere come uno di loro, che certo non considereranno il più bravo in assoluto, ha potuto chiudere la sua partita con l’azienda’. Anche la Velina Rossa, un’agenzia di informazione vicina al Pd (area D’Alema), lo attacca: ‘Cosa racconteranno i vari Santoro nelle ultime puntate della trasmissione a un pubblico che credeva in loro e che forse li aveva presi per gli ultimi idealisti della politica? E la Rai spende per fare un favore al premier?’”. “Giorgio Merlo, Pd: ‘Quel compenso è un’offesa per gli italiani che vivono in una difficile situazione economica’. Massimo Donadi, Idv: ‘Scelta della Rai grave e immorale’. Alessio Butti, Pdl, parla di ‘ipocrisia del centrosinistra’ di fronte allo ‘scivoletto milionario’ accordato a Santoro. E di ‘autentico scandalo’ - si legge ancora sul CORRIERE - parla il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini. Oggi ci sarà un nuovo round per la Rai. Potrebbe arrivare la prima sentenza del giudice del lavoro per la causa intentata da Paolo Ruffini (nominato direttore di Rai Educational e di una sola parte dei canali digitali) per essere reintegrato alla direzione di Raitre. In quanto al black-out di Rainews 24, l’Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai) e la Federazione nazionale della stampa invitano l’azienda a ‘chiedere scusa agli utenti’. Fonti aziendali assicurano che già dalla notte tra lunedì e martedì l’ascolto di Rainews 24, calcolato sui 20.000 telespettatori, sarebbe tornato regolare”.

 (red)

 

12. Federalismo: sì anche da Idv, Fini e Udc frenano

 Roma -

“È solo il primo passo, di un percorso lungo e impervio. Forse l’ultimo, secondo i finiani - diciamo così - più pessimisti, quelli che puntano l’indice sulle casse vuote. Perché ‘senza risorse certe - s’interrogano - come si riuscirà a completare la riforma?’. Ma tant’è. La Lega esulta, brinda, per il disco verde della Bicamerale per il federalismo (l’Idv vota sì, come la maggioranza, no invece da parte di Api e Udc, non si pronuncia il Pd) al primo decreto attuativo della legge delega. Quello che – spiega IL GIORNALE – trasferisce alle autonomie locali parte del demanio pubblico, che oggi finirà in tutta fretta sul tavolo del Consiglio dei ministri (i tempi sono piuttosto stretti, dal momento che la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, pena lo scadere della delega, è prevista entro il 21 maggio, cioè domani). È pure visibilmente ‘soddisfatto’ il ministro per le Riforme, Umberto Bossi, lesto a seguire passo passo i lavori, in veste anche di leader di un partito che incassa un’altra vittoria storica, grazie ad una pressante opera di mediazione con l’opposizione. Poco importa infatti, al Carroccio, che il Pd si sia astenuto: ‘La sinistra è stata sempre collaborativa, sarebbe stato meglio se avessero votato a favore, ma va comunque bene’. Ciò che conta, per il Senatùr, è il risultato finale: ‘Il federalismo è partito e abbiamo raggiunto la prima tappa importante’. E in futuro, cosa accadrà? ‘Cominciamo a goderci il presente’. Se la godeva già, qualche ora prima, il titolare alla Semplificazione, a Montecitorio per partecipare ad una conferenza stampa congiunta con il leader dell’Idv. Lo scopo? Ribadire il ‘punto d’incontro’ trovato fra i due partiti. ‘Il nostro - rimarca Antonio Di Pietro - si assume la responsabilità delle proprie decisioni e dice sì, al termine di un lavoro condotto senza contrapposizioni preconcette, perché con questa riforma il Paese avrà dei vantaggi e non certo dei costi aggiuntivi. Chi invece si astiene - sottolinea l’ex pm, punzecchiando a dovere il Pd - dimostra di non essere né carne né pesce’”. “E ancora: ‘Noi riconosciamo al ministro Calderoli di aver portato non un provvedimento chiuso, ma una bozza da scrivere insieme, e questo decreto è frutto di un lavoro comune’. Ma sia chiaro: ‘L’Idv non intende in alcun modo trasgredire al mandato elettorale, siamo e restiamo all’opposizione. Non abbiamo nulla a che spartire con questo governo e lo si vedrà davanti alla manovra economica. Le regole però si scrivono insieme e ci dispiace che altri, dopo aver contribuito a creare un buono strumento, non abbiano il coraggio di assumersene la responsabilità’. Al contrario, ‘Idv e Lega sanno agire sui temi concreti...’. Già, intestandosi, da una parte e dall’altra della barricata, l’esito positivo del passaggio parlamentare. Non a caso, sia in casa Pdl che Pd, non mancano i mugugni. Bossi e Di Pietro ‘si imitano’ e ‘noi veniamo messi fuori’, ammettono con fastidio i pidiellini, dove lamentano: ‘La Lega corre, dovremmo fare altrettanto’. Chiara presa d’atto, nonostante Enrico La Loggia, presidente della bicameralina, esprima ‘grande soddisfazione’, perché ‘uno degli obiettivi principali del Pdl, in assoluta sintonia con la Lega’, è stato raggiunto. Intanto, astensione molto travagliata sul fronte democratici. Dove alcuni erano per il ‘sì’, altri, come gli ex-Ppi, propensi per il ‘no’. Spiega Beppe Fioroni: ‘È stato un errore astenersi, dovevamo votare contro’. Ribatte Emanuele Fiano: ‘Io sarei stato per un voto favorevole’. Sintetizza Dario Franceschini: ‘L’astensione è un atteggiamento di assoluta responsabilità su uno dei pochi temi su cui è rimasto lo spazio per un confronto politico’. Sarà. E l’Udc? ‘Pur apprezzando lo sforzo dei relatori e del ministro, restano molti punti oscuri e siamo certi che con questa norma si moltiplicheranno le spese per il Paese, in un periodo di forte crisi finanziaria’, chiariscono Gianpiero D’Alia e Gianluca Galletti, i due centristi presenti in Commissione. Se ne riparlerà a inizio giugno, quando, annuncia Calderoli, ‘sarà pronto il secondo decreto legislativo’ sul federalismo, quello sulle entrate”.

 

 (red)

 

 

13. Olimpiadi: Roma candidata, Venezia battuta protesta

 Roma -

“Mezzo secolo dopo Abebe Bikila, Roma sogna la sua nuova Olimpiade. Battuta, strabattuta Venezia, con il previsto coro di proteste bipartisan (Lega Nord-Pd veneto). La capitale, da ieri, è la prima città al mondo ad essersi candidata ufficialmente ai Giochi 2020. Parte in vantaggio – osserva REPUBBLICA –: avrà come rivali Tokyo, Istanbul, Nuova Dehli, Doha, Praga, Rabat, Madrid. Non ci saranno gli Usa, non ci sarà Parigi, nemmeno una tedesca o una russa. Per questo Gianni Petrucci, n.1 dello sport italiano, si è sbilanciato: ‘Stavolta possiamo davvero farcela’. Sono passati cinquant´anni dall´Olimpiade di Roma 1960, l´unica estiva ospitata dall´Italia. La Capitale ci riprova con una premessa, che in tempi di "cricche", non è da poco: niente ‘strumenti di carattere urgente ed eccezionale’ per la costruzione del Villaggio Olimpico e degli impianti. Ma questo, almeno ieri, non è bastato a placare la furia dei politici veneti: che attaccano duro (ma litigano anche fra di loro). La rabbia di Orsoni (Pd), sindaco di Venezia: ‘La solita arroganza della politica romana, il comportamento del Coni è vergognoso’. Umberto Bossi, leader della Lega, ha proposto un accordo che preveda gli ‘sport acquatici’ (il nuoto) in Laguna: bocciato subito dallo stesso Orsoni (‘Le gare in Canal Grande la facciamo da soli’) e dall´ex sindaco Massimo Cacciari (‘un´idiozia’). Il ministro Sacconi, veneto, parla invece di amarezza. Parole critiche dai Verdi (Bonelli: ‘La cricca festeggia, meglio farle in Africa, le Olimpiadi’) mentre per l´Idv è l´occasione per ‘fare pulizia dei furbetti romani’. Il Coni ha deciso ieri mattina (‘senza pressioni politiche’ garantisce Petrucci) che doveva essere Roma a portare avanti la candidatura italiana. Venezia è stata demolita nel rapporto di valutazione (9,2 per Roma, 5,7 per Venezia che non ha superato nemmeno il "taglio" del Cio): la Giunta poi ha presentato, all´unanimità, solo la capitale voto (palese) del Consiglio Nazionale. Roma ha così raccolto 68 consensi, un solo no (il senatore Giuseppe Leoni, "padre fondatore" della Lega Nord con Bossi e presidente dell´Aeroclub) e un solo astenuto (Ottoni, presidente Coni di Treviso). Leoni ha tuonato nella sala d´onore del Coni con il vecchio slogan leghista: ‘Roma ladrona ora ci ha rubato anche le Olimpiadi’. Mario Pescante (membro Cio, oltre che deputato Pdl) si è schierato apertamente con la capitale, e con lui anche Barbaro (Pdl) e Franco Carraro. Nel pomeriggio, tutti, guidati da Gianni Petrucci e Lello Pagnozzi, sono andati in processione a Palazzo Chigi da Gianni Letta”. “Il governo è sempre stato, garantiscono fonti Coni, a favore della candidatura di Roma e Letta adesso farà avere il dossier a Berlusconi. Troppo fragile la candidatura di Venezia, suggestiva ma con lacune che mai il Cio avrebbe potuto accettare. Impietosa, forse anche troppo, è stata la valutazione tecnica della commissione dei 10 saggi, guidata da Petrucci (ed elogiata dallo stesso Letta): Roma –si legge ancora – ha sfiorato il massimo di 35 punti, mentre Venezia non ha raggiunto nemmeno i requisiti minimi, fermandosi a 20,1. A favore della città eterna le infrastrutture, la sistemazione alberghiera (4,5 contro 1,5), i trasporti (3-1), la sicurezza, l´esperienza. Venezia non aveva nemmeno previsto un Media Village mentre Roma, altrettanto ingenuamente, aveva inserito nel dossier, come sede di allenamento, il Salaria Sport Village (sarà cancellato). Totti invita ‘tutta l´Italia a tifare Roma’. Petrucci auspica ‘unità’ e garantisce: ‘Non temo il fuoco amico. Ma ai politici non rispondo, io non ho fatto nessuna pressione, né l´ho ricevuta’. Ora, tre anni di lavoro: il Cio sceglierà nel luglio del 2013, a Buenos Aires. Roma è già partita, ora tocca alle altre”.

 (red)

 

14. Pomigliano, la vertenza sui turni e le pause

 Roma -

“La vertenza su Pomigliano d’Arco, determinante per il successivo sviluppo del progetto ‘Fabbrica Italia’ del gruppo Fiat, è giunto alla fase decisiva. Se nei prossimi giorni – scrive il GIORNALE – il dibattito tra le organizzazioni sindacali non porterà a una convergenza, il Lingotto sarà costretto a modificare i suoi piani. È sempre la Fiom, in questi giorni, a tenere banco e a fare le pulci alla nuova piattaforma lavorativa messa a punto dagli uomini di Sergio Marchionne. Le richieste del gruppo industriale, infatti, non si limitano all’aumento dei turni (18) e delle ore di straordinario (80). Il documento sottoposto ai sindacati contiene 14 punti, in pratica le condizioni giudicate essenziali per poter investire 700 milioni nello stabilimento di Pomigliano d’Arco e produrvi così la nuova Fiat Panda. Ecco che cosa chiede la Fiat, oltre ai 18 turni e alle 80 ore aggiuntive di straordinario in deroga al contratto nazionale e senza prevviso al consiglio di fabbrica: riduzione delle pause del 25%, spostamento della mensa a fine turno, facoltà di variare il numero di vetture da produrre nella giornata. E ancora: riforma della pianta organica tra lavoratori diretti e indiretti, nessun pagamento per i primi tre gioni di malattia, formazione dei lavoratori durante il periodo di cassa integrazione senza costi aggiuntivi per l’azienda e inseririmento di queste norme in un nuovo contratto da sottoporre individualmente a tutti gli operai. Inoltre, Marchionne intende sanzionare il sindacato che non rispetterà tali accordi e riformulare il ruolo delle Rsu, cioè del consiglio di fabbrica. Altri punti al centro del negoziato riguardano i permessi in occasione degli appuntamenti elettorali, la possibilità della direzione di spostare un lavoratore in una delle aziende dell’indotto nel raggio di 50 chilometri e, infine, il nuovo metodo di lavoro lungo la linea di assemblaggio che, secondo il sindacato, comporterebbe problemi fisici all’operaio. Con l’applicazione del sistema Ergouas, secondo il gruppo, le postazioni di lavoro sono progettate in modo ergonomico e si ‘eliminano’ i rischi per la salute dei lavoratori. Per la Fiom si tratta, però, di ‘affermazioni infondate perché Fiat, utilizzando tale sistema, non può garantire l’eliminazione dei rischi a livello muscolo-scheletrico in quanto utilizza una metodologia non certificata dalle normative obbligatorie previste per legge. Inoltre, se Torino con Ergouas migliora gli aspetti ergonomici delle postazioni di lavoro, ma intensifica i ritmi della prestazione, il valore dell’indice di rischio finale per la salute dei lavoratori rimane elevato”’. “Ecco, dunque – si legge ancora – , i nodi sui quali verte la discussione e che dovranno essere sciolti nella prossima settimana, attraverso nuove proposte da portare sul tavolo finale della trattativa. I tempi stringono e Marchionne ha più volte fatto capire che il problema dovrà essere risolto, in un modo o nell’altro, prima dell’estate. In casa Fiat si è intanto sbloccata la vertenza Ferrari. In una nota, la casa del Cavallino ha sottolineato che ‘anche questa volta l’azienda ha dimostrato come le persone siano al centro della propria strategia, impegnandosi nel garantire occupazione e preparando la società per le sfide future. Una strategia che comprende una serie di servizi alle persone e alle loro famiglie che insieme agli ambienti di lavoro hanno fatto della Ferrari una realtà all’avanguardia nel mondo’. Con i sindacati, da giorni sul piede di guerra, ‘è stato concordato il piano di esternalizzazioni di attività non core garantendo i posti di lavoro in aziende del territorio, oltre a un programma di prepensionamenti volontari’.Confermato poi il piano per l’inserimento definitivo di quasi 100 giovani, attualmente con contratto flessibile, e definita l’erogazione di un importo pari a 1.200 euro a tutti i dipendenti con il prossimo stipendio di maggio”.

 (red)

 

 

15. Bangkok in fiamme, fotoreporter italiano ucciso

Roma -

“La protesta antigovernativa delle ‘camicie rosse’ è finita, ed è iniziata l’anarchia. Bangkok – si legge in una corrispondenza su LA STAMPA - è una città in fiamme e sotto coprifuoco: il blitz dell’esercito ha fatto spargere i manifestanti più irriducibili nella capitale, dove si sono abbandonati a saccheggi e roghi appiccati alla Borsa, all’enorme centro commerciale Central World e ad almeno altri trenta edifici. L’esercito ha licenza di sparare ai ‘terroristi’, per cui è già stata annunciata la pena capitale. Altri 15 morti - tra cui il fotografo italiano Fabio Polenghi - si vanno ad aggiungere a una settimana di guerriglia che segnerà la Thailandia a lungo. Dopo sei giorni di assedio dell’accampamento dei ‘rossi’, l’esercito si è mosso con i blindati in mattinata. Le barricate a sud del bivacco erano ormai quasi deserte. Pochi manifestanti ma armati, che hanno risposto al fuoco dei soldati, avendo però presto la peggio. E’ qui che è morto Polenghi, mentre scattava foto dei dimostranti in fuga dai proiettili dell’esercito, che avanzava dal parco Lumphini. Un colpo al torace, protetto da un giubbotto non antiproiettile: il fotografo è stato portato subito in ospedale ma era già morto. La sera prima, aveva confidato a un’amica, pensava che ieri sarebbe rimasto a casa. I soldati sono penetrati all’interno senza proseguire verso la Ratchaprasong Intersection, dove rimanevano alcune migliaia di dimostranti. Ma la sconfitta, per i sostenitori dell’ex premier Thaksin Shinawatra, era ormai evidente. Dopo qualche ora, dal palco centrale i leader hanno annunciato la resa, spiegando di non volere altre vittime. Poi si sono consegnati alla polizia, esortando i loro seguaci a fare altrettanto. Invece, è arrivato il colpo di coda. Il Central World, il più grande ‘mall’ di Bangkok situato proprio a Ratchaprasong, è stato dato alle fiamme e in serata era distrutto. Così anche uno storico cinema di Siam Square”. “La Borsa, qualche chilometro più a est, è stata parzialmente incendiata. Centri commerciali più piccoli, l’hotel Century Park, alcuni negozi hanno fatto la stessa fine. In diversi casi, come di fronte al Central World, cecchini impedivano l’arrivo dei vigili del fuoco. Minacciosi uomini vestiti di nero si aggiravano armati. Governo ed esercito hanno quindi imposto il coprifuoco dalle 20 alle 6, poi esteso ad altre 21 province del nord e del nord-est, dove alcuni edifici pubblici sono stati incendiati. In serata Bangkok era buia e silenziosa in modo irreale, in alcune zone senza elettricità, con sparatorie sporadiche. Il premier Abhisit si è detto fiducioso che la calma verrà riportata nella notte. All’interno dell’ex accampamento, in un tempio dove nei giorni scorsi avevano preso rifugio centinaia di donne e bambini, rimangono intrappolate ancora diverse persone, con fonti mediche che riferiscono di nove morti e sette feriti. Il lavoro dei soccorritori è ostacolato dalle sparatorie in corso tra gli ultimi dimostranti asseragliati e l’esercito, ormai penetrato all’interno del bivacco. Altre sei morti si contavano già da prima. In tutto, sono 52 nell'ultima settimana, 82 dall’inizio della protesta. Bisogna tornare al massacro degli studenti che chiedevano riforme nel 1976, per trovare numeri peggiori. Con il coprifuoco sono state censurate anche tutte le tv, che trasmettono a reti unificate i proclami dei portavoce del governo e dell’esercito, da un lugubre salone degno della giunta militare birmana. Quelli, i soliti video sulla vita e le opere del re, o clip strappalacrime che evocano la riconciliazione nazionale: ‘E’ per informare meglio’, hanno spiegato annunciando la decisione. Contro Thaksin, il magnate di cui i ‘rossi’ sognavano il ritorno perché ha dato loro una sanità quasi gratuita e generosi programmi di microcredito, c’è ora un mandato di cattura per ‘terrorismo’ spiccato dalla Corte criminale. L’ex premier, deposto da un golpe nel 2006, ha finanziato - lui nega, ma lo hanno ammesso alcuni suoi fedeli - le manifestazioni iniziate due settimane dopo una sentenza che gli aveva congelato fondi per un miliardo di euro. Ora prevede - o velatamente suggerisce - che la repressione di ieri scateni una guerriglia in tutto il Paese. Nelle roccaforti rurali del nord, la sua base elettorale, hanno già iniziato. Ma potrebbe degenerare. Abhisit, fino all’anno scorso considerato un competente primo ministro dal brillante avvenire, verrà ora ricordato come un assassino. Ha sottovalutato la protesta, tenuto duro, offerto elezioni anticipate, poi preso le ‘camicie rosse’ per stanchezza e infine scelto la repressione. Ormai gli animi però erano surriscaldati, e il risentimento ora non potrà che aumentare. Oggi brucia Bangkok. Ma la Thailandia ora ha paura che l’incendio si estenda al resto del Paese”.

 (red)

 

 

16. Usa, alle primarie vince il voto di protesta

Roma -

“‘Ho un messaggio dal Tea Party a Washington: veniamo a riprenderci il nostro governo’. E´ un urlo di trionfo e una minaccia, la dichiarazione di Rand Paul. La nuova star della destra populista – si legge in una corrispondenza de LA REPUBBLICA - ha vinto le primarie repubblicane per candidarsi al Senato nel seggio del Kentucky. Dopo la vittoria di Scott Brown nel Massachusetts a febbraio, è la seconda volta che il Tea Party impone la sua egemonia sul partito repubblicano. Imprime nella destra americana il segno di una sterzata radicale, anti-tasse, anti-Stato, con venature di razzismo. Rand Paul è un oftalmologo di 47 anni, quindi coetaneo di Barack Obama. Noto soprattutto come figlio di Ron Paul, l´eccentrico vecchietto ultraliberista che fece una comparsata tra i candidati presidenziali repubblicani nel 2008. Il padre allora fu considerato una figura folcloristica per le sue posizioni estreme: propugna nientemeno che l´abolizione della Federal Reserve, la banca centrale. Oggi nessuno scherza sulla "dinastia Paul". L´onda di protesta del Tea Party è tutta con loro. Nessuna posizione è troppo estrema per questo movimento che ha le sue radici in un ceto medio di pelle bianca, impoverito dalla crisi, impaurito dalla concorrenza cinese e dall´immigrazione, angosciato dal debito pubblico e dalla certezza che Obama sta imponendo il socialismo. Ma il sentimento più forte alla base del Tea Party è ancora un altro. E´ quello che due anni fa venne impersonato proprio da Obama: l´uomo nuovo, l´outsider, capace di travolgere la macchina da guerra di Bill e Hillary Clinton dentro il partito democratico. E´ la rivolta contro l´establishment, contro le élite, il segno comune di tutte le primarie di ieri. Rand Paul ha vinto contro un candidato che aveva l´appoggio dell´ex vicepresidente Dick Cheney e del capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell. Verdetti dello stesso tipo sono emersi dentro il partito democratico. La base di sinistra in Pennsylvania ha votato il volto nuovo di Joe Sestack e ha bocciato Arlen Specter, ottantenne ex repubblicano che aveva cambiato casacca non più tardi di un anno fa, ma si era guadagnato l´appoggio della Casa Bianca. L´ala più progressista del partito ha rifiutato di incoronare al primo turno la senatrice Blanche Lincoln nell´Arkansas. Contro di lei si è mobilitata l´organizzazione più innovativa e capillare della sinistra americana: Move.On, il movimento nato a San Francisco dieci anni fa, fondato prevalentemente su Internet. Alla Lincoln, Move.On rimprovera di essere troppo vicina agli interessi di Wall Street. Tea Party e Move.On, trionfatori di queste primarie: il verdetto conferma la polarizzazione politica, con le frange estreme sempre più influenti all´interno dei due partiti. Gli esperti consigliano di non esagerare l´importanza di queste vittorie. Quando a novembre si voterà per le elezioni di mid-term, con il rinnovo totale della Camera e un terzo del Senato, bisognerà andare a caccia dei voti indipendenti. I candidati troppo radicali, da una parte e dall´altra, non saranno necessariamente i più adatti a fare il pieno di consensi moderati. Ma la Casa Bianca non si fa illusioni. Il vento anti-élitario e anti-establishment colpirà in modo più che proporzionale chi oggi occupa il potere a Washington, il partito del presidente. Molti candidati già rifiutano le offerte di Obama di andare a sostenerli nei loro collegi: l´abbraccio presidenziale di questi tempi può essere fatale. Contro la destra anti-politica Obama non può fare molto. Ma nella sua base di sinistra - Move.On gli fu essenziale per vincere nel 2008 - cresce il risentimento verso un leader che ha "abusato della sua delega", ha accettato troppi compromessi. E una volta assorbito nel governo quotidiano del paese, ha trascurato la voglia di partecipazione dei suoi fan più entusiasti”.

 (red)

Prima pagina 20 maggio 2010

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