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Tutto bene: il Pil va a rotoli, ma il Piq...

Togliersi il cappello, prego. Ci troviamo al cospetto del record assoluto della mistificazione. Quello che al massimo si può eguagliare, ma che è impossibile battere. Una sola lettera di differenza – una “l” che diventa una “q” – e il gioco è fatto. Il vecchio, arido, ragionieristico Pil, il Prodotto interno lordo sfiancato dalla Grande Crisi del 2008, si trasforma d’incanto nell’inedito, attraente, flessibilissimo Piq, il Prodotto interno di qualità. Come sintetizza un’Ansa di ieri pomeriggio, il simpatico acronimo contrassegna «il nuovo misuratore dell'economia italiana, ideato da Symbola e Unioncamere. Il Piq – mix tra innovazione, ricerca, creatività e saperi territoriali – nel 2009 per l’Italia è pari al 46,3% del Pil, per un valore non inferiore ai 430,5 miliardi di euro. Il calcolo di Symbola che si propone, con il nuovo indicatore, è di “dare una misura economica a un valore apparentemente intangibile come la qualità”.»

Che proposito ammirevole. A dir la verità non è tutta farina del sacco di Symbola, che si è limitata ad adattare il principio originario al nostro Paese, ma un’idea che è stata avanzata l’anno scorso e che proviene dalla Francia, e più precisamente dal lavoro della Commissione Stiglitz voluta dal presidente Sarkozy. Noi del Ribelle ne scrivemmo ai primi di agosto nella rubrica “The Advisor” (qui) e spiegammo di cosa si trattava: individuare «altri parametri che vadano al di là del mero calcolo matematico che somma il valore dei beni e dei servizi prodotti, come avviene per il Pil attuale.  L'alternativa consisterebbe nel tenere conto anche di altri fattori, non propriamente economico-matematici, quali la sostenibilità ecologica e il benessere in senso lato. Tutta una serie di parametri, insomma, che poco hanno a che fare con la produttività e i consumi, ma che permettono, quando si vuole, di sfuggire alla brutalità delle cifre». 

La logica era (ed è tuttora) tanto precisa quanto capziosa: «nella situazione attuale, di redditi decrescenti e di insicurezza crescente, non si capisce proprio come il Pil possa essere innalzato. Eppure, e siamo al punto cruciale, il “sistema” ha un bisogno assoluto di riuscirci. Nel caso in cui si protraesse a lungo, infatti, la stagnazione dei Pil metterebbe a rischio l’intero architrave finanziario mondiale. Come abbiamo già ricordato, in quest’ultima crisi la manovra di salvataggio è stata attuata dilatando a dismisura il debito pubblico, nel presupposto di un Pil futuro che torni a crescere e che continui a farlo per molto tempo; in caso contrario si passerà da un’enorme crisi finanziaria bancaria a un’enorme crisi finanziaria pubblica. Che potrebbe comunque compromettere la tenuta dell’intero meccanismo».

Appunto: il Piq prende il posto del Pil, o come minimo lo affianca, per fingere che le cose vadano meglio di come vanno. Apparentemente, anche solo per il fatto di presentarsi come un indicatore numerico, ovverosia come il risultato di un procedimento di calcolo che rielabora i dati sulla base di criteri prefissati, si accredita come una valutazione oggettiva. In realtà, un po’ come avviene per il tasso d’inflazione che varia sensibilmente a seconda delle voci che vengono inserite, o tolte, dal relativo paniere dei beni e dei servizi, basta scegliere accortamente gli elementi da prendere in considerazione e si spiana la strada verso il raggiungimento del risultato più favorevole. 

È vero: il Piq non si spinge fino al punto di attribuire un valore economico a fattori del tutto immateriali come «la sostenibilità ecologica e il benessere in senso lato» prospettati dalla Commissione Stiglitz, ma si muove nella medesima direzione. Ti impoverisci e ti dicono che la sobrietà è un valore morale di cui essere orgogliosi. Ti licenziano in tronco, o ti spediscono in cassa integrazione, e ti ricordano che adesso avrai più tempo da dedicare a te stesso e ai tuoi cari. Suvvia, fratelli. Bando alla malinconia e al pessimismo. L’Italia è il Paese disastrato che è, ma per quanto riguarda il “made in Italy” siamo imbattibili: per forza, lo facciamo solo noi. Magari con gli stabilimenti all’estero, ma col tricolore che riscatta tutto e che garrisce nel cuore di ogni bravo cittadino-patriota. 

 Federico Zamboni

Mills condannato (almeno) a pagare in denaro

Prima pagina 20 maggio 2010