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Ddl intercettazioni. Si decide in queste ore sulla legge vergogna

Nessuna legge negli ultimi anni ha destato più interesse e indegno. Nemmeno il decreto legge sul legittimo impedimento, che protegge Berlusconi e compagnia bella dalla magistratura fino a metà del 2011. Il decreto legge sulle intercettazioni invece sta diventando un vero e proprio affare di Stato, e sta mettendo in difficoltà il governo anche a livello internazionale. 

Venerdì scorso, oltre a qualche partito politico  (Idv, Sinistra ecologia e libertà, Prc-Pdci e Verdi), e a rappresentanti e aderenti a diverse organizzazioni (il "popolo viola", gli "articolo 21", "Valigia Blu"), c'erano e anche gli editori, per manifestare contro le multe salate (dai 64.500 ai 464.700€) previste nel caso di pubblicazione di indagini e intercettazioni prima dell'udienza preliminare. Nel contempo per i giornalisti - anche se le sanzioni sono state ridimensionate in sede di commissione - si prevede una multa dai 4.000 ai 20.000€ o fino a 2 mesi di carcere per la pubblicazione degli atti e delle intercettazioni oltre alla sospensione temporanea dalla professione. Le pene sono previste anche nel caso di pubblicazione di intercettazioni non più segrete e anche di vicende giudiziarie passate (in particolare anche di quelle per le quali sia stata ordinata la distruzione delle intercettazioni) ma, in entrambi i casi, la pubblicazione non crea problemi alla giustizia e informa semplicemente l'opinione pubblica dei reati commessi, ad esempio, da chi è stato eletto o si presenta alle elezioni, fornendo agli elettori un importante elemento di valutazione. Per questo l'Ordine dei Giornalisti ha deciso di ricorrere in ogni sede, anche comunitaria, non appena - e se - il decreto diventerà legge.  

Ancora una volta (come nel caso, ad esempio, del Lodo Alfano), come potevamo aspettarci, il decreto è, prima ancora di essere passato al vaglio del senato, a rischio bocciatura costituzionale. Non solo perché, evidentemente, lede la libertà di stampa  e il diritto di essere informati. Ancora più grave, se possibile, sarebbe il danno che il decreto provocherebbe al lavoro della magistratura, scontrandosi con la tutela costituzionale dell'indagine. Le stesse forze di polizia si sono schierate contro il decreto, tramite l'Associazione nazionale funzionari di polizia (Anfp), che considera il massimo di 75 giorni di intercettazioni, seppure non continuativi, un favore fatto alla criminalità anche se il limite sarà valido solo per i reati "ordinari". 

Il ministro Alfano riassume i reati per i quali sarà possibile effettuare le intercettazioni con i reati di "mafia e terrorismo". In realtà la lista prevede i delitti colposi e contro la pubblica amministrazione solo e esclusivamente se la pena prevista superi 5 anni di reclusione, i delitti concernenti le sostanze stupefacenti, le armi e le sostanze esplosive, il contrabbando, l'ingiuria, la minaccia, l'attività finanziaria abusiva o manipolazione del mercato, la pornografia minorile. Ma in ogni caso sarà difficile capire chi e come dovrà decidere - ammesso che un'operazione di questo tipo sia attuabile - se quella particolare intercettazione nel futuro smaschererà un reato "ordinario" (nel quale rientra, evidentemente, anche la corruzione, per la quale è prevista una pena da 2 a 5 anni di reclusione) oppure un reato di natura diversa. 

Inoltre, per completare il quadro desolante di questo decreto, il pubblico ministero per poter procedere dovrà richiedere in ogni caso l'autorizzazione alle intercettazioni al "tribunale del capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente, che decide in composizione collegiale". Il che, nonostante Alfano insista sia una "maggiore garanzia al cittadino rispetto all'autorizzazione data da un singolo magistrato" - e un'altra domanda da porsi è perché un cittadino onesto dovrebbe preoccuparsi di essere intercettato nel corso di una indagine che, evidentemente, lo troverebbe innocente - creerà sicuramente una serie di problematiche. Infatti "l'autorizzazione è data con decreto, motivato contestualmente e non successivamente modificabile o sostituibile, quando vi sono evidenti indizi di colpevolezza e le operazioni previste dall'articolo 266* sono assolutamente indispensabili ai fini della prosecuzione delle indagini, e sussistono specifiche e inderogabili esigenze relative ai fatti per i quali si procede, fondate su elementi espressamente e analiticamente indicati nel provvedimento, non limitati ai soli contenuti di conversazioni telefoniche intercettate nel medesimo procedimento e frutto di un'autonoma valutazione da parte del giudice". E se il magistrato potesse trovare quegli indizi, quelle prove, proprio solo attraverso le intercettazioni che la commissione non gli permette di effettuare?

Questa volta Berlusconi è rimasto in silenzio. Non sembra comunque aver gradito non solo la serie di emendamenti - che non cancellano la gravità del decreto - ma soprattutto le dichiarazioni di Lanny Breuer. Il sottosegretario del Dipartimento Penale Usa con delega per la lotta alla criminalità organizzata ha infatti dichiarato: "quello che non vorremmo mai è che succeda qualcosa che impedisca ai magistrati italiani di continuare a fare l'ottimo lavoro svolto finora". Ma il premier può stare tranquillo: nessuno crede si riferisse a lui, visto che continua a sfuggire in ogni modo alla giustizia di questo Paese. Piuttosto Breuer pensava alle indagini di mafia, magari agli ottanta arresti effettuati due anni fa durante l'operazione denominata Old Bridge contro il traffico di stupefacenti tra New York e Palermo oppure al blitz del marzo scorso, che è stato possibile solo grazie alla collaborazione tra la Polizia italiana e l'Fbi. A questo servono le intercettazioni: a riconoscere un delinquente da un cittadino onesto.

Sara Santolini

 

*le intercettazioni - il testo del decreto è consultabile e scaricabile all'indirizzo: http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00424336.pdf

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