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L’impero chiama, il vassallo accorre

Alle 14 di oggi pomeriggio, ora di Washington, Napolitano sarà ricevuto da Obama alla Casa Bianca. L’incontro era stato annunciato all’inizio della settimana scorsa con un laconico comunicato stampa del Quirinale (23 parole complessive, tutto compreso) nel quale però non si mancava di sottolineare che la visita al Presidente Usa era stata decisa “accogliendone l’invito”. In altre parole, meno diplomatiche, una convocazione a rapporto. Che manco a dirlo è stata prontamente soddisfatta. Il men che cinquantenne Obama fa un cenno e l’ottantacinquenne Napolitano si affretta a farsi un voletto oltre Oceano. Mostrandosene assai compiaciuto, anzi. Come riferisce un ulteriore comunicato emesso ieri, il presidente della Repubblica ha detto ai giornalisti che si aspetta di avere «uno scambio di opinioni molto amichevole su temi scottanti che sono anche al centro dell'attenzione degli Stati Uniti».  

Quali siano questi «temi scottanti» non ci vuole un genio a immaginarselo, ma è lo stesso Napolitano a specificarlo: «le questioni dell’euro, delle turbolenze monetarie e finanziarie in Europa, del dibattito in seno all’Unione Europea, anche delle discussioni non facili tra i leader europei, tra i rappresentanti dei governi nazionali». Su tutto questo, aggiunge il Capo dello Stato, «cercherò di dare una rappresentazione del punto di vista italiano e un personale contributo sulle questioni della prospettiva da perseguire insieme, Unione Europea e Stati Uniti: quella di un’Europa più unita, più integrata, che sia interlocutore sempre fondamentale degli Stati Uniti».

Al netto delle ampollosità di rito la questione è quella che accennavamo all’inizio. Più le circostanze sono critiche e più diventa necessario rinsaldare la catena di comando. Nella difficilissima fase economica in cui si trova l’intero sistema occidentale, e nell’incombere di pesanti sacrifici a carico dei cittadini, la parola d’ordine è rafforzare lo statu quo. Il messaggio che si tenta di diffondere ovunque è che i governi sono impegnati a rimuovere le storture del passato e che, in questa colossale opera di risanamento, sono tutti concordi. Tutti al lavoro per un obiettivo comune, che o presto o tardi ci condurrà a una ritrovata stabilità e, su quelle nuove basi, a un rilancio della produzione e dei consumi. 

La realtà, invece, è che gli Stati Uniti temono di perdere la loro abituale supremazia nei confronti dell’Europa. Quella che viene comunemente definita alleanza ma che andrebbe chiamata per quello che è, cioè asservimento. Benché per ora non si profili alcuna concreta iniziativa di emancipazione dal giogo americano – e nessuna forza politica sembri in grado di raccogliere su vasta scala l’appello giunto dalla Grecia ai primi di maggio, sotto forma dello striscione appeso al Partenone con la scritta “Popoli d’Europa sollevatevi” – Obama sa benissimo che qui da noi la situazione potrebbe precipitare da un momento all’altro. Non solo e non tanto sul piano dei conti pubblici, ma su quello della coesione sociale e dell’avallo generalizzato all’assetto attuale. 

Nonostante l’infrollimento morale degli ultimi decenni, infatti, qui da noi l’acquiescenza delle masse resta comunque legata, assai più che negli Usa, al mantenimento di certi standard di benessere e di welfare. Se le misure adottate per salvaguardare il sistema finanziario supereranno una certa soglia, che peraltro non è facile individuare con certezza, la residua legittimazione delle classi dirigenti si scioglierà come neve al sole. E nel clima brutale del “mors tua vita mea” ci sarà per forza di cose chi si chiederà se è proprio vero che gli interessi europei e quelli statunitensi sono un tutt’uno.

Federico Zamboni

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