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Milano e racket case popolari. Un affarone

Giovedì scorso il racket delle case popolari a Milano ha subito un duro colpo. Arresti e perquisizioni hanno interessato i vertici, e non solo, dell'organizzazione che controllava l'occupazione abusiva delle case popolari in quartieri già noti per l'alta percentuale di delinquenza.

Il sistema del racket a Quarto Oggiaro rispondeva a una prassi consolidata: per accedere alle case popolari non c'era bisogno né di presentare una candidatura al comune né di dimostrare di averne davvero diritto. Bastava rivolgersi a Gaetano Camassa, pluripregiudicato barese trapiantato a Milano. Questi a sua volta si rivolgeva a Marco Veniani, ispettore per la società che aveva in gestione l'appalto delle case popolari (la Gefi). L'ispettore, ufficialmente, aveva il compito di monitorare e combattere il fenomeno delinquenziale legato all'occupazione abusiva delle case popolari. Chi meglio di lui? Quel fenomeno lo monitorava così a fondo da far parte anche lui del racket. 

A chi aveva bisogno di una abitazione venivano dunque segnalate le case "libere" per il decesso, lo sfratto o la semplice temporanea mancanza di occupanti. A quel punto si passava alla consegna delle chiavi oppure all'intervento di un altro personaggio sinistro, un certo Salvatore Rizzo, che si occupava di forzare le porte che fossero state blindate proprio per impedire l'occupazione abusiva. Il tutto arrivava a costare anche 2500€. Nell'organizzazione c'erano inoltre anche due custodi degli stabili pubblici, Giuseppe De Martino e Vincenzo Sannino. 

Ma non finiva qui. Gli occupanti abusivi, dopo aver violato la legge e addirittura aver pagato per farlo, non potevano comunque dormire sonni tranquilli. A volte il comune decideva di intervenire e di sgomberare le case ma, in cambio di qualche ragazza disposta a offrirgli favori sessuali, l'ispettore era pronto a fare di tutto per evitare loro lo sfratto.

Gli affari andavano bene. Anzi benissimo nel periodo in cui Veniani è stato ispettore. Ora dovrà rispondere di associazione per delinquere finalizzata alla compravendita di occupazioni abusive in alloggi pubblici e concussione, visto che non gli è riuscito, come intendeva fare, di scappare in Brasile.

L'organizzazione di Quarto Oggiaro sembra essere stata sgominata, anche se ora bisognerà occuparsi di chi vorrà prendere il posto dei cinque arrestati. Tuttavia non si tratta che di una goccia nell'oceano non solo del racket delle occupazioni abusive nelle città d'Italia, ma anche di quello della sola Milano. 

Nella città lombarda l'occupazione criminosa delle case popolari è gestita da vari personaggi oltre Camassa e i suoi compari. Non ultima la "Signora Gabetti",  soprannominata così dal nome di un noto intermediatore immobiliare. Lei, che in realtà si chiama Giovanna Pesco, assieme a sua figlia, Anna Cardinale, e il suo compagno, incassavano dagli 800 ai 1500€ per ogni casa segnalata, violata e lasciata occupare. Dopo la raccolta delle testimonianze e l'arresto, la scorsa settimana l'amministrazione comunale, come parte lesa, ha chiesto alle due donne un risarcimento complessivo di 560.000€ per danni patrimoniali e all'immagine.

Ovviamente si tratta di un successo. Il Comune di Milano aveva notificato lo sfratto alla "Signora Gabetti" già nel 2000, ma il Tar in sospensiva lo ha ritardato di giorni, mesi, anni. Ce ne sono voluti ben dieci. Dieci anni durante i quali le case popolari sono state gestite dal malaffare. Il sistema è inoltre ormai così radicato che dal novembre 2009, quando le due donne sono state arrestate, le loro case, al 16 e 23 di via Monti, sono state utilizzate come centro per le attività di abusivismo finché le Forze dell'Ordine non ne hanno ripreso possesso.

A Milano solo per il quartiere Niguarda il comune ha presentato 96 querele all'autorità giudiziaria e 127 decreti di rilascio per occupazioni abusive. Purtroppo il 30% delle denunce viene archiviata, come se quel 30% di immobili non dovesse essere occupato da chi ne ha più bisogno ma da chi decide di rivolgersi alle organizzazioni per delinquere per ottenerne una. 

Per poter abitare una casa popolare, invece, dovrebbe bastare presentare una candidatura e dimostrarne di averne diritto. Ma questa è altra storia. Questa, sarebbe, essere nella legalità.

Sara Santolini

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