Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 25/05/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Il governo: ora sacrifici duri”, con i commenti di Dario Di Vico “I padroncini decimati” e di Sergio Rizzo “Ma i partiti sono sempre più ricchi”. Editoriale di Sergio Romano: “Lo sguardo americano”. Di spalla: “L’eredità di Tobagi un valore da custodire”. Al centro foto-notizia: “E le api (senza spazio) traslocano a Milano ” e “Il Pdl dopo le proteste apre sulle intercettazioni”. In taglio basso: “ ‘Meno bagni e docce più brevi’ ”. LA REPUBBLICA - In apertura: “Manovra, annuncio shock di Letta ‘Sacrifici duri, o è rischio-Grecia’ ”. Editoriale di Massimo Riva: “La favola è finita” e il retroscena: “L’affondo di Tremonti ‘Convincerò l’Europa’ ”. Di spalla: “Sulle intercettazioni retromarcia del governo”, con il commento di Carlo Galli: “Il partito della falsa libertà”. A centro pagina: “La Lega contro la Gelmini ‘Niente scuola a ottobre’ ” e “Obama avverte la Corea del Nord ‘L’America è pronta a difendere Seul’ ”. In taglio basso: “La sigaretta è sempre più rosa” e “ ‘Sequestrate sei cliniche del gruppo Angelucci’ ”. LA STAMPA – In apertura: “Letta: ci aspettano duri sacrifici” e in taglio alto: “Intercettazioni: il governo frena sulla nuova legge”. Editoriale di Michele Brambilla: “Ciò che Silvio non poteva dire” e Maurizio Molinari: “Ciò che Obama chiederà a Napolitano”. Di spalla: “Celentano a Mina: tu sindaco io consigliere”. Al centro: “Scuola a ottobre, è scontro”. A fondo pagina: “Il paese dei balokki”. IL GIORNALE - In apertura: “Ecco la verità sull’evasione”. Editoriale di Francesco Forte: “Il vero nodo è quello dell’Iva”. Al centro foto-notizia: “Il tumore e Veronica: Berlusconi si confessa” e “Scuola, il via ad ottobre divide genitori e politici”. Di spalla: “Brutta legge degna del Paese dei guardoni”. In un box: “La storia controcorrente del Cavaliere”. A fondo pagina: “La cricca delle coop che boicotta Israele”. IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Controlli incrociati sui redditi”. In taglio alto: “Osborne taglia il budget inglese di 6,2 miliardi di sterline”. Editoriale di Alberto Orioli: “Lo sviluppo a tempo di austerity”. Al centro la foto-notizia: “Obama con Seul contro Pyongyang” e “Nei conti bancari sofferenze in crescita”. Di spalla: “www.ilsole24ore.com tutta la vita in un click”. In taglio basso: “Il diritto di conoscere, il dovere di informare”. IL MESSAGGERO – In apertura: “Via alla manovra dei sacrifici” e in un box: “Scuola aperta a ottobre, scontro Gelmini-Lega”. Editoriale di Enrico Cisnetto: “Il dovere del rigore, il coraggio delle riforme”. Al centro foto-notizia: “Assenteismo alla Camera grazie ai falsi badge: 17 incriminati per truffa” e “Intercettazioni, frenata di Alfano: indagini pubblicabili per riassunto”. IL TEMPO - In apertura: “Ecco chi paga il conto”. Editoriale di Davide Giacalone: “Dopo le forbici servono idee e riforme strutturali”. Di spalla: “Libertà di stampa. Impegno comune”. A centro pagina foto-notizia: “E la sinistra specula sulla salute del premier” e “I fannulloni resistono alla crisi”. In taglio basso: “Scuola. Scontro tra la Lega e il ministro Gelmini sull’apertura posticipata a ottobre”. LIBERO – In apertura: “Forza Taglia”, con i commenti di Franco Bechis: “Manovra dura ma inevitabile” e Fosca Bincher “Tutti con Giulio. Tranne i ministri”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Un colpo secco che alla fine si rivelerà salutare”. Al centro: “Mezza retromarcia sulle intercettazioni”. A fondo pagina: “Dulcis in fundo”. L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “In trincea”. Editoriale di Concita De Gregorio: “La legge delle cricche”. A fondo pagina: “ ‘Una manovra durissima’. Ora lo dice anche il governo”. IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Ecco che cosa prevede il taglia e cuci contabile dell’agenda tremontiana”. In apertura a destra: “Che cosa c’è nella testa pazza (in apparenza) della Corea del nord”. Al centro: “Ai difensori della libertà” e “L’accordo di pace tra Fini e il Cav. passa dalla manovra”. (red)

2. “Sacrifici duri”. Pronta la manovra da 24 miliardi

Roma - “Sarà varata oggi – scrive Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA – la manovra economica da 24 miliardi che Berlusconi vorrebbe fosse sostenuta dal ‘Paese unito’, che Paolo Bonaiuti assicura non prevedere nuove tasse, che Gianni Letta annuncia come foriera di ‘sacrifici molto pesanti, molto duri’, ma che il Fondo monetario internazionale pretende, visto che chiede all’Italia ‘riforme strutturali’ e ‘contenimento della spesa per i salari’ per contrastare l’alto debito pubblico. Come deciso domenica, si è scelta la via dell’accelerazione per presentare nel modo più credibile il decreto economico all’esame dei mercati di un’Europa in cui quasi tutti i Paesi sono alle prese con più o meno gravose manovre di bilancio indispensabile per arginare e superare la crisi. Ieri sera sono stati dunque in gran fretta consultati e informati da Tremonti, che si è presentato a braccetto di Gianni Letta, sia i vertici del Pdl, attraverso la Consulta di partito aperta a capigruppo, coordinatori e a molti ministri, sia una rappresentanza di governatori. Stamattina invece sarà il premier a partecipare all’illustrazione della manovra alle parti sociali, e alle sei del pomeriggio il Consiglio dei ministri si riunirà per dare il via libera al decreto. In questo clima di grande fibrillazione, con il susseguirsi continuo di notizie su modifiche dell’ultima ora al testo, lo spazio per eventuali dissensi e distinguo è stato molto ridotto. Berlusconi ha affidato a Gianni Letta la linea da non oltrepassare, da parte di nessun esponente del governo, almeno non in pubblico per non dare un’immagine di divisione che sarebbe gravemente negativa in un passaggio difficile come questo: ‘La manovra - ha detto il sottosegretario alla Presidenza - conterrà una serie di sacrifici molto pesanti, molto duri che siamo costretti a prendere, spero in maniera provvisoria, con una temporaneità anche già definita, per salvare il nostro Paese dal rischio Grecia. Capiamolo così e ci capiamo tutti’. Parole che ammettono poche repliche, e che sommate a quelle pronunciate dal capo dello Stato (e sembra molto gradite a Palazzo Chigi) sulla necessità di un provvedimento ‘equo’ ma anche sul dovere della ‘responsabilità’ per tutte le forze politiche, hanno portato a un generale abbassamento dei toni. Prima di tutto nella maggioranza – prosegue Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA – dove si sa che c’è poco margine di movimento dalle misure previste da Tremonti, e infatti la Consulta del Pdl ha dato ieri sera - dopo un’animata discussione, un sostanziale via libera al decreto, con però la richiesta di modifiche su almeno 4 punti: entità del finanziamento ai partiti, tagli alla sicurezza, fondi per Roma capitale e tagli allo stipendio dei manager pubblici. Si vedrà come finirà, ma Tremonti è apparso ai suoi interlocutori disponibile, almeno in generale: ‘Sono disposto ad accettare consigli’, ha assicurato. Anche nell’opposizione si registra un clima non di rivolta. Pier Ferdinando Casini, che già aveva auspicato nelle scorse settimane una condivisione della manovra per il ‘bene del Paese’, tiene la porta sempre più aperta: ‘Se la manovra è seria - dice - se adotta misure strutturali ed eque, penso che l'opposizione dovrà esaminare anche la possibilità di votarla’. Molto più cauto il Pd, che teme condoni e accanimento sui ceti più deboli, che dà un primo giudizio molto negativo e che con il vice segretario Enrico Letta chiede che Berlusconi ‘metta la faccia davanti alla parole sacrifici se sacrifici gli italiani devono fare’, non faccia insomma ‘sempre l’ottimista’ e la smetta di ‘lasciare a Tremonti e all'opposizione di fare la parte dei cattivi’”. “Aumento dal 74 all’80 per cento del grado di invalidità utile per ottenere gli assegni pubblici e compartecipazione delle Regioni alla spesa. Cancellazione dei finanziamenti stabiliti dalle leggi, totalmente inutilizzati negli ultimi tre anni. Destinazione ai fondi per la Cassa integrazione degli eventuali risparmi di Camera, Senato, Quirinale e Consulta. E poi, ancora, l’accelerazione dell’età pensionabile per le donne nel settore pubblico, riduzione delle auto blu, razionalizzazione degli immobili a uso governativo, taglio dei trasferimenti agli enti locali che sforano il Patto di stabilità interno, con la perdita dell’eleggibilità per gli amministratori, nuova stretta sulla spesa farmaceutica. La manovra per la correzione dei conti pubblici presentata ieri sera dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, alla Consulta economica del Pdl, e che dovrebbe essere varata oggi dal Consiglio dei ministri dopo un’ultima verifica con Regioni, enti locali e parti sociali, si arricchisce di ulteriori novità sostanziali. Tra queste – riporta Mario Sensini sul CORRIERE DELLA SERA – il capitolo destinato allo sviluppo. Ci sarà la possibilità di ridurre o azzerare l’Irap sulle nuove imprese nel Sud ed è prevista la riprogrammazione sulle nuove infrastrutture dei mutui della Cassa depositi concessi, ma mai attivati dagli enti locali (valgono 6 miliardi). Vanno verso una revisione anche le norme sulle procedure concorsuali avviate dalle imprese in difficoltà. Nella manovra, in un disegno di legge, entreranno anche le norme antievasione: fattura telematica oltre i tremila euro, addizionale del dieci per cento sulle stock-options, inversione dell’onere della prova a carico dei contribuenti, abbassamento della soglia per l’uso del contante da 12.500 a 5-7.000 euro. La cura dimagrante investirà tutto l’apparato politico, con la conferma di gestione e controllo. Per destinare soldi alle infrastrutture e mantenere l’Anas fuori dal perimetro della pubblica amministrazione si prevedono i pedaggi sulle strade di connessione con i tratti autostradali (ad esempio il Grande raccordo di Roma). Previsto anche un nuovo giro di vite sulle società pubbliche in perdita per 3 anni di seguito. Agli enti soppressi si aggiunge anche il Comitato Sir, che porta in dote 350 milioni. Previsto anche l’accorpamento degli enti previdenziali. Ipsema e Ispesl saranno soppressi e confluiranno nell’Inail, mentre l’Inps assorbirà l’Ipost. La spesa per le auto blu, tranne che per Vigili del fuoco e il Comparto sicurezza, dovrà essere ridotta del 20 per cento. Viene previsto il censimento degli immobili degli enti di previdenza, con specifica indicazione di quelli a uso istituzionale e di quelli in godimento ai privati. Saranno poi razionalizzati gli immobili usati dallo Stato: quelli in affitto potranno essere acquistati dagli enti previdenziali. Nel pubblico impiego si prevede di accelerare l’aumento dell’età di pensionamento delle donne, mentre ci sarà una finestra mobile per le uscite di vecchiaia (6 mesi dalla maturazione dei requisiti). Sale dal 74 all’80 per cento il grado di invalidità necessario per ottenere le nuove pensioni, al cui finanziamento parteciperanno direttamente le Regioni. La manovra conferma il congelamento dei contratti del pubblico impiego e il taglio degli stipendi per chi guadagna di più: meno 5 per cento per la quota superiore ai 90 mila euro, meno 10 per cento per quella che eccede i 130 mila. Il blocco parziale delle assunzioni (uno nuovo ogni cinque uscite) sarà confermato per altri due anni, ed è prevista anche la mobilità in deroga. Gli ultimi ritocchi alla manovra – conclude Sensini sul CORRIERE DELLA SERA – prevedono il definanziamento degli stanziamenti previsti per legge e non utilizzati negli ultimi tre anni, che saranno cancellati. Si prevede l’estensione delle verifiche sulla spesa di tutte le amministrazioni centrali: Ragioneria e Corte dei conti dovranno controllare anche i centri finora autonomi, come la presidenza del Consiglio e la Protezione civile. Per Comuni e Province che non rispettano il Patto c’è il blocco dei trasferimenti pubblici e l’ineleggibilità degli amministratori. Mentre per contenere la spesa per la sanità è prevista una nuova stretta sulla farmaceutica, con il taglio del prezzo dei farmaci equivalenti e il contributo delle farmacie”. (red)

3. Cosa prevede il taglia e cuci tremontiano. L’opzione Forte

Roma - “Il governo – riporta IL FOGLIO – è determinato a presentarsi al doppio appuntamento di giovedì – assemblea di Confindustria e ministeriale dell’Ocse a presidenza italiana – avendo già ottenuto il via libera alla manovra straordinaria per il 2011-2012. Anche per questo, oltre che per tranquillizzare tempestivamente i mercati, da ieri le telefonate e gli incontri si susseguono a un ritmo frenetico. Obiettivo: approvare il piano di risparmi al Consiglio dei ministri di questa sera. Poi toccherà alle Camere: ‘Spero che le decisioni siano condivise dall’opposizione in Parlamento, nel comune interesse’, ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha auspicato ‘sacrifici equi’. Il sottosegretario Gianni Letta, mediando tra Palazzo Chigi e Tesoro, ha aggiunto: ‘Si tratta di una serie di sacrifici molto pesanti che siamo costretti a prendere, spero in maniera provvisoria’. In serata, al momento in cui la manovra da circa 27 miliardi era all’attenzione della Consulta economica del Pdl, sulla sorte delle singole misure c’era ancora qualche incertezza. Non è chiaro per esempio quale sarà la sorte del ticket sanitario per le prestazioni specialistiche, mentre per quanto riguarda l’ipotesi di un condono edilizio, Tremonti avrebbe specificato che la sanatoria immobiliare nella manovra ci sarà e riguarderà l’obbligo per gli interessati di dichiarazione di aggiornamento catastale con sanzioni ridotte. Appare invece certo – prosegue IL FOGLIO – che i ministri discuteranno l’ipotesi di ridurre a una le finestre sia per le pensioni di anzianità per i dipendenti pubblici (esclusa la scuola) sia per le pensioni di vecchiaia. Tra quelle che gli osservatori leggono come le altre ‘vittorie rigoriste’ di Tremonti ci sono anche il taglio del 10 per cento degli stipendi ai manager pubblici e la tracciabilità del contante sopra la soglia dei 5 mila euro (dai 12.500 di oggi). Confermata la stretta sulle pensioni di invalidità, con un aumento dei controlli e l’elevazione della percentuale di invalidità necessaria per la concessione dell’assegno. Possibile un congelamento di tutti gli stipendi pubblici per tre anni e un taglio dei contributi elettorali ai partiti. Ribadita l’assenza di nuove tasse e tagli alla ricerca. E’ prevalsa la linea tremontiana”. “La mia manovra di finanza pubblica – scrive Francesco Forte su IL FOGLIO – non è di 24 ma di 28 miliardi di euro, con una correzione dell’1,06 per cento del pil nel 2011 anziché dello 0,8 previsto, mentre rimarrebbe dello 0,8 nel 2012. La modifica non è così drastica come sembrerebbe, perché c’è un miglioramento di almeno 0,2 punti nella crescita reale del pil del 2010, rispetto alla previsione attuale ufficiale di più 0,8. E c’è una crescita ulteriore di 0,5 punti del pil nel 2010 e una aggiuntiva di 0,5 nel 2011, a causa dell’aumento dell’inflazione. L’obiettivo che immagino non è il 3,7 per cento del pil nel 2011, ma il 3,44 che si arrotonda al 3,4 e non il 2,7 ma il 2,4 nel 2012. Non sfuggirà che questo piccolo ritocco ha un grosso effetto psicologico. Sanità e pensioni sono i due nodi del risanamento strutturale della nostra economia pubblica. Si tratta di reintrodurre in questi ambiti la logica del mercato. Lo stato deve dare alle regioni un contributo alla sanità di una percentuale definita del pil. Esse per l’eccesso possono ridurre le spese con minori servizi o servizi più efficienti, accrescere la parte privata dei servizi, aumentare l’Irap e le addizionali delle imposte sul reddito, e introdurre i ticket sanitari sulla base dei criteri ministeriali. Il ticket, cioè il prezzo, con esonero dei meno favoriti, è migliore dell’imposta nella logica del mercato. Le donne e gli uomini debbono avere diritto ad andare in pensione a 68 anni, con vantaggi per la pensione futura e/o la retribuzione insieme al vantaggio per la finanza pubblica. La riforma – prosegue Forte su IL FOGLIO – serve per avvicinarsi al principio per cui le pensioni si pagano con i contributi sociali mentre oggi a essi si aggiunge un contributo statale del 4,5 per cento del pil. La lotta all’evasione va fatta mediante il redditometro e un conto bancario Iva conosciuto dal fisco in tempo reale. E va affiancata a riduzioni fiscali anche piccole. I beni pubblici infine vanno il più possibile privatizzati, riducendo il debito pubblico”. (red)

4. Manovra in bilico tra liti europee e appelli bipartisan

Roma - “Il colloquio odierno fra Giorgio Napolitano ed il presidente statunitense Barack Obama – osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA – si presenta sotto il segno non solo dell’Italia, ma dell’Europa. È come se il capo dello Stato italiano andasse a Washington latore di un doppio messaggio: quello del governo di Silvio Berlusconi e quello delle istituzioni europee, ansiose di avere con la Casa Bianca un dialogo che prescinda dai rapporti bilaterali fra Stati. Il problema della gestione della crisi economica rimane in primo piano almeno quanto la guerra contro il terrorismo in Afghanistan. I governi dell’euro si trovano di fronte a misure destinate a fotografare una fase di ‘vacche magre’. Ma la vera sfida è quella di convincere l’opinione pubblica della loro inevitabilità. Gli incontri ripetuti che il presidente della Repubblica ha avuto col ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, prima di andare a Washington, sono serviti ad avere un panorama dettagliato della situazione. In più, Napolitano aveva visto il numero uno della Commissione europea, José Manuel Barroso: un politico convinto della possibilità, per l’Italia, di avere un po’ di voce in capitolo in un momento di tensioni tra Francia e Germania sul modo di affrontare la crisi. L’appello che ieri Napolitano ha fatto al ‘senso di responsabilità di tutti’ sottolinea la gravità della situazione. Ricorda ai partiti che giocare strumentalmente con un’Italia in bilico è un lusso proibito. Forse il capo dello Stato non arriva a sperare in un voto a favore del centrosinistra alla manovra; ma si aspetta un atteggiamento non pregiudiziale. Quando parla di ‘sacrifici equi’ – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA – il capo dello Stato non dà soltanto un’indicazione di metodo ma una chiave di lettura di quello che il governo sarà costretto a fare. Usa una parola che il centrodestra berlusconiano probabilmente non avrebbe mai voluto usare: ‘sacrifici’, appunto. È la stessa utilizzata dal sottosegretario a Palazzo Chigi, Gianni Letta, prima della riunione della consulta economica del Pdl, presente anche il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Ci saranno, ammette Letta, ‘sacrifici pesanti da prendere, spero in maniera provvisoria’. Se ne capiranno meglio dimensioni e dettagli nei prossimi giorni. Ma la sensazione è che l’Ue non potrà fare sconti a nessuno, scottata dal caso della Grecia; ed anche l’Italia si troverà costretta ad antidoti dolorosi contro i pericoli di attacchi speculativi. Anche perché non c’è soltanto il ‘rischio greco’ da scongiurare: con un filo di ansia si guarda a Spagna e Irlanda, sperando che l’offensiva contro l’euro non si scarichi presto anche su di loro”. (red)

5. Ciò che Silvio non poteva dire

Roma - “E’ stato Gianni Letta – scrive Michele Brambilla su LA STAMPA – ad anticipare ieri agli italiani il ‘succo’ della manovra che questa mattina il governo illustrerà ufficialmente. E già il fatto che Letta abbia parlato è una notizia. In oltre quindici anni di fedele servizio, le sue dichiarazioni pubbliche si contano sulle dita di una mano. E mai un commento, mai un'esternazione. A memoria, lo ricordiamo prendere la parola per il terremoto dell’Aquila: ma Letta è abruzzese, lì c'era un fatto personale e sentimentale. Come mai dunque è stato proprio lui ad anticipare, come dicevamo, il succo della manovra? La prima risposta che viene istintiva è semplice: si tratta di un ‘succo’ amarissimo per gli italiani. Letta ha annunciato ‘una serie di sacrifici molto pesanti, molto duri’, che il governo è ‘costretto a prendere per salvare il nostro Paese dal rischio Grecia’. E lungi dall’annunciare una prossima e sicura uscita dal tunnel, ha definito ‘disperato’ il tentativo di ‘scongiurare una crisi epocale’. Riesce difficile pensare che, a 75 anni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio abbia deciso di intraprendere una nuova carriera da portavoce e di abbandonare il proprio ruolo di importante ma riservato tessitore della politica. Molto più facile immaginare che Silvio Berlusconi abbia deciso di affidare al suo fedele consigliere il compito di pronunciare parole che lui non pronuncerebbe mai. Avrebbe mai usato, Berlusconi, l'aggettivo ‘disperato’? Lui che ha sempre detto di non aver mai visto un pessimista combinare qualcosa di buono nella vita? Avrebbe mai definito ‘epocale’ la crisi, lui che ha sempre accusato di catastrofismo chi parlava di recessione? Avrebbe mai voluto essere il premier che annuncia sacrifici agli italiani, lui che aveva promesso meno tasse per tutti? Berlusconi è un leader di grande carisma, ma il suo è un carisma fondato sull’ottimismo, sull’iniezione di fiducia. Capita invece che a volte – prosegue Brambilla su LA STAMPA – i grandi condottieri debbano usare linguaggi diversi, più sgradevoli. È celeberrimo il discorso che Winston Churchill pronunciò alla Camera dei Comuni il 13 maggio di settant'anni fa: ‘Ho ricevuto da Sua Maestà l'incarico di formare un nuovo governo... Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore... Abbiamo di fronte a noi molti, molti mesi di lotta e di sofferenza’. Allora ‘la più terribile delle ordalie’, come la definì Churchill, era la lotta contro il nazismo. Oggi lo spettro è ‘solo’ un cambiamento di tenore vita per tutti noi: per molti, anche uno sprofondare nell’indigenza. Il contrario di quella prospettiva di benessere e successo che Berlusconi ‘garantiva’ con l'esempio della propria vicenda personale. È dunque probabilmente questo il motivo per cui il Grande Comunicatore dell'ottimismo e del successo ha voluto far vestire a Letta quei panni da Churchill che non sono nel suo guardaroba. Ieri sera un altro Letta, Enrico, ha detto che Berlusconi deve assumersi le proprie responsabilità e mettere la faccia accanto alla parola ‘sacrifici’. Non sappiamo se lo farà. Che smentisca Letta in toto è molto difficile, se non impossibile. Più facile che ne attenui i toni, dicendo che sì, i ‘sacrifici’ ci saranno, ma precisando che è l'Europa a chiederceli anzi a imporceli, e che se fosse solo per l’Italia la situazione non sarebbe quella che è. Facile anche prevedere che alla fine il premier aggiungerà che tutto andrà comunque per il meglio, e che ogni stretta alla cinghia sarà funzionale al coronamento del sogno, cioè all'abbassamento delle tasse. Se così sarà – conclude Brambilla su LA STAMPA – vorrà dire che la scelta di mandare avanti Gianni Letta ha avuto anche lo scopo di riservarsi un’ultima parola che non lasci negli italiani la memoria di una promessa di lacrime e sangue”. (red)

6. La favola è finita

Roma - “Altro che non metteremo le mani nelle tasche degli italiani. ‘Sarà una serie di sacrifici molto pesanti e molto duri che siamo costretti a prendere per salvare il nostro paese dal rischio Grecia’. Con queste poche – scrive Massimo Riva su LA REPUBBLICA – lapidarie e allarmanti parole Gianni Letta – l’uomo senza il quale Silvio Berlusconi non resisterebbe un minuto di più a Palazzo Chigi – ha brutalmente liquidato due anni di ottimistiche menzogne sparse a piene mani dal Cavaliere sullo stato dei nostri conti pubblici. Ancora l’altro ieri il presidente del Consiglio insisteva, con l’irresponsabile pervicacia di chi non vuole riconoscere la realtà delle cifre e dei fatti, nel raccontare la favola di una manovra che non avrebbe toccato né gli stipendi, né le pensioni e meno che mai avrebbe previsto nuove tasse. Di colpo perfino il suo alter ego, il fine tessitore delle più importanti trame del governo, ha preso le distanze da questa indegna sceneggiata e ha parlato con toni che suonano commissariali nei confronti del suo stesso premier. Si conosceranno meglio nei prossimi giorni i retroscena di questa inattesa sortita del sottosegretario alla presidenza del Consiglio. La prima impressione comunque è che Gianni Letta abbia voluto delegittimare così platealmente il premier per creare un fatto compiuto che impedisca a Berlusconi di continuare a nascondere la gravità della situazione. Un’iniziativa politicamente forte da far pensare che il paese si trovi davvero dinanzi a un’emergenza molto seria. Come ancora più autorevolmente confermano le parole sempre ieri pronunciate dal presidente della Repubblica. Il quale stavolta non si è limitato a un generico appello all’equità sociale dei sacrifici, ma si è spinto ben più in là chiedendo che ‘le decisioni prese responsabilmente dalla maggioranza’ siano anche ‘condivise dalle forze di opposizione in Parlamento nel comune interesse’. Non è da oggi che Giorgio Napolitano auspica una dialettica più collaborativa fra gli schieramenti politici, ma il fatto di spingersi a sollecitare che l’opposizione condivida, e dunque voti, le misure predisposte dalla maggioranza segna un salto in avanti che può spiegarsi in un solo modo: il Quirinale ritiene che il paese si trovi davvero dinanzi a un passaggio molto pericoloso. Purtroppo, dalle consultazioni frenetiche in corso fra ministri in vista del Consiglio di oggi non giungono per ora indicazioni che la consapevolezza dell’emergenza sia poi tanto condivisa all’interno stesso della maggioranza. L’obiettivo della manovra – prosegue Riva su LA REPUBBLICA – viene cifrato fra i 25 e i 30 miliardi, ma se si vanno a soppesare le indicazioni di tagli di cui si parla da giorni quel traguardo sembra un’autentica chimera. Va bene sforbiciare le buste-paga di ministri, sottosegretari, parlamentari e grandi manager pubblici, ma il risultato sarebbe un risparmio di qualche decina di milioni di euro. Dal congelamento degli aumenti al pubblico impiego si può ricavare certo di più, ma forse nell’ordine di qualche miliardo. Se poi si chiudono le finestre d’uscita dei pensionandi, si risparmia qualcosa oggi per spendere di più domani. Quanto all’eventuale riduzione dei budget di spesa di ciascun singolo ministero, l’esperienza insegna che il fare in materia non ce la fa quasi mai a tenere il passo con il dire. È apprezzabile che si gettino alle ortiche gli anatemi berlusconiani contro lo Stato fiscale di polizia e si reintegrino limiti più severi contro i pagamenti in contanti. La misura è ottima per contrastare l’evasione tributaria diffusa, ma i frutti di simili campagne sono inevitabilmente a maturazione tardiva. Non si vorrebbe eccedere in malizia, ma le reiterate negazioni di ricorso a nuovi condoni sono sospette. È forte il dubbio che ciò che il governo si vergogna a proporre possa essere oggetto - è accaduto più volte in passato - di un’iniziativa parlamentare già messa nascostamente in cantiere. Ma in ogni caso si tratterebbe dell’ennesimo incasso una tantum che non avrebbe effetti sui saldi futuri e quindi non potrebbe rientrare in quel risanamento permanente del bilancio che i mercati si aspettano per non trattarci alla stregua della Grecia come paventa Gianni Letta. Insomma, sarà anche un buon segno che finalmente nel governo sia sceso il sipario sulla farsa del tutto va bene e l’Italia sta meglio degli altri. Ma il punto cruciale che tutto ciò di cui si parla porta a cifre ben lontane dai fatidici 25/30 miliardi e una manovra scritta sull’acqua sarebbe l’esito peggiore perché cancellerebbe ogni credibilità del paese sui mercati. Rimane, infine – conclude Riva su LA REPUBBLICA – più che mai aperto l’interrogativo sulla distribuzione sociale dei sacrifici: banco di prova essenziale per ottenere quel concorso dell’opposizione che è stato sollecitato dal capo dello Stato. Già azzoppato dalla sortita dell’uomo a lui più vicino, Silvio Berlusconi si trova ad affrontare il passaggio più difficile della sua finora fortunata avventura politica. Chi semina vento”. (red)

7. Il premier si consola con promessa di abbassare le tasse

Roma - “Con questa manovra tra due anni si potranno abbassare le tasse. Ma adesso è il momento dei sacrifici. Tremonti – riporta Amedeo La Mattina su LA STAMPA – assicura questa rosea prospettiva a Silvio Berlusconi e il premier, chiuso il telefono, dice ai suoi strettissimi collaboratori che ‘Giulio mi vuole sempre bene’. Ma non sono state solo queste parole di ottimismo futuro ad addolcire l’atteggiamento del Cavaliere nei confronti del suo ministro dell’Economia sul quale qualche sospetto lo ha avuto (e forse continua ad averlo): e cioè di volergli succedere a Palazzo Chigi. E il trappolone, come ha sussurrato qualche berlusconiano al capo, sarebbe cominciato proprio con i provvedimenti economici che saranno varati questa sera dal Consiglio dei ministri. Un sospetto per Tremonti insopportabile. ‘Il trappolone semmai ci sarebbe stato - dicono gli amici del ministro dell’Economia - se avessimo proposto una manovra morbida che avrebbe mandato i conti pubblici a gambe in aria. E poi cosa poteva l’Italia quando in Europa tutti i Paesi stanno assumendo decisioni drastiche?’. Ed è quello che ha spiegato lo stesso Tremonti ieri alla Consulta economica del Pd. Si pensava ad un intervento correttivo molto più contenuto, ma poi è scoppiato il caso della Grecia, con la Spagna e il Portogallo nel mirino della speculazione a causa del debito pubblico. E allora si è reso necessario anche per noi un intervento forte con una manovra da 24 miliardi. Ma ieri sera il ministro non ha quantificato e specificato le cifre dei singoli interventi. Esponenti del Pdl, come Baldassarri e Brunetta, hanno chiesto approfondimenti sui numeri e Tremonti ha spiegato che naturalmente porterà ‘le tabelle e le quantificazioni in Consiglio dei ministri’. Quindi ancora carte coperte e questo ha lasciato più di un dubbio. Anche perché – prosegue La Mattina su LA STAMPA – a parte un formale via libera del partito, ci sono ancora alcuni punti da definire e sui quali si è aperta una discussione politica all’interno del governo e della maggioranza: come i tagli alle remunerazioni dei manager pubblici, la riduzione del finanziamento ai partiti, la tracciabilità dei pagamenti in contanti ed infine le risorse da destinare a Roma capitale (alla riunione era presente anche il sindaco della capitale Alemanno). Tutti punti che aveva sollevato lo stesso Berlusconi. ‘Se questi interventi non verranno chiariti, modificati e magari eliminati - dicevano alcuni berlusconiani - significa che è prevalsa la linea di Tremonti’. La verità sta in mezzo, come spesso accade. Il premier vuole ancora capire se certe misure producono un gettito che le giustifica. Altrimenti si scontenterebbero, per esempio, i manager pubblici da tassare o qualche altra categorie senza un motivo valido dal punto di vista del rientro del deficit. Palazzo Chigi ha però voluto dare l’impressione che tutto è a posto e non è un caso che Gianni Letta e Tremonti sono arrivati alla Consulta insieme e a braccetto. E un’immagine di unità verrà data anche domani quando il premier e il ministro dell’Economia spiegheranno la manovra all’assemblea dei parlamentari del Pdl. Il premier sta pensando ad un’uscita pubblica, forse una conferenza stampa o a un intervento televisivo, in cui potrebbe usare pure lui la parola ‘sacrifici’. Come ha fatto ieri all’Aquila Gianni Letta (‘sacrifici molto pesanti, molto duri che spero siano provvisori’). Ma la parola ‘sacrifici’, assicurano a palazzo Grazioli, verrà declinata in chiave ottimista. Dicendo agli italiani che questo è un momento difficile, che l’Italia ha i conti in ordine, migliori degli altri Paesi Ue, ma l’Europa ci impone di fare questo passo: una di ‘responsabilità’ per evitare di fare la fine della Grecia. Giovedì il Cavaliere parlerà all’assemblea di Confindustria e nel pomeriggio volerà a Parigi per la riunione dell’Ocse. Con Tremonti è d’accordo sulla necessità di coinvolgere le parti sociali per creare attorno alla manovra un ampio consenso. Anche in Parlamento spera di avere dalla sua parte l’Udc di Pier Fedinando Casini. Alla fine – conclude La Mattina su LA STAMPA – dovrà metterci la faccia in prima persona sui sacrifici, e sperare che servano per uscire dal tunnel, per poi tagliare le tasse alla fine della legislatura. Almeno è quello che gli ha prospettato Tremonti per far passare ciò che politicamente il Pdl non vuole: teme la perdita di consenso elettorale”. (red)

8. Tremonti piega le resistenze e prende redini del governo

Roma - “Giulio Tremonti – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA – stanco di vedersi rappresentato come un affamatore di popoli, al quale il Cavaliere aveva affiancato Gianni Letta per moderarne le pretese, ha persino insistito affinché dallo stesso sottosegretario arrivasse una pubblica ammissione della necessità di misure dure, di ‘sacrifici molto pesanti’. Senza sconti, perché ‘serve il massimo di condivisione dentro il governo: stavolta non dobbiamo convincere gli italiani ma i mercati internazionali’. E per la stessa ragione, alle otto di sera, Letta e Tremonti decidono di presentarsi assieme a via dell’Umiltà, alla riunione della consulta economica del Pdl. Escono dalla stessa ‘Thesis’ blu del ministro dell’Economia e ‘Gianni’ prende sottobraccio ‘Giulio’ con un sorriso, a beneficio delle telecamere. L’atmosfera della riunione è invece molto tesa. Sono presenti alcuni avversari storici di Tremonti, come Renato Brunetta e Mario Baldassarri, che protestano per ‘la solita assenza di numeri e cifre precise su cui ragionare’. Ma nessuno ha la forza di opporsi davvero, prevale la rassegnazione. Per dire del clima, quando le agenzie iniziano a battere alcuni ‘flash’ con le anticipazioni (quasi in tempo reale) di quanto andava spiegando il ministro dell’Economia, Tremonti si ferma e alza la voce: ‘Basta, non ci prendiamo in giro. Qui dentro c’è qualcuno con il telefonino acceso’. Così, come a scuola, le segretarie fanno il giro del tavolo per sequestrare i cellulari di tutti i ministri, capigruppo e coordinatori presenti, per evitare che escano all’esterno notizie sulla discussione in corso. Qualche piccola concessione alla fine il ministro dell’Economia l’ha fatta. Come i fondi per Roma Capitale, che Gianni Alemanno ha chiesto venissero aumentati oltre i 200 milioni previsti. Come le risorse per il comparto sicurezza, che non subiranno contrazioni. O la sforbiciata più leggera al finanziamento pubblico ai partiti. Ma la manovra resta quella preparata da Tremonti nelle ultime 48 ore. Ci sarà il taglio del 10 per cento ai budget dei ministeri, che varrà per 3-4 miliardi, e ai singoli titolari dei dicasteri verrà solo lasciata la facoltà di decidere quali arti amputarsi. Ci sarà la riduzione a una delle finestre temporali per chi va in pensione, che dovrà quindi restare qualche altro mese al lavoro. Ci sarà il condono edilizio, anche se il marketing politico lo ha ribattezzato ‘accertamento sulle case non censite’. Il ministro dell’Economia – prosegue Bei su LA REPUBBLICA – ha spiegato che ‘i sindacati e Confindustria sono stati consultati’ e da Cisl e Uil non si aspetta grandi obiezioni. Era un punto importante, che stava a cuore soprattutto a Gianfranco Fini. Ma Tremonti, che dalla sua precedente esperienza al ministero (conclusa con le dimissioni) ha compreso che a volte è indispensabile indorare la pillola, si era premunito di contattare per telefono il presidente della Camera e aggiornarlo in corso d’opera. Non a caso il finiano Andrea Ronchi ieri sera spiegava che sulla manovra ‘si è registrata una condivisione forte di tutto il partito’. Quanto all’opposizione, sarà Gianni Letta a contattare oggi i leader di Pd, Udc e Idv. ‘Il momento è molto difficile - ha concluso Tremonti - ma dobbiamo spiegare alla nostra gente che misure simili, anzi anche più forti, le stanno prendendo tutti i governi europei. Inoltre questa sarà una buona occasione per ridurre il perimetro dello Stato e degli sprechi. Anche l’opposizione lo sa bene, e poi alcune delle misure che abbiamo deciso sono le stesse che proponevano loro in passato’. Ecco, forse questo è uno dei punti che meno andrà giù al Cavaliere, che sulla battaglia contro lo ‘Stato di polizia tributaria’, che avrebbe dovuto instaurarsi con una vittoria del Pd alle elezioni, aveva giocato buona parte della sua ultima campagna elettorale. Ma, alla fine, Berlusconi ha dovuto arrendersi all’inevitabile: ‘Non possiamo contravvenire in questo momento alle indicazioni di Bruxelles, c’è una pressione molto forte da parte dell’Europa’, ha spiegato il premier ai ministri che si lamentavano per le misure draconiane imposte da Tremonti. Berlusconi – conclude Bei su LA REPUBBLICA – ha rinunciato al messaggio televisivo con cui far digerire agli italiani la manovra. Andrà invece a parlare in Parlamento per ‘mettere la faccia’ sulla Finanziaria che ‘ci salverà dall’abisso’. Una manovra ‘necessaria ma equa’”. (red)

9. Un colpo secco che alla fine si rivelerà salutare

Roma - “L’Italia ha un primato in cui eccelle rispetto a tutti gli altri Paesi. Come nessuno – osserva Maurizio Belpietro su LIBERO – sa far incancrenire le cose: se c’è da prendere una decisione trova tutte le scuse per non farlo, rimandando a domani ciò che potrebbe fare oggi. E così che ha costruito uno dei più imponenti debiti pubblici del mondo e creato la più inefficiente pubblica amministrazione che si conosca e, ancora, la peggiore e più lenta giustizia dell’Occidente. Volendo potrei continuare a lungo, elencando le cose non fatte, ma credo di aver reso l’idea. Ciò detto bisogna riconoscere che quando abbiamo l’acqua alla gola siamo meglio di Speedy Gonzales per capacità di tirarci fuori dallo stagno, tant’è che si potrebbe fare un’enciclopedia con la legislazione d’emergenza prodotta nel corso degli anni per tappare una falla a lungo ignorata fino a diventare una voragine. Ho fatto questa lunga premessa per dire che forse è ora di fare lo scatto da primatista mondiale in cui siamo specialisti e varare provvedimenti urgenti alfine di rimettere in sesto i conti dello Stato. Ieri il sottosegretario Gianni Letta ha annunciato sacrifici duri. Per quel che mi riguarda non aspetto altro e non perché io sia affetto da masochismo, più semplicemente perché ritengo che sia ora di darci un taglio. Se davvero la manovra che si sta preparando si rivelerà un colpo secco agli sprechi e non il solito taglia e fingi cui siamo abituati, per il Paese non potrà che essere saluta re. Qualche giorno fa ripercorrevo la storia delle manovre finanziarie, un provvedimento da prima Repubblica che è sempre servito a fare l’ammuina più che a riordinare il bilancio statale. Un po’ di tasse su carburanti e francobolli, qualche improbabile riduzione della spesa e il gioco era fatto. Ora, da quel che capisco, di scherzi non è aria e neppure di trucchi da prestigiatore. Se non si fa sul serio – prosegue Belpietro su LIBERO – si rischia di finire come la Grecia o di vedersi non più sottoscritti i titoli del debito pubblico, che equivarrebbe più o meno a dichiarare bancarotta. Il mio auspicio è dunque che si usi la scure per davvero, a cominciare dalla spesa sanitaria. Riportavo la volta scorsa i dati forniti da Luca Ricolfi, secondo il quale sarebbe possibile risparmiare 6,5 miliardi, una cifra enorme che credo non sarebbe difficile recuperare. Per rendersene conto bastava guardare il Sole 24 ore di ieri, il quale riportava la classifica delle Regioni con i costi pro capite della salute: in cima alle più spendaccione c’erano Lazio, Calabria e Molise, che in media riescono a pagare il doppio del Veneto, pur non avendo standard di assistenza di un ospedale veronese. Volendo si potrebbe applicare la stessa cura alle pensioni, soprattutto quelle di invalidità. E poi non farebbe danni mettere a dieta l’amministrazione pubblica, non tanto con la riduzione degli stipendi agli statali, i quali non godono certo di pingui salari, ma ridimensionando la burocrazia, gli enti inutili e le funzioni doppie o triple che lo Stato ha creato nel tempo al solo scopo di giustificare l’esistenza e la remunerazione di qualche alto papavero. Togliete le province, spazzate via la metà delle authority, restringete all’essenziale le pratiche cui sono costretti gli italiani. Una manovra simile non solo non inciderà sulle tasche dei contribuenti, se non in misura favorevole perché farà costare meno la macchina pubblica, ma addirittura restituirà competitività alle aziende e voglia di fare ai cittadini. Quando sono giustificati dal buon senso, i tagli non fanno paura. E’ per questo che credo che molti tifino Forza Taglia”, conclude Belpietro su LIBERO. (red)

10. Taglio dunque sono

Roma - “Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti – scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – sta studiando circa 24 miliardi di euro in due anni di minori spese. Il suo rigore fa di Tremonti la vera differenza tra l’Italia e la Grecia. La sua missione è far scendere il rapporto tra il deficit (e il debito) e il prodotto interno lordo (pil). Può farlo con una potatura delle spese (quindi del deficit), che sembra la sua intenzione; oppure stimolando la crescita economica. La crescita fa aumentare il pil; col pil cresce il gettito fiscale. Automaticamente il rapporto tra deficit (debito) e pil cala. Il problema congiunturale – la recessione – si aggiunge peraltro al nostro problema strutturale, cioè la mancata crescita. Un intervento sulle uscite pubbliche è, in questa prospettiva, necessario, ma non sufficiente: rassicura i mercati sulla tenuta del paese nel breve termine, ma non dà alcuna indicazione sul lungo termine. Se mancano i soldi, non basta risparmiare: bisogna anche rimboccarsi le maniche e produrre di più. Possiamo avere capra e cavoli? C’è ampia evidenza dell’effetto procrescita dei tagli fiscali, specie nei paesi ad alta fiscalità, come l’Italia. Tremonti deve poi scegliere come usare i suoi talenti, cioè dodici miliardi all’anno per due anni. Può sotterrarli per ridurre il deficit, e nessuno gliene farà una colpa e tutti riconosceranno che è stato un buon padre di famiglia. Oppure – conclude IL FOGLIO – può metterli a frutto per ridurre la pressione fiscale e agire da lucido e lungimirante visionario quale sa essere”. (red)

11. Lo sviluppo a tempo di austerity

Roma - “Tempi di sacrifici, dunque. Tanto più efficaci – osserva Alberto Orioli sul SOLE 24 ORE – quanto più sarà visibile e condiviso il motivo per cui si faranno. Forse non ci sarà bisogno di scomodare Winston Churchill con il suo ‘tutto si risolverà: dalle profondità del dolore e del sacrificio rinascerà la gloria’. Ma certo non sarà sufficiente presentare agli italiani misure utili solo per evitare il baratro, per tamponare una falla sia essa nazionale o europea. Funzioneranno, queste misure, se il paese tutto avrà la percezione di stringere i denti per obiettivi ‘positivi’ come sono, ad esempio, la necessità di tornare a crescere e l’esigenza imprescindibile di recuperare la fiducia. Perla crescita serve una mobilitazione di idee, risorse, intelligenze ben sapendo che non esiste il manuale della perfetta ripresa, o il baedeker delle soluzioni vincenti al tavolo del Pil. L’azione delle politiche pubbliche può aiutare gli sforzi del territorio, delle innumerevoli micro-eccellenze, sparse in tutta la penisola e a volte quasi sconosciute; può facilitare l’emersione di buone pratiche; può indirizzare le risorse (poche) verso un settore o un altro; può agevolare la creazione di questa o quell’infrastruttura strategica. Quanto alla fiducia, il contesto europeo pesa naturalmente. E la competition tra titoli di debito dei diversi paesi di Eurolandia fa di Italia, Germania, Francia e Spagna i classici ‘fratelli coltelli’. L’euro – prosegue Orioli sul SOLE 24 ORE – non può non risentirne quando la speculazione mondiale cerca pretesti per attaccarlo come valuta di riferimento. La politica interna fa il resto. Tutto serve tranne che un paese lacerato in polemiche di schieramento o, peggio, concentrato su temi percepiti come cruciali solo dal Palazzo (si veda la battaglia sul blocco delle intercettazioni). Un clima di tregua, magari calibrato su contenuti più condivisi, potrebbe risultare utilissimo. Ma il vero cemento della fiducia è la politica fiscale. Ed è un bene che anche il centro destra stia prendendo confidenza con il tema dell’evasione. La fedeltà fiscale è il presupposto fondamentale per avere certezze sull’entità delle risorse collettive da redistribuire. Se è vero - si veda il Sole 24Ore di ieri - che il gettito mancante è di 120 miliardi, non c’è miglior ‘tesoretto’ cui attingere in tempi così grami. Del resto il fisco finora - come ha sottolineato più volte la Banca d’Italia - ha spostato ben oltre il tasso fisiologico la pressione sul lavoro dipendente. Pressione diventata insostenibile con la crisi finanziaria: pesa sul costo del lavoro, induce al taglio dell’occupazione. Non servono, però, crociate sul lavoro autonomo cui, anzi, va garantita la ricalibratura degli studi di settore, o sul reddito d’impresa su cui piuttosto grava assurdamente la correzione dei conti della sanità pubblica. Serve il nuovo Patto fiscale per gli italiani; dal ‘multa paucis’ (molto a pochi) all’‘unicuique suum’ (a ciascuno il suo). Dalle imposte sulle persone a quelle sulle cose. Non sarebbe male se la manovra di oggi potesse diventarne il prologo”, conclude Orioli sul SOLE 24 ORE. (red)

12. Il vero nodo è quello dell’Iva

Roma - “L’evasione fiscale in Italia – scrive Francesco Forte su IL GIORNALE – è una cifra enorme, pari a 8 punti di Pil. Oltre che far perdere denaro al fisco, genera rilevanti distorsioni economiche, dà una immagine della ricchezza italiana inferiore al vero, con conseguenze negative perla nostra credibilità finanziaria, comporta tassi bancari più alti perché le garanzie patrimoniali degli operatori economici sono inferiori a quelle vere, oscura il divario effettivo fra Nord e Sud, genera sperequazioni fra il tenore di vita di chi paga le imposte e di chi le evade. In parte le evasioni dipendono però da norme irragionevoli, che andrebbero modificate, come quella che chi è in pensione ed è in tarda età è tenuto a pagare contributi previdenziali sul lavoro che svolge, anche se non potrà mai percepire la relativa ulteriore pensione. Il tema dell’evasione è amplissimo, c’è tutta la materia dell’edilizia non censita. E c’è il problema delle persone che evadono l’Irpef e altre imposte tramite i paradisi fiscali. E ci sono le evasioni dei contributi sociali e quelle con il lavoro di extracomunitari clandestini. Temi molto grossi. Ma ce n’è uno più grosso di tutti, quello dell’evasione dell’imposta sul valore aggiunto, l’Iva, che dà un gettito del 6 per cento del Pii. L’evasione è stimata al 33-40 per cento dell’imponibile, vale a dire fatto 100 il volume vero si paga l’Iva solo su 60-66 mentre il restante 40-33 non paga. Se tutti pagassero l’Iva non renderebbe il 6 per cento ma il 9-10 per cento del Pil. Qui c’è più del 50 per cento del- l’evasione e da qui si dirama anche l’evasione delle altre imposte. E da qui bisogna partire, per il contrasto sistematico a chi non paga le tasse. Prodi e Visco avevano escogitato un sistema di controlli vessatorio e inefficace perché troppo macchinoso, poi abrogato, che consisteva nell’obbligo di pagare con bancomat o carta di credito o assegni non trasferibili ogni somma, superiore a 100 euro, per prestazioni soggette ad Iva. Ciò comportava di abolire l’uso del contante e complicava inutilmente la vita. La norma utile riguarda gli importi che non si usano pagare in contanti, salvo per scopi di evasione. Le persone più evolute e più dotate di credito smettono il contante per somme come 400 o 500 euro. Per i soggetti meno evoluti e quelli ignoti, di cui non ci si fida la soglia sale. Ma sopra i mille euro non si usa, di norma, il pagamento in contanti. Da qui dovrebbe cominciare l’obbligo di pagare con assegni non trasferibili e con carte di credito o bancomat. Questa regolava accompagnata dal controllo fiscale dei conti bancari. Nella normativa di Visco e Prodi poi non utilizzata, si stabilivano controlli fiscali dei conti bancari sia dei privati che delle imprese e dei soggetti di lavoro autonomo. Il controllo fiscale di tracciabilità dei pagamenti va concentrato sul conto bancario dei soggetti Iva, stabilendo che ciascuno di essi deve avere un conto esclusivamente dedicato all’attività tassata su cui versa i proventi Iva e a cui imputa gli acquisti fatti con Iva. In tal modo – spiega Forte su IL GIORNALE – che il suo registro Iva avrà un riscontro integrale ed esclusivo in tale conto. Inoltre questo conto bancario (o postale) deve essere, in tempo reale, visibile nel cervello elettronico del fisco ed essere pertanto contraddistinto oltre che con le coordinate bancarie, anche con la partita Iva del suo titolare. Così il fisco può consultare questi conti da sé. Ciò anche per evitare che la Guardia di finanza vada nelle banche a guardare i conti di Tizio o di Caio. Però il contribuente avrà diritto a esibire questo conto come prova della veridicità del suo fatturato e dei suoi costi, anche di fronte a ‘studi di settore’ discordanti. Accanto alle non fatturazioni, attualmente pullulano le fatturazioni fittizie, fatte con operazioni inesistenti di ditte finte, le cosiddette cartiere cioè ditte che fabbricano fatture che servono per detrarre costi finti, anziché produrre beni o servizi. Una parte dei costi che una ditta o un lavoratore autonomo sostiene non riguardano pagamenti per acquisti con Iva, ma pagamenti per interessi passivi e per compensi di lavoro a persone fisiche. Ma il fisco è in grado di distinguere i conti dei soggetti Iva dagli altri e riesce facilmente a individuare quelli che si riferiscono a banche. Così il fisco, sulla base dei pagamenti fatti dai soggetti Iva ad altri soggetti Iva, potrà capire se questi versano Iva corrispondenti ai pagamenti che hanno ricevuto o sono pure fabbriche di fatture. Non credo che il sistema di tracciabilità supportato da conti bancari dedicati, che ho indicato e che è ampiamente adottato altrove potrà essere applicato con effetti immediati miracolosi. Ma questo è il momento attuarlo”, conclude Forte su IL GIORNALE. (red)

13. Ecco la verità sull’evasione

Roma - “Detta in sintesi, magari un po’ rozzamente – scrive Guido Mattioni su IL GIORNALE – come può fare del resto un giornalista: il Centro e Sud Italia evadono molto di più del Nord. Detta e spiegata con il linguaggio dello studioso, la verità suona invece così: ‘Il differenziale di evasione è uno degli squilibri territoriali fondamentali. Ci sono territori che pagano quasi interamente le tasse che lo Stato pretende, ci sono territori che, viceversa, riescono a sostenere il proprio reddito semplicemente concedendosi tassi di evasione molto alti’. Parola del professor Luca Ricolfi, sociologo, docente di Analisi dei dati all’Università di Torino, editorialista della Stampa, ma soprattutto spirito libero e proprio per questo studioso risultato spesso scomodo a molti. Anche agli occhi di una sinistra che, suo malgrado, non è mai riuscita a mettergli indosso la propria, di casacca. Quel ‘differenziale’ appena citato e sul quale si sofferma approfonditamente e con dovizia di dati il professor Ricolfi in uno dei capitoli nodali del suo ultimo libro, intitolato Il sacco del Nord (Guerini e Associati, 271 pagine, 23,50 euro), si può tranquillamente trasferire, con l’oggettività dei numeri, su una sorta di immaginaria lavagna. Lì dove la mano di un Grande Contabile ha tracciato una doppia lista dei buoni e dei cattivi. Due finche, proprio come facevano i maestri di una volta. Da un lato le Regioni italiane più fiscalmente virtuose e dall’altro il loro esatto contrario: le più viziose. Con molte sorprese. Interessanti sorprese. Spesso sbalorditive sorprese. Avete per esempio ancora negli occhi certe facili e spesso superficiali caricature di un avido Nord Italia, sfacciatamente e proditoriamente evasore, così come è stato sempre dipinto da tante trasmissioni ‘democratiche’ della tv di Stato? O forse avete ancora nelle orecchie gli sberleffi, gli sfottò e le sarcastiche condanne sommarie rivolte dalle troupee dai commentatori santoriani nei confronti di quel ricco, egoista e perché no anche razzista di un Nordest? Beh, dimenticatevi delle une come delle altre. Per farlo, per togliervi ogni dubbio e soprattutto ogni residua fetta di prosciutto che vi fosse rimasta davanti agli occhi (certo non per colpa vostra), andate per esempio a pagina 108 del libro di Ricolfi, in quel capitolo intitolato ‘Resistenza fiscale e Italia sommersa’. Se ancora non avete il libro – prosegue Mattioni su IL GIORNALE – il risultato ve lo anticipiamo noi. La tabella (la numero 5.3) che vi compare e che cita come fonte la ‘Contabilità nazionale liberale’ (uno schema di analisi che riprende la distinzione classica tra settore produttivo e settore improduttivo dell’economia), stila infatti la graduatoria delle Regioni italiane (per l’anno fiscale 2006) in base alla loro rispettiva tendenza a evadere il fisco. Dicevamo appunto di tante e sbalorditive sorprese. L’elenco delle Regioni virtuose, ovvero di quelle meno dedite all’evasione, è guidato infatti dalla Lombardia con un 12,5 per cento, seguita dall’Emilia Romagna con il 19 per cento e da un Veneto dove l’evasione si assesta invece a un comunque apprezzabile 19,6 per cento. Chiudono lo sparuto manipolo, nell’ordine, il Friuli Venezia Giulia (24,7 per cento), il Lazio (virtuosa rara avis del Centro Italia, con il 25 per cento), il Piemonte (26,1 per cento) e il aperto dal 27,6 per cento della Toscana e chiuso dall’incredibile 85,3 per cento della Calabria, brulicano tutte le altre. È un’allegra e folta brigata di terre d’evasione, la loro. Sono quasi tutte Regioni del Centro e del Sud, conle percentuali di quel ‘vizietto’ che si impennano in misura inversamente proporzionale, a mano a mano che si scende geograficamente Trentino-Alto Adige (26,2 per cento). Nel girone delle viziose, verso il tacco. Per dire: Basilicata 48,4 per cento, Molise 50,9 per cento, Sardegna 51,3 per cento, Puglia 52 per cento, Campania 55,3 per cento e la Sicilia che con il suo 63,4 per cento viene scalzata dalla Calabria con il già menzionato record negativo assoluto. A far loro compagnia spiccano però anche due regioni del Nord, la Val d’Aosta con il 27,6 per cento e una Liguria dal braccino del resto proverbialmente corto, con un rilevante 42,3 per cento di predisposizione a evadere. Il cui contrario viene battezzato da Ricolfi ‘resistenza fiscale’. Resistenza fiscale che mentre al Nord, scrive il professore, ‘non raggiunge il 16 per cento, nel Sud sfiora il 36 per cento. In barba ai proclami leghisti la Regione del Paese con la resistenza fiscale più bassa è la Lombardia (11,1 per cento), mentre le Regioni con la resistenza fiscale più alta sono quelle di mafia (38,4 per cento), con una punta del 46 per cento in Calabria’. Come dire, esemplifica il professore, che se anche è vero che il cittadino medio lombardo sbraita e protesta gridando al furto di Stato, alla fine però mette mano al libretto degli assegni e versa nelle casse pubbliche l’89 per cento del dovuto. Questo, aggiunge Ricolfi, mentre ‘un cittadino calabrese non protesta ma versa solo il 54 per cento del dovuto’. Questo, però, non è ancora tutto. L’esistenza poco sopra dimostrata di forti squilibri territoriali nella cosiddetta tax compliance, ovvero nella fedeltà fiscale, rischia di far passare inosservato un altro fenomeno. Che di quella tendenza a evadere non è altro che il figlio naturale. Il fatto che il tasso di evasione vari così marcatamente da zona a zona del Paese, scrive l’autore, ‘implica un complicato e invisibile trasferimento di risorse che fa sì che alcune Regioni siano in qualche modo creditrici perché versano ‘troppo’ allo Stato e altre siano debitrici perché versano ‘troppo poco’. Calcolando di conseguenza per ogni Regione quale sarebbe il suo gettito se tutte avessero la medesima propensione a evadere tasse e contributi, i risultati, scrive Ricolfi, ‘sono impressionanti’. Infatti, ‘solo sette Regioni, tutte del Centro Nord, pa- gano più tasse del dovuto’. E sono Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, FriuliVG, Lazio, Piemonte e Trentino Alto Adige. Le altre tredici perlopiù centro-meridionali, comprese però le due ‘infiltrate’ nordiste di cui sopra (Val d’Aosta e Liguria) e tre Regioni rosse (Toscana, Marche e Umbria) sempre storicamente vissute e spacciate dalla maggioranza dei media come adamantini esempi di moralità e di preclara virtù, pagano meno tasse di quanto dovrebbero”, conclude Mattioni su IL GIORNALE. (red)

14. Per Cameron 7 miliardi di tagli

Roma - “La prima opera di George Osborne – riporta Leonardo Maisano sul SOLE 24 ORE – trentottenne neo cancelliere dello scacchiere britannico è un facile cesello del valore di 6,2 miliardi di sterline (7,2 miliardi di euro). Ha ritagliato tanto fra i bilanci di Industria, Trasporti, Governi locali, Tesoro, Welfare, Pubblica istruzione limando le spese per i servizi di gestione, riducendo i costi a ‘più bassa priorità’. Piccoli risparmi, anticipo di quanto verrà il 22 giugno quando presenterà il budget d’emergenza, ovvero la Finanziaria che dovrà correggere la manovra varata lo scorso aprile dal suo omologo laburista, Alistair Darling. Quelle annunciate ieri sono riduzioni urgenti, entrate subito in vigore per dare un segno di immediato attivismo britannico dinanzi a un deficit che supera il io per cento del pil e fa lievitare un debito pubblico galoppante, accompagnato, soprattutto, da un preoccupante debito privato. ‘La nostra politica di bilancio - ha detto Osborne - è e sarà nel segno della responsabilità. Nello spazio di una sola settimana abbiamo individuato e concordato tagli per 6,2 miliardi di sterline. Cinquecento milioni recuperati saranno reinvestiti in aree specifiche per costruire una società più equa. Risparmieremo, invece, i miliardo in consulenze esterne e spese di viaggio; 2 miliardi in contratti di forniture in outsourcing, affitti e programmi di information technology; 700 milioni bloccando il turn over nei ministeri ed enti locali e tagliando il finanziamento alle organizzazioni autonome non governative.’ Il ministero che pagherà il prezzo più alto è quello dell’Industria (8oo milioni), supererà invece 1,4 miliardi in totale la dieta che il governo imporrà alle amministrazioni locali, comprese le aree autonome. Si salvano, almeno per ora – prosegue Maisano sul SOLE 24 ORE – i cosiddetti servizi sociali di prima linea a cominciare dalla sanità, anche se sparisce il child trust fund. Un aiuto ai meno abbienti che Osborne promette di reintrodurre attraverso altre forme di agevolazione. Per il cancelliere era essenziale dare subito un segnale di rinnovata austerità alla luce di una considerazione: la spesa di interessi sul debito supera già gli stanziamenti per Difesa e Trasporti, una spirale destinata a crescere oltre il budget per la pubblica istruzione. Il taglio di ieri, secondo i calcoli fatti dall’ex governo laburista nel corso della campagna elettorale, ammonta a circa lo 0,8 per cento della spesa pubblica. Troppo secondo il partito di opposizione e soprattutto secondo le Trade Unions. ‘Quella presa dal governo - ha commentato Lyam Byrne ex Chief secretary del tesoro - è semplicemente una cattiva decisione’. Opinione condivisa dal sindacato che lancia improvvisi segni di una vitalità vista raramente nel corso dell’ultima stagione laburista. ‘Togliere ora fondi dall’economia - ha commentato Brendan Barber leader del Trade Union Congress - è pericoloso: accresce il rischio reale di ricadere nella recessione. Scenario che significa ulteriore aggravamento del quadro di finanza pubblica’. I sindacati alzano la voce in vista soprattutto degli scenari futuri. Oggi la regina pronuncerà il suo discorso, atto formale d’investitura del governo che cercherà in parlamento l’approvazione del programma illustrato dalla sovrana. L’accento – conclude Maisano sul SOLE 24 ORE – sarà posto su riforma elettorale, pubblica istruzione (con il rilancio di scuole pubbliche finanziate anche con capitali privati), riforma del sistema bancario e naturalmente risanamento dei conti pubblici. ‘Quanto annunciato ieri dal cancelliere - ha commentato Jonathan Loynes di Capital Economics - è solo la punta dell’iceberg. Si tratta di risparmi che non è affatto detto riescano ad andare davvero in porto in quanto si sommano ai 12 miliardi già annunciati dal governo uscente. La vera stretta per la Gran Bretagna deve ancora arrivare’”. (red)

15. Lo sguardo americano

Roma - “Mentre Giorgio Napolitano è a Washington per una visita ufficiale – scrive Sergio Romano sul CORRIERE DELLA SERA – sarebbe sbagliato commentare l’evento sostenendo che i rapporti italo-americani siano sempre stati, dal viaggio di Alcide De Gasperi nel 1947, impeccabilmente armoniosi. Vi furono anche divergenze e bisticci. Giovanni Gronchi, nel 1956, fu accolto a Washington con una certa freddezza. Amintore Fanfani non nascose mai la sua ostilità alla guerra del Vietnam e disse ironicamente, in una particolare occasione, ‘non siamo marines’. Gli Stati Uniti rifiutarono all’Italia l’uranio arricchito per il motore di una nave nucleare che si sarebbe chiamata ‘Enrico Fermi’. Il Dipartimento di Stato diffidava di Giulio Andreotti e l’eventualità di una coalizione fra democristiani e comunisti, nel 1978, provocò un comunicato dell’ambasciata americana a Roma che parve a molti un veto. Ma i punti bassi della curva furono compensati dal comune desiderio di evitare che gli screzi lasciassero un segno permanente sulle relazioni fra i due Paesi. Sin dal primo dopoguerra la politica estera italiana è stata costruita su una coppia di costanti: l’unità dell’Europa e l’amicizia con gli Stati Uniti. La prima collocava l’Italia ai primi posti nella grande famiglia del continente, la seconda ne garantiva la sicurezza. Tutti coloro, da Pietro Nenni a Massimo D’Alema, che assunsero responsabilità nazionali, ereditarono e rispettarono l’accoppiata euro-atlantica. Il solo grande incubo della diplomazia italiana fu la possibilità che i due obiettivi divenissero inconciliabili. Se costretta a scegliere, l’Italia avrebbe probabilmente scelto l’Europa, ma con grandi dubbi e angosce. La situazione – prosegue Romano sul CORRIERE DELLA SERA – cambiò con la formazione del secondo governo Berlusconi nel 2001 e l’elezione di George W. Bush. Poco amato dal centrosinistra europeo, il presidente del Consiglio fu accolto a braccia aperte dall’’amico americano’ e credette probabilmente di potere costruire con l’America un rapporto speciale non troppo diverso da quello della Gran Bretagna con Washington. Per la prima volta la ‘coppia’ della politica estera italiana si dissociò e il rapporto con gli Stati Uniti divenne più importante di quello con l’Europa. Le cose non andarono per il verso desiderato da Berlusconi. Mentre la Spagna partecipava alla guerra irachena con un corpo combattente, l’Italia dovette inviare ‘operatori di pace’ in un Paese dove la guerra non era mai finita. Le sue azioni politiche risalirono dopo il ritiro delle forze spagnole. Ma il valore del rapporto fra Berlusconi e Bush era indissolubilmente legato alle quotazioni del presidente degli Stati Uniti nel mercato politico internazionale. L’investimento americano della politica estera di Berlusconi ha dato complessivamente risultati modesti. Il viaggio di Napolitano è un ritorno alla vecchia accoppiata. Può sembrare paradossale che questo accada con un presidente della Repubblica che fu comunista. Ma gli americani non hanno dimenticato il ‘migliorista’ che frequentava gli Stati Uniti negli anni Ottanta e conoscono i sentimenti europei dell’uomo che fu presidente della Commissione affari costituzionali del Parlamento di Strasburgo. Sanno che cosa chiedere e conoscono le risposte. Dopo la parentesi della presidenza Bush, un cartello sulla porta della bottega italo-americana dice: ‘Business as usual’, al lavoro come sempre. Berlusconi è troppo intelligente per non saperlo”, conclude Romano sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

16. Ciò che Obama chiederà a Napolitano

Roma - “Barack Obama – riporta Maurizio Molinari su LA STAMPA – riceve oggi alla Casa Bianca Giorgio Napolitano per parlare dell’euro, la cui crisi minaccia di pregiudicare le deboli riprese americana e globale. Se l'amministrazione ha voluto accelerare i tempi della visita del Capo dello Stato è perché Obama ha bisogno di un interlocutore istituzionale per approfondire il tema della debolezza economica dell’Europa e in particolare per andare all’origine delle cause che comportano il pericolo di un effetto-domino fra i debiti sovrani delle nazioni considerate dai mercati più a rischio, fra le quali c’è anche il nostro Paese. La debolezza finanziaria della Grecia ha precipitato Obama dentro un mondo del quale sta tentando di sapere di più come insegnano a fare alla Law School di Harvard: andando alle fonti più dirette e meno coinvolte. Gli interrogativi a cui cerca risposta sono noti. Il ministro del Tesoro Tim Geithner non comprende perché i 600 miliardi di euro di aiuti stanziati dall’Unione Europea sono in gran parte ancora sulla carta così come al Peterson Institute, molto vicino all’amministrazione, sono in molti a non capacitarsi del perché Eurolandia abbia una Banca centrale comune ma non una sola politica economica. Se l’incontro avuto con Napolitano a Roma alla vigilia del summit del G8 dell’Aquila servì a Obama per maturare stima personale e politica nei confronti del Capo dello Stato, adesso punta ad ascoltarlo sui temi europei che tanto pesano sull’economia americana perché, come si sente ripetere spesso dentro l’amministrazione, ‘o si cresce tutti assieme o non si cresce affatto’. A ciò bisogna aggiungere che al presidente americano piace avere interlocutori istituzionali slegati dalle vicende politiche contingenti che spesso finiscono per immobolizzare i governanti. Non è un caso – prosegue Molinari su LA STAMPA – che sul Medio Oriente ha come interlocutore privilegiato Shimon Peres, presidente israeliano del quale condivide la visione di fondo alla pace con gli arabi, così come quando si è trattato di avere una conversazione informale a tutto campo sulle crisi in America Latina, da Cuba al Venezuela, ha sfruttato la visita a Washington del sovrano spagnolo Juan Carlos. Sullo scacchiere di Eurolandia l’importanza di un partner istituzionale si spiega con le difficoltà in cui versano i leader politici dei maggiori Paesi da cui dipendono le sorti della moneta unica: Sarkozy e Merkel sono reduci in Francia e Germania da sconfitte politiche, Berlusconi è alle prese in Italia con gli scandali che bersagliano la maggioranza e Zapatero in Spagna deve vedersela con le ricadute di una pesante crisi economica. Sono queste premesse che spiegano perché Napolitano si troverà nello Studio Ovale davanti ad un presidente portatore di una raffica di quesiti, anche molto specifici, sulla salute economica dell’Europa in un’atmosfera che promette di assomigliare a quella di un centro studi. Tanto più che siamo nella fase in cui il team di Obama deve definire l’approccio strategico ai summit di G8 e G20 in programma in Canada a fine giugno”, conclude Molinari su LA STAMPA. (red)

17. Tra premier e Fini nuovo patto fondativo

Roma - “Manovra e intercettazioni: di qui – scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – passa l’accordo politico tra Berlusconi e Fini, che darà vita a un ‘nuovo patto fondativo’ tra i cofondatori del Pdl. Un accordo che per il premier è fondamentale e che consente al presidente della Camera di tornare in gioco, sfruttando le contraddizioni che aveva denunciato un mese fa in direzione. C’era un motivo dunque se la scorsa settimana l’inquilino di Montecitorio ripeteva ai fedelissimi che ‘serve tempo’. Perché non è più tempo di scontri ma di un compromesso, che poi è l’inevitabile road map di chi non può rompere, sebbene sembrasse profilarsi un’insanabile spaccatura. Erano i giorni in cui il Cavaliere voleva indietro la poltrona occupata dall’ex leader di An a Montecitorio: ‘Gianfranco mi ha detto che ha iniziato a fare politica prima di me e che sarà in politica anche dopo di me. Mi ha detto che non gli frega niente del Pdl e della presidenza della Camera. Se è così, allora si dimetta e torni a fare politica’. Erano i giorni in cui Fini riceveva i messaggeri di Berlusconi e li terrorizzava. ‘Guardate’, disse una volta aprendosi la giacca e mimando di essere un kamikaze: ‘Sono imbottito di tritolo. Se salto io, saltate anche voi. Ditelo a Silvio’. ‘Serve tempo’, dice l’inquilino di Montecitorio. Tempo e riservatezza, se è vero che tra mercoledì e venerdì scorso ha avuto due colloqui con Gianni Letta, l’unico che abbia indotto Fini a rompere la regola in base alla quale ‘i capi parlano solo con i capi’. I ‘capi’ torneranno a parlarsi al termine di un percorso che sfocerà in una nuova direzione del Pdl, con esiti diversi rispetto a quella in cui i ‘cofondatori’ si presero a pesci in faccia. Stavolta – prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – è messo in preventivo un abbraccio, con tanto di documento politico che riconoscerà i rispettivi ruoli. ‘Silvio’ ha bisogno di ‘Gianfranco’ per riprendersi il ruolo di comando lasciato a Tremonti e Bossi con la manovra e il federalismo fiscale. Non poteva bastargli il gioco - per metà strategico e per metà tattico - avviato con Casini. Il premier aveva incontrato segretamente l’ex alleato, giovedì di due settimane fa, e raccontando del colloquio aveva rivelato che ‘Pier porterebbe con sé Rutelli e persino Franceschini. Gli ho risposto che Franceschini no, non lo voglio...’. Se quella del Cavaliere sia stata o meno una battuta, non è dato saperlo. Certo non poteva immaginare di sostituire a costo zero i voti dei finiani alla Camera con i voti dell’Udc, semmai fosse la sua reale intenzione. E comunque ci ha pensato Bossi a far saltare l’operazione, inducendo Berlusconi a riallacciare i rapporti con Fini attraverso Letta. D’altronde anche ‘Gianfranco’ ha bisogno di ‘Silvio’ per uscire dal cono d’ombra in cui era stato confinato. È vero che le sue sortite sulla sostenibilità del federalismo fiscale nel Paese erano una mossa con la quale minacciare il serbatoio di voti berlusconiani al Sud. Ma anche in questo caso il gioco era per metà strategico e per metà tattico. Così entrambi hanno ripreso la via della trattativa per arrivare al compromesso, che passa inevitabilmente per l’intesa sulla manovra e la riforma delle intercettazioni: la prima sta molto a cuore di Berlusconi, la seconda è un punto d’onore per Fini. Il ‘lodo’ redatto da Ghedini e dalla Bongiorno - e che aveva segnato l’intesa tra cofondatori - era stato cancellato al Senato. Una prova di forza che non ha retto dinanzi alla minaccia dei finiani di dar battaglia a Montecitorio, unendosi alle opposizioni. Perché l’Udc non avrebbe appoggiato il nuovo testo, anche se condivide l’esigenza di una riforma. ‘Adesso commenta il centrista Rao, braccio destro di Casini - il governo sta facendo una marcia indietro, tanto clamorosa quanto necessaria’. Non è un caso se ieri sera il Guardasigilli Alfano ha annunciato che ‘sui punti controversi’ è preferibile tornare al testo varato dalla Camera. Se così fosse, la legge arriverebbe a Montecitorio blindata. La mediazione deve aver successo: in ballo c’è il ‘nuovo patto fondativo’ tra Berlusconi e Fini”, conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

18. L’accordo di pace tra Fini e il Cav. passa dalla manovra

Roma - “Venerdì mattina presto – scrive IL FOGLIO – Montecitorio deserta, Gianni Letta senza essere visto entra e sale al piano nobile. Ad aspettarlo nel proprio studio c’è il presidente della Camera Gianfranco Fini. Si è parlato molto della contingenza economica, di intercettazioni, ma anche dei rapporti interni al Pdl, di come rasserenare il clima e ‘andare oltre il fermo immagine’ di Fini con il dito alzato alla direzione nazionale del Pdl. Non si esclude nulla, fonti berlusconiane dicono che potrebbe anche essere convocata una nuova direzione nazionale, quella – stavolta – dell’abbraccio tra Berlusconi e Fini. Si pensa a un percorso a tappe che porti progressivamente verso un documento di compromesso col quale rinnovare il patto fondativo. Ma chissà, altre fonti sono più caute: ‘Ci vuole tempo’. L’altro giorno Letta ha ascoltato Fini, ma ha pure dato delle risposte; sarà tuttavia necessario attendere il sigillo definitivo da parte del premier, il quale tuttavia non considera più il dissidio con Fini il suo principale problema. Il clima è decisamente cambiato rispetto a due settimane fa quando, giovedì 13, Berlusconi aveva incontrato in gran segreto Pier Ferdinando Casini coltivando tatticamente l’ipotesi di sostituire Fini con il leader dell’Udc. Quello di venerdì mattina è stato il secondo incontro in una settimana tra Letta e il cofondatore del Pdl, si erano già visti riservatamente mercoledì. D’altra parte di fronte alla crisi economica e ai guai giudiziari, pare condivisa la necessità di ricomporre. E’ Letta la chiave di volta delle operazioni, al sottosegretario viene riconosciuto il merito di aver trovato una sintesi tra le partite che si stanno giocando: manovra e legge sulle intercettazioni. E’ un dato di fatto che su entrambi i dossier la posizione del presidente della Camera sia sostanzialmente in linea con quella del premier. Mentre al Senato il testo sugli ascolti si prepara a essere emendato in Aula (senza fiducia dunque), proprio come l’ex leader di An aveva chiesto, sulla manovra economica Fini sta offrendo un’utile sponda a un Berlusconi cui il gruppo dirigente della ex FI chiede di frenare ‘lo strapotere dell’asse tra Tremonti e la Lega’. Così sembra che i cofondatori si muovano guidati da un’unica regia. Le perplessità di Fini sulla manovra hanno messo il premier nelle condizioni di dire anche dei ‘no’ a Tremonti, ma chissà, ancora ieri sera le trattative erano alacri; mentre allo stesso tempo in una riunione dei capigruppo del Pdl al Senato, ieri pomeriggio, si decideva una linea morbida sulle intercettazioni. Si tratta – prosegue IL FOGLIO – di movimenti la cui contemporaneità non è casuale. Maurizio Gasparri, Gaetano Quagliariello e Fabrizio Cicchitto, di fatto al buio intorno ai contenuti della manovra tremontiana, hanno trovato ieri una strategia d’azione sugli ascolti: il testo sarà emendato in Aula a Palazzo Madama e tornerà sostanzialmente sulla formulazione originaria frutto della mediazione tra Niccolò Ghedini e Giulia Bongiorno (‘con qualche piccola novità di sovrastruttura’). Ma sarà ‘un testo blindato’, su cui i finiani ‘non potranno avere nulla da ridire’: la richiesta alla minoranza del Pdl, e al suo leader, è che il nuovo provvedimento emendato scorra poi rapidissimo nel proprio iter alla Camera. Si tratta nel loro complesso di posizionamenti condivisi tra berlusconiani e finiani, che si accompagnano alla richiesta che il ministro dell’Economia illustri la manovra, anche dopo l’approvazione in Cdm, ai gruppi parlamentari riuniti in assemblea. L’idea è stata lanciata dal finiano Carmelo Briguglio, ma è sostanzialmente ben vista anche dal gruppo dirigente berlusconiano: ‘Vedrete che si arriverà a questo’. Nel merito della manovra – spiegano al Foglio – c’è poco da eccepire: ‘Bisogna fare dei sacrifici’. Tuttavia alla tecnicalità si affianca anche la politica. E la strategia politica prevede che il superministro faccia un gesto di umiltà e collegialità, presentandosi davanti agli eletti del Pdl per informarli dei contenuti della manovra. Al momento in cui questo giornale va in stampa, Tremonti sta parlando di fronte la consulta economica del partito che raccoglie anche lo stato maggiore parlamentare del Pdl. Non pare abbia ceduto alle pressioni, eppure un rinvio della manovra, pur ventilato, viene escluso. Sarà il Cav. – conclude IL FOGLIO – a spiegarne i contenuti agli italiani, forse questa settimana. Giovedì?”. (red)

19. Intercettazioni, intesa Pdl: le norme saranno modificate

Roma - “L’incontro decisivo – riporta Dino Martirano sul CORRIERE DELLA SERA – c’è stato in serata a Palazzo Madama tra il presidente Renato Schifani e il Guardasigilli Angelino Alfano che hanno stabilito una ‘road map’ per il ddl intercettazioni condivisibile da tutte le componenti del Pdl. La mediazione sollecitata da Schifani prevede - dopo la maratona notturna in commissione - che il ddl sulle intercettazioni vada in Aula già giovedì 27 maggio (o lunedì 31) per essere modificato in due punti importanti immodificabili poi alla Camera: le sanzioni per giornalisti ed editori che verrebbero alleggerite; la possibilità di pubblicare per riassunto gli atti giudiziari prima del processo secondo un emendamento che ricalcherà l’accordo Bongiorno-Ghedini votato un anno fa alla Camera con la fiducia. E a proposito di fiducia da porre sulle intercettazioni al Senato, Alfano ha detto che ‘non se ne è mai parlato in Consiglio dei ministri’. ‘Ribadisco che il testo su cui il governo ha posto la fiducia è il testo della Camera’, ha detto Alfano dopo aver incontrato in serata anche il presidente della commissione Giustizia, Filippo Berselli. Per il ministro, però, nulla è scontato, a questo punto: ‘Su quel testo la commissione del Senato ha apportato delle modifiche e quindi nel passaggio tra commissione e Aula valuteremo con i commissari del centrodestra cosa materialmente è cambiato per vedere se è opportuno tornare al testo della Camera su alcune questioni che hanno sollevato un dibattito polemico di notevole entità’. E questo significa un nuovo irrigidimento sui presupposti chiesti al magistrato per avviare le intercettazioni? ‘No’ ha spiegato il ministro: il governo salva il suo emendamento che ha trasformato gli evidenti indizi di colpevolezza in gravi indizi di reato. Di tutto questo hanno discusso all’ora dell’aperitivo - e infatti lo hanno chiamato il ‘patto del Crodino’ - anche i capigruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, che era accompagnato da Gaetano Quagliariello. Il patto – prosegue Martirano sul CORRIERE DELLA SERA – prevede tre passi successivi: uno, approvazione entro oggi del testo così com’è in commissione senza arretrare di un millimetro davanti all’ostruzionismo dell’opposizione; due, rapidissima calendarizzazione in Aula dove governo e relatore proporranno le modifiche sulla sanzione minima per gli editori che pubblicano arbitrariamente atti giudiziari non coperti da segreto (la pena minima verrebbe più che dimezzata) il ripristino del secondo comma dell’articolo 114 del Codice penale (il cosiddetto lodo Bongiorno sulla possibilità in ogni caso di pubblicare gli atti giudiziari per riassunto). Tre, ‘patto tra gentiluomini’ con i finiani per blindare il testo che uscirà a metà giugno dal Senato e affronterà, presumibilmente a luglio, la terza lettura alla Camera. Ieri sera il presidente del Senato ha ribadito al ministro Alfano: ‘Cerchiamo di evitare che dal Senato esca una legge considerata il ‘bavaglio dell’informazione’’ . Eppure quando è iniziata la lunga seduta notturna, l’opposizione si è presentata con l’elmetto in commissione Giustizia. Il Pd, l’Idv e l’Udc hanno invocato la presenza del ministro che, dopo uno scontro molto duro in commissione, è stato costretto a rientrare a tarda ora a Palazzo Madama per spiegare le intenzioni del governo davanti ai senatori: ‘Si torna al testo della Camera’. Così, tra accelerazioni e frenate, è continuata la lunga notte di ostruzionismo che, ha spiegato Felice Casson (Pd), ‘ha l’obiettivo di far slittare l’approvazione del ddl’. E anche Luigi Li Gotti (Idv) ha presidiato l’aula con continui interventi tecnici tesi a rallentare la corsa imposta dal Pdl. ‘Non mi fido di queste aperture del Pdl perché le norme vanno corrette prima che arrivino in Aula se vogliamo andare un pochino più sul sicuro’, ha detto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Antonio Di Pietro, invece, è già partito lancia in resta con la proposta di un referendum abrogativo”, conclude Martirano sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

20. Direttori uniti contro la legge

Roma - “Non era mai successo prima: i direttori di quotidiani di ogni tendenza, di televisioni, di agenzie di stampa, che sottoscrivono un unico documento, che si riconoscono nelle stesse identiche parole. E’ successo ieri. Il ‘miracolo’ – riporta Alessandra Longo su LA REPUBBLICA – l’ha fatto Berlusconi e questo governo con il ddl sulle intercettazioni. Insieme, in coro, i giornalisti italiani (eccezioni pesanti il Tg1, Mediaset e La7), riuniti sotto l’ombrello della Federazione della Stampa, lanciano un appello: ‘Fermiamo questa legge. La democrazia e l’informazione in Italia non tollerano alcun bavaglio’. Leggerete oggi queste righe di denuncia, che chiamano alla battaglia, indifferentemente su ‘Repubblica’ e su ‘Il Giornale’, su ‘L’Unità’ e su ‘Il Secolo’. Su quotidiani di provincia, piccoli e grandi, sui siti web, le ascolterete scandite nelle news televisive. Un no forte e trasversale, un’indignazione collettiva, che ha la sua rappresentazione plastica nella sede Fnsi di Roma, sala dedicata a Tobagi (un nome più volte pronunciato in queste ore). Foto di gruppo dietro il palco. Ecco, tra gli altri, in prima fila, Mario Sechi (‘Il Tempo’), Norma Rangeri (manifesto), Luigi Contu (Ansa), Emilio Carelli (SkyTg24), Concita De Gregorio (‘Unità’) Ezio Mauro, direttore di ‘Repubblica’. Flash dei fotografi, dirette tv. E collegamento con il circolo della Stampa di Milano dove le telecamere inquadrano un altro raduno inedito. Stesso tavolo per Ferruccio de Bortoli (‘Corriere della Sera’), Vittorio Feltri (‘Il Giornale’), Mario Calabresi (‘La Stampa’). C’è un bene comune da difendere. E’ a rischio la libertà di informazione, che non è un privilegio della corporazione dei giornalisti, ma un diritto dei cittadini. Destra e sinistra, presunto radicalismo e moderatismo, qui non c’entrano. Ferruccio de Bortoli prende la parola per primo da Milano: ‘Le misure contenute in questo disegno di legge sono pericolose per la democrazia. Questo provvedimento non ha come obiettivo quello di scongiurare gli abusi nella pubblicazione dei testi delle intercettazioni, che pure ci sono stati, ma esprime un’insofferenza per la libertà di stampa che dovrebbe preoccupare tutti’. E infatti si preoccupano anche Feltri e Sechi, certo non in sintonia con le opposizioni. ‘Vogliono metterci all’angolo e zittirci – denuncia Feltri, nonostante il suo editore - mi auguro che la Consulta bocci questa legge’. Con ciò dando per scontato che il ddl si farà. A dispetto di tutto e di tutti, a dispetto di quel che dicono ufficialmente i giornalisti italiani, i tanti cittadini riuniti proprio ieri al Teatro dell’Angelo, padrone di casa Stefano Rodotà, e persino a dispetto dei cauti distinguo di Confalonieri. Fermiamo questa legge!, invocano i direttori nel documento proposto in primis da ‘Repubblica’. Fermiamo non una legge sulle intercettazioni (cui è sottoposto tra l’altro lo 0,2 per cento della popolazione a smentire le cifre di Alfano) ‘ma una legge che riguarda la libertà - dice Ezio Mauro - Un provvedimento irragionevole, irrazionale, che spinge l’editore in redazione ad esercitare un sindacato di contenuto sulla pubblicazione della notizia’. E’ il cosiddetto ‘ricatto’, di cui parla, da Milano, anche Mario Calabresi: ‘Si punta a far fare da museruola agli editori. Se penso a come sono applicate le leggi in Italia, mi sembra scontato che si darebbe vita a grandi discriminazioni che, a loro volta, produrrebbero un’informazione selvaggia e insicura’. Parla uno, gli altri annuiscono. De Gregorio – prosegue Longo su LA REPUBBLICA – è preoccupata che, ‘in tempi di casta’, la gente viva questa battaglia come un qualcosa di corporativo. Norma Rangeri vorrebbe coinvolgere in iniziative comuni anche la free press ‘che vedo sull’autobus tutti i giorni, ma non vedo qui’. Franco Siddi, segretario Fnsi, padrone di casa, prende appunti. Raro clima di sintonia. Vedi vicini la finiana Flavia Perina e il compagno Dino Greco, direttore di ‘Liberazione’. Nessuno si dà sulla voce. Prego parla tu, grazie adesso tocca a te. Accenti diversi. Contu non ha fiducia nella classe politica e nella sua capacità di redimersi, Carelli, con Orioli del ‘Sole’, invoca ancora un tavolo di concertazione. Miracolo: arriva la sintesi scritta. Si trovano, alla fine, ‘le parole adeguate’, simili a quelle pronunciate ieri dal professor Rodotà nel buio del teatro dell’Angelo davanti a costituzionalisti come Alessandro Pace e Gianni Ferrara. Parole adeguate e anche pesanti. I giornalisti non chiedono ma ‘pretendono’ di esercitare il loro dovere di informare. Un dovere che si incrocia con il diritto degli italiani a conoscere in quale Paese vivono”. (red)

21. Il partito della falsa libertà

Roma - “La Commissione Giustizia del Senato ha discusso in seduta notturna una versione del disegno di legge sulle intercettazioni che è di per sé devastante. Ma che pare debba servire soltanto – osserva Carlo Galli su LA REPUBBLICA – perché si abbia un articolato sul quale ulteriormente dibattere, dentro e fuori la maggioranza, per i futuri passaggi (in aula, e poi alla Camera). Nel frattempo è bene riflettere - oltre che sulla funzione del Legislativo, ridotto a operare come una sorta di provvisoria segreteria del governo e delle correnti della maggioranza - sulla ‘filosofia’ che ha ispirato il testo. Che, anche se verrà modificato, resta paradigmatico della concezione della politica di una delle tre destre che ci governano, cioè con la destra populistico-carismatica dell’irrealtà (Berlusconi), mentre confligge, in grado diverso, con le altre due: cioè con la destra concreta degli interessi (quella di Bossi) e con la destra repubblicana delle istituzioni (Fini). Entrambe non a caso preoccupate, ciascuna dal proprio punto di vista, delle reazioni interne e internazionali che il ddl ha suscitato. Quella legge è infatti il prodotto di una visione della politica che consiste nella sostituzione della realtà della quale tutti hanno esperienza (un’esperienza non univoca ma dialogica e conflittuale, eppure consistente) con un’altra realtà, soltanto immaginata e affabulata, che si afferma a danno della prima, e che tendenzialmente vi si sovrappone e la sostituisce. In questo caso, si tratta semplicemente di spegnere o almeno di affievolire le parole e le riflessioni - le azioni giudiziarie derivanti dalle intercettazioni, e la loro diffusione attraverso i media - che potrebbero interferire con la realtà virtuale (con la irrealtà) promossa dalle agenzie governative; con il risultato che i cittadini vivrebbero così in una favola ovattata in cui tutto va bene, e il ‘fare’ operoso del governo prevale sul ‘dire’ rancoroso dell’opposizione, e sulle persecuzioni della magistratura politicizzata. Si dirà che appunto questa costruzione di un mondo doppio, di una irrealtà alternativa al reale, è l’obiettivo della propaganda di ogni regime. Ed è vero, come un minimo di conoscenza della storia del Novecento ci rammenta. Ma questo ddl ha mostrato - ancora una volta - una destra di tipo nuovo, che non opprime la libertà dei singoli col peso terribile del segreto di Stato, degli arcana imperii, e nemmeno con un martellamento ideologico apertamente anti-liberale. La lotta contro la cittadinanza liberaldemocratica – prosegue Galli su LA REPUBBLICA – avviene oggi in nome di un ‘segreto’ non di Stato ma dell’individuo, non attraverso il rumore assordante degli slogan ma attraverso la sordina imposta alle indagini e il silenzio della stampa; insomma, non contro il singolo ma apparentemente a suo favore: a favore della ‘difesa assoluta della privacy individuale’, come è stato detto da parte governativa. Il punto è che quel singolo soggetto così blindato in se stesso e così tutelato da ogni interferenza esterna, anche da quelle della magistratura che indaga su possibili reati, non è più un cittadino: questo, infatti, è inserito in quella rete di relazioni dialogiche - dalla legge civile e penale alla pubblica opinione, alla pubblica critica del potere - in cui essenzialmente consiste una democrazia liberale, nella quale il dire è il fare, ovvero la parola è la sostanza, e la libertà di parola non è mai ‘troppa’. Privato di quello spazio pubblico che la modernità politica razionalistica e liberaldemocratica - da Kant a Mill - ha identificato nella pubblica opinione, i cui agenti primari sono partiti, parlamento e libera stampa, è solo un individuo, un atomo chiuso in se stesso e nella propria presunta ‘libertà’, un’entità isolata che rischia di perdere lo spazio pubblico e di divenire politicamente cieca, sorda e muta. Quel ddl veicola insomma un messaggio ‘individualistico’ nel senso che Tocqueville attribuiva al termine - cioè di smarrimento del legame sociale e politico - ; un messaggio che si maschera da liberalismo ma che oggi assume il significato di un populismo antiliberale, il cui slogan potrebbe essere ‘liberi tutti’, un accattivante ‘ciascuno per sé’; un messaggio che adombra come modello di coesistenza una società composta di infiniti interessi privati gelosamente celati; un messaggio, infine, straordinariamente funzionale a uno specifico interesse privato o almeno parziale - la preoccupazione, cioè, per ulteriori sorprese che possano provenire dalle indagini della magistratura e per la delegittimazione ulteriore del governo e della maggioranza che ne seguirebbe, se fossero rese note dalla libera stampa - che si maschera da interesse di tutti. Modificare radicalmente quel ddl - posto che sia possibile - è certo vitale; ma altrettanto importante – conclude Galli su LA REPUBBLICA – è smascherare i rischi che in ogni caso sono contenuti nella professione di ‘libertà’ che lo ha determinato; e ribadire che senza la forza della legge e senza l’informazione critica la libertà individuale - bene a cui nessuno vuole rinunciare - è destinata a rovesciarsi in impunità per i pochi e in impotenza politica per tutti”. (red)

22. Sputtanopoli e il fantasma di Google

Roma - “Il fantasma di Google – scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – si aggira per l’Europa. I garanti della privacy di Italia, Francia, Germania, Spagna e altri paesi membri dell’Ue hanno messo nel mirino le immagini disponibili in ‘Street View’. ‘Non è accettabile che una compagnia che opera nell’Ue non rispetti le regole Ue’, ha detto la commissaria alla Giustizia Viviane Reding. Tutto bene, anche se il bambino della privacy rischia di affogare nell’acqua sporca dell’isterismo. Ci chiediamo però: perché tanto rumore per Google, e tanto poco, per esempio, per le intercettazioni? Sono cose molto diverse, ma insieme non si tengono. Google almeno fa qualcosa per la privacy, come l’oscuramento dei volti e delle targhe degli autoveicoli su Street View. Molti dei dati che circolano sono stati immessi direttamente dai loro titolari: fino a che punto possiamo chiedere a Google di difenderci dalla nostra irresponsabilità? Altri dati ancora sono inseriti nella rete da utenti terzi: fino a che punto possiamo prendercela con Google? Sono domande complesse, a cui non pretendiamo di rispondere. Sono domande, però, che lasciano aperto un ampio spiraglio al dubbio. Al contrario di Google, le intercettazioni non sono mai effettuate per volontà degli intercettati. La loro diffusione – spesso illecita – può causare un danno enorme, e permanente, a chi ne viene colpito senza costrutto per le indagini. La proposta di legge per limitarne la circolazione può non essere perfetta, ma non può essere chiamata un bavaglio. E’ un tentativo, migliorabile, di proteggere la privacy di persone incolpevoli (fino a prova a contraria), colpevoli solo di aver chiacchierato, magari improvvidamente. Molte intercettazioni – prosegue IL FOGLIO – non dovrebbero essere neppure fatte; una volta fatte, dovrebbero essere distrutte perché non contengono notizie di reato; se conservate, dovrebbero essere trattate con cautela. Lo hanno ricordato i liberali e moderati Piero Ostellino, Luca Ricolfi e Pierluigi Battista su Corriere e Stampa. La sensibilità anglosassone per la privacy ci contagia quando vediamo su Internet una foto di gente alla fermata del tram: perché non ci lasciamo contagiare dalla stessa indignazione di fronte allo sputtanamento telefonico di massa?”. (red)

23. Summit mondiali e proposte. La “tela” di Romano Prodi

Roma - “La soluzione di forte profilo per rilanciare Nomisma, affidata a un uomo in grado di far interagire politica ed economia come Pietro Modiano, è solo l’ultimo segnale. La settimana scorsa – scrive Aldo Cazzullo sul CORRIERE DELLA SERA – Romano Prodi aveva portato a Bologna re, capi di Stato e di governo di 53 paesi africani, più i rappresentanti di Cina, Usa e Ue: era il primo vertice (i prossimi si faranno a Washington e ad Addis Abeba) della nuova Fondazione dei popoli, erede di ‘Governare per’, il pensatoio web creato dal Professore per la campagna elettorale 2006. Che all’epoca fu considerata un mezzo disastro, ma dopo le nette sconfitte successive riluce quasi come un’età dell’oro. Nessuno dei segni di questi ultimi mesi - il pressing collettivo per il Comune di Bologna, l’editoriale sul Messaggero per proporre la riforma federale del Pd, la lettera al Corriere sulla questione euro - va interpretato come l’avvisaglia del fatidico ‘ritorno’, che sarebbe smentito in primo luogo dall’interessato. Ma è un fatto che il lavoro di Prodi alla costruzione di un profilo internazionale passa anche attraverso il lavoro culturale in Italia. Ed è un fatto che qui l’alter ego del Professore, Silvio Berlusconi, è saldamente al comando: alla testa del governo non c’è un Cameron, un leader di nuova generazione, ma c’è l’avversario naturale che Prodi è stato l’unico a battere (e per tre volte, comprese le Regionali 2005); mentre il Partito democratico e più in generale il centrosinistra non hanno trovato un Miliband, un erede, e neppure risolto la questione della leadership. ‘Silvio e Romano sono speculari l’uno all’altro - ragiona Angelo Rovati, che è buon amico di entrambi, e da sempre trait d’union tra Prodi e gli ambienti finanziari milanesi -. Sono gli unici due innovatori degli ultimi quindici anni, i soli a essersi inventati due grandi partiti dal nulla. La differenza è che nel suo campo Silvio lo vogliono tutti, mentre Romano non lo vuole nessuno. Non è compatibile con il loro Dna. Forse il vero errore è stato non fare una lista con il suo nome. Ora qui tornano tutti . prima D’Alema, adesso pure Veltroni . tranne lui. Ci tocca ascoltare lezioni da personaggi che hanno distrutto il partito. Nei giorni drammatici delle dimissioni di Delbono, quando tutta Bologna compresi Roversi Monaco e Guazzaloca guardava a Romano come a una speranza, Bersani non ha certo dato l’impressione di spingerlo in campo, anzi, non so neppure se gliel’abbia chiesto davvero. Quando poi Prodi ha avanzato la sua proposta per un partito federale, con venti segretari regionali che scelgono il leader, si è sentito dare del folle. ‘Per scherzo gli ho detto: ‘Roma no, qui non ti lasciano fare neppure più il consigliere circoscrizionale...’. Lui mi ha risposto: ‘Angelo, credo che tu abbia ragione’’. Eppure Rovati – prosegue Cazzullo sul CORRIERE DELLA SERA – non è persuaso dallo scenario di un Prodi fuori dai giochi. ‘Facciamo un’ipotesi: passa la riforma presidenzialista; si vota direttamente il capo dello Stato. Quali altri nomi potrebbe mettere in campo il centrosinistra contro Berlusconi, se non quello di Romano Prodi? E, con la crisi finanziaria drammatica che infuria in Europa, ci si può permettere di lasciare una tale risorsa priva di una dimensione operativa? Hanno creduto di essersene liberati. Ora si rendono conto che uno come Prodi non si trova dietro ogni angolo’. Di sicuro, il Professore non pensa più a guidare una coalizione in una campagna elettorale. All’ultima assemblea del Pd non si è fatto vedere. La stessa nomina di Modiano a Nomisma, da Prodi ovviamente approvata, è stata gestita di persona dai due ultimi presidenti, Paolo De Castro e Gualtiero Tamburini. La famiglia, a cominciare dalla moglie Flavia, molto influente sulla vita del marito, lo protegge da un’esposizione eccessiva. Ma a Bologna non è un mistero che Giulio Tremonti, da sempre estimatore di Prodi, gli abbia parlato in via riservata più volte, di finanza pubblica e crisi internazionale. Che il nome del Professore circoli per il Fondo monetario o per la segreteria dell’Onu certo non gli fa dispiacere, anche se per queste cose occorrerebbe il sostegno dell’esecutivo del proprio paese. Viceversa, non ha fatto certo piacere a Prodi il modo risentito con cui è stata accolta la sua proposta di riforma del Pd. Ragiona Filippo Andreatta, il quarantenne più vicino al Professore: ‘La crisi è sociale, non politica. Quindi non c’è bisogno di fare politica attiva per esserci. E Prodi c’è. È ancora in grado di dare un grande contributo al paese. Il suo bagaglio di contatti e di esperienza è una ricchezza per l’Italia e per il centrosinistra; anche perché la sua credibilità è rimasta intatta pure nella sconfitta. Prodi è tornato a casa sul serio, non è rimasto attaccato alla poltrona, e questo gli dà un’autorevolezza di segno diverso rispetto ai tanti che hanno perso ma sono rimasti lì. Personaggi, da D’Alema a Veltroni, che hanno sempre guardato Prodi dall’alto in basso, in virtù di una presunta superiorità tecnica. Ma è proprio la politica professionale, in cui cambiano i partiti ma non i leader dei partiti, ad allontanare l’elettorato. Prodi in questo è come Berlusconi: se la gioca tutta, se perde va a casa; e queste cose i cittadini le sentono. Romano è stato coerente, ha dimostrato di non essere un uomo per tutte le stagioni. Ora si prepara una stagione difficile’. Qualcuno – conclude Cazzullo sul CORRIERE DELLA SERA – comincia a pensare che potrebbe essere, in forme diverse dal passato, una stagione da Prodi”. (red)

24. La cricca delle coop che boicotta Israele

Roma - “È uscito da poco un libro – scrive Fiamma Nirenstein su IL GIORNALE – che spiace non sia stato ancora tradotto in italiano: si chiama The Israeli Test e l’autore, George Gilder, sofisticato economista che gode di fama internazionale, spiega che il mondo deve a Israele in termini di scienza dell’agricoltura, medicina, software, una prodigiosa, inverosimile quantità di gratitudine. Il mondo sarebbe molto peggiore senza l’aiuto di questo piccolo Paese impegnato nella sua quotidiana lotta di sopravvivenza. C’è chilo capisce, ed ha così superato l’Israeli test. Ma molti di più invece, poiché ottusi dall’ideologia, non sono in grado di superare l’esame: è il caso delle Coop, il consorzio nazionale delle cooperative di consumatori, e della Conad che piamente hanno ieri piegato la fronte sotto le pressioni di un gruppo di Ong e associazioni varie che hanno chiesto loro di boicottare i prodotti israeliani agricoli importati dalla società Agrexco, perché lo 0,4 per cento di questi prodotti, non contrassegnato col marchio dei lebbrosi come nei sogni delle Ong, potrebbe invece provenire dai Territori della Giudea e della Samaria. Questo ha reso agli occhi dei fanatici delle Coop e della Conad indispensabile gettare giù dagli storici scaffali delle Coop tutti quanti i prodotti israeliani. Non ha importanza, come vorremmo che dicesse ad alta voce ai suoi amici delle cooperative rosse Bersani, che per coltivare quella frutta e quella verdure da sessant’anni gli israeliani, tutti gli israeliani, si sono spaccati la schiena senza risparmio, che hanno insegnato a tutto il mondo come irrigare a goccia, dare lezioni su come far fiorire di prodotti indispensabili persino il deserto. Che importa di fronte a un mostro detto colono che, qualcuno forse se lo ricorda, a Gaza, lasciò le sue serre piene di fiori e pomodori ciliegia, ed esse furono consegnate ai palestinesi e immediatamente fatte a pezzi dalla rabbia di Hamas. I coltivatori del West Bank per la Coop devono crepare di fame con le loro famiglie come i contadini ucraini ai tempi di Stalin. I prodotti israeliani sono inquinati per le cooperative di ‘violazioni dei diritti umani’, come dicono quelli del gruppo ‘Stop Agrexo’: ma sarebbe interessante sapere se peri prodotti cinesi, e che so, di molti paesi orientali, del Medio Oriente e dell’Africa viene fattolo stesso esame ‘diritti umani’. Altrimenti – prosegue Nirenstein su IL GIORNALE – c’è da pensare che qualcosa non vada proprio con Israele. Il ‘direttore qualità’ della Coop dottor Mario Zucchi afferma di ‘avere esaminato con attenzione’ la richiesta del gruppo che in occasione della ‘Giornata della Terra’ ha ‘coordinato la sua azione’ in vari supermarket della Coop e della Conad: ne fanno parte le ong Attac, Pax Christi, Federazione della Sinistra, Fiom Cgil, Forum Palestina, Un Ponte Per (quello delle due Simone) e non possono mancare anche due gruppi di ebrei antisraeliani, sempre utilissimi, l’Eco, ebrei contro l’occupazione, e le Donne in Nero. In genere tra le lobby contro i rapporti fra Ue e Israele e per il disinvestimento ci sono attivisti che non dormono mai, boicottatori full time che si dedicano a una continua campagna di delegittimazione di Israele accusato di tutti i peggiori crimini, apartheid, crimini contro l’umanità... il fine ultimo è la cancellazione dello Stato ebraico. C’è chi non ha voglia di rendersene conto, ma la sinistra italiana più rocciosa si è da tempo avventurata su questa strada, è storia vecchia. Ma che le grandi, storiche catene di supermarket si alleassero al crimine di condannare simbolicamente e teoricamente Israele a morire di fame, è una penosa novità. Oltretutto boicottare coerentemente Israele significa buttare alla spazzatura una valanga di invenzioni indispensabili. Chi ha il coraggio, per restare alle scoperte recenti, butti quella dell’esame del sangue che classifica per curarla la sclerosi multipla, il congegno che ristora l’uso di arti paralizzati, la nuova invenzione che aiuta i bambini con disturbi gravi a respirare nel sonno, le recenti cure dell’Alzheimer, la riparazione del Dna, l’eliminazione delle manifestazioni del Parkinson. Se si vuole boicottare Israele con coerenza bisogna eliminare il telefonino, i cui moderni miglioramenti sono figli della sede israeliana della Motorola, e anche il computer, i cui stupefacenti sviluppi sono stati pensati dalla Intel in Israele... e questo è un piccolo spicchio della realtà. Avanti dunque ai boicottatori, che la Coop e la Conad restino nel mondo della menzogna sinistrese, sudi loro permane la vergogna di aver disprezzato il contributo irrinunciabile che Israele dà al mondo”, conclude Nirenstein su IL GIORNALE. (red)

25. Nella testa pazza (in apparenza) della Corea del Nord

Roma - “Corea del nord da una parte, Corea del sud e Stati Uniti dall’altra – riporta IL FOGLIO – hanno cominciato la sfida per portare il gigante Cina sul proprio fronte. Ieri il presidente sudcoreano, Lee Myung-bak, parlando dal memoriale per i caduti della guerra tra le due Coree del 1950 – mai ufficialmente chiusa – ha accusato il regime di Pyongyang di avere rotto la tregua: ‘L’affondamento a marzo della nostra corvetta Cheonan, e la morte di 46 nostri marinai, è paragonabile all’invasione a sorpresa che subimmo sessant’anni fa’. Al discorso durissimo, Seul fa seguire i fatti, rispondendo alla Corea del nord con le misure più aggressive a sua disposizione. Un passo in più, resta solo la dichiarazione di guerra: sul confine più teso del mondo, un milione di soldati che si sorvegliano tutto il giorno a pochi metri di distanza (28 mila sono americani). Ma per ora gli analisti escludono l’opzione come inverosimile e svantaggiosa per entrambe le parti. La situazione era già tesa da almeno un mese, anche se la diplomazia si era limitata a ripicche di disturbo: la Corea del nord s’è qualificata ai Mondiali di calcio, ma non potrà vedere le partite perché la rivale del sud, che di solito per superiorità tecnologica e come fatto di cortesia le trasmetteva a beneficio dei vicini, quest’anno, dopo l’affondamento del Cheonan, non lo farà. Ieri Seul ha annunciato la guerra economica, il blocco punitivo dei rapporti commerciali: così priverà il regime, già povero, di 253 miliardi di dollari di incassi all’anno, il 14,5 per cento del suo commercio con l’estero. La Corea del sud impedirà alle navi della Corea del nord di navigare nelle proprie acque, costringendole a un giro più lungo. L’anno scorso, per le rotte del sud sono passate 717 navi del nord. Il presidente Lee ha parlato da uno dei luoghi simbolo della guerra latente, ma anche il giorno non è scelto a caso. Una delegazione diplomatica americana guidata dal segretario di stato, Hillary Clinton, e da quello al Tesoro, Timothy Geithner, è a Pechino, per colloqui ad alto livello su finanza e sicurezza presto dirottati sulla Corea. Con il discorso televisivo Lee spera di aggiungere la propria pressione a quella che gli americani stanno già esercitando sui leader cinesi perché prendano una posizione dura contro Pyongyang, storica alleata e vassalla. Per ora – prosegue IL FOGLIO – il presidente Hu Jintao sceglie di essere cauto, limitandosi a dire che ‘Stati Uniti e Cina devono rafforzare il proprio coordinamento sui punti caldi nella regione asiatica e sui problemi globali’. Da Washington, il presidente Barack Obama ordina ai comandanti militari di coordinarsi da vicino con i coreani per assicurarsi di ‘essere pronti e saper agire da deterrente alle aggressioni’. Da Pechino, Clinton dice che ‘la Corea del sud può contare sul nostro appoggio continuo, il nostro sostegno alla sua difesa è inequivocabile’. Il messaggio è chiaro: l’escalation di tensione va tagliata ora, perché attaccare a sud è come attaccare noi. Eppure ieri Seul ha annunciato che riprenderà con il lancio di manifestini e con la propaganda trasmessa dagli altoparlanti oltreconfine e Pyongyang ha replicato che risponderà con colpi di artiglieria. I leader nordcoreani sono considerati gli scienziati pazzi dello scacchiere asiatico, guidati da un impulso irrazionale ad apparire pericolosi e creare guai. In realtà agiscono con metodo freddo e meticoloso, anche se non sempre le loro ragioni e i loro calcoli sono comprensibili a occidente. Nell’ultimo mese ci sono stati fugaci scontri a fuoco tra le due marine, ma sembra che le navi di Pyongyang abbiano sconfinato soltanto per inseguire la stagione dei granchi in acque più pescose e integrare la povera dieta di bordo. A livello più alto, si sta riproducendo una situazione simile: la leadership è in mezzo al guado di una successione difficile perché il despota Kim Jong-il intende lasciare il potere al figlio Kim Jong-un, che già appare meglio definito e illuminato nelle foto ufficiali di regime. Il passaggio di consegne è un momento delicato. Soprattutto perché in questo momento l’economia nazionale, che di solito è in condizioni penose, corre verso il disastro totale. L’ultima riforma monetaria si è conclusa con la fucilazione del ministro dell’Economia e i video clandestini che escono dal paese mostrano i banchi dei mercati un tempo funzionanti ora vuoti e deserti. Il regime sentiva la Cina troppo distaccata, e il siluro ora mette Pechino davanti alla scelta: con chi stai, con Washington o con noi?” “Il tempismo degli Stati Uniti – scrive IL FOGLIO – non poteva essere ‘più sbagliato di così’, dice John Bolton al Foglio commentando la crisi diplomatica tra le due Coree, la visita di Hillary Clinton a Pechino e i toni aggressivi della Casa Bianca contro Pyongyang a sostegno di Seul. ‘La Cina non vuole abbandonare l’alleato nordcoreano ed è ingenuo pensare che Pechino possa prendere improvvisamente le difese della Corea del sud e quindi schierarsi a fianco degli Stati Uniti’, spiega Bolton, ex ambasciatore americano all’Onu, da sempre molto duro nei confronti del regime di Kim Jong-il. Nelle trattative incrociate che coinvolgono anche la questione del nucleare iraniano – la bozza delle sanzioni sarà discussa a giugno al Consiglio di sicurezza dell’Onu – la Cina non ha nulla da perdere e, anzi, può permettersi di alzare la posta: ‘Il tema – continua Bolton – è la pressione americana per far entrare il dossier della Corea del nord nel dibattito al Consiglio di sicurezza. Cosa che non accadrà, perché l’esclusiva con Pyongyang è un asset che la Cina non vuole cedere’. L’intreccio tra la Corea del nord e l’Iran è sempre più pericoloso. I due paesi hanno un’alleanza strategica – materiale nucleare arriva e parte dai porti della Corea del nord diretto verso l’Iran, e viceversa – e spesso l’approccio diplomatico usato con l’una tende a essere applicato anche all’altro (la bozza in discussione ora contro Teheran è, secondo le indiscrezioni, modellata sull’ultima applicata a Pyongyang). In mezzo ci sta la Cina, che in entrambi i casi vuole difendere sia i suoi interessi sia il suo ruolo nella regione. Gli Stati Uniti fanno pressioni soprattutto sulla rivalutazioni dello yuan – ancora ieri il segretario di stato americano Clinton, e il ministro del Tesoro, Timothy Geithner hanno ribadito la richiesta – e hanno più volte irritato i cinesi con le aperture a Taiwan e al Dalai Lama. Ma ora la Cina ha dato il suo appoggio per le sanzioni all’Iran e vuole passare direttamente alla cassa: non è destinata a cedere su Pyongyang, anzi, dice Bolton. Bolton, uomo dell’Amministrazione Bush, sulla Corea del nord ha sempre avuto le idee chiare. Una volta un giornalista – ricorda IL FOGLIO – gli ha chiesto quali fossero le opzioni politiche verso la potenza nucleare di Pyongyang e lui, tanto per farsi capire, ha preso dalla libreria il testo ‘La fine della Corea del nord’ e l’ha appoggiato sul tavolo senza dire nulla. ‘Credo ancora – continua l’ex ambasciatore – che l’America aspiri a far collassare il regime di Kim Jong-il. Ma i negoziati dell’Amministrazione Obama non porteranno a nulla’. Secondo Bolton l’unica merce di scambio che la Cina può offrire per legittimare l’isolamento di Pyongyang è un inasprimento della bozza dell’Onu sulle sanzioni all’Iran. Una mossa strategica che lascia il lavoro di annacquamento delle misure a Turchia e Brasile, gli ispiratori della diplomazia parallela con Teheran. ‘La Cina potrà da una parte dire che è d’accordo sull’inasprimento delle sanzioni, e dall’altra fare in modo che siano Brasile e Turchia, con l’appoggio dei russi, a indebolire il testo delle sanzioni’. Le mosse diplomatiche della Russia sono avvolte da una cortina fumogena. La telefonata-fiume di Hillary Clinton con il ministro degli Esteri del Cremlino, Sergei Lavrov, ha avuto come esito un accordo sulle sanzioni piuttosto costoso per Washington, che ha tolto alcuni vincoli economici alle basi militari russe e ha scongelato la vendita all’Iran della batteria di missili antiaerei S-300, che darebbe la copertura cui Teheran aspira per difendersi da eventuali attacchi. In più, nelle ore delle trattative, Mosca lavorava trasversalmente per entrare nell’accordo Brasile- Turchia-Iran. Sono in molti a ritenere che le concessioni di Washington ai russi siano sproporzionate all’accordo su una bozza che, dice Bolton, ‘sarà debole e ininfluente’. Lo scenario – conclude IL FOGLIO – esemplifica gli scampoli della dottrina che Obama ha spiegato sabato all’accademia di West Point, un misto di multilateralismo e vocazione onusiana che per Bolton ‘fa gli interessi delle potenze alternative all’America’. E l’ex ambasciatore non risparmia una frecciata al passato: ‘Obama sta proseguendo sulla linea del secondo mandato di Bush. Allora è stato commesso l’errore che oggi stiamo pagando: togliere la Corea del nord dalla lista degli stati canaglia’”. (red)

Prima pagina 25 maggio 2010

Birra all'olio di ricino