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Abbasso la scuola

Sta per concludersi, come ogni anno, l’anno scolastico. E siamo pronti a scommetterci la nostra inutile laurea che partirà la canea dei patetici piagnistei, dei bei propositi e dei grandi proclami: l’ultima riforma (quella del momento è la “Gelmini”, l’ennesima: non c’è istituzione italiana che non sia stata più riformata e bisturizzata della scuola) si è rivelata dannosa, bisogna combattere la preistorica dispersione diffusa soprattutto al Sud, è necessario erogare più fondi ad un’istruzione che, basta farsi un giro in certi fatiscenti edifici, cade letteralmente a pezzi, e via così, in nome del sacro, intoccabile “obbligo scolastico”. E se invece l’educazione obbligatoria facesse più male che bene alla maturazione dei giovani? A nessuno viene il dubbio che la scuola dell’obbligo non sia altro che un apparato funzionale alla “megamacchina” tecnologico-economica (così la chiamerebbe Serge Latouche), che le affiderebbe il fondamentale compito di sfornare, come in fabbrica, docili schiavi destituiti di ogni senso critico, pronti per essere immessi negli ingranaggi per oliarli con carne umana sempre fresca? In Italia resiste un glorioso istituto, il liceo, eredità dell’unica seria riforma che abbiamo avuto, quella del filosofo Gentile nel 1923, che rappresenta ancora un baluardo contro la trasformazione dell’educazione in manipolazione di Stato a fini commerciali. Perché a cosa mirano l’opprimente retorica della scuola vicina al mondo del lavoro, la svalutazione degli studi umanistici che devono soccombere, per esigenze di produttività, a quelli tecnico-scientifici, la moltiplicazione caotica degli indirizzi, la “scuola-azienda” e il “preside-manager”, l’elevazione a tappe forzate dell’età obbligatoria, l’impoverimento dei programmi per facilitare allievi dalla soglia d’attenzione sempre più bassa, l’informatizzazione vista come imprescindibile panacea, l’insegnamento ridotto ad un ammasso americanoide e paranoide, ipercompetitivo e ansiogeno, di test a crocette, prove continue e materie “moderne”, “attuali”, “alternative” – a cosa puntano se non alla creazione di un futuro cittadino abituato ad essere bombardato di nozioni puntiformi e labili, che sa un po’ di tutto e a conti fatti non sa niente, in altre parole il consumatore perfetto? Nel suo dimenticato ma indimenticabile “Descolarizzare la società”, Ivan Illich l’aveva già detto: un sistema di istruzione basato su programmi obbligatori per tutti e calati dall’alto da un ministero soggiogato dalla burocrazia non rappresenta che uno dei tanti falsi miti della modernità. Un mito che in nome dell’uguaglianza delle opportunità fa imparare ai nuovi arrivati che la libertà e la creatività del singolo non contano niente, anzi sono nocive come un agente tossico, e come tale vanno piegate e sfruttate a maggior gloria di una società omologante e nemica dell’intelligenza, dell’istinto, della responsabilità individuale, della dimensione arcana e naturale dell’essere umano. «Lo Stato», ha scritto un intelletto che stimo molto, Stefano Di Ludovico, «invece di spendere le cifre esorbitanti che spende per tener su quel mega e caotico apparato che è l’attuale sistema dell’istruzione pubblica, potrebbe devolvere a ciascuna famiglia una quota di denaro atta a far sì che ognuno possa scegliersi liberamente gli insegnanti che vuole, a seconda degli interessi che ha e che vuole coltivare. (…) Quella stessa quota potrebbe essere poi utilizzata anche per l’acquisto di libri, per l’accesso a biblioteche, a centri culturali e di apprendimento, sempre a scelta del diretto interessato. (…) Questo sì che sarebbe un programma educativo innovatore, libertario ed antitotalitario!» (MZ-IL Giornale del Ribelle, 27 luglio 2007). Appunti per la rivoluzione futura: aboliamo la Scuola dell’obbligo. Non prima, sia chiaro, di averla fatta finita con la sua gemella, alleata e rivale: la Televisione.

 

Alessio Mannino

 

 

 

 

 

Egregi concittadini, arrangiatevi

Prima pagina 25 maggio 2010