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Secondo i quotidiani del 26/05/2010

1. Le prime pagine

Roma -CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Via libera alla manovra tra le tensioni”. Editoriale di Francesco Giavazzi: “Risposte necessarie”. Fotonotizia: “Ministri della Regina senza Jaguar blu”. Al centro: “Prete arrestato a Milano: ‘Abusi su tredicenne’”. Fotonotizia: “Obama-Napolitamo: Europa più unita. In basso: “Arriva l’iPad. Con il Corriere da sfogliare” LA REPUBBLICA – In apertura: “Manovra, scontro nel governo”. Di spalla: “Giamaica, il sangue nell’ex isola felice”. In un box:: “Intercettazioni, Schifani: ‘La legge non sia bavaglio’”. Editoriale di Giovanni Valentini: “Se il cittadino si ribella”. Al centro: “Rai, Santoro ci ripensa: ‘Resto’”. In basso: “Trapianti, arriva il sì alle donazioni samaritane”. LA STAMPA - In apertura: “Statali e pensioni, ecco i tagli”. Editoriale di Mario Deaglio: “La strada obbligata del rigore”. Fotonotizia al centro: “L’austerity della Regina”. Al centro: “Dietrofront di Santoro. ‘Ora basta, resto in Rai’”. In un box: “Molestava un ragazzino, sacerdote in manette”. IL GIORNALE - In apertura a tutta pagina: “Tagli alla spesa, non alla gente” di Nicola Porro. Il retroscena: “Tensione fino all’ultimo tra Berlusconi e Tremonti”. Fotonotizia al centro: “Contrordine Santoro: ‘Resto in Rai’”. In un box: “Il trapianto è soltanto un gesto di egoismo”. In basso: “Ma si può allevare un bimbo senza yacht?”. IL SOLE 24 ORE - In apertura con fotocolor Berlusconi-Tremonti: “La manovra taglia per 24 miliardi”. Editoriale di Guido Gentili: “La realtà bussa a Palazzo Chigi”. Al centro: “Piazza Affari scivola ancora”. In un box: “Agricoltura, accordo sul contratto”. IL MESSAGGERO - In apertura: “Tagli alle spese, stretta sulle pensioni”. Editoriale di Paolo Savona: “Patrimonio pubblico, l’occasione ignorata”. Fotonotizia: “Roma, tassa di 10 euro per i turisti. Alemanno frena: è solo una bozza”. Al centro: “Crollo a Ventotene, dieci indagati per la morte di Francesca e Sara”. In un box: “Rignano, il processo con il maxischermo”. In basso: “Napolitano: Obama vuole un’Europa coesa” e “Addio alla Rai, Santoro ci ripensa”. IL TEMPO - Apertura a tutta pagina sulla manovra: “La Lega tassa Roma”. Fotonotizia: “Dieci indagati per Sara e Francesca”. Di spalla: “Fuga di notizie. E Santoro fa la vittima”. L’UNITÀ - Apertura sulla manovra con fotocolor di Giulio Tremonti: “Il nuovo premier”. In basso: “Intercettazioni subito in Aula. Pd siamo pronti ad occupare” e “‘Impegnative tutte da ridere”.Gli Angelucci di nuovo nei guai”. LIBERO – In apertura: “Evviva: via dieci Province”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Michele da martire a caimano doc. si è giocato la Rai”. Sotto: “Quei direttori al guinzaglio dei pm” di Filippo Facci. Fotonotizia al centro: “Così Silvio ha tagliato anche la sinistra”. In basso: “Donare il rene a un estraneo. Si potrà ma occhio agli sciacalli”.

2. Manovra, 24 mld di stretta su evasione e Regioni

Roma -“Il via libera del Consiglio dei ministri è arrivato in serata. Troppo tardi, forse, per fare gli aggiustamenti necessari e sciogliere gli ultimi nodi. Così il premier Silvio Berlusconi spiegherà oggi i dettagli e le ragioni della manovra anti-crisi. Un pacchetto di misure varate dal governo – questa la cronaca del CORRIERE – per evitare che l’Italia corra il rischio del contagio dalla Grecia. Una preoccupazione questa che ieri si è materializzata con un nuovo crollo delle Borse, Milano in testa, ed una nuova caduta dell’euro, ancora sotto attacco della speculazione alimentata dalla paura dei debiti sovrani dell’Eurozona. Ed è un richiamo a fare con la manovra ‘la nostra parte in Europa, per garantire solidità all'euro, stabilità finanziaria e crescita’ quello che ieri è arrivato dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano, in visita ufficiale aWashington. Per Berlusconi è una ‘manovra europea’, ‘non punitiva’ che ha l’obiettivo di far costare meno lo Stato ai cittadini. Le Regioni però non ci stanno: hanno protestato per bocca di Vasco Errani presidente della Conferenza delle Regioni per l’assenza di dettagli e di chiarezza sui tagli annunciati, pari a 5 miliardi. ‘Considero la manovra insostenibile per le ricadute soprattutto sul fronte dei servizi ai cittadini’ ha aggiunto Errani, mentre il governatore della Puglia, Niki Vendola ha affermato che ‘siamo di fronte alla più grande opera di macelleria sociale della storia italiana. Hanno giocato a nascondere la crisi, con la retorica del non metteremo le mani nelle tasche degli italiani a cui ora però mettono le dita negli occhi’”. “Sul fronte sindacale le posizioni sono differenziate: da una parte Cisl e Uil disponibili a valutare positivamente il piano del governo, dall’altra la Cgil sul piede di guerra. È una manovra ‘caratterizzata da una forte iniquità sociale, in cui il grosso dei sacrifici è sulle spalle dei lavoratori pubblici, ma anche privati e senza alcuna misura di sostegno a occupazione e investimenti’, ha commentato Guglielmo Epifani segretario generale della Cgil, che già oggi pomeriggio valuterà con attenzione il provvedimento del governo e deciderà le iniziative da prendere senza escludere l’ipotesi di uno sciopero generale. Decisamente più prudente il leader della Cisl, Raffaele Bonanni per il quale la situazione potrà essere ‘capita e gestita’ se accanto alle misure che colpiscono i lavoratori ci saranno interventi ‘di peso’ nei confronti ‘di quelli che guadagnano di più’. Per Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, ‘non c'è alternativa alla riduzione della spesa pubblica’ ma ‘occorre equità’ nei tagli. Così, per esempio, sul blocco dei rinnovi contrattuali per gli statali ‘non siamo entusiasti, anzi sicuramente contrari’, ma ‘se gli altri che possono di più pagano di più è un sacrificio che si può accettare’. Si è fatto sentire anche il sindacato dei poliziotti (Consap) che rivendica il diritto di sciopero per la categoria e protesta ‘contro i tagli indiscriminati al comparto sicurezza’. Più articolato il commento della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: ‘Se la manovra va nella direzione del taglio della spesa pubblica e se comincia anche a dare risposte sulla produttività è positiva’ ha detto sollecitando ‘tagli veri ai costi della politica’”.

3. Manovra, tensione fra Berlusconi e Tremonti

Roma -“Sole a parte, la giornata non promette nulla di buono fin dalla prima mattina. Quando appena arrivato a Roma Berlusconi decide di cancellare dall’agenda gli incontri con regioni, enti locali e parti sociali. Tremonti se la veda da solo, è il senso del ragionamento del premier – si legge in un retroscena sul GIORNALE - che sperava di spuntare ritocchi ben più incisivi al testo della manovra preparato a via XX Settembre. E che dopo più d’una telefonata con Gianni Letta decide di restarsene a Palazzo Grazioli e lasciare al ministro dell’Economia il compito di illustrare le ‘sue’ misure anti crisi. Quello che non va giù al Cavaliere è soprattutto la rigidità di Tremonti che, spiega nelle sue conversazioni private, ‘in questi ultimi giorni mi ha creato un sacco di problemi’. Non solo nel braccio di ferro sulla manovra in particolare il premier non gradisce la tracciabilità dei pagamenti di vischiana memoria ma pure rispetto agli altri ministri che come al solito hanno passato l’ultima settimana a lamentarsi. Senza contare che anche Letta e Fini hanno provato a lungo a far muro sui tagli alla pubblica amministrazione. Così, dopo essersi affidato alle ambasciate del sottosegretario alla presidenza del Consiglio per tutto il weekend perché ‘non ce la faccio più a sentirlo dire che si vuole dimettere’, Berlusconi decide di affrontare la questione di persona. E invece di dare il via al Consiglio dei ministri si chiude nel suo studio insieme a Tremonti e Letta per un’ora e mezza buona. Un faccia a faccia nel quale il Cavaliere spiega con chiarezza che la manovra non lo convince affatto e che non è possibile che un ministro dell’Economia non voglia sentire ragioni da nessuno, nemmeno da Letta. Una riunione nella quale il premier riesce a strappare qualcosa se il tetto per la tracciabilità dei pagamenti sale dai tremila euro a cui puntava Tremonti fino a cinquemila e se pare destinata a crescere anche la soglia per la riduzione degli stipendi dei manager pubblici”.

“E un punto a favore lo segna anche Palazzo Chigi visto che - prosegue Adalberto Signore sul GIORNALE - dal testo definitivo sparisce la riorganizzazione della Protezione civile. All’ultima curva, dunque, la diplomazia di Letta riesce in qualche modo a riequilibrare una manovra che ancora durante il preconsiglio dei ministri non sembrava soddisfare né Berlusconi né il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Che nella riunione preparatoria con i tecnici di tutti i ministeri non spiccica una parola e lascia al capo del Dipartimento affari giuridici di Palazzo Chigi il compito di illustrare le misure anti crisi. Così, il redde rationem avviene tra le quattro mura dello studio del premier, mentre a tre saloni di distanza i ministri aspettano per un’ora e mezza buona che inizi il Consiglio. Un modo per evitare che il braccio di ferro diventi di dominio pubblico, visto che il Cavaliere sa bene che ogni parola pronunciata in riunioni allargate finisce puntualmente sui giornali. Lunedì scorso, per dirne una, durante la consulta economica del Pdl è stato chiesto a tutti i presenti di consegnare i cellulari (la prima ipotesi era quella di visionare la liste delle chiamate effettuate) anche se pare che il responsabile della fuga di notizie sia stato individuato (sarebbe un ex An). Così, durante il Consiglio dei ministri è tutto uno scambio di gentilezze e cortesie, tanto che neanche i ministri solitamente più critici verso Tremonti decidono di aprire fronti. Il segnale, è il senso dei ragionamenti del Cavaliere, deve essere quello di un governo compatto e non litigioso. Per questo Berlusconi decide di andare a Palazzo Grazioli in macchina con il titolare dell’Economia (stessa scena l’aveva fatta lunedì Letta) e per la stessa ragione da Palazzo Chigi trapela che la manovra sarà illustrata oggi dal premier e da Tremonti in una conferenza stampa congiunta visto che ieri l’ora era decisamente tarda Pur con mille perplessità, insomma, Berlusconi è deciso a metterci la faccia, per dire che si tratta di misure volute dall’Europa e non punitive. E per sottolineare pubblicamente il lavoro di squadra con Tremonti. Che poi i problemi ci siano stanno lì a testimoniarlo gli 83 minuti di Consiglio dei ministri (per la manovra dello scorso anno ce ne vollero 13), il fatto che per tutta la notte si è messo mano alle tabelle e la cena di Palazzo Grazioli con i vertici della Lega. Tutti, Umberto Bossi per primo, pronti a solidarizzare e confermare ‘piena fiducia’ a Tremonti”.

4. Manovra, il no delle Regioni e il ni di Pd e Udc

Roma - “L´ordine di scuderia nel Pd è di usare prudenza nel giudizio sulla manovra, ma ‘per ora non ci siamo affatto’. Il segretario Pier Luigi Bersani è in Cina e da lì – scrive REPUBBLICA – a arrivare un ‘no’ alle misure di Tremonti: ‘La favola è finita ci hanno raccontato che i conti erano in equilibrio, che era tutto a posto invece non è vero niente. E la Grecia non c´entra nulla, è un problema nostro e non vedo riforme, non vedo niente’. Telefonate del segretario democratico con il vice Enrico Letta e con il capogruppo alla Camera, Dario Franceschini. ‘Valuteremo nel merito, come abbiamo sempre fatto - preannuncia Franceschini -. Ma se il merito è questo, il giudizio non può che essere negativo. Il governo finirà per mettere la fiducia nascondendo le divisioni della maggioranza’. Non è una porta sbattuta in faccia, ma non c´è alcuna apertura. Il Pd non è sordo all´appello al senso di responsabilità lanciato dal presidente Napolitano. ‘Siamo sensibili a quanto dice il capo dello Stato - spiega Enrico Letta - per questo abbiamo atteggiamenti costruttivi e non pregiudiziali. Positiva la retromarcia sull´evasione fiscale, ma mancano le riforme. E il condono mascherato va tolto. Inoltre con il colpo sulle Regioni è a rischio il federalismo fiscale. Berlusconi continua a non metterci la faccia. Chiediamo al governo di non mettere la fiducia e di discutere’. Nel Pd, Marco Follini si smarca: ‘Dobbiamo essere all´altezza della difficoltà del paese e della maggioranza. Questa manovra è la smentita del mantra della maggioranza: ‘tutto va bene, messer lo cavaliere’’. Una posizione vicina a quella dell´Udc di Casini. Il leader centrista infatti ritiene ‘i sacrifici inevitabili’ e pur escludendo ‘un voto a scatola chiusa, la Grecia è dietro l´angolo, e non si può scherzare’. Quindi, no a chiusure. All´attacco vanno Di Pietro e la sinistra radicale. Idv annuncia una contromanovra e denuncia: ‘L´unica misura che possiamo condividere sono le elezioni immediate per mandare a casa un governo falso e bugiardo’. Nichi Vendola (Sel), a Repubblica Tv, parla di manovra da ‘macelleria sociale’. In un dibattito con il ministro Sacconi, il pd Beppe Fioroni propone l´abolizione dei ministeri di Calderoli e di Bossi ‘che non hanno fatto nulla’: ‘L´atteggiamento del governo è ‘o ti mangi ‘sta ministra o ti butti dalla finestra’; discutiamo degli ingredienti’. E Rosy Bindi: ‘Sono tagli indiscriminati’. Fassina: ‘Tremonti ammetta gli errori e corregga le misure’”.

“Il conto, dicono, è ‘insostenibile’, la manovra, contestano ‘è punitiva’ e gli enti locali – si legge sempre su REPUBBLICA – non potranno sopportarla se non con un taglio dei servizi sociali ‘dagli effetti dirompenti’ sul livello di vita dei cittadini. Senza contare che il federalismo fiscale rischia di essere soffocato sul nascere. La manovra messa in campo dal governo Berlusconi per sanare i conti pubblici impone un tributo pesantissimo alle regioni, chiamate a mettere sul piatto, nei prossimi due anni, oltre 10 miliardi di euro (5 più 5). Province e comuni ne verseranno altri 3, ma per le prime è previsto anche un taglio ‘fisico’: a partire dalla prossima legislatura scompariranno quelle sotto i 220 mila abitanti (regioni a statuto speciale e città di confine a parte). Che le cose, per loro, si stessero mettendo male, gli enti locali lo avevano capito già in mattinata quando, convocati dal ministro Tremonti, i presidenti di regioni ed enti si erano sentiti dire che questa ‘non è una Finanziaria qualsiasi’. Ma ciò che non accettano non è tanto l´entità totale della manovra (24 miliardi), quanto la parte loro spettante. ‘Se applicassimo a tutti la stessa percentuale di tagli a noi richiesta - commenta Romano Colozzi, coordinatore degli assessori al bilancio regionali - questa sarebbe una manovra da 140 miliardi. Per quanto ci riguarda la consideriamo una scelta punitiva, serve maggiore equità’. Nei fatti , spiega, tagliare 10 miliardi in due anni vuol dire incidere su ‘scuola, asili nido, trasporti, viabilità, incentivi alle imprese, ambiente. Un bilancio che colpisce soprattutto le regioni che meglio sono intervenute sulla spesa sociale: per le altre vorrà dire che la pubblica amministrazione continuerà a non esserci’. Alla Lombardia, per esempio, è chiesto un contributo in tagli di 1,8 miliardi su una spesa attuale (sanità a parte) di 5. A protestare sono tutti i presidenti di regione. ‘È una manovra insostenibile sia per la ricaduta sui servizi, sia per le risposte che dobbiamo dare ai cittadini’ dice senza troppi giri di parole Vasco Errani, presidente dell´Emilia Romagna e della Conferenza delle regioni. Stessa linea per Claudio Burlando, Liguria: ‘La crisi va guardata in faccia, vero, ma qui stiamo soffocando lo sviluppo e a pagarne le conseguenze saranno soprattutto i ceti popolari’. Più pacati - ma non meno preoccupati, i presidenti espressi dalla maggioranza. A parte Zaia, Veneto, (‘è una dieta che facciamo volentieri’ ha detto), Scopelliti, governatore della Calabria parla di ‘situazione difficile’ e ‘molto preoccupato’ si confessa anche il presidente del Molise Iorio perché la manovra ‘pesa per il 50 per cento sulle regioni’. Il fatto è che al di là della ‘macelleria sociale’ come l´ha definita Niki Vendola, governatore Pd della Puglia, la manovra rischia di soffocare anche il federalismo fiscale. Colozzi fa i conti: ‘La legge delega dovrebbe finanziare le competenze regionali per 5 miliardi, guarda caso l´entità dei tagli prevista per il 2010’”. (red)

5. Nuovo tonfo delle Borse, con lo zampino anche della Corea

Roma -“I mercati tornano a soffrire. Non ci sono solo i timori sulle sorti del debito sovrano e dunque sui piani di austerity che mezza Europa - Italia inclusa - sta preparando. E neppure la consueta inquietudine su un rischio-contagio. Stavolta, si estende dalla Spagna un allarme banche, dopo la crisi della Cajasur e la fusione di quattro casse di risparmio: gli operatori si aspettano altri salvataggi. Risultato: tonfo di tutte le Borse – questa la cronaca di REPUBBLICA – , titoli bancari bersagliati. In un giorno vanno in fumo altri 113 miliardi. Milano perde il 3,40% ma per un po´ scende anche sotto del 5. Solo Atene e Dublino vanno peggio. E l´euro vacilla vistosamente, finisce per un po´ sotto quota 1,2178 rispetto al dollaro, prima di risalire: rispetto alla moneta Usa è ai minimi da 4 anni, sullo yen addirittura da 8. Tornano le tensioni sui titoli pubblici. Il petrolio scende a 67 dollari. Ecco, in questo contesto e in vista del G20, il commissario Ue Barnier presenterà oggi l´idea di una tassa sugli utili delle grandi banche Ue per finanziare un neofondo anti-crac. L´americano Geithner suggerisce all´Europa di avviare degli stress-test sulle aziende di credito. La Germania pensa di estendere il blocco delle vendite allo scoperto su tutte le azioni trattate in Borsa. C´è anche un botta e risposta tra il presidente della Commissione Barroso e il ministro tedesco Bruenderle, col primo che bacchetta Berlino perché non ha fatto abbastanza per difendere l´euro e quindi la ‘casa europea’ e il secondo che controbatte. ‘Accusa assurda’. Il numero uno del Fmi Strauss Kahn rassicura: ‘Non c´è una minaccia’ per la zona euro. Ciò che accade sui mercati ‘non è l´Armageddon’, gli fa eco il presidente stabile della Ue, Van Rompuy. Comunque, fanno una certa impressione i risultati di questo ennesimo martedì nero: segni meno da Londra a Madrid, da Francoforte ad Amsterdam; titoli bancari colpiti ovunque. A Milano Unicredit ha perso più del 7%, Bpm quasi il 5, Mediobanca il 3,43, Mps il 3,87, Intesa 2,03. Le Consob europee preannunciano interventi coordinati, se necessario. Anche Wall Street sobbalza: per l´Europa e per le tensioni in Corea. Il Dow Jones arriva a scendere sotto quota 10.000, nonostante il salto della fiducia dei consumatori a maggio, al top dal 2008: prima cede il 3%, poi si riprende e chiude a quota 10.043,75 (-0,23%). Le tensioni non risparmiano i titoli di stato: bund decennale tedesco al rendimento minimo dal 1989 (2,6%); sale a 128 punti il differenziale degli analoghi titoli italiani, 143 per gli spagnoli, 514 in Grecia. ‘Bisogna ridurre i deficit pubblici’, insiste il commissario Rehn, mentre arriva un dato positivo: più 5,2% per gli ordini dell´industria a marzo dentro Eurolandia. Ma evidentemente la crisi rimane profonda, come le divisioni all´interno della Ue. La tassa sulle banche, per dire, non piace a Parigi ma è gradita a Berlino. La mossa tedesca sulla Borsa è osteggiata. Poi c´è lo scontro Ue-Berlino sull´euro. E nuove proteste ad Atene. In Spagna Zapatero si autotaglia lo stipendio. Sforbiciata pure per i funzionari Ue, ciascuno secondo le indicazioni del proprio paese. L´Italia approva il prestito alla Grecia (14,8 miliardi in tre anni). Il viceministro Vegas: nessun problema sulle emissioni aggiuntive di titoli di stato necessarie a finanziarlo”.

6. Eurocrisi, crolla il mito dei titoli italiani?

Roma -“In questo momento c’è preoccupazione anche sui titoli di Stato italiani. Banche e risparmiatori se ne sono riempiti le tasche l’anno scorso, anche perché sulle Borse c’era incertezza come oggi. Ora il consiglio che dò soprattutto ai risparmiatori è di vendere almeno in parte i Btp a 5 e 10 anni che hanno in portafoglio’. Giorgio Cortiana, strategist mondiale della banca svizzera Ubs, non vuole creare allarmismi, ma - intervistato da LA STAMPA - confessa che anche il mito dei titoli di Stato italiani comincia a vacillare. Colpa del panico e dei timori sul debito pubblico europeo, avverte il responsabile della ricerca azionaria di Ubs Wealth management Research, ‘ma anche della speculazione che prende il sopravvento sui mercati azionari e anche obbligazionari’. Su quali titoli di Stato italiani un risparmiatore può investire dormendo sonni tranquilli? ‘Sulle obbligazioni con scadenze a breve, come i Bot a sei mesi e a un anno, ma anche sui titoli a due anni. Oltre i due anni rimane il rischio di una potenziale ristrutturazione del debito. Dai bond greci, invece, consiglio di uscire per qualsiasi tipo di scadenza’. Le banche italiane potrebbero perdere molti soldi dalla svalutazione dei nostri titoli di Stato? ‘Il rischio c’è ma anche perché le banche hanno avuto poco tempo per rafforzare i loro bilanci a causa della crisi e ora si trovano davanti a potenziali perdite che derivano dal debito pubblico italiano. Non vedo le banche italiane peggio di altre in Europa. Ma per non correre rischi, un investitore dovrebbe ridurre azioni o fondi nel settore finanziario”. “A breve il problema dell’Europa è l’andamento del debito che sta condizionando anche le Borse’. Ma allora il ministro dell’economia, Giulio Tremonti fa bene a varare una manovra da 24 miliardi? Basterà? ‘Le misure di Tremonti vanno nella giusta direzione. L’Italia deve avere maggiore credibilità nella gestione del debito. Se i 24 miliardi saranno sufficienti, lo scopriremo strada facendo. Va, però, detto che l’Italia come conti pubblici va meglio della Spagna e ovviamente molto meglio del Portogallo e soprattutto della Grecia’. Mi pare di capire che il debito europeo e i rischi per le banche sono i cattivi pensieri che hanno portato gli investitori a vendere in Borsa? ‘Da qualche anno gli investitori retail fanno da rimorchio. Il vero motore trainante delle Borse sono banche internazionali e fondi hedge. E ora chi vuole speculare al ribasso sta facendo due tipi di scommesse. La prima è contro la capacità della politica di raddrizzare i conti pubblici’. E la seconda? ‘È contro la ripresa dell’economia. Chi scommette al ribasso, pensa che le politiche fiscali che dovranno adottare gli Stati europei per riequilibrare i loro conti, comporteranno un impatto negativo sulla crescita’. Quali azioni possono resistere alla bufera dei mercati? ‘Quelle delle multinazionali che operano nei beni di consumo non ciclici come Procter & Gamble, CocaCola e Unilever. O aziende che esportano all’estero e approfittano dell’euro debole. In Italia alcuni esempi sono Luxottica, Bulgari e Stm”.

7. Rai, Santoro resta ma lamenta le “fughe di notizie”

Roma -“E ora cosa accadrà? Michele Santoro resterà a condurre ‘Annozero’, così come ha annunciato ieri dopo lo stop all’intesa, o tornerà a sedersi con il suo ‘procuratore’ Lucio Presta al tavolo della trattativa? Certamente – riferisce LA STAMPA –, dopo il clamore di ieri mattina per quelle che Santoro ha definito ‘le continue fughe di notizie’, questa volta relative al suo compenso, documentate dagli stralci dell’accordo (2 milioni 799 mila euro e ferie e 10 puntate di docufiction più due miniserie tv da due puntate per il valore di un milione di euro ciascuna) per l’addio a viale Mazzini, il suo ‘agente’ ha incontrato nel pomeriggio di ieri il direttore generale Mauro Masi. Segno che, al di là delle tensioni, la trattativa è tutt’ora in piedi, e non è escluso che torni presto a ripartire, magari, con una bozza di contratto ‘rivista’ e l’assenza pure di quella clausola di ‘non concorrenza’ che tanto non gradiva il giornalista. Non foss’altro perché il direttore generale nell’intesa ci ha messo la faccia e il cda, lo scorso 18 maggio, aveva dato il suo assenso, e non può averlo fatto senza che lo stesso Santoro ne fosse a conoscenza. E poi, come sostiene qualcuno ai piani alti della tv pubblica, ‘le carte ci sono e sono state approvate. Certo, un dipendente ha il diritto a tirarsi indietro, ma se così fosse, dopo questa vicenda, Santoro rischierebbe di restare in Rai come una papera senz’acqua’. Anche se per la verità qualcun altro fa notare che la ‘decisione di Santoro non stupisce, visto che già due volte ha fatto saltare il tavolo’. La prima volta con l’ex dg Flavio Cattaneo e più recentemente con Claudio Cappon al timone di viale Mazzini”. “Insomma, solo per la teoria non c’è due senza tre, il banco rischia di saltare. Nonostante sul tavolo ci siano, non solo questioni economiche (forse le meno importanti, perché Santoro porta a casa la liquidazione che gli spetta, la buonuscita come molti altri dirigenti - forse meno soldi rispetto a altri - e un contratto di volume come tanti altri produttori esterni) ma anche politiche e, soprattutto, professionali, visto che da tempo il conduttore ipotizzava cambiamenti. Ipotesi, che ora però secondo quanto sottolineato dallo stesso conduttore non sarebbero più praticabili. Perché, spiega Santoro, ‘si è violato l’impegno di riservatezza indispensabile per un possibile accordo con la Rai favorendo interpretazioni fantasiose, lesive della mia immagine’. Insomma, alla radice dello stop ci sarebbe le fuga di notizie. Del resto, in Rai è stato sempre così, tanto che l’ex direttore di Raidue Massimo Fichera teorizzava che ‘se stai da solo al centro della tua stanza, lontano da tutti e pensi intensamente ad una cosa, appena esci lo sa almeno tutto viale Mazzini’. Come dire: fa parte del gioco, tanto che la evocata fuga di notizie non trova consenso nemmeno in rete e sul blog de ‘l’Espresso’ si legge: ‘Bravo Michele! Sei il primo giornalista che si lamenta per una fuga di notizie’. E quindi, Gaetano Quagliariello del Pdl: ‘Spero che Santoro si sia reso conto dell’involontaria ironia delle sue parole, visto il momento politico in cui vengono pronunciate e i temi che in questi giorni occupano il dibattito politico’. Nel batti e ribatti di giornata, interviene il presidente della Rai, Paolo Garimberti: ‘Santoro è una risorsa per la Rai e deve restare in ogni caso’. Poi aggiunge: ‘La firma a questo punto dipende solo da lui, noi aspettiamo le sue decisioni. La vicenda, comunque, deve tornare in consiglio perché è di sua competenza’. Come e quando non è certo, ma il dg Mauro Masi non vuol mollare la presa e ieri, proprio sul contratto, ha spiegato che ‘la direzione si era puntualmente attenuta alla clausola di riservatezza’. Forse ha ragione Marco Travaglio: ‘Ora la situazione si fa divertente’”.

8. Il no di Coop e Conad a Israele imbarazza anche il Pd

Roma -“Il Partito democratico si schiera contro le cooperative rosse e definisce ‘inaccettabile’ il boicottaggio dei prodotti israeliani da parte di Coop e Conad. Una condanna che – osserva REPUBBLICA – insieme a quella del Pdl colpisce la scelta delle due grandi catene - le quali per la verità negano - di aver tolto dagli scaffali dei loro supermercati i prodotti di Agrexco, la società d´export controllata dal governo israeliano contro la quale è in corso una campagna mondiale per la mancanza di tracciabilità dei prodotti coltivati nei territori occupati. In una lettera aperta alle due cooperative i filo-israeliani del Pd guidati da Emanuele Fiano - direttore nazionale di Sinistra per Israele - si dicono ‘molto colpiti della notizia’, perché un boicottaggio non fa altro che dare luogo a ‘strumentalizzazioni’. E ancora, chiedere solo a Israele di indicare l´area di provenienza di una merce ‘è una scelta ideologica e discriminatoria da respingere’. Una polemica scoppiata anche in Parlamento. Roberto Della Seta, senatore del Pd, parla di decisione ‘strabica’. Gianni Vernetti dell´Api è ancora più esplicito: ‘È un fatto di una estrema gravità che denota una cultura razzista che ritenevo estranea al movimento cooperativistico’. E il Pdl con Fabrizio Cicchitto e Fiamma Nierenstein chiede che ad essere boicottati siano i due giganti della distribuzione, mentre il loro collega di partito e socio Coop Enzo Raisi annuncia che restituirà la tessera contro una scelta ‘razzista’. L´unica voce fuori dal coro è quella del democratico Sandro Gozi, secondo il quale questa protesta contro gli insediamenti illegali ‘è un´iniziativa pacifica e non violenta con la quale Israele dovrebbe confrontarsi’. In serata Conad ha respinto le accuse di boicottaggio, spiegando che l´unico prodotto sparito dagli scaffali è il pompelmo, che non è più di stagione. ‘Quando la stagione riprenderà - è stato spiegato - le forniture proseguiranno regolarmente’. Le richieste di informazioni su questo prodotto - aggiunge Conad - sono solo tese a proteggere la salute dei consumatori e non a bollarlo come proveniente dalla Cisgiordania. Diversa la replica della Coop, che ha negato il boicottaggio ma ha confermato di avere chiesto la sospensione delle merci potenzialmente provenienti dai Territori per verificarne l´origine ed eventualmente etichettarla: ‘Spetta eventualmente ai singoli consumatori’ decidere se comprarli o no. Come dire: se poi saranno i singoli a boicottare, noi non ci possiamo fare niente. Su questo punto Israele ha replicato che origine e identificazione dei prodotti esportati da Agrexo sono conformi alle regole Ue”.

9. Intesa Napolitano-Obama su un’Europa più forte

Roma - “‘E’ indispensabile contenere il debito pubblico per garantire la crescita’: con queste parole il Capo dello Stato Giorgio Napolitano esprime l’auspicio per una manovra finanziaria ‘necessaria e equa’ in Italia al termine di un incontro nello Studio Ovale con Barack Obama incentrato sulla crisi dell’euro e sullo stato di salute dei rapporti transatlantici. Il presidente americano – scrive l’inviatao della STAMPA – ha accolto l’ospite esprimendo interesse per ‘un’Europa più unita e assertiva’ per poter affrontare l’indebolimento dell’euro innescato dal debito greco e Napolitano ha risposto definendo ‘seria’ la crisi ma aggiungendo che può rivelarsi a ‘un’opportunità’. Obama ha mostrato interesse e Napolitano ha aggiunto: ‘L’euro non è a rischio se aumentano integrazione delle politiche economiche e stanziamento delle risorse’. E’ stato a questo punto che Napolitano si è soffermato sul pacchetto di riforme preparato dal capo della Commissione europea Josè Manuel Barroso, che include sanzioni automatiche per chi sfora i conti pubblici, esponendo nel dettaglio le misure a cui Obama guarda con interesse in vista del summit del G20 in Canada. Era questo approfondimento sulle riforme in discussione a Bruxelles che Obama cercava dal colloquio con l’inquilino del Quirinale, che poi ha aggiunto: ‘I governi europei devono darsi una regolata, saranno più credibili e ascoltati se riusciranno a parlare con una voce sola, superando una certa timidezza sulle scelte da fare’. Da questo terreno la discussione si è indirizzata verso i rapporti transatlantici. ‘L’Europa non deve cedere alla sindrome della gelosia se gli Stati Uniti dialogano con Cina, India, Russia e Brasile perché le relazioni transatlantica restano forti’ ha detto Napolitano al termine di un incontro durato 45 minuti, sottolineando però la necessità per l’Europa di ‘impegnarsi per consolidare l’Alleanza’ partendo dalla definizione del ‘nuovo concetto strategico della Nato’ in agenda al summit di Lisbona”.

“Napolitano ha tenuto a smentire l’immagine di un presidente Usa freddo con l’Europa: ‘Non ho avuto questa impressione’. ‘Obama ha espresso apprezzamento per il nostro ruolo in Afghanistan con particolare attenzione per l’impegno nell’addestrare le truppe locali - ha aggiunto il Capo dello Stato - così come ha avuto parole di ricordo per i nostri due soldati caduti’. Nel colloquio si è parlato anche di Medio Oriente mentre Napolitano ha specificato di ‘non aver discusso della legge delle intercettazioni’. Ciò che invece è avvenuto è stato uno scambio di saluti fra Berlusconi e Obama attraverso il Capo dello Stato: ‘Gli ho trasmesso amicizia e ammirazione da parte del capo del governo e Obama mi ha detto di ricambiare l’amicizia’. Al presidente americano è stato esteso l’invito a visitare l’Italia in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’unificazione. Nel complesso si è trattato di ‘incontro cordiale’, come è stato definito da entrambe le parti, anche se la Casa Bianca ha imposto un cerimoniale che la delegazione italiana si è trovata ad accettare: basato sulla totale assenza della stampa - ad eccezione del fotografo presidenziale - comportando la mancata lettura di dichiarazioni dei due presidenti. Terminato il colloquio, la limousine nera con le bandiere dei due Paesi ha lasciato Pennsylvania Avenue per raggiungere l’ambasciata d’Italia, dove Napolitano ha incontrato i giornalisti - con a fianco il ministro degli Esteri Franco Frattini - affrontando anche la manovra economica. ‘Fino alle 17 italiane il testo non era stato consegnato al segretario della Presidenza della Repubblica’ ha precisato, esprimendo ‘nei limiti delle mie prerogative’ che è ‘indispensabile contenere il debito pubblico per fare la nostra parte in Europa, contribuire alla stabilità finanziaria dell’Ue e alla crescita economica’”. (red)

10. Venti di guerra fra le due Coree, Usa e Cina frenano

Roma -“Cina e Usa frenano, ma Pyongyang e Seul sembrano decise a far scivolare la penisola coreana verso un conflitto armato. Nonostante la pressione internazionale ‘per il mantenimento della stabilità’, la Corea del Nord – si legga in una corrispondenza di REPUBBLICA - ha accusato ieri il Sud di ‘decine di sconfinamenti’ nelle acque territoriali, avvertendo che d´ora in poi saranno adottate ‘misure militari concrete’. La Corea del Sud nega, ma vede allontanarsi le invocate sanzioni Onu e il presidente Lee Myung-Bak è tornato a promettere che la strage sulla corvetta Cheonan ‘non resterà impunita’. Il dittatore nordcoreano, Kim Jong-il, ha stabilito lo stato di guerra: esercito e riservisti devono ‘tenersi pronti per un attacco’, rapporti e collegamenti viari con il Sud ‘sono interrotti’, ‘vietato lo spazio aereo e navale’. L´accordo di non aggressione è stato abrogato e duemila sudcoreani stanno per essere espulsi dalla regione industriale di Kaesong. Organizzazioni di Stato hanno manifestato con lo slogan ‘Vendetta per vendetta, guerra per guerra’. La mobilitazione militare del Nord, per Seul, è un incubo. La capitale del Sud si trova a pochi chilometri dal confine. Venti milioni di abitanti possono quasi vedere i missili puntati contro la città. Dopo la fine della guerra, nel 1953, per la prima volta la popolazione è tornata ieri a fare scorte di generi di prima necessità. Le autorità hanno invitato gli stranieri a lasciare il Paese. ‘Noi non vogliamo la guerra - ha detto Kim Jong-il - ma il Sud, gli Usa e il Giappone vogliono isolarci e distruggerci. Se saremo attaccati siamo pronti a combattere’. L´escalation verbale, a cavallo del 38 parallelo, non è una novità. Fonti d´intelligence confermano però che i toni bellicosi sono sostenuti anche da ‘segnali preoccupanti’. La Corea del Sud ha alzato al grado massimo l´allerta delle forze armate. Movimenti di truppe sono segnalati lungo la frontiera e la flotta, scortata da imbarcazioni Usa, è uscita dai porti nel mar Giallo. Anche il Nord ha spostato gran parte delle truppe effettive verso il Sud. La situazione pare sfuggire di mano ai leader coreani. Nel Sud tra un mese si vota e chi si mostra remissivo verso Pyongyang si brucia. Il Nord resta un mistero. Kim Jong-il è tornato a negare di aver ordinato il siluramento che ha causato 46 morti e ha denunciato un ‘complotto straniero’. Ieri però anche Pechino ha smesso di chiedere contro-prove. Qualcuno sostiene che il dittatore è rimasto vittima di una trappola di ex fedelissimi decisi a rovesciarlo, o che ha sottovalutato il prezzo dell´imminente passaggio del potere al figlio minore. Il precipitare degli eventi resta senza spiegazioni. Secondo i servizi segreti giapponesi il siluro sparato dalla Corea del Nord è di fabbricazione cinese e la crisi, invece che per demolire il regime di Kim, è stata innescata nel tentativo di tenerlo in piedi per scongiurare ‘una deriva democratica’ nella penisola. L´esplosione di voci e intrighi testimonia l´incertezza e l´impossibilità di dare un senso al massacro del 26 marzo. Per fermare una tensione che può estendersi all´intera regione, Cina e Usa hanno scelto ieri di apparire unite nell´appello alla ‘stabilità’. Le differenze però restano. Hillary Clinton ha cercato di coinvolgere il governo cinese in nuove sanzioni Onu, ma ha strappato solo l´impegno a ‘lavorare insieme per una risposta efficace e appropriata’. La Cina sostiene ‘soluzioni diverse’ e ha ripetuto ‘che il dialogo è migliore dello scontro’. È la posizione storica con cui sostiene Pyongyang e la delegazione Usa, che oggi atterra a Seul, ha lasciato Pechino convinta che ‘qualcuno allontana le soluzioni per restare cruciale nella gestione di crisi permanenti’. La popolazione delle due Coree ricorda la guerra del 1950 e spera che i veti diplomatici incrociati non risultino di nuovo fatali”.

 11. La lobby filo-iraniana dell’Europarlamento

Roma -“Gli iraniani sbarcano nella capitale europea. Per un incontro a porte chiuse, con poca pubblicità, ma che farà comunque rumore. Il 1 giugno il ministro degli Esteri iraniano, Manoucher Mottaki, arriverà a Bruxelles per parlare davanti alla Commissione affari esteri del parlamento europeo. E fra i parlamentari la lobby anti americana e anti israeliana non disdegna di lisciare il pelo al lupo. Giorni di passione – osserva il GIORNALE – per il presidente della Commissione esteri, l'ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini. Ieri si è rifiutato di partire per una missione in Israele e nei territori troppo favorevole ai palestinesi. La prossima settimana si troverà di fronte a un fedelissimo del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. ‘So bene che gli iraniani sono ancora più pericolosi dei palestinesi, se non altro perché hanno il petrolio, un governo teocratico e un programma nucleare - spiega al Giornale Albertini -. O si decideva di chiudere la porta in faccia al ministro o lo si affrontava. Posso assicurare: non ci stiamo sbilanciando’.L'appuntamento con Mottaki è fissato dalle 11 alle 12.30 del 1° giugno e viene descritto nell'agenda dei lavori, come ‘uno scambio di punti di vista’ con il ministro degli Esteri iraniano. Alcuni parlamentari sono contrari all'incontro, che nelle intenzioni del regime degli ayatollah doveva avere un grande richiamo mediatico e propagandistico. ‘L'ambasciatore iraniano a Bruxelles aveva addirittura proposto la diretta televisiva, da trasmettere a Teheran, del discorso di Mottaki. Poi volevano una conferenza stampa congiunta e un ricevimento’ rivela Albertini, che ha bocciato la pompa magna. ‘Gli iraniani cercano la legittimizzazione del loro regime da parte del parlamento europeo. Ho spiegato che sul tappeto rimane il problema del programma nucleare, il mancato rispetto dei diritti umani e la pena di morte per gli oppositori’, sottolinea l'ex sindaco di Milano”. “Però a Strasburgo e Bruxelles – si legge ancora - non manca chi tifa per l'Iran. A cominciare dalla verde tedesca Barbara Lochbihler, presidente della Delegazione interparlamentare con l'assemblea di Teheran. ‘Fra le fila dei verdi e dei socialisti ci sono dei pacifisti che chiedono di non trattare l'Iran con durezza - sostiene Albertini -. Con motivazioni umanitarie, ma pure per una loro vena anti americana e anti israeliana’. Sulla Lochbihler il giudizio è chiaro: ‘Più che essere favorevole all'Iran è una politically correct all'estremo, tanto da andare ad accarezzare il lupo’. Anche la baronessa Catherine Margaret Ashton si mette di traverso e strizza l'occhio a Teheran. La rappresentante della politica estera dell'Unione europea ha dichiarato, negli ultimi giorni, che gli ayatollah si sarebbero ammorbiditi. ‘Ci sono stati segnali in tale senso - conferma la baronessa -. Come Unione europea siamo pronti a incontrare i dirigenti iraniani per discutere delle preoccupazioni internazionali sul programma nucleare’.Peccato che Stati Uniti, alleati occidentali, compresa l'Italia, la Russia e forse la Cina si stanno preparando a varare nuove sanzioni contro Teheran. Gli israeliani sono sul chi vive, ma Albertini garantisce che ‘non ci saranno né sconti, né compiacenze’. Il ministro iraniano ama parlare, ma se sforerà i tempi assegnati per il suo intervento potrebbe venirgli tolta la parola. In attesa dello sbarco iraniano a Strasburgo salta fuori che sono una decina gli europarlamentari, come Albertini, che non sono partiti per la missione filopalestinese iniziata ieri. Israele non ha concesso l'ingresso alla striscia di Gaza. ‘Penso che ci andranno lo stesso dall'Egitto - conferma Albertini -. Questa delegazione se non ostile certamente ha delle antipatie per Israele’. E al seguito c'è pure una troupe televisiva del parlamento europeo per fare da grancassa. Non solo: la lobby composta da parlamentari dei verdi e dei socialisti sembra pronta ad avallare le richieste palestinesi di aumentare di altri 200 milioni di euro gli aiuti. Però Albertini mette le mani avanti sul controllo dei fondi: ‘In un sistema scarsamente democratico non sai mai se vanno a finire nelle tasche di qualcuno, se servono a comprare razzi o se effettivamente aiutano i palestinesi’”.

12. Volkswagen più italiana con l’acquisto di Giugiaro

Roma -“C’è sempre più Italia nel gruppo Volkswagen, soprattutto ora, visto che anche la Italdesign di Giorgetto Giugiaro è finita nel carniere del futuro numero uno mondiale dell’automobile. Ad ammetterlo - si legge sul GIORNALE - è lo stesso Martin Winterkorn, presidente del colosso tedesco, ieri a Moncalieri per mettere nero su bianco all’acquisizione dell’azienda torinese: ‘Walter de Silva e Luca de Meo (rispettivamente capo del design e del marketing a Wolfsburg, nonché ex uomini Fiat, ndr) sono due figure eccezionali; il marchio Lamborghini, poi, oltre a vantare una storia di successi, in questo momento si trova in un’ottima situazione economica e noi, come gruppo, siamo pronti a riversare su questo brand altre risorse’. E pensare che il carniere tedesco avrebbe potuto essere ancora più ricco se negli anni scorsi non fosse sfumata l’operazione che avrebbe portato anche Maserati nella galassia di Wolfsburg. Nessun accenno diretto, alla conferenza stampa di ieri che ha sancito la vendita di Italdesign ai tedeschi, al vero pallino di Winterkorn, quell’Alfa Romeo che però Sergio Marchionne (‘è un concorrente come gli altri, non penso che il capo di Fiat abbia problemi da questa acquisizione’) ha deciso di tenersi ben stretta, dopo aver lanciato all’inizio dell’anno qualche segnale in senso contrario. ‘Con Italdesign - ha quindi puntualizzato il top manager pigliatutto - abbiamo saziato la nostra fame’. E anche sul marchio Seat, considerato la cenerentola del gruppo, tanto che qualcuno ha ipotizzato proprio la volontà dei tedeschi di creare una sorta di asse sportivo con Alfa Romeo, Winterkorn si è detto fiducioso: ‘È vero che Seat ci crea qualche preoccupazione, ma è sulla buona strada. La crisi del mercato spagnolo ci è costata 80mila vendite in meno, ma non molliamo la presa. Su Seat ci puntiamo’”.

“Saziata la fame - si legge ancora -, anche se Volkswagen e Fiat non avrebbero mai interrotto di parlarsi proprio sul tema Alfa Romeo, come ci conferma una fonte finanziaria, Winterkorn guarda ora con più tranquillità alla realizzazione del progetto che da qui al 2018 dovrebbe portare il suo gruppo sulla vetta del mondo con 10 milioni di vetture prodotte. Volkswagen, dunque, si porta a casa il 90,1% del capitale di Italdesign (l’attuale proprietà resta azionista con il 9,9%). ‘È un giorno importante, un nuovo inizio’, ha commentato Giugiaro il quale, insieme al figlio Fabrizio, siederà nel nuovo consiglio di amministrazione dell’azienda piemontese insieme all’attuale amministratore delegato Enzo Pacella (diventerà managing director) e allo stesso Winterkorn. ‘Si completa - ha aggiunto, subito dopo aver incontrato (e rassicurato) i 900 dipendenti di Moncalieri - un rapporto iniziato nel 1974 quando fui chiamato a disegnare la prima Golf. Andiamo avanti con più forza’. Per il gruppo tedesco, che ha in tutto nove marchi, più Porsche e l’ultima arrivata Suzuki, Italdesign rappresenta un tassello importante anche in vista dei prossimi lanci, ben settanta modelli. ‘L’Italia - ha osservato Winterkorn - è la patria di artisti geniali e grandi designer, ma è anche una nazione che può andare fiera di una grande tradizione nel campo automobilistico. Italdesign ha saputo riunire entrambi questi aspetti in modo particolarmente efficace negli ultimi 40 anni. È un partner perfetto e noi ci aspettiamo molto’. Nessun particolare è invece emerso sull’ammontare dell’assegno staccato dai tedeschi. ‘Dico solo - la risposta del numero uno di Volkswagen - che si tratta di un prezzo d’acquisto sostanzioso’”

13. Consumi, la ripresa parte dagli alimentari

Roma -“Basta con le rinunce. Gli italiani hanno stretto la cinghia aspettando la ripresa. A marzo però hanno rotto gli indugi e ricominciato a spendere riempiendo i carrelli della spesa. Con cautela certo – scrive REPUBBLICA –, ma abbastanza per far fare un balzo alle vendite al dettaglio del 2,9% rispetto a marzo scorso e del l´1,1% su febbraio. Una crescita dei consumi, alimentari e non, come non si vedeva dal febbraio 2008. È l´Istat a registrare la ripresa delle vendite che si aggiunge alla crescita della produzione industriale (+6,4) e al balzo di fatturato e ordinativi (6,3% e 13,1%), questi ultimi però trainati soprattutto dalle esportazioni. L´economia sta ripartendo? Si, forse. L´Istat avverte infatti come il confronto sia con marzo 2009, uno dei momenti più bui della crisi, mentre c´è di mezzo la Pasqua, che ha spinto gli acquisti. Tant´è che i commercianti non brindano. Se Confcommercio definisce l´aumento delle vendite al dettaglio ‘un timido miglioramento’, la Confesercenti teme che ‘la mini ripresa dei consumi’ venga travolta dalla manovra economica, 24 miliardi in due anni. È stato il settore alimentare a trascinare fuori dallo stallo il commercio, invertendo la serie di segni "meno" degli ultimi tempi. ‘Un segnale importante per la ripresa economica - sottolinea la Coldiretti in una nota - in un Paese dove quasi un euro su quattro si spende per la tavola’. La Confederazione italiana degli agricoltori precisa però che non tutti i prodotti hanno contribuito allo stesso modo. Il carrello della spesa degli italiani è cambiato: sono in calo gli acquisti di pane, pasta, carne bovina e vino, mentre aumentano quelli di pollo, frutta, verdure confezionate, preparati per risotti e piatti surgelati. Carrelli della spesa che sempre più vengono riempiti nei "punti" della grande distribuzione, a scapito dei piccoli negozi, che comunque hanno retto. Così mentre la grande distribuzione ha segnato un aumento delle vendite del 4,4%, i piccoli negozi hanno registrato un incremento del 2%. Particolarmente bene sono andati i supermercati (+4,9%), che precedono ipermercati (+4,1%) e discount alimentari (+3,6%). Alimentari a parte a marzo comunque non c´è settore che abbia sofferto. La crescita delle vendite è stata generalizzata con un record per il comparto che comprende giochi e articoli sportivi, che ha messo a segno un +6,4%. Bene sono andati anche cd, dvd e strumenti musicali (+4,1%), elettrodomestici (+3,5), abbigliamento (+3,1) e calzature (+3%). Il futuro però è tutt´altro che certo. A maggio la fiducia dei consumatori è scesa. L´indice, calcolato dall´Isae, l´Istituto di studi vicino al Tesoro, è calato a 105,4 punti dai 107,9 registrati ad aprile, avvicinandosi così ai valori dello scorso maggio. La crisi greca, le Borse in picchiata, l´euro debole e l´incertezza europea hanno diffuso il pessimismo. Una domanda attraversa gli italiani: che fine farà questo Paese?”.

14. Treni: Montezemolo presenta Italo, sui binari nel 2011

Roma -“Si chiama Italo, veste di rosso e dal 2011 correrà su e giù per l'Italia a non meno di 250 chilometri all'ora. E’ il nome – riferisce LA STAMPA – dei 25 treni Agv di ultima generazione ordinati da Ntv (Nuovo Trasporto Viaggiatori), che dopo oltre un secolo farà scricchiolare il monopolio delle Ferrovie dello Stato investendo in questo progetto un miliardo di euro. Italo di nome e parzialmente di fatto, visto che è assemblato tra Savigliano (Cuneo) e La Rochelle in Francia, sede della Alstom, il più grande costruttore al mondo di treni ad alta velocità. L’italianità è alla base dell’intero progetto: dal marchio (un piccolo tricolore è inserito nel nome Ntv), al rosso lucente della livrea dei treni, con un richiamo neanche tanto velato alla Ferrari ispirato da Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Ntv e azionista di riferimento con un pool di imprenditori, tra cui Diego Della Valle. Ma con quali armi si cercherà di fare presa sui passeggeri per strapparli a Trenitalia? Il prezzo, sicuramente. Montezemolo ha affermato che «sarà un treno alla portata di tutti, per tutte le tasche e per tutti i gusti: i giovani, le famiglie, i lavoratori e i turisti». Gli allestimenti interni sono ancora top secret, ma si sa che saranno disegnati da Italdesign-Giugiaro. Magari non tutto il pubblico sarà sensibile all’eco-compatibilità (consumi energetici ridotti del 15%, materiali riciclabili al 98% e spese di manutenzione ridotte del 15%). Ma più di qualcuno si lascerà sedurre dalla carrozza cinema con film in prima visione su schermi ad alta definizione e sistemi per la riduzione del rumore esterno. Altre dotazioni sono la televisione e la possibilità di connettersi ad Internet sfruttando diverse tecnologie (satellite, Umts e Wi-Fi). In alcune carrozze saranno disponibili degli schermi individuali touch screen per navigare attraverso il menu di intrattenimento. Per salire a bordo di Italo si dovrà attendere poco più di un anno. A settembre 2011 inizierà a viaggiare toccando le principali destinazioni italiane (9 città e 12 stazioni, tra cui tutte quelle dedicate all'alta velocità). In ognuna sarà presente «Casa Italo», un centro servizi in cui i viaggiatori, assistiti da personale Ntv, potranno acquistare i biglietti e informarsi sulle offerte. Italo è il primo treno al mondo ad alta velocità a conciliare l’architettura con il comfort: i carrelli delle ruote non sono posizionati sotto i sedili dei viaggiatori, ma tra i vagoni, riducendo così gran parte delle vibrazioni e della rumorosità a bordo. Lo slogan di Italo, «il tuo treno», è stato scelto con un concorso su Internet che ha coinvolto creativi di tutto il mondo. Vedremo se per gli italiani sarà effettivamente così”.

15. Università, eliminata gattologia. E altri 469 corsi

Roma -“Ricordate il corso di laurea in ‘Scienze del fiore e del verde’ o quell’altro corso incentrato sul ‘Benessere del cane e del gatto’?”. La domanda è del CORRIERE DELLA SERA. “I ragazzi non li troveranno più nell’offerta formativa delle nostre università. Sono stati cancellati, insieme a tanti altri caratterizzati da un’identica assoluta stravaganza, in un’operazione di pulizia condotta con estremo vigore dai rettori dei nostri atenei statali. Risultato: oltre 470 lauree, tra brevi e specialistiche, cancellate in due anni accademici, dal 2007. Un lavoro di potatura su cui erano pochi a scommettere, reso inevitabile dalle difficoltà economiche e dall’assoluta irrazionalità di certe proposte di laurea, peraltro bocciate dagli stessi studenti con un basso numero di immatricolazione. Stessa sorte è toccata al corso di laurea sul ‘Turismo alpino’, sulla ‘Cultura della Sardegna’, sui ‘Beni enogastronomici’, sulla ‘Teoria e prassi della traduzione’, sull’’Enogastronomia mediterranea’ o le ‘Tecniche erboristiche’. La forbice dei rettori ha potato anche corsi di laurea seri, come Ingegneria per capirsi, che non disponevano di quei requisiti minimi (prof, strutture e numero degli iscritti) per giustificare la spesa. Sono stati fatti centinaia di accorpamenti. In estrema sintesi si sono salvati i corsi che rappresentano il core business dell’ateneo e quelle a ciclo unico (Medicina, Odontoiatria, Veterinaria, Farmacia, Chimica, Architettura, Ingegneria edile e Giurisprudenza), corsi di 5 o 6 anni che aprono le porte di professioni regolamentate. In tre anni i corsi di laurea sono diminuiti del 9 per cento, passando da 5.460 (anno accademico 2007-2008) agli attuali 4.986. Secondo i dati del Consiglio universitario nazionale (Cun) le lauree di primo livello che tre anni fa erano 2782 oggi sono ridotte a 2411 (13,3 per cento in meno), quelle specialistiche sono passate da 2401 a 2304 (4 per cento in meno). ‘La riduzione ha riguardato soprattutto le lauree triennali - ha dichiarato Andrea Lenzi, Presidente Cun -. E’ stata realizzata per offrire ai giovani un percorso di studio di base più completo emeno frammentato rispetto alla situazione precedente’ La cura dimagrante più severa è avvenuta negli atenei dell’Italia settentrionale: 53 nelle università del Nord-Ovest e 87 in quelle del Nord Est. Ammontano a 139 i corsi di laurea soppressi negli atenei del Centro. I tagli più significativi, in termini assoluti, sono stati fatti da ‘La Sapienza’ di Roma. Sono 108 i corsi eliminati negli atenei del Sud e 87 quelli nelle isole dove però i corsi sono decisamente sotto la media nazionale”.

Metropolitane e autobus "blu"

Egregi concittadini, arrangiatevi