Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 27/05/2010

1. Le prime pagine

Roma -

CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Berlusconi: i sacrifici sono necessari”. Editoriale di Gian Antonio Stella: “Il partito dei riottosi”. Il commento di Lorenzo Bini Smaghi: “Le scelte utili per accelerare la crescita”. In due boxini: “Via l’Irap se si investe nel Sud” e “Napolitano: non siamo la Grecia”. Di spalla: “Tobagi 1980-2010, Mio padre non un eroe ma testimone dell’impegno”. Al centro con fotonotizia: “Carla, le parole proibite e i tormenti dell’Eliseo”. A destra: “Quasi il 60% dei giovani resta a vivere con i genitori. ‘Ma non più per scelta’”. In taglio basso: “Conti in Svizzera, lombardi 2 su 3” e “Tanzi, condanna a 10 anni e risarcimento ai risparmiatori”.

LA REPUBBLICA - In apertura: “Sacrifici indispensabili per l’Italia”. Editoriale di Massimo Giannini: “L’iniquità irresponsabile” e il retroscena di Claudio Tito: “I sospetti del Cavaliere. ‘Mi volevano fare fuori’”. Di spalla: “Rapporto da Seul dove si vive con l’incubo dei missili”. Al centro: “Ecco come i boss vincono al Superenalotto” e “Stragi del ’93 per aiutare una forza politica”. In basso: “La carica delle mamme over 40” e in due riquadri: “Crac Parmalat 10 anni a Tanzi dovrà risarcire cento milioni” e “Tessera del tifoso. De Rossi critico ed è polemica con la Polizia”.

LA STAMPA - In apertura: “Sacrifici indispensabili”. Editoriale di Luigi La Spina: “Federalismo alla prova” e di Ugo Magri: “I due premier”. Di spalla “L’anniversario. Siamo ancora prigionieri dell’Heysel” e “La storia. Le mie lezioni anticancro in Madagascar”. Al centro: “La crisi e i giovani: due milioni a casa senza futuro” e con fotonotizia di Calisto Tanzi: “Deve risarcire 100 milioni ma è nullatenente”. In basso il “Buongiorno” di Massimo Gramellini: “Mi illumino d’incenso”.

IL GIORNALE - In apertura: “La rivolta delle caste” di Vittorio Feltri. A destra in tre riquadri: “Manovra/1. Province, il giallo dell’abolizione”; “Manovra/2. La sinistra contro mercati e logica”; “Rapporto Istat. La nuova bufala sui bamboccioni”. Al centro con fotonotizia: “Lo scandalo delle 629mila auto blu” e “Nei guai l’ufficiale del D’Addario-gate”. In un boxino: “Formica assolto dopo 17 anni. Ma così è tortura di Stato”. In basso: “Il nonno dei videogame ‘ruba’ 120 milioni” e “Scoperta archeologica. Ecco la domus etrusca che cambierà la storia”.

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Parte la stretta sull’evasione”. A sinistra: “Marcegaglia: ‘Con voi per l’indipendenza della Confindustria’”. Al centro: “L’effetto Fed rilancia le borse”.

IL TEMPO - In apertura: “La sinistra mangia, la destra paga” di Mario Sechi. Al centro con fotonotizia: “Intervista ad Alemanno: ‘Ma con i nuovi soldi la Capitale resisterà’”. In due riquadri: “Un’operazione pericolosa per Berlusconi” e “E’ Tremonti il vero vice premier”. In basso: “Via il suk dal tribunale di Roma” e “De Rossi, annuncio shock del giallorosso: ‘Potrei andare al Real Madrid’”.

LIBERO - In apertura: “Un giorno da poveri”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Intercettare porta fama e soldi non libertà” e “Santoro mito in vendita. Le contraddizioni del tele-tribuno”. Al centro: “Un scuola meno comunista” e in due riquadri: “Il pm antimafia sgambetta il governo” e “Tanzi deve pagare 100 milioni. Se li ha ancora ce li ha fregati”. In basso: “La strage dei partigiani cattolici tradita da un aggettivo sbagliato” e “Abbuffata Rai. Cento inviati per il Mondiale”.

 (red)

 

 

2. Manovra, Berlusconi: Sacrifici necessari

Roma -

“Uno Stato più magro, ‘sociale e non assistenziale’. Un ‘sacrificio’ chiesto ai dipendenti pubblici, ‘che devono stare fermi un giro’. Una manovra ‘che ci viene chiesta dall’Europa’, che ‘non aumenta le tasse’, che può essere condivisa dalle parti sociali, il cui scopo è portare ‘il rapporto fra deficit e prodotto interno dal 5% attuale al 2,7% nel 2012’. Questa la cronaca del CORRIERE DELLA SERA. “Berlusconi presenta la manovra correttiva dei conti pubblici a Palazzo Chigi. Accanto al ministro Giulio Tremonti. Sorridono, negano di aver mai avuto alcun contrasto. Si scambiano dei complimenti. Offrono l’immagine di una collaborazione proficua. Il Cavaliere legge un documento di sette cartelle, ma fa una premessa: ‘Ringrazio Giulio perché fa un mestiere difficile, che è quello di dire di no, ma posso assicurare che non gli piace dire di no’. Risposta di Giulio, per ribadire la condivisione: ‘Non esiste una manovra che non è del presidente del Consiglio, una manovra così la fa lui, non un ministro o una parte del governo’. Per spiegare la cura dimagrante della spesa il capo del governo non fa giri di parole, parla (per due volte) di ‘sacrifici’ che colpiranno i dipendenti del pubblico impiego, aggiunge che i tagli serviranno anche a ridurre la corruzione, che sono conseguenza anche delle ‘scelte dissennate’ della sinistra, che conferendo competenze sanitarie alle Regioni ha fatto ‘esplodere la spesa sanitaria’, dando ‘un potere di spesa sganciato dalla realtà’. Le misure che vengono varate sono definite ‘equilibrate e inevitabili, perché l’Italia come tutti i Paesi europei ha vissuto al di sopra delle sue possibilità’. Berlusconi ringrazia, oltre il ministro dell’Economia, anche Giorgio Napolitano, per ‘l’esortazione, che facciamo nostra, perché siamo tutti nella stessa barca, a una responsabilità comune’ con l’opposizione: ‘Spero che il centrosinistra possa contribuire a migliorare il decreto. La manovra non è immodificabile’. Il premier ribadisce che la correzione dei conti serve a salvare la nostra moneta, a garantire gli stipendi e i risparmi delle famiglie. Aggiunge una rivendicazione: ‘Questi due signori (lui e Tremonti, ndr) sono stati importantissimi nel salvataggio dell'euro per convincere gli altri Paesi che erano sotto shock a dire sì all'intervento multilaterale: se non c'eravamo noi probabilmente ci sarebbe stata una crisi rilevantissima’. Poi affronta il capitolo più delicato: ‘Chiediamo un atto di responsabilità ai dipendenti pubblici, in primo luogo perché i loro redditi, negli ultimi 10 anni, sono aumentati del 42,5%, mentre le retribuzioni private del 24,8%’. Inoltre, ‘godono della garanzia del posto di lavoro e non rischiano la cassa integrazione o la riduzione dello stipendio, quindi a loro spetta una particolare responsabilità’. Ma è l’unico sacrificio che si rimarca, mentre la Cgil si dice pronta a scendere in piazza: ‘Mi sembra che più di così non si potesse fare visto che non c'è italiano, a parte quei tre milioni e seicentomila collaboratori pubblici, che avrà uno stop all'aumento della sua retribuzione’. Smentisce, il premier, anche il timore che alla fine la pressione fiscale possa aumentare: ‘Non credo che le Regioni debbano aumentare le imposte, semmai ridurre i costi: basti pensare al fatto che c'è da rabbrividire per il livello delle consulenze’. Insomma, ‘con buona volontà è sagacia amministrativa credo si possa’ evitare di aumentare le imposte regionali. ‘Tra l'altro ci sono livelli di aumento che alcune Regioni hanno già toccato ai limiti massimi’. Resta l’obiettivo di lungo periodo: riuscire a ridurre le tasse, ‘è nel nostro dna: speriamo di poter arrivare a un aumento del Pil tale da poter arrivare a una diminuzione della pressione fiscale ‘ . Con il federalismo fiscale poi, aggiunge il Cavaliere, i Comuni avranno poteri di accertamento del reddito: emergerà una fetta di prodotto non dichiarato, sarà cruciale per la lotta all’evasione fiscale, ‘arrivata a livelli francamente inaccettabili, soprattutto nelle regioni del Sud’. Sulla nuova soglia di tracciabilità dei pagamenti ‘cinque mila euro sono una buona mediazione tra una situazione eccessiva e quella reale. La media europea è 7.500. Scendendo ancora di più, credo davvero si possa entrare in quella definizione di Stato di polizia tributaria che noi abbiamo spesso evocato in campagna elettorale, criticando la proposta della sinistra di ridurre la cifra a 100 euro, francamente eccessiva’. Sul successore del ministro Scajola invece ancora incertezza: ‘No, non c'è ancora stata questa scelta, stiamo ponderando. Sapete che avevo in mente un candidato che poi non è stato possibile avere. Ce ne sono altri, ma ci stiamo ragionando anche con il capo dello Stato’. Quel Napolitano che ha ringraziato per l’esortazione diretta all’opposizione: ‘Facciamo nostra questa esortazione— conclude il presidente del Consiglio — siamo tutti nella stessa barca, che andrà avanti e supereremo anche questa situazione. Io sono un inguaribile ottimista e ne sono convinto’”.

 (red)

 

 

3. Manovra, Tremonti: Siamo a un tornante della storia

Roma -

“‘Non c’erano alternative, non stiamo vedendo una normale fase del ciclo economico, stiamo a un tornante della storia’: Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, fa eco al premier Silvio Berlusconi, che gli siede accanto nella conferenza stampa, nello spiegare la necessità della manovra adottata martedì sera dal governo per far quadrato nella difesa dell’euro e dell’Europa”. Scrive IL CORRIERE DELLA SERA. “Un continente, dice, che ‘produce più debito che ricchezza, più deficit che Pil’ e la cui credibilità è stata messa a rischio dalla crisi nata sulla paura per i debiti sovrani. La priorità per tutti i Paesi è diventata ‘la riduzione del debito pubblico’, che si fa con la riduzione delle spese. Per un governo che vuole governare ‘è un dovere’ farlo, ha aggiunto Tremonti dicendosi convinto ‘di aver fatto la cosa giusta nel momento giusto’. I riscontri con la Commissione Ue, con l’Fmi e l’Ocse e anche con le società di rating, ‘sono positivi’, ha quindi affermato il ministro precisando una volta di più che il lavoro dell’esecutivo sulla manovra è stato collettivo e condiviso. ‘Una manovra di questa entità non può non farla il premier ‘ ha precisato. In ogni caso, ha proseguito, si tratta dell’anticipo di un impegno già preso nel dicembre scorso a Bruxelles per riportare il rapporto deficit-Pil sotto il 3%, precisamente a quota 2,7% a fine 2012. La manovra è da 24 miliardi ed ‘è strutturalissima’, non è cioè fatta di interventi tampone, ha quindi spiegato Tremonti, aggiungendo che si tratta di un ‘provvedimento complesso’ di 54 articoli divisi sostanzialmente in due parti. La prima per incentivare la competitività economica e la seconda per garantire la sostenibilità dei conti pubblici. Il gruppo di misure per lo sviluppo consiste in interventi ‘sperimentali’ che saranno definiti dopo la prova sul campo: si va dal ‘contratto di produttività’ alle ‘aree a burocrazia zero’, dalle ‘reti di imprese’ per facilitare anche l’accesso al credito alla ‘fiscalità di vantaggio’ per ‘il nostro Sud’ che vorrà dire zero Irap per i nuovi insediamenti produttivi. ‘Sarà difficile che l’Europa ci dica di no’ ha affermato Tremonti e sarà il ministro per le Politiche europee Andrea Ronchi, in partenza per Bruxelles, a perorare sin da subito la causa italiana per evitare di far cadere la misura sotto il divieto degli aiuti di Stato. Tutte le misure, inoltre, avranno il viatico di un premio fiscale, ha sottolineato Tremonti, che segnala anche l’ipotesi di una ‘dote fiscale’ per favorire il rientro dei cervelli e la possibilità per le aziende europee di insediarsi in Italia portandosi dietro la disciplina fiscale del Paese d’origine. Sulle misure dei tagli o dei risparmi di spesa Tremonti, come Berlusconi, ha sollecitato il senso di responsabilità di ministeri, enti e pubblico impiego. Bisogna guardare anche i risparmi non eclatanti ‘perché i grandi numeri si fanno anche con i piccoli numeri’. ‘Il presidente di un ente destinato all’accorpamento col ministero mi ha contestato in tempo reale la possibilità di fare risparmi su questa strada senza pensare a quelli derivanti dal non pagare più il suo compenso annuale di 100 mila euro e quello di 70 mila euro dei consiglieri’, ha detto. Quanto alla riduzione dei trasferimenti alle Regioni, contestata dai governatori, sono ‘consistenti ma non insostenibili’, ha spiegato Tremonti aggiungendo che ‘vi sono ampi margini di possibili risparmi, senza dover incidere sui costi dei servizi per i cittadini’. E infine il contributo chiesto a ministeri e pubblico impiego e la riduzione dei costi della politica. ‘La strada è quella giusta’ ha insistito Tremonti. E proprio ieri i presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, si sono incontrati assieme ai vicepresidenti e ai questori per individuare la via, non obbligata, dei risparmi: la soluzione dovrebbe essere il taglio di 1.000 euro lordi mensili sullo stipendio di ogni parlamentare, senza toccare però l’indennità vera e propria, che è quella tassata e su cui si calcolano le pensioni, ma incidendo sulle voci dei rimborsi telefonici, di quelli per la permanenza a Roma e per il pagamento dei collaboratori. Ci dovrebbero poi essere risparmi sugli stipendi dei dipendenti di Camera e Senato, sui trattamenti di quiescienza e su convegni e mostre, nonché (ma qui ci sono le maggiori resistenze) sui contributi ai gruppi parlamentari”.

 (red)

 

 

4. Manovra, le forbici di Tremonti nei consigli comunali

Roma -

“lla fine ce n’è pure per loro: consiglieri comunali e provinciali. L’ultima bozza della manovra 2011-2012, quella frutto dell’ultimo compromesso fra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, impone una pesante cura dimagrante ai loro compensi: non potranno guadagnare più di un quinto dei sindaci, e avranno un taglio delle indennità compresa fra il 3% (per Comuni e Province rispettivamente fino a 15mila e 500mila abitanti) e il 10% imposto agli eletti delle grandi città”. Lo scrive LA STAMPA. “Resta il gettone di presenza per i Comuni fino a mille abitanti, mentre i consiglieri circoscrizionali, d’ora in poi, dovranno compiere il servizio per la comunità gratuitamente. L’ultima versione della manovra conta 54 articoli in 146 pagine. L’impianto è quello che il ministro dell’Economia voleva: ci sono pesantissimi tagli agli enti locali, che si dovranno carico di circa la metà dei 24 miliardi di risparmi, c’è il taglio ai ministeri, la soppressione di ventisette enti inutili, l’accorpamento di altri, il blocco dei contratti pubblici per il prossimo triennio. La tracciabilità dei pagamenti è confermata a 5000 euro, così come è confermato un pacchetto anti-evasione. E’ confermato il nuovo sistema della ‘finestra mobile’ per accedere alla pensione: di fatto, ciascun lavoratore, dal momento della maturazione dei requisiti, dovrà attendere circa un anno per il pensionamento effettivo. ‘E’ una modifica strutturale’, spiegherà Tremonti in conferenza stampa. Un modo per dire che si è di fatto introdotto un ritocco dell’età pensionabile per tutti. Qua e là il premier ha comunque voluto e ottenuto diverse modifiche: il taglio alle retribuzioni degli alti gradi della pubblica amministrazione, ad esempio. Berlusconi l’avrebbe voluta eliminare, diversi ministri hanno dovuto fare i conti con lamentele d’ogni tipo. Cambia che ti ricambia, alla fine la soglia è così fissata: coloro i quali guadagnano oltre 90mila euro l’anno dovranno rinunciare al 5% della retribuzione eccedente, chi va oltre 150mila dovrà fare a meno del 10%. All’associazione nazionale dei magistrati la norma non va proprio giù. Ieri hanno scritto una lettera al Presidente della Repubblica per denunciare ‘allarme e preoccupazione’ per ‘la lesione’ della loro autonomia. Alla maggioranza invece proprio non piaceva la proposta di Tremonti di dimezzare i rimborsi elettorali ai partiti: un euro a voto. Ebbene, cambia che ti ricambia, alla fine il taglio sarà solo di dieci centesimi, il 10%. Se però la legislatura si interromperà prematuramente, non ci sarà più (come previsto fino a ieri) alcun rimborso ulteriore. Cambia anche la norma per ministri e parlamentari: inizialmente il taglio del 10% allo stipendio avrebbe dovuto essere previsto per tutti. Ma poiché nel frattempo Camera e Senato hanno invocato il rispetto della propria autonomia su come e quanto tagliare a deputati e senatori, la norma riguarderà solo i ministri che non hanno incarico parlamentare. La novità è invece per i collaboratori di tutti i ministri: anche loro subiranno un taglio ai compensi del 10%. Fra le novità dell’ultim’ora c’è una norma taglia-enti: quelli che ricevono finanziamenti pubblici, e che non daranno spiegazioni al ministero dell’Economia su come li spendono, resteranno a secco. Nell’allegato tre della manovra c’è una lista sterminata di soggetti: in tutto sono 227 e costano allo stato 300 milioni di euro l’anno. C’è il comitato ‘Un secolo di fumetto italiano’, l’’Associazione nazionale reduci garibaldini’, la ‘Società dalmata storia patria’. O ancora l’Unione giuristi cattolici italiani e il Centro di studi amalfitani. Dalla lista degli enti da scogliere escono invece Ice e Isfol. Quest’ultimo si dovrà però fondere con l’istituto di affari sociali”.

 (red)

 

 

5. Manovra, per i parlamentari sforbiciata da mille euro

Roma -

“Il fatidico numero, 1000 euro netti al mese, esce sulla ruota della Camera alle otto di sera, quando è da poco terminato il summit Fini-Schifani per il via libera formale ai tagli degli stipendi dei parlamentari. Un numero non ancora scritto nero su bianco: il comunicato finale del vertice si limita a enunciare le buone intenzioni, ma già tre ore prima, nel cortile di Montecitorio i 1000 euro sono ormai sulla bocca di tutti e i maldipancia si sprecano”. Questa la cronaca de LA STAMPA. “Per vedere decurtati i cedolini dei parlamentari bisognerà però aspettare che il decreto anticrisi sia convertito dalle Camere (c’è tempo fino al 25 luglio) e che sia confermato l’annunciato taglio del 10% ai dirigenti pubblici, ai ministeri e a ministri e sottosegretari. ‘Stiamo a vedere come va a finire - spiega il questore del Pd Gabriele Albonetti - e poi ci adegueremo in toto al dettato della legge. Per usare la metafora di Tremonti, paghiamo volentieri l’aperitivo, ma lo facciamo più volentieri dopo aver visto chi paga il pranzo’. Il prelievo dovrebbe essere misurato non sull’indennità (già tassata e base di calcolo della pensione) pari a circa 5 mila euro, bensì sugli altri 10 mila euro circa percepiti sotto le voci rimborsi per spese di viaggio, telefono, rapporto con il collegio e diaria. E così nelle casse dello Stato arriveranno circa 12 milioni di euro l’anno. In ogni caso i bilanci delle Camere e probabilmente anche del Quirinale dovranno soffrire tagli del 10% in tre anni. E i dolori non finiscono qui, perché si fa strada un’ipotesi più hard e cioè sommare al taglio dei 1000 euro pure un dimezzamento dei circa 4 mila euro di diaria, con la possibilità di un recupero totale per gli ‘stakanovisti’ che dimostrino di frequentare sempre le commissioni e l’aula. Una misura anti-assenteisti allo studio vista di buon occhio dai questori e da Schifani e Fini. Quest’ultimo, dopo aver debellato il fenomeno dei ‘pianisti’ con le impronte, vuole colpire tutti i furbi che firmano la presenza in commissione e poi se ne vanno senza prender parte ai lavori. Magari imponendo, come fa il Senato, un sistema di rilevazione delle presenze ai lavori in commissione. ‘Diciamo la verità - ammette Osvaldo Napoli, vicecapogruppo del Pdl - 1000 euro suonano bene, ci stanno tutti e i maldipancia ci sarebbero anche con 500 euro. Ma trovo anche scandaloso che l’Anm condanni i tagli come un attacco all’indipendenza della magistratura’. Eh sì, in questa partita c’è anche una guerra tra Caste, visto che i magistrati minacciano uno sciopero, mentre gli onorevoli possono solo limitarsi ai mugugni. Le spese delle Camere - dicono Fini e Schifani nella nota congiunta - ‘non sono eccessive’, visto che negli ultimi tre anni sono già state ridotte, ‘né improduttive’, ma ‘per senso di responsabilità’ ok ai tagli di spesa che riguarderanno gli stipendi dei parlamentari e del personale in servizio. Tremano dunque anche i tanti dirigenti delle due amministrazioni, con malumori non nascosti di quelli che guadagnano 90 mila euro e che considerano iniquo un prelievo del 10% anche per i colleghi più ricchi che prendono il doppio di loro. Ma non stanno tranquilli neanche i tesorieri dei partiti per un altro taglio ipotizzato dal governo, il 25% in meno ipotizzato per i rimborsi elettorali. E senza volersi esporre, gli onorevoli di tutti i colori fremono: i leghisti se la prendono con Calderoli che ha proposto per primo il taglio del 5%. Nel Pd fanno tutti finta che va bene così, ma nessuno è contento. E nel Pdl, finiani e berlusconiani doc vorrebbero l’abolizione di tutte le province per mettere in mora la Lega ‘costringendola a dire che quelle non si toccano, ma il Parlamento sì’”.

 (red)

 

 

6. Manovra, Berlusconi: Volevano farmi fuori

 Roma -

“‘C´è qualcuno che stavolta sta giocando davvero contro di me’. Trentasei ore vissute sull´onda dei sospetti. Ogni parola letta in controluce. E gli ‘alleati più leali’ che si rivelano ‘non più affidabili’. Per Silvio Berlusconi non si è trattato solo di discutere la manovra economica ‘più pesante della mia vita’, ma anche di rivedere la gerarchia delle alleanze. Di allontanare i sospetti del ‘complotto’. Riformulare le amicizie dentro il governo. A cominciare dal rapporto con il ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, e con la Lega di Umberto Bossi”. Questo il retroscena di Claudio Tito su LA REPUBBLICA. “E già, perché dietro ogni singola misura, si è giocato qualcosa di più di una semplice battaglia sui numeri. Come ha ripetuto ieri mattina lo stesso Cavaliere, ‘è stato messo in gioco il "berlusconismo"‘. E i protagonisti non sono stati solo il titolare del Tesoro e il sottosegretario Letta, Bossi e Gianfranco Fini. Secondo il premier, si sono improvvisamente attivate le lobby più potenti. Quei ‘poteri forti’ che hanno cercato di coagularsi intorno ai protagonisti della vicenda. ‘Per farmi fuori, per preparare un altro governo, per profilare un´emergenza nazionale’. L´ombra del "complotto", insomma, che ha innervosito il presidente del consiglio e che si è stesa persino sul "socio" più leale: il Senatur. Da tempo, del resto, molti ministri hanno seguito il braccio di ferro tra Letta e il capo del Tesoro, come la rappresentazione plastica di un duello più ampio. Con il sottosegretario spalleggiato dall´uomo forte della finanza, Cesare Geronzi, una parte della gerarchia ecclesiastica e dai giornali d´area che in questi giorni hanno infatti agitato lo spauracchio di un esecutivo tecnico. Con Tremonti, invece, sostenuto dalla Lega, da alcune banche del nord, da una parte della Finanza cattolica che nel mondo tremontiano ha le sembianze di Ettore Gotti Tedeschi, presidente del potentissimo Ior, e da settori del centrosinistra. Uno scontro nel quale Berlusconi ha sempre svolto la parte dell´arbitro, ma che ora teme di non poter più controllare. ‘Forse - è stata la sua riflessione - qualcuno pensa di poter cambiare la posta’. Infatti, nonostante l´armistizio firmato in extremis, il capo del governo è stato durissimo con il ministro dell´Economia. ‘Giulio - ha ripetuto anche ieri sera il Cavaliere - ha costruito la manovra come se volesse smentire tutto quello che ho fatto in questi anni’. Non solo. Tutti provvedimenti, a suo giudizio, sono stati concordati solo con i Lumbard, e in particolare con il ministro Roberto Calderoli, scatenando le ire di tutti gli altri dicasteri. Ma soprattutto il premier ha scorto un obiettivo ben preciso: ‘Hanno calcato la mano - si è lamentato - per mettere al riparo il federalismo fiscale. Pensano che l´Ue non accetterebbe la riforma federalista se prima non diamo garanzie sui conti. Ma i progetti della Lega non possono venire prima di tutto il resto’. Il suo dubbio, dunque, è che il pacchetto "tremontiano" contenga in sé una sorta di "tesoretto" da utilizzare proprio per il federalismo fiscale. Sospetti che il titolare di Via XX Settembre ha respinto con decisione. Lo ha fatto l´altro ieri nell´ufficio di Berlusconi a Palazzo Chigi e lo ha ripetuto ieri prima della conferenza stampa congiunta. ‘Senza un intervento rapido, salta tutto: mi sono mosso su una linea molto delicata. Dopo quel che è accaduto in Grecia, dovevamo dare un segnale ai mercati. Lo faccio per il bene di tutti. Il mio rigore non ha altre ragioni se non la stabilità finanziaria del Paese e il suo futuro’. Eppure nella cena di martedì sera a Via del Plebiscito, Berlusconi ha sentito parlare l´intero stato maggiore leghista solo ed esclusivamente di federalismo fiscale. Ha ascoltato il Senatur definirlo ‘un´occasione da non perdere’. Tant´è che proprio negli ultimi giorni ha provato ad accorciare le distanze con Fini. Una mossa tattica. Per frenare l´irruenza del Carroccio, ha rispolverato il ‘vecchio’ alleato. ‘Se fate così - è stata la mossa compiuta con Bossi - cosa dico a Fini?’. Ha persino incontrato l´odiato finiano Italo Bocchino e riesumato la commissione sui costi del federalismo suggerita dall´ex leader di An e che concluderà i lavori a fine giugno. Una sponda che stavolta Fini ha colto. Ma non per siglare la pace - ‘niente sarà più come prima’ - bensì per dimostrare di avere ragione quando si lamenta che ‘il governo è a trazione leghista’. Sta di fatto, che fino al ritorno di Napolitano in Italia le misure verranno ulteriormente limate. Il premier ha imposto di alzare il tetto per la tracciabilità, ha elevare la soglia per imporre la tassa del 10% sugli stipendi pubblici (sopra i 150 mila euro) e ha reclamato di rinviare la cancellazione delle province. Tutti emendamenti che Tremonti sta apportando al suo testo. In più, ha imposto al suo ministro le parole d´ordine con cui presentare la manovra: ‘non siamo in recessione’, ‘facciamo tutto per colpa della Grecia’, ‘le tasse le abbasseremo’. Ma il feeling tra i due sembra definitivamente rotto. E tutti se ne sono accorti martedì sera quando il Cavaliere, nella riunione a Via del Plebiscito, si è improvvisamente bloccato e lanciato un´occhiataccia di fuoco al ministro che gli sedeva accanto: ‘Giulio, perché scrivi quello che dico?’. ‘Mi segno le barzellette che racconti’”.

 (red)

 

 

7. Manovra, Bruxelles e Ocse approvano misure del governo

Roma -

“I vertici della Commissione Europea, due agenzie di rating, e l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: davanti a questi esaminatori internazionali l’Italia ha raccolto ieri i suoi primi voti dopo il varo della manovra finanziaria da 24 miliardi di euro. E sono voti positivi, anche se improntati a una logica cautela dato il breve tempo trascorso: il senso generale sta in un ‘bene, avanti così’”. Lo scrive il CORRIERE DELLA SERA. “Con un accento più convinto, nel caso delle istituzioni Ue; e più prudente nel caso dell’Ocse, che loda l’Italia, ormai ‘fuori dalla recessione’, per aver saputo contenere il deficit primario e aver generato ‘fiducia’ sui mercati, allontanando il contagio del malessere greco; ma poi le attribuisce ‘una ripresa ancora lenta’. ‘Il nostro obiettivo era dare un contributo alla credibilità dell’Eurozona’, chiosa il ministro del Tesoro Giulio Tremonti, raccogliendo il filo dei vari giudizi europei in una conferenza stampa. Da Bruxelles gli dà indirettamente ragione Amadeu Altafaj Tardiu, portavoce del commissario Ue agli affari economici emonetari Olli Rehn: quelle adottate da Roma, dice, sono ‘misure importanti che danno un notevole contributo alla credibilità della zona-euro’. E adesso ‘è importante che i Paesi con un alto debito accelerino il ritorno delle loro finanze pubbliche verso i parametri di Maastricht e del Patto di Stabilità’. Interrogato dai giornalisti italiani, il presidente della Commissione José Manuel Barroso ha precisato di non conoscere ancora nei dettagli le decisioni di Roma. Ma ‘vanno nella buona direzione: il presidente Berlusconi mi ha comunque informato delle sue intenzioni nel corso dell’incontro avuto con lui venerdì scorso. E noi salutiamo con favore gli sforzi che tutti stanno facendo per risanare i conti pubblici. Un’analisi dettagliata delle misure prese arriverà più tardi’. Fonti assai ben informate aggiungono qualcos’altro: Barroso, negli ultimi giorni, non solo ha manifestato apertamente (perfino in un’intervista) il suo sconcerto davanti alla freddezza tedesca nei confronti della Grecia e di altri Paesi in crisi, ma nello stesso tempo, quasi in controcanto, nelle riunioni ai vertici con i suoi collaboratori ha più volte lodato le posizioni italiane. Il 7 giugno, al Lussemburgo, vi sarà la riunione dei 27 ministri finanziari dell’Ecofin, e allora anche l’Italia riceverà una ‘pagella’ dalla Ue. Nell’attesa, vi sono però le agenzie di rating, che anticipano qualche altro giudizio: per Standard & Poor’s ‘le misure prese mettono le finanze pubbliche italiane su un binario più sostenibile ‘ , mentre Fitch parla di ‘un passo significativo verso il consolidamento fiscale’. Quanto all’Ocse, ammonisce l’Italia a tagliare ‘sostanzialmente’ la spesa pubblica anche nel 2011, perché le entrate future potrebbero non corrispondere alle previsioni. E indica quell’altra ombra sullo sfondo: ‘L’occupazione sta cadendo costantemente, senza chiari segnali di rallentamento, per ora’”.

 (red)

 

 

 8. Manovra, la bocciatura di Epifani: Sciopero generale

Roma -

“Iniqua, incostituzionale, insostenibile. L’elenco delle critiche è lungo e abbraccia sindacati e magistrati, statali e agricoltori, consumatori e medici del servizio pubblico”. Lo scrive il CORRIERE DELLA SERA. “I rettori sono arrabbiati, i presidenti degli enti di ricerca preoccupati e gli architetti ‘sconcertati’. I sindacati minacciano lo sciopero generale. Il centrosinistra attacca e, nel coro di ‘no’, spicca la voce di un pezzo grosso della maggioranza come il presidente della Lombardia. ‘La manovra non è sostenibile per le Regioni e non è equilibrata — denuncia Roberto Formigoni —. E mette a rischio pesantissimo il federalismo fiscale’. Lo sforzo richiesto rispetto ad altri comparti dello Stato è ‘abnorme’ e il ‘governatore’, che oggi sarà alla conferenza Stato-Regioni, chiede una ‘correzione dei pesi’ e fa sapere che le regioni non sono mai state ‘unite come in questo momento’. I magistrati sono in rivolta. Il sindacato delle toghe ha proclamato lo stato di agitazione contro misure ritenute ‘inaccettabili’ per il funzionamento del sistema giudiziario. Anche la Cgil fa rullare i tamburi di guerra. Guglielmo Epifani chiama in piazza per sabato 12 giugno i dipendenti del settore pubblico, statali e scuola. E annuncia che proporrà al direttivo uno sciopero generale di 4 ore, da attuarsi entro giugno. Il giudizio del segretario della Cgil, che porterà in Parlamento emendamenti firmati (così spera) anche da Cisl e Uil, è severo. Epifani parla di manovra ‘arrabattata’ e ‘depressiva’, che rischia di reprimere la crescita: ‘Se un cittadino guadagna un milione di euro non mette un centesimo, se invece fa l’infermiere o l’impiegato partecipa al sacrificio richiesto’. Luigi Angeletti, che pure parla di ‘manovra più equilibrata del solito’, si oppone al congelamento dei salari dei dipendenti pubblici: ‘Una cosa mostruosa, uno scambio perverso da regime comunista. Lo Stato fa finta di pagare e voi fate finta di lavorare’. Al contrario il segretario dell Cisl, Raffaele Bonanni, si dice ‘orgoglioso di aver influito sulla parte fiscale’ e contesta ‘l’ennesimo sciopero della Cgil’. Per Francesco Storace (La Destra) la manovra ‘è leghista’. E, dalla Cina, Pier Luigi Bersani descrive un Berlusconi impegnato fin qui a ‘raccontare favole’. I conti dell’Italia sono ‘fuori posto’, attacca il segretario del Pd. La manovra è ‘l’esito sbagliato di due anni di politiche sbagliate’ e, ancora una volta, ‘il prezzo sarà pagato dai redditi medio-bassi e dagli investimenti’. Nel Pd le tentazioni dialoganti non mancano. Enrico Letta apre al confronto, ma quando ieri ha riunito lo stato maggiore il giudizio negativo ha prevalso. Dario Franceschini denuncia il ‘maxi—condono’ e lamenta che, a pagare, sia solo un pezzo di società: pubblico impiego e lavoro dipendente. Sergio D’Antoni: ‘Il governo cancella il Sud dall’agenda nazionale’. Barbara Pollastrini: ‘Misure odiose che colpiscono le donne’. Ma i giudizi più aspri arrivano dall’Idv. Antonio Di Pietro stoppa le pulsioni bipartisan degli alleati (‘nessuna sponda’) e chiede le dimissioni del premier: ‘La cricca la fa franca’. Dal centro il leader dell’Api Francesco Rutelli condanna la ‘stangata della Lega sulla Capitale’ e Pier Ferdinando Casini, che pure ha chiari ‘i limiti’ della manovra, valuterà ‘con serietà e attenzione’ i provvedimenti”.

 (red)

 

 

9. Manovra, Bossi: Bergamo provincia non va toccata

Roma -

“Abolire solo le province sotto i 220 mila abitanti o abolirle tutte e 110? È su questo dilemma che si sta giocando un nuovo braccio di ferro nella maggioranza, dopo il varo della manovra. Da un lato il governo che annuncia il taglio di 9 enti, dall’altro i finiani che scrivono al ministro Tremonti invitandolo a sopprimere tutte le province, lasciando intendere di essere pronti a presentare in Parlamento modifiche che vanno in quella direzione”. Questa la cronaca del CORRIERE DELLA SERA. “In mezzo Umberto Bossi che dichiara: ‘Quella trovata è una giusta mediazione’. E arriva a minacciare sfracelli se il provvedimento si dovesse ampliare. ‘Ci sono alcune province che non sono toccabili. Se mi toccano la provincia di Bergamo dobbiamo fare la guerra civile’. Un inciso. Il Pdl, nel programma elettorale, ha inserito l’eliminazione di quel livello amministrativo. La Lega Nord, invece, è contraria. E questo spiegherebbe l’adozione di questa misura ‘ibrida’. In nottata poi nella riunione dei parlamentari del Pdl Tremonti avrebbe assicurato che nessuna Provincia sarà soppressa. In realtà, lo stesso ministero ha poi precisato che il decreto legge della manovra non determina di per sé la soppressione delle piccole Province, perché è necessario un successivo decreto ministeriale. In ogni caso, il tono del ragionamento bossiano non va giù a Osvaldo Napoli, vice capogruppo del Pdl a Montecitorio. ‘Sarebbe stato meglio - obietta - aspettare sei mesi, creare un tavolo per approfondire una razionalizzazione seria, perché i risparmi non si realizzano subito ma tra dieci anni. Il rischio, insomma, abolendo 9 su 110 Province, è suscitare un effetto boomerang’. L’impressione che si ricava, parlando con esponenti del Pdl, è che anche in questo caso abbia prevalso l’’asse del Nord’. Ed è appunto per questo motivo che si è aperto un nuovo fronte polemico nella maggioranza in vista della discussione parlamentare sulla manovra correttiva. Proprio per correggere questo sbilanciamento è partita dal giornale degli ex An, il Secolo d’Italia, l’iniziativa di inviare una lettera al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Nel testo redatto dal finano Enzo Raisi si dà atto a Tremonti di avere predisposto una serie di interventi per ridurre la spesa pubblica, ma lo si invita anche ad ‘avere il coraggio di andare fino in fondo e di inserire nel provvedimento l’abolizione di tutte le Province e gli enti collegati’. A partire da oggi, Raisi farà circolare il testo tra i deputati per raccogliere le firme a sostegno di questa iniziativa”.

 (red)

 

 

10. Crisi, la ricetta di Napolitano per l’Europa

 Roma -

“Il sogno dell’Europa non è sconfitto e l’euro non è in crisi ma l’Unione Europea ha bisogno di drastiche riforme per sanare la vulnerabilità economica e affinché ciò avvenga gli egoismi nazionali devono fare un passo indietro, anche quando appartengono agli Stati più ricchi: è questo il messaggio che il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, recapita ai leader dell’Ue pronunciando a Capitol Hill un discorso fondato sulla necessità di rafforzare l’Unione per rinsaldare il legame transatlantico”. Questa la cronaca de LA STAMPA. “Napolitano arriva al Congresso accolto da Nancy Pelosi, la presidente della Camera, che lo prende per mano accompagnandolo a firmare il libro degli ospiti e poi lo saluta come un ‘campione di democrazia’ che ‘fa il lavoro più bello del mondo’ trovandosi a rappresentare l’Italia. E’ proprio Pelosi, la prima italoamericana a ricoprire la terza carica dello Stato federale, che introduce Napolitano al parterre dei leader democratici e repubblicani nella Rotunda del Campidoglio. All’omaggio del Congresso, il presidente della Repubblica risponde con un discorso teso ad affrontare le preoccupazioni dell’America per un’Europa indebolita dalla crisi del debito che rischia di pregiudicare la ripresa globale. ‘L’Europa è al centro di perturbazioni monetarie e finanziarie che appaiono un prolungamento della crisi del 2008’ esordisce, dicendo ad alta voce quanto pensa la maggioranza dei presenti. La risposta che dà a tali timori è duplice: da un lato ‘l’euro non sta crollando perché l’Europa è impegnata a superare la crisi greca’ ma dall’altro ‘l’Europa deve fare di più, rafforzando l’integrazione’ per risolvere i problemi ovvero essersi trovata ‘senza strumenti validi davanti all’emergenza’. Da qui l’elenco, punto per punto, dell’agenda di riforme necessarie per l’Unione economica e monetaria con ‘un fondo di gestione delle crisi, una più efficace sorveglianza sul bilancio, un più stretto controllo sulla finanza pubblica degli Stati, un’Agenzia di rating europea e un consiglio per i rischi sistemici’. L’intenzione di Napolitano è di spingere l’Europa ad essere più integrata per avere un profilo alto nella riforma del sistema finanziario mondiale a cui Stati Uniti, G20 e Financial Stability Board (Fbs) stanno lavorando. In un Congresso immerso nel dibattito sulla riforma finanziaria le parole di Napolitano rassicurano sull’esistenza di una ricetta europea per contribuire alla stabilità finanziaria. Agli applausi, Napolitano risponde con un’analisi schietta delle debolezze Ue: ‘L’Europa deve fare un balzo in avanti sulla via dell’integrazione, gli squilibri esistenti sono la conseguenza del fatto che troppe leadership nazionali nell’ultimo decennio hanno resistito al maggiore coordinamento delle politiche’. Sono stati gli egoismi nazionali a indebolire l’Europa rendendola vulnerabile alle crisi sistemiche. ‘E’ giunto il momento di riconoscere che nessuno Stato nazionale, nemmeno i più forti o i più ricchi, potrà contare solo sulle proprie forze’ aggiunge, suggerendo un cammino attraverso riforme anche politiche, come la difesa comune, che ‘sposti l’equilibrio dell’Ue verso le componenti sovranazionali’. E’ questo il ‘sogno europeo’ che per Napolitano ‘non è finito né sconfitto’ ma costituisce ‘una necessità’ per consentire all’Ue di essere protagonista delle sfide del nuovo secolo a fianco degli Stati Uniti, rinsaldando i rapporti transatlantici. In tale cornice Napolitano parla dell’Italia come di un motore della spinta verso la maggiore integrazione perché si tratta di ‘Paese fondatore’ che sulla crisi greca ‘ha preso posizione a favore dell’impegno collettivo’ ed è ‘consapevole della necessità di uno sforzo serio per la riduzione il debito’ che ‘dal 2012 deve iniziare una curva discendente’. L’intento è rassicurare i mercati: ‘Sul debito abbiamo una situazione ben diversa da altri Paesi perché più della metà delle obbligazioni dello Stato è in mano alle famiglie che, al pari delle imprese, hanno un indebitamento inferiore alla media Ue’. Lasciato Capitol Hill, il Capo dello Stato ha pranzato con i giudici della Corte Suprema, visitando il Jeffereson Memorial prima del galà dei ‘Sons of Italy’ e della partenza per l’Italia”.

 (red)

 

 

11. Intercettazioni, intesa Pdl su cinque emendamenti

Roma -

“Cinque emendamenti, in parte già affidati al capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri, da presentare al Senato entro domani per correggere il tiro del ddl intercettazioni su giornalisti ed editori senza cedere nulla alle insistenti richieste provenienti dai magistrati e dagli investigatori”. Lo scrive il CORRIERE DELLA SERA. “La prima proposta di modifica ripristina la possibilità di pubblicare per riassunto gli atti di un procedimento non coperti da segreto così come era stato previsto alla Camera dal lodo Bongiorno. Il secondo emendamento specifica che le intercettazioni non sono mai pubblicabili mentre le ordinanze di custodia cautelare lo sono nella misura in cui la persona sottoposta alle indagini sia stata informata. Il terzo estende anche ai giornalisti non professionisti la causa di non punibilità per l’utilizzo di registrazioni effettuate senza il consenso degli interessati. Il quarto riduce di molto le sanzioni economiche previste per gli editori i cui giornali pubblicano arbitrariamente gli atti di un procedimento. Il quinto inserisce lo stalking tra i reati gravi (quelli per cui si possono fare le intercettazioni). Eppure la lista delle possibili modifiche al ddl Alfano in vista del dibattito in aula di lunedì 31 è più lunga. Lo hanno fatto presente i finiani Italo Bocchino e Andrea Augello che sono stati ricevuti a palazzo Grazioli dal presidente del Consiglio e hanno poi avuto modo di fare il punto con il ministro della Giustizia e con l’avvocato Niccolò Ghedini: ‘Siamo soddisfatti degli emendamenti sulla stampa, tuttavia il testo va corretto anche su alcune questioni che riguardano la lotta alla criminalità organizzata’, avverte il finiano Fabio Granata che chiede di non ostacolare le intercettazioni per i cosiddetti reati satellite (usura, estorsione, etc) e venga reso elastico il termine massimo per gli ascolti fissato in 75 giorni. E alla fine è arrivata anche la voce di Gaetano Pecorella (Pdl), presidente della commissione sui rifiuti: ‘Senza un largo uso delle intercettazioni, le indagini sui rifiuti non sono fattibili’. E lo stesso concetto viene espresso dal ministro Stefania Prestigiacomo (Ambiente) per le materie di sua competenza. A questo punto, però, Umberto Bossi mostra insofferenza: ‘A me piace un testo che passa senza far casino’. L’opposizione — mentre il ministro Alfano dice di ‘non vedere al momento nessuna ragione per mettere la fiducia’ — fa le prove sul campo per lo scontro che ci sarà lunedì. Sono durate sei ore, infatti, le votazioni che hanno dato il via al calendario dell’aula: tutti i senatori del Pd e dell’Idv (questi ultimi avevano un post it giallo sulla bocca con scritto ‘legge bavaglio’) hanno preso la parola uno dopo l’altro chiedendo il ritorno del testo in commissione”.

 (red)

 

 

12. Mafia, Grasso: Con le stragi influenzò la politica

Roma -

“‘Nel ‘93, Cosa nostra ebbe in subappalto una vera e propria strategia della tensione che ebbe nelle bombe di Roma, Milano e Firenze soltanto il suo momento più drammatico. Ma ci sono tanti altri episodi da ritirare fuori e rileggere insieme’. Nel giorno in cui il Csm lo conferma all´unanimità procuratore nazionale antimafia per altri quattro anni, Piero Grasso rilegge così, alla vigilia del diciassettesimo anniversario della strage dei Georogofili, quella tremenda stagione di sangue sulla quale oggi sembra timidamente alzarsi il velo che ha fino ad ora protetto gli uomini degli apparati istituzionali”. Lo scrive LA REPUBBLICA. “Agenti che, tra il ‘92 e il ‘94, furono in qualche modo partecipi dei piani di terrore la cui strategia - hanno sempre affermato le Procure titolari dei vari fascicoli di indagine - non fu certamente solo di Cosa nostra. Da segnalare, a questo proposito, che la polizia scientifica ha isolato il Dna di uno dei personaggi che partecipò al fallito attentato all´Addaura al giudice Giovanni Falcone. Il profilo genetico, che appartiene a un individuo di sesso maschile, è stato estratto dalla maschera da sub ritrovata nella borsa che conteneva l´esplosivo. Il 21 giugno si svolgerà un incidente probatorio per confrontare il Dna estratto con quello degli indagati. Davanti ai rappresentanti dell´associazione dei familiari delle vittime dei Georgofili, Grasso ha affermato che le stragi del ‘93 furono fatte, sostanzialmente, per spianare la strada a ‘nuove entità politiche’ nel momento in cui Tangentopoli aveva appena segnato la fine dei grandi partiti, dalla Dc al Psi. ‘L´attentato al patrimonio artistico e culturale dello Stato - ha spiegato il procuratore nazionale antimafia rispondendo alle domande degli studenti dei licei - assumeva una duplice finalità: orientare la situazione in atto in Sicilia verso una prospettiva indipendentista, sempre balzata fuori nei momenti critici della storia siciliana, e organizzare azioni criminose eclatanti che, sconvolgendo, avrebbero dato la possibilità ad un´entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l´intera situazione economica, politica, sociale, che veniva dalle macerie di Tangentopoli’. Ed ecco dunque, nel ‘94, venire fuori l´esperienza politica subito abortita di quella sorta di lega del sud, "Sicilia libera", pensata e voluta da un boss del calibro del corleonese di Leoluca Bagarella, e poi il debutto di Forza Italia che proprio in Sicilia vide nel suo primo club esponenti di Cosa nostra. Dal ‘92 era stata una lunga teoria di sangue, attentati eseguiti, annunciati, falliti: da Capaci a via D´Amelio, da via dei Georgofili al Velabro. ‘Certamente - ha detto ancora Grasso - Cosa nostra, attraverso queste azioni criminali ha inteso agevolare l´avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste. D´altro canto occorre dimostrare l´esistenza di un´intesa criminale con un soggetto anche politico in via di formazione, intenzionato a promuovere e sfruttare una situazione di grave perturbamento dell´ordine pubblico per la sua affermazione. Rimangono molte domande a cui bisogna dare risposta’. Risposte che, grazie anche ai nuovi spunti forniti di recente dal collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza e da Massimo Ciancimino, proprio in queste settimane stanno provando a dare le inchieste di Firenze e Caltanissetta, entrambe intenzionate a dare un nome e un volto a quegli 007 che entrambi hanno riconosciuto negli album fotografici finalmente forniti dai servizi segreti e che in quegli anni sarebbero spesso stati a fianco di Vito Ciancimino e dei boss di Cosa nostra. Circostanze sulle quali proprio ieri il Copasir ha voluto sentire il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari”.

 (red)

 

 

13. Crac Parmalat, in appello stangata su Tanzi

Roma -

“Calisto Tanzi condannato a dieci anni di carcere. E a un risarcimento da 100 milioni di euro. Dopo la sentenza di primo grado, anche la Corte d´appello di Milano lo ha confermato. È stato lui il principale artefice dell´immenso raggiro che i risparmiatori di mezzo mondo hanno dovuto subire comprando titoli e obbligazioni Parmalat. Perché dietro il nome della multinazionale del latte non c´era nient´altro che un ‘un grande bluff’ creato da Tanzi in una sorta di ‘delirio di onnipotenza’, come avevano scritto i giudici a dicembre dello scorso anno”. Lo scrive LA REPUBBLICA. “Ieri anche la seconda sezione d´appello, presieduta da Clotilde Maria Calia, ha sposato quella decisione, ma ha allargato le responsabilità dell´aggiotaggio, condannando a tre anni il consigliere indipendente Luciano Silingardi e a due anni e sei mesi l´ex responsabile di Parmalat Venezuela, Giovanni Bonici. Gli amministratori indipendenti erano stati assolti, perché, secondo i giudici di primo grado, non potevano avere una conoscenza a priori delle ‘cose segrete’ di Parmalat. Ora bisognerà attendere 50 giorni per leggere le motivazioni della nuova sentenza. Bonici, invece, era stato giudicato innocente perché pareva non aver preso ‘un dollaro in più quello che gli spettava’. Esce indenne dall´Appello, oltre ai due indipendenti Enrico Barachini e Paolo Sciumè, Bank of America, la banca statunitense dalla quale le parti civili speravano di ottenere il risarcimento del loro danno. Calisto Tanzi - che si è detto ‘sconcertato’ per quella che ha definito una ‘pena stellare’ - dovrà infatti restituire ai risparmiatori, circa 32 mila persone associate in un Comitato, un totale di circa 100 milioni di euro a titolo di provvisionale. Ma le casse dell´ex patron di Collecchio sono vuote. E quelle di Bank of America non si possono toccare, perché pur essendo prescritti un paio di episodi di possibile aggiotaggio, per il resto la banca non è mai stata giudicata a conoscenza dello stato di dissesto in cui versava il gruppo e soprattutto non ha mai contribuito a disinformare il mercato. La provvisionale è una novità, in quanto i giudici di primo grado l´avevano negata ‘sostenendo di non essere in grado di fare calcoli sui danni subiti dagli obbligazionisti’, ha spiegato ieri l´avvocato Carlo Federico Grosso, rappresentante dei risparmiatori danneggiati. Esultano dal canto loro in Bank of America: ‘Dopo oltre quattro anni è emerso chiaramente che nessuno dei nostri dipendenti era a conoscenza della frode di Parmalat’. Resta, invece, l´amaro in bocca agli avvocati di Tanzi. ‘La diversificazione e la frammentazione dei processi tra Milano e Parma hanno impedito la ricostruzione dei fatti e l´accertamento pieno della verità ma comunque ricorreremo in Cassazione’, ha commentato l´avvocato Giampiero Biancolella. Da domani inizia la corsa per evitare la prescrizione dei reati L´aggiotaggio andrà in scadenza nel giugno del 2011. Entro quella data la Cassazione dovrà scrivere la parola fine alle accuse iniziate nel 2003 dai pm Francesco Greco, Eugenio Fusco e Carlo Nocerino”.

 (red)

 

 

14. Rai, dal Cda nessuna decisione su Santoro

Roma -

“Il Consiglio di amministrazione Rai ieri ha approvato il bilancio 2009 con una perdita di 61,8 milioni di euro rispetto a un deficit tendenziale ad inizio anno di oltre 150 milioni di euro. Il documento presentato dal direttore generale Mauro Masi parla di ‘interventi incisivi decisi dall’azienda e che hanno riguardato contemporaneamente la razionalizzazione dei costi e delle spese e una più attenta gestione dei ricavi’”. Questa la cronaca del CORRIERE DELLA SERA. “L’obiettivo, come si sa, è il pareggio entro la fine del 2012. Ma ieri il Consiglio ha affrontato anche il nodo di Michele Santoro. Senza minimamente risolverlo. Prima una riflessione del presidente Paolo Garimberti: la Rai esce da questa storia con un’immagine messa in discussione, dall’esterno sembra un’azienda in balia dei conduttori....Poi, però, nessuna votazione. Semplicemente perché all’ordine del giorno non c’era alcun documento sul quale pronunciarsi. Soprattutto non c’è stata alcuna decisione. Solo una informativa, da parte del direttore generale Mauro Masi: ‘La trattativa va avanti’. Quindi nessuna sospensione, almeno per ora, nonostante le dichiarazioni del conduttore di ‘Annozero’. Obiezione del consigliere Nino Rizzo Nervo, centrosinistra: ‘Ma adesso qual è l’interesse della Rai a riprendere la trattativa?’. Masi avrebbe risposto col silenzio proprio per la riservatezza che, secondo Santoro, non c’è stata nei giorni scorsi. Altro nodo. Serena Dandini e il suo programma ‘Parla con me’. Masi ha intenzione di affidare, nel palinsesto autunnale, quattro seconde serate ai programmi prodotti dalla nuova struttura per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia (guidata da Giovanni Minoli). Secondo il direttore generale la soluzione migliore sarebbe collocarle su Raitre, sacrificando la Dandini e riducendola da quattro a una sola serata a settimana. Il direttore della rete Antonio di Bella ha risposto chiedendo il mantenimento secco del programma di satira. Secondo alcune voci che circolavano ieri, la soluzione potrebbe essere salomonica: due serate su Raitre, due su Raidue. Si sta lavorando ai palinsesti che dovrebbero essere votati giovedì 8 giugno. I consiglieri di centrosinistra, Nino Rizzo Nervo e Giorgio van Straten, polemizzano: nella relazione allega al bilancio si lodano gli ascolti della Dandini, tra il 10 e il 15%, che senso avrebbe ridurla? Alessio Butti, capogruppo Pdl in Vigilanza: ‘Mai chiesta la soppressione della Dandini, ma solo di aggiungere pluralismo’. Altra polemica quella sulla presenza di quattro consiglieri di centrodestra (Angelo Maria Petroni, Antonio Verro, Guglielmo Rositani e Alessio Gorla) nell’ufficio del viceministro Paolo Romani. ‘Il piano anti-Dandini è stato deciso lì al ministero’, accusa il Pd Paolo Gentiloni. Nota della Rai: falso, si è parlato solo del contratto di servizio. Ma dopo quella riunione ieri, alla Rai, circolava un nuovo, corposo pacchetto di nomine di area centrodestra da votare in uno dei prossimi Consigli di amministrazione: Guido Paglia alla presidenza Sipra, Giuliana del Bufalo al suo posto alla direzione Comunicazione, Giovanni Masotti alle Tribune politiche, Gianni Scipione Rossi a Rai News 24 al posto di Corradino Mineo, Roberto Rossetti al Gr Parlamento”.

 (red)

 

 

15. Istat: E’ emergenza giovani nell’Italia della crisi

Roma -

“Un paese più povero e più vecchio che tiene i figli adulti a casa e poi si scarica la coscienza chiamandoli ‘bamboccioni’. Un paese che sulla carta ha ‘agganciato la ripresa’, ma che nei fatti vive con meno occupati, meno reddito, più donne senza lavoro e più giovani senza arte né parte. È un´Italia in piena crisi quella che l´Istat tratteggia nel suo Rapporto annuale, e a dar retta allo slogan che lo presenta (‘dietro i numeri di oggi l´Italia del domani’) non c´è da stare molto allegri”. Lo scrive LA REPUBBLICA. “La statistica, infatti, mette in fila il deficit della crescita, quello dell´innovazione, dell´istruzione e della demografia e fa capire che la crisi parte da lontano. È vero che nei primi mesi di quest´anno c´è stato un ‘recupero di vitalità’ (piccole imprese ed export hanno permesso una crescita dello 0,5 per cento), ma lo stesso presidente dell´Istat Enrico Giovannini avverte che ‘ci sono forti rischi di instabilità’ e dal rapporto emerge che non stiamo investendo sul futuro. Il 2009 ha pesato sulle famiglie e più ancora sui giovani. C´è stata un perdita netta del reddito disponibile diminuito, in un solo anno, del 2,8 per cento. A voler tradurre la caduta in moneta, Giovannini stima che dal 2000 ad oggi la perdita procapite sia stata di 360 euro. Del resto l´Italia è il paese che negli ultimi due anni ha registrato la più alta caduta del Pil fra le maggiori economie europee (meno 6,3 per cento contro il meno 3,8 della Germania e il meno 1,7 della Francia). Meno soldi e meno consumi (in calo del 2,5 per cento) nonostante il resto dell´Europa pur faticosamente abbia mantenuto il segno più. Meno lavoro e più donne a casa: nelle situazione di crisi, si sa, un vecchio paese se la cava ‘tagliando’ le donne e i giovani e così è andata in Italia. Per il capofamiglia c´è stato il salvagente della cassa integrazione, ma per gli altri componenti, spesso precari, non c´è stata alternativa alla perdita del posto. La disoccupazione femminile, già alta, ha subito una nuova impennata: ora in Europa dietro a noi c´è solo Malta, visto che nella fascia d´età fra i 15 e i 64 anni lavora il 46,4 per cento delle donne. E a chi assicurava che dalla crisi si esce solo mettendo in moto il loro lavoro il paese ha risposto tagliando altri 105 mila posti. Ma a pagare lo scotto più alto della crisi sono stati ancora di più i giovani, quelli che sempre più spesso vivono in famiglia dopo i trent´anni non perché stanno bene con la mamma, ma perché non hanno i soldi per andarsene. È una categoria in netta crescita: quasi il 30 per cento degli italiani tra i 30 e i 34 anni abita con i genitori (quota triplicata negli ultimi 25 anni). L´Istat fa puntuali precisazioni e spezza una lancia a favore di questa generazione che vorrebbe fare da sola, ma non può. ‘Non chiamateli bamboccioni’ chiedono i ricercatori, ‘questa parola dovrebbe essere abrogata perché banalizza una situazione complessa’. Giovannini confessa la sua ‘forte preoccupazione’: per uscirne, avverte ‘bisogna investire di più nel capitale umano, nel lavoro, nell´università, scuola, formazione’. Invece è questa fascia d´età ad aver assorbito l´80 per cento dei tagli: fra i 18-29enni la disoccupazione è salita di tre punti, a quota 44 per cento. C´è una vera e propria melma che attanaglia due milioni di giovani, i cosiddetti ‘Neet’ (Not education, employment, training) ragazzi che non vanno a scuola, non lavorano, non fanno formazione. Sono loro, in fondo, il segno più evidente che nel paese c´è qualcosa che non va, qualsiasi lettura si voglia dare alla loro condizione. La generazione, tra l´altro, patisce la curva demografica: ‘L´Italia - spiega l´Istat - è il secondo paese più anziano d´Europa dopo la Germania. Il rapporto di dipendenza tra le persone in età inattiva (0-14 anni e 65 anni e più) e la popolazione che teoricamente si fa carico di sostenerle (15-64 anni) è passato dal 48 al 52 per cento in dieci anni’”.

 (red)

 

 

16. Corea del Sud, Seul vive con l’incubo dei missili

Roma -

“In una giornata di sole fresco, con migliaia di persone che osservano la primavera dalle rive verdi del fiume Han, la Corea del Sud scopre che la guerra contro il Nord inizia con l´ossessione collettiva di ripetere a chiunque, anche a uno sconosciuto in fila alla cassa del supermercato con venti pacchi di sale, che ‘non può succedere’”. Comincia così un lungo reportage de LA REPUBBLICA su Seul. “Seul finge una normalità che nessuno sente, e ogni abitante spera di essere il solo a trascorrere ore attaccato alla radio, a Internet, o davanti alla tivù. La parola guerra, per un naturale accordo, è bandita. Chi la pronuncia ottiene brevi scoppi di risa e un immediato congedo. Seul non è più, però, la capitale dell´ordinaria ambiguità, abituata a convivere serenamente con una florida pace senza pace che dura da cinquantasette anni. In due mesi tutto è cambiato. Il siluro del Nord che nel Mar Giallo ha ucciso 46 soldati sulla corvetta Cheonan, ha tradotto in un incubo la spensieratezza di una guerra senza guerra: non riuscire più a tornare indietro, non potersi fermare, sapendo che Pyongyang potrebbe scaricare oltre le ‘colline libere’ otto ordigni nucleari. Sessanta chilometri più in là anche la Corea del Nord avverte che il suo umiliante silenzio, le città deserte e la notte senza luci, segnalano uno spaventoso cambiamento. Nessuno sa quanto è accaduto, ma certi segreti essenziali possiedono un´energia misteriosa che li rende improvvisamente comuni, come se fossero noti a tutti e dal primo istante. Oltre un milione di soldati e riservisti, denutriti e preoccupati da giacche rotte che non rimangono più sulle loro spalle da bambini, conoscono il senso dell´ordine di andare a piedi verso la frontiera. Scorrono senza una parola lungo il trentottesimo parallelo, oltre i rotoli arrugginiti del filo spinato, come operai condannati a tappare il rivolo di una diga destinata a scoppiare. La goccia sospesa è la fine del regime e una folla di turisti della trincea, eccitati dalla prospettiva di farsi scattare una foto nello scontro, pagherebbe per vederla. Davanti al Muro di Berlino dell´Oriente, conteso relitto della Guerra Fredda schiacciato dal compito assurdo di riordinare il dominio contemporaneo del Pacifico, vigilano più comitive in vacanza che truppe in missione. È ormai chiaro che in questa miseria c´è il dramma di un conflitto definitivo che gli estranei si augurano e che i protagonisti non vogliono. Sarebbe però sbrigativo liquidare come una messinscena diplomatica il ritorno dello spettro della guerra nella penisola coreana. Il destino del regime di Kim Jong-il e della democrazia di Lee Myung-Bak, come la speranza di una riunificazione, non si decidono con il fuoco di una logora propaganda da Vietnam. Mentre il mondo aspetta di capire se resti all´Onu un residuo di efficacia, Seul e Pyongyang sono già profondamente scosse. Il Sud si ferma quando Hillary Clinton atterra nella capitale e il suo corteo raggiunge il palazzo del governo. Milioni di persone, nei caffè e nelle fermate del metrò, la seguono in diretta mentre parla assieme al ministro degli Esteri Yu Myung-Hwan. Applaudono e si abbracciano quando annuncia che ‘il nostro impegno sarà solido come una roccia’. I taxisti alzano il volume della radio. Centinaia di comizi, in vista delle amministrative del 2 giugno, grondano slogan contro il Nord e qualcuno brucia fotografie del "caro leader". Lee Myung-Bak riconosce che ‘non abbiamo visto il pericolo nascosto sotto i nostri piedi’, e la gente sembra assorta. ‘E noi - si chiede - cosa facciamo?’. Tutti concordano: ‘Se attaccassimo, vinceremmo in poche ore’. Tutti concludono: ‘Impossibile, sarebbe un massacro’. La svolta atomica del Nord, dopo i test del 2006 e del 2009, ha sconvolto il grande gioco coreano rendendo impossibile la fine della partita. Esclusa la soluzione militare, la televisione del Sud annuncia però le nuove mosse. Una flotta di sottomarini del Sud si è spinta verso le acque territoriali di Pyongyang e sta cacciando i sommergibili nemici, scomparsi dai radar tre giorni fa. Dopo Hillary Clinton, domani arriverà a Seul il premier cinese Wen Jiabao, e nel fine settimana il vertice sarà allargato al primo ministro giapponese Hatoyama. Il grande evento è però ‘la tempesta della verità’, come la definisce l´autista che propone di ‘dargli un´occhiata’: decine di vecchi megafoni, altoparlanti impolverati, tabelloni elettronici e due schermi ancora imballati, vengono collegati alla linea elettrica lungo il confine presidiato dai turisti del Sud e dai soldati del Nord. È un armamentario da Ddr, riesumato sei anni dopo l´ultima crisi e che riprende a "sparare" notizie occidentali sui nordcoreani frastornati di "propaganda asiatica". La Corea del Sud ha deciso che la sua "informazione democratica" è la sola arma schierabile contro l´esibizionismo nucleare dell´ultima monarchia comunista. Nella meraviglia generale, fuori volume, attaccano brani rock, un pezzo di Bob Dylan, Madonna e i Beatles. I tabelloni riassumono i numeri del trionfo economico di Seul (crescita al 5%, export più 33%) e quelli del disastro finanziario di Pyongyang, (80% della popolazione denutrita, sanità allo sfascio, mortalità infantile a tassi africani, stipendio medio 25 dollari). Sui due schermi passano i grattacieli illuminati della capitale a Sud, piatti colmi di costine di maiale, scaffali pieni di vestiti e ragazze sorridenti che corrono tra aiole fiorite. Radio ‘Voce della libertà’ riassume gli eventi delle ultime settimane e avverte che nelle prossime ore pioveranno sul Nord palloncini con foto e racconti del massacro sulla Cheonan. Peccato che dall´altra parte del mondo non ci sia nessuno a guardare e ad ascoltare, o quanto meno non la popolazione. Oltre la frontiera non si vede più nessuno, solo alberi e prati, e qualche poliziotto che tira il suo cane svogliato. Le "bombe di verità" sembrano però essere andate a segno. Kim Jong-il è un maestro nel trasformare la psicosi da accerchiamento in fedeltà, la sindrome da invasione in resistenza. Sono bastati pochi minuti di notizie del Sud e la tivù del Nord ha rilanciato l´allarme di ‘un´offensiva armata delle forze occidentali’. Rappresaglia immediata. Dopo la chiusura dello spazio aereo e di quello navale, sono state interrotte anche le strade che collegano le due parti. L´esercito ha bloccato l´accesso al distretto industriale di Kaesung, l´unico in cui Seul e Pyongyang collaboravano. I militari hanno impedito ai Tir del Sud di raggiungere gli stabilimenti del Nord e ai duemila operai sudcoreani è stato intimato di andarsene. Otto funzionari sono stati espulsi e la pulizia non è stata completata solo perché non tutti sono arrivati in tempo a fare le valige. Nell´ Industrial Park sorgono 110 imprese e lavorano 42 mila lavoratori del Nord. Non s´è detto cosa accadrà ai licenziati d´oltreconfine, "causa escalation". Un generale di Kim ha fatto capire che se i megafoni e gli schermi di Seul saranno spenti, la strada per Kaesung sarà riaperta. Con il sole, anche il silenzio è sceso sull´ultimo pezzo di totalitarismo comunista che Cina, Russia, Stati Uniti e Giappone, quando era il momento, si sono dimenticati di rendere presentabile. Un´eccitazione eccessiva è salita invece nel brandello di capitalismo consumista che nel frattempo è diventato la tredicesima potenza del pianeta. I locali di Seul, ieri notte, scoppiavano di gente decisa a non pensare a niente. Sono già tutti oltre, al trionfo del G20 di novembre che ‘spiegherà al mondo che la Corea del Sud comunque ha già vinto’. Qualcuno, per ammazzare il tempo, s´è inventato il tormentone del ‘caro leader presto estinto’. La domanda è: ‘Ma il siluro, lo ha lanciato o lo ha colpito?’. Risposta esatta doppia e inutile. ‘Perché sicuramente, forse, non può succedere’.

 (red)

 

 

17. Fisco, Lista Falciani un tesoro da 5,5 miliardi

Roma -

“Ora si sa: il tesoro italiano nascosto nella filiale svizzera della Hsbc ammonta a 6,9 miliardi di dollari (circa 5,65 miliardi di euro). Cifra notevole, considerando che è il frutto di appena 6.983 posizioni finanziarie tracciate nel giro di due anni, dall’1 gennaio 2005 al 31 dicembre 2006. Per rendere l’idea, è un tesoro che vale poco meno di un quarto della manovra appena varata dal governo”. Questa la cronaca de LA STAMPA. “La Guardia di Finanza sta procedendo rapidamente nell’analisi della lista Falciani. Sono i nomi italiani contenuti nella più vasta documentazione copiata dal tecnico informatico dell’Hsbc che di nome fa, appunto, Hervé Falciani. Il giro della lista ormai è noto: prima è stata acquisita alla Procura di Nizza, che indaga su un’ipotesi di riciclaggio. Poi, attraverso canali diplomatici, è stata consegnata a Italia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti. Ognuno interessato a stanare i suoi evasori fiscali. La banca, ovviamente, non ha gradito. Ma ormai è tardi. Il comando generale della Guardia di Finanza è al lavoro dal 19 maggio. ‘La lista - dicono fonti investigative - è uno specchio della realtà sociopolitica italiana’. Ed infatti la maggior parte dei nomi è costituita da imprenditori titolari di piccole e medie imprese del Centro-Nord (il 63% sono concentrate in Lombardia, l’11 % nel Lazio, il 7% in Piemonte, il 2% in Puglia). Si va dall’industria della plastica a quella del mobile. Ma non ci sono solo industriali, nell’elenco che avrebbe dovuto rimanere segreto. Nel dettaglio: il 51% sono imprenditori, il 14% professionisti, l’11% dirigenti d’azienda. C’è anche lo strano caso di un 15% di casalinghe, immediatamente saltato agli occhi. Un 4,5% di pensionati e un 2% di studenti. Nella lista ricorrono nomi di stilisti, musicisti, ballerini, attori e giornalisti famosi. Alcuni avrebbe già avuto disavventure col fisco. All’attenzione anche i nomi di alcuni diplomatici che lavorano per paesi stranieri. Le 6.936 posizioni finanziarie sono in realtà riferite a 5.728 contribuenti. Solo 133 sono persone giuridiche (società e associazioni). Tutte le altre sono persone fisiche. Fra queste, 132 italiani che alla Hsbc di Ginevra hanno depositi superiori ai 10 milioni di dollari Usa. Le prime verifiche fiscali partiranno la prossima settimana. Gli investigatori del reparto operazioni della Guardia di Finanza devono incrociare i dati dei correntisti con quelli dell’amministrazione finanziaria, quindi il sommerso con il dichiarato. Primo obiettivo: capire chi abbia usufruito dello scudo fiscale. Secondo: verificare se fra i titolari dei conti svizzeri ci siano in realtà dei prestanome. Terzo: trasmettere tutta la documentazione, dopo una prima scrematura, ai reparti operativi sul territorio. Lavoreranno coordinati dalle procure competenti. La caccia all’evasore è già cominciata. Chi ha aderito allo scudo fiscale è salvo. Chi non l’ha fatto rischia grosso. ‘In quel caso scatterebbero le nuove disposizioni - spiega l’ufficio studi del consiglio nazionale dei dottori commercialisti - il capitale all’estero sarebbe automaticamente considerato frutto di evasione fiscale. Spetterà al contribuente l’onore della prova, ovvero dimostrare che non è così’. Le multe possono arrivano fino al cento per cento dell’importo evaso. L’arresto può scattare quando l’evasione supera i 75 mila euro”.

 (red)

 

 

18. Banche, dalla Ue la tassa anticrac

Roma -

“Una nuova tassa per le banche affinché la stabilità finanziaria non sia più a carico dei soli cittadini. L’appuntamento è al G20 di Toronto, a fine giugno. In quell’occasione la Commissione Europea porterà la sua soluzione: un’imposta sugli istituti di credito attraverso cui finanziare una rete europea di fondi che eviti la destabilizzazione del sistema finanziario in caso di nuovi fallimenti bancari. Il commissario per il mercato Interno, Michel Barnier, lo dice a chiare lettere: ‘Non è accettabile che chi paga le tasse debba continuare a sostenere il pesante costo del salvataggio del settore bancario’”. Lo scrive LA STAMPA. “Meglio quindi adottare il principio già utilizzato nelle politiche ambientali, secondo cui ‘chi inquina paga’. Qui paga chi rischia di fallire: largo alla nuova tassa sul credito. Che non creerà però fondi anti-crac. ‘Credo che le banche debbano essere chiamate a a contribuire a un fondo progettato per gestire i fallimenti bancari, proteggere la stabilità finanziaria e limitare il contagio’. Ma, sottolinea il commissario, ‘non si tratta di un fondo di salvataggio’. Un punto fondamentale questo, per evitare ‘azzardi morali’. Questi fondi, sottolinea la Commissione, ‘non saranno delle polizze assicurative’ ma servono a facilitare un fallimento ‘ordinato’, aiutando il sistema ad ammortizzare l’eventuale crac. Nessun paracadute, insomma: ‘senza ambiguità’ la Commissione dice che ‘gli azionisti e i creditori non assicurati devono essere i primi ad affrontare le conseguenze di un fallimento bancario’. L’idea iniziale della Commissione era quella di creare un unico strumento paneuropeo che ‘apporterebbe chiari vantaggi’. Ostacoli politici e legali l’hanno resa ‘irrealistica’, inducendo Bruxelles a ripiegare su una rete di fondi con regole comuni. Per ora, solo princìpi generali. Non è nemmeno chiaro su cosa sarà applicata la tassa. Sul tavolo, tre opzioni: sugli attivi, sui passivi oppure sugli utili e i bonus. I fondi così alimentati serviranno ad esempio a finanziare le operazioni delle banche-ponte (che proseguono l’operatività di un istituto fallito), il trasferimento totale o parziale di attivi e passivi e la separazione della ‘bad bank’, quella con gli asset tossici, da quella risanata, con le relative spese amministrative. L’Ue richiede che le regole sull’uso dei fondi siano comuni, con la loro separazione dal bilancio nazionale e dedicati alla sola funzione anti-crisi. Tra le pressioni delle banche e i distinguo degli stati si aprirà il dibattito. La Francia vorrebbe che tali fondi partecipassero alla riduzione del deficit. Ieri è intervenuto anche il cancelliere dello scacchiere - ovvero il ministro dell’economia britannico - George Osborne, ha espresso apprezzamento per la tassa. Ma ha spiegato che ‘l’obiettivo è raccogliere denaro che sia utile e che sarà usato per le necessità generali di spesa’. Insomma, la discrezionalità sull’utilizzo del gettito deve essere in mano agli Stati. Entro ottobre saranno definiti i dettagli di questi strumenti anticrisi, all’inizio del 2011 arriverà il testo legislativo per i fondi che si inseriranno nel nuovo assetto di prevenzione e gestione della crisi allo studio di Bruxelles. Barnier ha anche annunciato che entro luglio presenterà una proposta per rendere obbligatoria la registrazione dei Credit default swap, i derivati che assicurano contro il fallimento di uno stato, ma troppo spesso usati a fini di speculazione. Per l’autunno prepara anche il giro di vite sulle vendite allo scoperto per dare ‘più efficacia’ a quanto già fatto in Germania”.

 (red)

 

 

19.Saviano, un libro lo attacca. A sinistra scoppia un caso

Roma -

“‘Eroe di carta’. Se a sinistra esisteva un tabù legato alla figura di Roberto Saviano, che impediva il levarsi di voci critiche contro di lui — perché l’antimafia è storicamente valore di sinistra o anche solo per opportunità e prudenza, considerato il suo enorme successo e la condizione di scrittore minacciato di morte dal clan dei Casalesi — se anzi, fino a ieri, la sinistra prendeva in automatico le sue difese quando da destra Saviano veniva attaccato, adesso quel tabù è infranto. Eccome”. Lo scrive il CORRIERE DELLA SERA. “Ci ha pensato Alessandro Dal Lago, sociologo dell’università di Genova, con un saggio pubblicato da manifestolibri: Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee. Sul fatto che autore ed editore appartengano al campo della sinistra non ci sono dubbi. E quella di Dal Lago è la più dura bocciatura di Gomorra letta finora. Argomentata, dotta, ricca di citazioni: un’esegesi dell’opera di Saviano, e anche del personaggio. ‘Una lettura assai critica’, la chiama Dal Lago. Per usare un eufemismo. Non si salva quasi nulla: condannato lo stile, l’impianto narrativo, l’uso di una prima persona che è di volta in volta io-narrante, io-autore e io-reale, e la confusione che questo genera nel lettore, utile a un processo di identificazione totale fra chi scrive e il pubblico, e quindi alla nascita dell’’eroe-scrittore’. Altrettanto severo l’esame su quanto è accaduto dopo l’uscita di Gomorra e la sfida lanciata da Saviano ai boss nel settembre 2006 a Casal di Principe: perché da allora Saviano è diventato un simbolo, il cavaliere che si batte contro il Male, icona perfetta in un Paese dove — dice Dal Lago— grazie a un altro Cavaliere, molto di ciò che succede, e anche l’agenda politica, ‘è tradotto in chiave di contrapposizione simbolica’. Insomma, Saviano (quasi) come Berlusconi? Nella società della comunicazione ‘il popolo esiste solo in quanto assiste, quando applaude lo spettacolo messo in scena’. A quel punto, che si tratti di Porta a Porta o Anno Zero, di Berlusconi o Saviano, fa poca differenza. ‘Il popolo oggi è berlusconiano per definizione— scrive Dal Lago —. Perché apprezza le proposte politiche del Cavaliere e perché si riconosce nella cultura che egli ha creato’. Ma di quella cultura anche Saviano è in qualche modo prodotto e artefice. Riassumendo: scrittore sopravvalutato, eroe di carta, portato alla semplificazione invece che a cimentarsi con la complessità, moralista, vanesio e nazional-mediale (evoluzione di nazional-popolare). Di fronte a un pamphlet tanto urticante come reagisce la sinistra? ‘In Italia — dice Luciano Violante — ci sono più destre e più sinistre. Ne esiste una che fa dell’antisistema la propria carta d’identità. Una sinistra iconoclasta, che quando vede un’effigie, un simbolo, gli si scaglia contro. Ricordo gli attacchi a Caselli quando indagava sulle Br... Per me Saviano fa un lavoro di straordinaria importanza e la beatificazione laica della quale è oggetto credo dia fastidio anche a lui’. Il filosofo Biagio de Giovanni, intervistato dal Corriere del Mezzogiorno che ha sollevato il caso-Dal Lago con un articolo del direttore Marco Demarco, va controcorrente: ‘Quello di Dal Lago è un atto liberatorio. Non sono in grado di condividerne la critica letteraria, però mi ha trasmesso un che di liberatorio rispetto al ruolo che Saviano si è dato di angelo vendicatore’. Ben vengano, dunque, le critiche a Saviano? Ritanna Armeni, giornalista, dice sì: ‘Ho firmato l’appello perché Casa Pound possa manifestare, figuriamoci se Dal Lago non deve dire ciò che pensa. Criticare è legittimo, e non credo che i pericoli che corre Saviano siano legati a chi critica i suoi lavori. Non facciamo di lui, che è scrittore emozionante e rappresenta lo spirito del tempo, un animale imbalsamato. Per il suo bene. E poi, se nessuno criticasse Saviano a sinistra, direbbero che la sinistra è stalinista...’. Marco Travaglio difende il diritto di critica con un distinguo: ‘Tutti possiamo e dobbiamo essere criticati. Ma non sono d’accordo quando si accusa uno come Saviano di fare il martire. Provino gli altri a vivere sotto scorta a 29 anni. Cosa vuol dire che fa il martire? Certe espressioni denotano insofferenza per i successi altrui’. Nando Dalla Chiesa un po’ se l’aspettava: ‘È accaduto altre volte. Ed è normale. Quando si diventa molto popolari, quando imeccanismi mediatici premiano qualcuno magari in modo sproporzionato rispetto ai meriti di altri, c’è chi dissacra. È la società dello spettacolo. Mi spiace, perché credo che certi attacchi a Saviano servano a colpire il movimento antimafia. Magari non quelli di Dal lago, che però arrivano a poca distanza da altri di Fede o Libero ‘. E ancora: ‘Forse ora Saviano è un po’ prigioniero di quel che gli è successo, forse non immaginava le conseguenze profonde dell’andare a casa dei boss a insultarli. Uno come Falcone lo sapeva. Disse: io combatto i mafiosi, ma rispetto le persone’. Certo, Falcone era lo Stato. Ruoli diversi. Ma anche Enrico Deaglio cita il magistrato ucciso: ‘Non scordiamo che fu accusato di essere prima donna’. Poi provoca: ‘Chi critica Saviano provi a scrivere un libro sulla camorra, a fare di meglio. E se Saviano lasciasse Mondadori, manifestolibri lo pubblicherebbe o no?’”.

 (red)

 

20. Fondazioni liriche, Bondi apre ai sovrintendenti

Roma -

“Senza stravolgere il senso dell’urgenza, il ministro è disposto a ammorbidire i due scogli maggiori sul decreto della lirica che verrà approvato a fine giugno, e cioè blocco del turn over e taglio dell’integrativo se in un anno non si chiude il contratto nazionale. Ma chiede ai sindacati, che incontrerà oggi, di cessare lo stato d’agitazione. Alla Scala però ce l’hanno anche con la dirigenza: in polemica con ‘l’atteggiamento provocatorio’ del teatro su questioni ‘tecnico-organizzative’ è stata annullata l’odierna prova aperta del balletto Trittico ’900 offerta alla città”. Questa la cronaca del CORRIERE DELLA SERA. “C’erano 12 sovrintendenti su 14 (mancavano Torino e Bari) all’incontro di ieri con Sandro Bondi. Più ‘federalisti’ di Bossi, ognuno parla una lingua diversa. La Fenice di Venezia: ‘Ogni Fondazione è diversa dall’altra’. Palermo: ‘I distinguo andranno fatti nella riforma e non nel decreto ‘ . Cagliari: ‘Non siamo uguali, veniamo da sei bilanci in pareggio’. Roma vola basso ma aspetta il rilancio con Muti: ‘Aperture importanti del ministro’. La Scala con Lissner giudica l’incontro ‘positivo’: ‘Il ministro è disponibile ad aprire il dibattito. Chiediamo un regolamento ad hoc, la situazione è difficile per tutti, però abbiamo una peculiarità per produttività, patrimonio disponibile e produttività’. Il ministero ha risposto: volete chiamarvi fuori? Va bene, però rinunciate ala sovvenzione statale. E si è tornati al punto di partenza. Nessuno ha chiesto di ritirare il decreto, come vuole la base dei lavoratori. Il presidente dei teatri Marco Tutino: ‘C’è stato un nostro forte richiamo al fatto che il decreto, in un contesto in cui possono venir tagliati 100 milioni dal fondo statale, diventi pleonastico per definizione, senza quelle risorse non si può fare alcuna riforma’. Dai primi di luglio, dopo il decreto, Bondi e sovrintendenti lavoreranno ai regolamenti che determineranno la vita dei singoli teatri. ‘Cosa sta succedendo nel vostro Paese?’, chiede il regista Nicolas Joel, da un anno a capo dell’Opéra di Parigi. Teatro con un leggero passivo, le risorse private per la crisi sono scese a 7 milioni e mezzo, ma il confronto con l’Italia è impietoso per produttività e spesa. Le due sale, Bastille per la lirica e Palais Garnier per la danza, piene per l’89 e per il 98 per cento della capienza; in totale 800 mila spettatori a stagione (a Roma 179 mila). Autofinanziamento: 44 per cento a Parigi, 16.86 a Roma, ma a Milano è al 60. A Parigi 358 spettacoli sono così ripartiti: 183 recite d’opera, 171 di balletti, 4 concerti sinfonici. In Italia la media delle recite d’opera è di circa 70 l’anno. Alla Scala, il nostro modello virtuoso, 110 recite, e nella prossima stagione figurano 14 titoli; ma a Parigi sono 19 (più 14 balletti), al 70% si tratta di nuovi allestimenti. All’Opéra il budget, in pareggio, è di 180 milioni: lo Stato ne dà 105 (l’Italia ne dà 240 alle 14 Fondazioni). C’è certezza di finanziamento: il governo francese ogni anno aumenta dell’1,2 per cento il proprio contributo. Dal botteghino ne arrivano 50 (a Roma sono 5). Il costo del personale da noi supera il 70 per cento del budget, a Parigi assorbe il 45 per cento. Stipendi: a Parigi, a 45 anni con 15 anni di anzianità si prende 4000 euro su 13 mensilità, cifra più alta che in Italia, ma i compensi finiscono lì, non esistono integrativi e altre indennità. Nemmeno gli scioperi”.

 (red)

Prima Pagina 27 maggio 2010

Evasione? Lotta dello Stato (a quanto pare). Ma lo "scudo fiscale"...