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La Borsa che succhia il sangue della gente

I telegiornali di ieri sera hanno aperto, quasi tutti, con dei toni a dir poco trionfalistici in merito a un generale rialzo delle Borse europee: "Milano trascinata dagli istituti di credito, chiude a + 4.5%", per esempio.

Come se la cosa importasse i telespettatori per qualche motivo preciso. Come se la maggior parte dei telespettatori capisse davvero il significato di tale annuncio. Significato reale, tangibile, intendo.

Basterebbe riflettere, non più di qualche minuto, e chiedersi: come mai, se le Borse salgono, industrie e imprese quotate vanno male? Come mai non si avvertono segnali nell'economia reale di queste - ormai episodiche - risalite delle Borse?

Il motivo è in realtà molto semplice: a meno di non far parte del "parco buoi", ovvero di quei piccoli risparmiatori che decidono di scommettere sulla salita delle proprie azioni in questa o quella azienda e che, dagli anni Ottanta/Novanta in poi, vivono una lenta agonia dei propri soldi investiti (poveretti anche quelli che hanno investito tutto il Tfr nei fondi pensione...) per tutti gli altri, le Borse non rappresentano qualcosa di utile o meno, in generale.

In realtà, ma questo la maggior parte della gente non lo sa, la Borsa, per come è concepita oggi e da qualche decennio, è un meccanismo che non aiuta l'economia, quanto un meccanismo che dall'economia reale succhia denaro per creare dividendi ai redditieri.

La cosa è (sarebbe dovuta essere) molto semplice: ho del denaro da investire dunque scelgo di investirlo in una azienda quotata in Borsa nella quale credo. Ovvero, credo che tra un po' l'azienda sulla quale ho puntato valga più di adesso, magari perché produce qualcosa di utile, e dunque il suo valore in Borsa salirà. Ragionamento che si può contestare, certo, ma che alla radice ha pur sempre un criterio razionale: sostengo una azienda in modo che crei valore, lavoro, stipendi. Sono un "azionista" di quella o questa azienda.

In realtà non è così: difficile che un "risparmiatore" decida in prima persona dove investire e lo faccia con il criterio di sostenere una azienda in particolare. Molto più spesso si affida a "esperti", che piazzano denaro del cliente qua e là, con il solo criterio di "fare soldi". E neanche dannandosi troppo, visto che le commissioni di "gestione", che l'azionista perda o vinca al grande gioco, le intasca ugualmente.

Il tutto si incrina però ancora di più da quando le aziende, pur di versare dividendi altissimi, e malgrado la produzione in calo, fanno salire artificialmente il valore delle azioni. Per esempio con l'acquisto di azioni proprie. O con altri meccanismi che abbiamo visto, proprio sul nostro mensile, nel corso di tutto il 2009. Cose che non hanno alcuna relazione con i profitti propri reali, che infatti sono in calo. 

A grandi spanne - eppure non troppo distanti dalla realtà - soprattutto le grandi Banche, i fondi di investimento e le assicurazioni (tanto per citare ciò che avviene in Usa) drenano attualmente per sé il 40% dei profitti generali - tutti ottenuti con meccanismi completamente differenti e decisamente opinabili, da quelli che si vorrebbe fossero attuati in Borsa - contro un 10% circa che accaparrava negli anni Ottanta. Nulla, di tutto questo, però, interessa l'economia reale.

Tornando alla domanda di prima, ovvero al motivo per il quale dovremmo interessarci a una notizia del genere, il punto è presto centrato: a tutte le aziende non quotate in Borsa, a tutto l'artigianato, alle piccole attività, al lavoro in generale, impiegatizio o altro, non genera alcun interesse, né dirette conseguenze, quanto avviene in Borsa.

Non fosse che nel caso, all'opposto, e che talvolta accade, in cui succede un fenomeno esattamente speculare - ma negativo: un rialzo di Borsa che magari fa schizzare in alto le azioni di qualche grande gruppo. Esempio: l'azienda X taglia duemila posti di lavoro, e le sue azioni salgono, perché, per i mercati borsistici, quando una azienda taglia posti di lavoro significa che risparmia denaro. Denaro da dividere tra i propri azionisti. Basterebbe questo, in un mondo normale, per far chiudere la baracca.

Il risultato, come si vede, è comunque in perdita, per la vita reale. Perché se le Borse salgono significa che le aziende quotate stanno lucrando in qualche modo sull'economia reale. Se le Borse calano, gli effetti di tale calo vengono pagati - come ti sbagli? - dall'economia reale, che "deve" intervenire per salvare le Borse (Banche ecc).

In sostanza, l'economia reale non ha nulla da spartire con la Borsa, ma ne viene invece depredata.

Non vi è alcun motivo per rallegrarsi, dunque, per la grande maggioranza della gente comune, sia se la Borsa sale, sia se la Borsa scende. Né ve ne sarebbe per i media, se fossero appunto al servizio del cittadino e non delle grandi aziende che li posseggono. A pagare, infatti, è sempre l'economia reale. Cioè noi. 

Da tenere a mente, ogni volta in cui si legge qualche notizia "sulla Borsa". A meno di non essere dei "rentiers", ovvero, se attori di Borsa, dei predatori dei popoli e della gente comune. Ma questo è altro discorso.

Valerio Lo Monaco

Secondo i quotidiani del 28/05/2010

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