Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 28/05/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: ‘Il premier cita Mussolini: Non ho potere’. Editoriale di Dario Di Vico: ‘La linea di frattura’. Di spalla: ‘Marcegaglia: bene i tagli ma ora riforme strutturali’. A centro pagina: ‘I conti del ‘povero’ Tanzi’ e ‘Mou, il traditore speciale’. In taglio medio: ‘Inchiesta su Finmeccanica: ‘Fondi nei all’estero’’ e ‘Obama non dice più ‘guerra al terrorismo’’. A fondo pagina: ‘La grande fuga dei dirigenti pubblici’. Nei richiami: ‘Nuove proposte nel delitto Claps: chiesto l’arresto di Restivo’, ‘Niente politici sul palco a Bologna: ‘Basta fischi’’.

 

LA REPUBBLICA - In apertura: ‘Berlusconi: ‘Non ho poteri’’. Editoriale di Adriano Sofri: ‘Perché Saviano non è un eroe di carta’. Di spalla: ‘’Mafia e stragi, ora il premier non può più tacere’’ e il retroscena di Attilio Bolzoni: ‘Da Palermo a Reggio, la paura delle bombe’. Al centro: ‘Il D-day dell’iPad è arrivato, una tavoletta ci cambierà la vita’. In taglio medio: ‘La procura indaga su Finmeccanica’. In due box: ‘Il grande freddo tra Emma e Silvio’ e ‘La guerra di Bossi per salvare le province’. In un richiamo: ‘Marea nera, la Bp ci riprova ma la falla rimane’. A fondo pagina, ‘L’esercito dei falsi medici’.

LA STAMPA - In apertura le parole di Emma Marcegaglia all’assemblea di Confindustria: ‘‘Manovra ok, ma non basta’’. Di spalla, l’editoriale di Luca Ricolfi: ‘Quella misure che colpiscono alla cieca’. Sempre sul tema, un’intervista all’economista Attali: ‘‘Solo L’Europa può salvarci’’. In un richiamo, il discorso del premier sui poteri del governo: ‘E il Cavaliere citò il Duce’. In taglio medio: ‘Fondi neri, indagini su Finmeccanica’. In alto a destra, una lettera del ministro Mariastella Gelmini: ‘La scuola non tema le novità’. In un box: ‘Il Viminale ritira la scorta all’Italia’. A centro pagina, reportage di Lucia Annunziata da Ramallah: ‘Dall’Intifada alla finanza’. Nei tre richiami in alto: ‘Giallo a New Delhi: Proiettili nascosti, tre italiani in cella’, ‘La marea nera: ‘Falla ancora aperta’, e Obama attacca’ e ‘Apple-Microsoft, il tramonto del pc’. In basso il ‘Buongiorno’ di Massimo Gramellini: ‘Il provinciale’.

IL GIORNALE - In apertura: ‘Berlusconi: Non conto niente’. Di spalla, l’editoriale del direttore Vittorio Feltri: ‘L’omicidio Tobagi e quell’odio nato in redazione’. Nella La foto è dedicata alla leader di Confindustria: ‘La Marcegaglia predica bene, ma...’. Il catenaccio spiega: ‘Il presidente degli industriali invoca ‘responsabilità’ sui conti. Eppure nel suo giornale fa il contrario’. In taglio medio: ‘Dagli stipendi alle auto blu, tutte le furbate anti tagli’. In un richiamo, una lettera del ministro Gianfranco Rotondi: ‘Il funerale di zia Maria e gli ultrà anti-politica’. A fondo pagina: ‘Basta scollature, la Melandri abbottona la tv’. In un box, l’intervista a Terry De Nicolò: ‘‘Così mi ha molestata il colonnello della D’Addario’’.

IL MESSAGGERO - In apertura: ‘Marcegaglia: ora le riforme’. L’editoriale è di Paolo Pombeni: ‘Le risposte strutturali che il Paese deve avere’. In taglio alto: ‘Statali, la buonuscita sarà a rate. Province abolite, poi la retromarcia’ e ‘Il premier cita Mussolini: non ho potere, i gerarchi sì’. A centro pagina: ‘Il caso Mokbell investe Finmeccanica: si indaga su un conto segreto all’estero’ e in un box: ‘Liberato a Roma il finanziere turco rapito per un riscatto da 25 miliardi’. Nella foto, spazio al calcio mercato: ‘Adriano, sì alla Roma: nell’intesa multe salate se non si allenerà’. A fondo pagina: ‘Ecco l’iPad, genio multimediale’ e ‘Apre il Maxxi, fischi a Bondi’.

IL TEMPO - In apertura, un riferimento alla manovra: ‘Il conto alla romana’. Di spalla, il commento di Marlowe: ‘La capitale può farcela se non spreca’. Sempre sul tema: ‘La ‘cura’Polverini: chiusi i piccoli ospedali’. Nella foto, che ritrae il premier ed Emma Marcegaglia: ‘Berlusconi: ‘Io non ho poteri, i gerarchi sì’ e ‘Marcegaglia sostiene Tremonti’. A fondo pagina: ‘Scaricabarile sulle bancarelle’. In un richiamo: ‘Preso Adriano: ‘Ricomincio da Roma’’.

LIBERO - In apertura: ‘I parassiti scampati ai tagli’. L’editoriale è del direttore Maurizio Belpietro: ‘Nello sprecare ricchezza nessuno ci batte’. Di spalla, ‘Silvio fa il politico tra gli imprenditori’. Sempre di spalla, ‘Ho terrore dell’Italia come l’aveva Tobagi’, di Giampaolo Pansa e ‘I rom ci tirano le pietre, Amnesty attacca noi’. Nella vignetta a centro pagina, che ritrae il volto Berlusconi sul corpo del Duce: ‘Mi sento come Mussolini’. A centro pagina, ‘A processo il sexy sindaco di Prodi’ e in un richiamo: ‘Tarantini torna al lavoro: ‘Non arrivo a fine mese’’. A fondo pagina, la rubrica di Filippo Facci ‘Appunto’: ‘Dov’era rimasto’.

L’UNITÀ - In apertura: ‘Lo schiaffo di Emma’. In un richiamo: ‘Berlusconi invoca Marcegaglia ministro, silenzio in sala. Il presidente: abbiamo perso 700mila posti di lavoro’ L’editoriale è di Loretta Napoleoni: ‘Quel gelo in sala’. Nell’altro richiamo: ‘Il premier come il Duce. Cita Mussolini a Parigi: ‘Non ho poteri...’. Marcia indietro sul taglio delle province, sicuri i pedaggi dei raccordi autostradali’. A fondo pagina: ‘Felice Casson: ‘Su Favata il premier deve parlare’’ e ‘Afghanista, ritorsione italiana dopo l’uccisione di due alpini’.

 (red)

 

 

2. Manovra, l’ok di Marcegaglia: Ma ora serve lo sviluppo

Roma - “Promuove la manovra varata dal governo e basata sul rigore del ministro del Tesoro, ‘anche perché contiene misure che Confindustria chiede da tempo’, ma dall’esecutivo di Silvio Berlusconi vuole ‘interventi strutturali per tagliare la spesa’ e riforme ‘per rilanciare lo sviluppo e la crescita’. E al sindacato e a tutte le sigle associative propone un patto per la crescita”, scrive il CORRIERE DELLA SERA. “‘Serve una grande Assise delle imprese e del lavoro, incontriamoci subito, entro l’estate’. Emma Marcegaglia misura le parole e legge le 42 cartelle della relazione per l’assemblea annuale di Confindustria lasciando poco spazio all’improvvisazione. L’appello all’unità segue l’invito fatto in apertura dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un messaggio video registrato essendo dovuto partire all’improvviso per Washington chiamato da Barack Obama. ‘L’Italia può crescere solo tutta insieme - ha detto il capo dello Stato - sono vicino ai valori che voi rappresentate e sono per la condivisione su obiettivi e linee da perseguire’. Al governo il leader degli imprenditori riconosce di aver saputo frenare il disavanzo pubblico, di aver varato una finanziaria ‘corretta per rallentare la spesa e arginare l’evasione’, di aver avuto un ruolo positivo nella gestione della crisi dell’euro - prosegue il giornale di via Solferino -. E la riforma dell’Università ‘seppur timida, va nella giusta direzione, è essenziale che in Parlamento non venga smontata’. Ma sono le uniche concessioni fatte al governo Berlusconi. Per il resto è prevalsa una critica decisa e documentata che allontana i crescenti sospetti di una sorta di ‘collateralismo’ con il governo culminato con l’offerta alla Marcegaglia, rifiutata, di succedere alla poltrona dell’ex ministro Scajola. Nelle 42 cartelle interrotte da 37 applausi, sono molti i passaggi ruvidi. Come quando denuncia ‘una vera e propria allergia al mercato’ contro le liberalizzazioni mancate che continuano a penalizzare il Paese. ‘Se governo e maggioranza persistono in questa marcia indietro nel commercio e nelle professioni sarà opposizione dura’. La Marcegaglia incassa un applauso scrosciante di tre minuti quando, poco dopo, se la prende con la politica e le rendite: ‘Diciamolo chiaro, la politica dà occupazione a troppa gente in Italia, ed è l’unico settore che non conosce né crisi né cassa integrazione’. L’ingerenza della politica viene denunciata in più passaggi. Quando ricorda che ‘il numero di consorzi o società controllate da enti pubblici è cresciuto del 5,2% solo nel 2009’. O quando dice che ‘le poltrone, in quelle società , sfiorano quota 25.000’. La Marcegaglia – prosegue il Corriere - cita un rapporto della Banca d’Italia nel quale si dimostra che una decisa politica di liberalizzazione nei settori meno esposti alla concorrenza ‘potrebbe generare una aumento del Pil dell’11% e dei salari reali del 12%’. L’invito al patto per la crescita, fatto nel finale, è rivolto soprattutto alla Cgil. ‘Non vogliamo contrapposizioni, sentirci a distanza non basta più’. Il segretario Cgil Guglielmo Epifani si dice ‘disponibile al dialogo’ mentre per Raffaele Bonanni (Cisl) ‘questa è la miglior proposta mai fatta da Emma’. Anche il presidente della Fiat John Elkann ha apprezzato. ‘E’ stato molto importante spiegare — ha detto— che bisogna passare dalle divisioni alle condivisioni’”. (red)

 

 

3. Manovra, la contrarietà di Ricolfi: Colpisce alla cieca

Roma -

“Non c'è manovra finanziaria varata da un governo, di destra o di sinistra, che non venga accusata di iniquità. I tagli di spesa e le misure anti-evasione, ripetiamo ogni volta, non sono selettive, colpiscono alla cieca, e quindi sono fondamentalmente ingiuste e inefficaci. Sì, è vero, e questa manovra non fa eccezione”. Lo scrive l’economista Luca Ricolfi sulla STAMPA. “Ma vogliamo chiederci perché? A mio parere ci sono due ragioni distinte per cui le cose vanno così. La prima ragione ha a che fare con il tempo. I nostri politici sono abituati a varare le manovre finanziarie in poche settimane, avendo chiara soltanto l’entità della correzione da effettuare. Ma la stragrande maggioranza delle misure di cui da anni e anni si discute, a partire da quelle di riduzione degli sprechi, per essere efficaci richiedono un tempo di preparazione enormemente superiore a quello che i politici si danno. Da alcuni anni mi occupo di sprechi nella Pubblica amministrazione, e vi posso assicurare che per costruire un indice di ‘virtuosità’ o di efficienza delle Regioni, dei Comuni, degli atenei, delle Asl o dei tribunali ci vuole un lavoro enorme. Bisogna raccogliere i dati di base secondo schemi uniformi, bisogna essere in grado di riceverli tempestivamente (anziché con 2-3 anni di ritardo), bisogna costruire dei modelli matematico-statistici per analizzarli, bisogna discutere a fondo con utenti ed amministratori per capire i problemi anche in modo qualitativo, dal vivo e dall’interno. In breve - argomenta Ricolfi - ci vuole un’infrastruttura di conoscenza molto analitica, molto dettagliata, molto precisa. E per produrre una simile infrastruttura ci vuole tempo, parecchio tempo, diciamo almeno due anni. Un ceto politico consapevole di questo, un paio di anni prima delle elezioni comincerebbe a preparare decine di dossier e di piani di intervento per mettersi in condizione, una volta al governo, di realizzare le cose che promette in campagna elettorale. Invece non solo questo non accade prima, ma non accade nemmeno dopo la vittoria elettorale. Nonostante il fatto che di federalismo, di lotta agli sprechi e all’evasione fiscale si parli ormai da almeno quindici anni, e a dispetto dell’impegno di piccoli gruppi di amministratori e di studiosi, l’infrastruttura di conoscenza necessaria per governare il fisco e ridurre gli sprechi oggi in Italia non esiste. E quando la conoscenza di dettaglio manca, è impossibile fare interventi davvero mirati, selettivi, chirurgici. Scattano i cosiddetti ‘tagli lineari’: tot per cento sui ministeri, tot per cento sui Comuni, tot per cento sulle Regioni, tot per cento sui parlamentari. E’ come curare un tumore con la chemioterapia: si colpisce tutto l'organismo, e quindi anche il tumore. Di qui la sensazione di iniquità. Le parti sane dell’organismo sociale - prosegue l’economista - non capiscono perché vengono colpite, e la loro giusta protesta si mescola alle lamentele di chi vuole solo conservare privilegi, o non ha la minima intenzione di abbandonare i propri vizi, o non è disposto a fare alcun sacrificio per il bene comune. E la manovra rivela la tipica struttura di tutte le manovre affrettate: i provvedimenti più ragionevoli (come i sacrifici richiesti alla politica) sono i meno capaci di generare risparmi, i provvedimenti più capaci di generare risparmi (come i tagli generalizzati ai bilanci di Regioni e Comuni) sono i più irragionevoli. C’è però anche una seconda ragione per cui la manovra appare iniqua. Ed è che essa non solo non fa quello che, anche volendo, non potrebbe comunque fare per mancanza di progetti dettagliati, ma non fa nemmeno quello che sarebbe alla sua portata con le poche informazioni di cui già disponiamo. Mi spiego con un esempio: per eliminare le storture di ogni singolo territorio (sprechi ed evasione fiscale) ci vorrebbe uno studio ultra-analitico, comune per comune e servizio per servizio, che al momento non c’è. Ma per territori sufficientemente vasti (Regioni e Province) i dati ci sono. Noi sappiamo già, con notevole precisione, quali sono i territori che evadono e sprecano di più. Ci sono studi dell’Agenzia delle entrate, ci sono lavori di università e centri di ricerca, e tutti concordano nel disegnare una certa mappa dell’Italia, regione per regione e qualche volta provincia per provincia. Una manovra equa dovrebbe tenerne conto, dandosi obiettivi rigorosamente territoriali. Sia i tagli alle spese, sia i recuperi di evasione, non dovrebbero essere uniformi, ma tenere conto di quel che già si sa. Non è esatto quello che ha detto Berlusconi: ‘Siamo vissuti al di sopra dei nostri mezzi’. La realtà è che alcuni territori sono vissuti al di sopra dei propri mezzi, altri al di sotto. Gli squilibri fra quel che un territorio dà e quel che riceve sono impressionanti: fatto 100 il reddito prodotto sul mercato, il cittadino lombardo consuma 50, quello calabrese 113. L’intensità dell’evasione fiscale in Lombardia è pari il 12 per cento, in Calabria l’85 per cento. Le false pensioni di invalidità costano alla collettività 8 miliardi di euro l’anno, ma nel Lombardo-Veneto sono sotto il 10 per cento, nelle tre regioni di mafia sopra il 50 per cento. Non vi sembra che ci sia qualcosa che non va? E’ innanzitutto di qui che nasce quel senso generale di ingiustizia che da un po’ di tempo avvelena il Paese. Sappiamo tutti che le cose non vanno, sappiamo anche che le responsabilità non sono distribuite in modo uniforme, ma poi quando si arriva al dunque, la manovra colpisce all’impazzata. Vedremo alla fine le cifre esatte e i criteri di ripartizione dei tagli a Regioni ed Enti locali. Ma è chiaro che se i sacrifici richiesti a Lombardia ed Emilia Romagna, le due regioni più ‘formiche’ del Paese, dovessero essere eguali a quelli richiesti a Calabria e Sicilia, le due regioni più «cicale» del Paese, allora dovremmo trarne un’amara conclusione: il federalismo è morto prima ancora di cominciare. E a seppellirlo non sono stati i suoi nemici storici, bensì un governo di cui la Lega è una componente fondamentale.

 (red)

 

4. Il ‘gelo’ di Confindustria che non vuole Emma ministro

Roma -

“Parla a braccio per undici minuti all’assemblea annuale di Confindustria. Silvio Berlusconi difende l’operato del governo (‘nessuna marcia indietro sulle liberalizzazioni’), sottolinea che la manovra correttiva (‘imposta dall’Europa’) è il frutto di una ampia consultazione con categorie e parti sociali”, scrive Lorenzo Ficcaro sul CORRIERE DELLA SERA. “Il suo intervento gli serve anche a verificare se il vertice di Confindustria è disposto a dargli una mano, con un impegno diretto. Ebbene la risposta che riceve è il gelo. Berlusconi si rivolge direttamente a Emma Marcegaglia, ricordando che per la prima volta a capo del governo ‘c’è un imprenditore che cerca di comportarsi come si comportava nella sua impresa, con grande concretezza. Ma non basta. Le difficoltà per andare nella direzione da te indicata sono enormi. Ho bisogno di essere aiutato’. Ed ecco il passaggio chiave che darà il senso a tutto il suo discorso e che forse segnerà, per l’accoglienza che ha ricevuto, un diverso modo di tenere in futuro i rapporti tra Palazzo Chigi e il gotha di Confindustria: ‘Quando ti ho proposto di assumere la responsabilità del ministero dell’Industria e dello sviluppo economico, tu mi hai dato una risposta il cui centro era: ‘ma come la prendono in Confindustria?’. E allora, dato che qui c’è Confindustria, vorrei rivolgere a tutti voi questa domanda...’. Il Cavaliere si interrompe per gli applausi - prosegue il CORRIERE -. E poi riprende il suo ragionamento: ‘...con un voto che poi Emma sarà libera di interpretare perché da noi la libertà è indiscutibile’. Berlusconi si prepara a fare un sondaggio in diretta, cosa che di solito avviene nei comizi quando vuole tastare gli umori della platea. E gli umori sembrerebbero propizi perché battimani di approvazione sottolineano la domanda che rivolge al pubblico: ‘Come vedreste la vostra presidente di Confindustria di fianco al presidente del Consiglio per dargli una mano come ministro per lo Sviluppo economico?’. Pausa. E poi: ‘Chi dice sì, alzi la mano...’. Altra pausa, più lunga della precedente. Berlusconi scruta la sala. Cerca ma non trova segni di approvazione, ecco perché domanda: ‘Nessuno alza la mano?’. Si interrompe. Si guarda intorno e poi sillaba, accompagnando le parole con ampi gesti delle braccia: ‘Volete che Emma rimanga in Confindustria? Allora non ve la dovete prendere con il governo. Non ve la potete più prendere con quei poveracci che stanno al governo di questo Paese’. Berlusconi, comunque, non si arrende al gelo della platea perché, indicando la brochure che contiene l’intervento della Marcegaglia, osserva: ‘Tutto quanto è scritto in questa relazione è sacrosanto, ma cambiare questa situazione è di una difficoltà assoluta ed estrema’. In ogni caso, ‘andremo avanti, ci sono molte cose che si devono fare e io vi garantisco che nei prossimi tre anni faremo molto di più’. Proprio per questo rinnova la richiesta di sostegno agli imprenditori. ‘Mi piacerebbe - dice - che anche voi mi deste una mano magari anche con interventi personali, conoscete l’indirizzo di Palazzo Chigi e chiunque volesse rendersi utile sarà il ben accetto’. Non solo - aggiunge il giornale di via Solferino -. Esclude problemi di tenuta della coalizione perché, sostiene, ‘sono sicuro che la maggioranza sarà coesa. C’è qui Gianfranco Fini che mi può garantire, come io posso garantire, che nei voti della Camera sulle proposte del governo la maggioranza sarà coesa e sarà assolutamente unita e rispetterà il mandato che ci è stato dato dagli elettori’. Parole che fanno scattare gli applausi. ‘Andremo avanti - conclude Berlusconi - non ci faremo vincere dalle difficoltà. Senza ottimismo non si va da nessuna parte’”.

 

 (red)

 

 

5. Confindustria, Confalonieri rincuora Emma: Non lasciare

Roma - “Un anno fa velina. Oggi ministro. Il primo voleva essere un complimento galante e non lo fu. Il secondo dovrebbe essere una promozione, e diventa una bocciatura. Per lui, però. È su Silvio Berlusconi che cala il gelo della platea imprenditoriale”, racconta il CORRIERE DELLA SERA All’assemblea 2009 quel paragone tv su Emma Marcegaglia ‘elegante, vaporosa, sembrava volasse sui tappeti di Palazzo Chigi’ qualche risata l’aveva pur strappata, tra tanti volti d’improvviso glaciali — quello della presidente di Confindustria più degli altri — qualche mano che applaudiva come a una semplice e non offensiva battuta c’era pur stata. All’assemblea 2010 no. È roba seria, stavolta, è riconoscere la leader di Viale dell’Astronomia per quello che è e fa (non certo la starlette), rinnovarle l’offerta: ‘Ho bisogno di una mano, vieni a fare il ministro dell’Industria’. Ma se doveva essere un colpo di teatro, la reazione è un boomerang. Zero sorrisi. Silenzio, dopo un applauso di cortesia, quasi assoluto. Imbarazzo, totale. Sul palco della presidenza, con Marcegaglia che nelle parole del premier sente ridotto a un tentennamento il suo già pronunciato, deciso no: ‘Mi hai risposto: ma come la prenderebbero in Confindustria?’. In platea, tra gli imprenditori, che in casa propria (‘Invasione istituzionale’, i commenti in sala) vengono chiamati al voto: ‘E allora lo chiedo a voi. Come la prendereste, come la vedreste Emma ministro? Chi è per il sì alzi la mano’. Però alzarla potrebbe tra l’altro sembrare ai malevoli un ‘licenziamento’ in diretta della loro presidente, e tenerla giù un indizio comunque di sfiducia. Quando solo ventiquattr’ore prima, nell’assemblea privata, il voto vero diceva: consensi bulgari, ‘Emma for president’ per altri due anni a un tasso del 98,7 per cento. Non a caso poi tutti - sottolinea il CORRIERE - dagli ex presidenti Giorgio Fossa e Luca Cordero di Montezemolo, da John Elkann a Diego Della Valle, dai ‘grandi’ ai ‘piccoli’ che riempiono i tremila posti dell’Auditorium, useranno le stesse parole per sgombrare il campo da equivoci. Per dirla con il predecessore Montezemolo (che stronca le speculazioni sui contrasti con Marcegaglia): ‘Quando uno fa il presidente di Confindustria, e lo fa bene, e ha davanti altri due anni, è giusto che prima di tutto rispetti l’impegno preso con gli imprenditori. Emma è stata assolutamente coerente’. Difatti: in sala il dilemma sì-no dura la frazione di un secondo, le braccia restano ostinatamente abbassate. Berlusconi ha un bel cercare di recuperare, a quel punto, e fingere un tono scherzoso: ‘Nessuno? Allora non ve la potrete più prendere con il governo’. Non restano gelidi solo gli imprenditori, che poco prima si erano spellati le mani alla tirata di Marcegaglia contro ‘i troppi interessi partitici, le troppe rendite da salvaguardare: diciamolo chiaro, la politica dà occupazione a troppa gente in Italia, ed è l’unico settore che non conosce né crisi né cassa integrazione’. E non vanno poi all’attacco solo i politici dell’opposizione, non è — tra le file della maggioranza— solo Gianfranco Fini ad ascoltare il premier come non credesse a quello che sente e a guardare sconsolato la reazione industriale. La stessa perplessità serpeggia tra i fedelissimi, inconfessata pubblicamente o ben mascherata nel volto impassibile, per dire, di un Gianni Letta. Certo, nessuno di loro si aspettava un’accoglienza come quella — irripetibile — di Vicenza 2006, per esempio: allora c’erano le elezioni e la cavalcata trionfale di Berlusconi aveva per scenario un convegno, oggi c’è un governo che giura di durare altri tre anni e la platea confindustriale è quella iperistitu-zionale dell’assemblea. Però non importa, che il gelo sia stato causato dall’imbarazzo dell’’invasione di campo’ e non da un discorso politico (peraltro ridotto al minimo dal premier, cui non è sfuggito come nel discorso di Marcegaglia fossero molto più diretti i riconoscimenti a Giulio Tremonti). Le prime crepe ci sono - nota il CORRIERE -. E un Berlusconi che non va al recupero, non cattura un pubblico ‘naturale’ sempre (o quasi) conquistato senza sforzi e gli dà anzi l’impressione di essere sotto tono, teso, con la testa altrove, lascia molti punti di domanda sugli imprenditori all’uscita e, sì, espressioni preoccupate tra i suoi. Facce cupe, nella squadra politica. E qualcosa vorrà pur dire se a sdrammatizzare sul serio resta, alla fine, Fedele Confalonieri. Va, abbraccia la presidente, complimenti di rito e poi sorriso complice: ‘Brava Emma, stà a ca’ tua, va minga là’ è forse solo una battuta (rubata al volo). Ma tradotta dal milanese — se ce ne fosse bisogno— suona così: ‘Stattene a casa tua, non andare là’. Imprimatur doc”. (red)

 

 

6. Berlusconi cita il Duce: Il potere? Ce l’hanno i gerarchi

Roma - “La dico? Massì, la dico. Anche se è di una scorrettezza politica assoluta? E chi se ne importa... Ragionamenti frullati nella mente di Berlusconi in un picosecondo. Quella pausa quasi impercettibile che sempre precede certe sue esternazioni, le più spericolate. Questa riguarda Mussolini, citato in un consesso internazionale (la riunione ministeriale Ocse) che il nostro premier è venuto a presiedere nella capitale francese, portandosi dietro il cuoco Michele per preparare la cena con ‘pennette tricolori’ offerta agli altri capi di Stato e di governo”. Lo scrive Ugo Magri sulla STAMPA. “Il Cavalier Silvio sul Cavalier Benito, dunque: tutti e due sopravvalutati dalla gente, entrambi reputati onnipotenti, come se in tasca avessero la bacchetta magica. Invece non è così, protesta amaro Berlusconi. Magari fosse. Gli domanda un giornalista dell’Estonia se questa crisi finanziaria non rischia di intaccare il potere dei governanti. E lui si dichiara anzitutto ‘fortunato’ poiché, spiega, nonostante la manovra dei sacrifici ‘il mio consenso resta superiore al 60 per cento’. Ciò premesso, ecco la confidenza: ‘Non ho mai avuto la sensazione di trovarmi al potere. Anzi, per l’esattezza, quando facevo l’imprenditore talvolta l’ho provata’. Emozione antica, sospira Berlusconi, poiché adesso ‘sono al servizio di tutti, chiunque mi può criticare e insultare’. Per esempio, giusto ieri non l’ha fatto impazzire la relazione della Marcegaglia in Confindustria, così avara di riconoscimenti. Altri - aggiunge il quotidiano torinese - attribuiscono questo senso di frustrazione berlusconiano al carattere ineluttabile della manovra, ‘per esempio lui non voleva colpire gli statali, però l’Europa ce l’ha costretto e lui si dispiace assai’. Qui c’è l’attimo di suspense, seguito dal tuffo nella Storia: ‘Oso citarvi colui che era ritenuto’, tesi opinabile si capisce, ‘un grande dittatore, Benito Mussolini. Nei suoi diari ho letto recentemente questa frase’, che il premier cita a memoria (Bonaiuti nega essere la prima volta, in pubblico il portavoce ne rammenta almeno un’altra). Dice il Duce berlusconiano: ‘Sostengono che ho potere, non è vero. Forse ce l’hanno i gerarchi, ma non lo so. Io so solo che posso ordinare al cavallo vai a destra o vai a sinistra, e di questo posso essere contento’. Morale del premier: ‘Il potere, se esiste, non esiste addosso a quelli che reggono le sorti dei Paesi. Chi è in questa posizione, di potere vero non ne ha nulla...’. Nella sala della conferenza stampa regna l’aria, attonita, che segue le gaffe mondiali con Silvio protagonista (quella del ‘kapò’, l’altra sull’Islam, e le corna, e l’Obama ‘abbronzato’, e il rimbrotto della Regina). Ma non di gaffe stavolta si tratta. Anzi. Berlusconi, spiega uno dei suoi più fidi scudieri, voleva proprio dire: ‘Se perfino quello, cioè Benito, non aveva sufficiente potere, figuriamoci se posso averlo io, che siamo in democrazia. Dunque non pigliatevela con me se c’è da salvare l’Euro, se la Grecia ci impone sacrifici, se l’economia non gira come dovrebbe...’. Citare Mussolini fa comodo al premier per rafforzare il concetto - nota il giornale - cosicché se ne discuta nei bar, sui luoghi di lavoro, e passi l’idea che davvero non ci si può fare nulla, i sacrifici ce li dobbiamo tenere e basta. Netanyhau, premier israeliano, capisce al volo dove va a parare l’amico Silvio. Ne sposa la tesi senza formalizzarsi sul Duce, ‘come governi non siamo abbastanza forti da opporci ai mercati’, riconosce. Tuttavia, aggiunge, con le formule di unità nazionale si fronteggia meglio la situazione. Fate così anche voi, è il consiglio indiretto. Ma non sia mai, replica Berlusconi ai cronisti, ‘abbiamo una vasta maggioranza, una cosa del genere non ci serve’. Per caso, gli viene chiesto, sarebbe Tremonti un gerarca di quelli davvero potenti?, fugge il Cavaliere, ‘il potere vero non ce l’hanno nemmeno i ministri dell’Economia’”. (red)

 

 

 7. La tassa di soggiorno fa litigare Alemanno e la Polverini

Roma - “Per i sindaci è una boccata d’ossigeno, per gli albergatori un ‘balzello iniquo’. Il ritorno della tassa di soggiorno è una delle misure più discusse della manovra anticrisi. Colpirà i turisti che visitano Roma, ma non quelli di Venezia. E la Città lagunare, che da anni la va chiedendo, protesta. Ma l’epicentro della polemica è la capitale, dove il centrodestra capitolino è diviso e dove, in nome della nuova leva fiscale, è scontro tra Gianni Alemanno e Renata Polverini”, scrive il CORRIERE DELLA SERA. “Il sindaco di Roma difende l’iniziativa di Tremonti e attacca chi protesta: ‘Demagogia ridicola’. Alemanno spiega che il ‘provvedimento sacrosanto’ partirà nel 2011 e sarà progressivo in base alla categoria degli hotel, ‘fino a un massimo di 10 euro a notte per gli alberghi extra-lusso’. Ma il Pdl romano è spaccato. La presidente del Lazio è assolutamente contraria e lo dice a margine dell’assemblea di Confindustria. ‘Qualsiasi tassa andrebbe evitata, soprattutto in una regione dove il turismo è importante per il rilancio — esordisce la Polverini —. Ho sentito che il sindaco starebbe pensando di metterla solo sugli alberghi extra-lusso, ma sarebbe sbagliato anche lì’. Per il Pd si tratta di una ‘tassa demenziale’. E durissimo è il giudizio dei commercianti, che hanno alle spalle un anno di crisi. Confcommercio critica la ‘misura iniqua e discriminatoria’, che penalizzerebbe un comparto ‘già molto competitivo’. E poi perché far pagare solo i turisti che alloggiano nel territorio del Comune di Roma? Contrario anche il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti. E l’Api, guidata da Francesco Rutelli, smentisce che l’ex sindaco abbia mai pensato a una imposta simile. ‘Alemanno fa disinformazione’, attacca il portavoce Luciano Nobili. I sindacati respingono uniti l’imposta. Il segretario della Uil di Roma e del Lazio - prosegue il quotidiano - parla di ‘odio nordista’ sulla Capitale e chiede al governo se è vero che la tassa di soggiorno non colpirà le strutture ricettive della Chiesa. E poi c’è Venezia. Gli albergatori, rappresentati dalla Federalberghi del Veneto, non vogliono che il governo metta le mani nelle tasche dei turisti della Serenissima e lanciano l’allarme: ‘Quello di Roma è un pericoloso precedente’. L’amministrazione di centrosinistra, invece, è dell’avviso opposto. Il vicesindaco Sandro Simionato, che è anche assessore al Bilancio, si è detto ‘stupefatto’ per la tassa concessa alla capitale. ‘Fino a ieri erano soluzioni impraticabili e ora improvvisamente per Roma tutto diventa possibile? - ha detto Simionato al Corriere del Veneto - Uno scandalo’. E anche a Milano se ne parla - fa notare il CORRIERE -. L’assessore comunale al Bilancio, Giacomo Beretta, che aveva ipotizzato l’introduzione della tassa nel capoluogo lombardo, fa parziale marcia indietro: ‘Al momento non vi è intenzione di applicarla, è una delle ipotesi’. La Lega è pronta a far muro. ‘La tassa sui turisti non mi piace - boccia l’idea il capogruppo a Palazzo Marino, Matteo Salvini -. Sarebbe demenziale, spero che Letizia Moratti non la metta’. E dice no anche l’assessore al Turismo della Provincia di Milano, Stefano Bolognini: ‘Abbiamo bisogno di incentivare i turisti, non di spaventarli’”. (red)

 

 

8. Intercettazioni, trovata la sintesi: via libera di Fini

Roma - “Il ministro della Giustizia - che ha incontrato il presidente della Camera per concordare anche con i finiani gli emendamenti della maggioranza al ddl intercettazioni - è convinto che ormai ‘si sia trovato un punto di sintesi e che quindi si possa andare avanti’. Tuttavia, già lunedì, quando nell’aula del Senato partirà la discussione generale sul testo che impone un limite alle intercettazioni e cancella la cronaca nera e la cronaca giudiziaria dai giornali, il presidente del Senato, Renato Schifani, potrebbe proporre un rapido ritorno in commissione del provvedimento: un passo necessario perché questo è previsto dal regolamento se gli emendamenti presentati in assemblea incidono sulla struttura del testo”. È il resoconto del CORRIERE DELLA SERA sulla giornata di ieri in tema di intercettazioni. “La mossa di Schifani verrebbe dunque accolta come una vittoria da parte dell’opposizione e del sentore Luigi Li Gotti (Idv) che l’ha sollecitata formalmente. Ma sarebbe anche il modo per evitare che l’aula si trasformi subito in un’arena. ‘Con Gianfranco Fini ho avuto una un’utile e proficua conversazione su questa materia e sulla giustizia in generale’, ha detto il ministro Angelino Alfano dopo essersi intrattenuto negli uffici del presidente della Camera. All’incontro ha partecipato anche Italo Bocchino che alla fine ha voluto commentare così: ‘Apprezziamo molto il metodo adottato dal ministro che ora ci consente di ragionare serenamente sugli emendamenti da presentare al Senato’. Soddisfatta anche Giulia Bongiorno, il presidente della commissione Giustizia della Camera, che ora ha il compito di analizzare al microscopio i 5 emendamenti preparati dal capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, d’intesa con il governo. ‘Credo che sul testo della Camera sia trovata la sintesi su tre punti controversi’, ha spiegato il ministro Alfano: ‘Mi riferisco alle sanzioni per gli editori, alle sanzioni per i giornalisti e alla questione del punto preciso in cui si può cominciare a pubblicare gli atti riservati’. Su questo, dunque si può andare avanti, tuttavia i finiani hanno chiesto tempo fino a martedì per proporre piccole ma sostanziali aggiunte: ‘Bisogna rivedere le norme che limitano le intercettazioni ambientali e anche la durata massima degli ascolti limitata a 60 giorni lascia molti dubbi’, va ripetendo il finiano Fabio Granata. Mentre un altro finiano doc, come Carmelo Briguglio - aggiunge il quotidiano di via Solferino - fa capire che il via libera al ddl intercettazioni è condizionato dalla velocità con la quale viaggerà il ddl anticorruzione: ‘E’ un testo caro al presidente della Camera che, però, deve essere rimpolpato’. Aspettando il via libero dei finiani - che in questo modo firmerebbero un patto per varare il ddl in terza lettura alla Camera - la trattativa potrebbe impantanarsi sulla nuova norma transitoria del ddl introdotta dal governo al Senato: una modifica che rende applicabile il nuovo giro di vite anche ai procedimenti in corso. Si tratta di un cambio delle regole in corso d’opera per quanto riguarda i tempi (la massima durata degli ascolti è di 60 giorni più 15 giorni se si sta consumando un reato) ma anche per i presupposti (gravi indizi di reato) necessari per avviare gli ascolti. Secondo il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, la norma transitoria provocherà ‘un vero sterminio tra le inchieste in corso’. Sul fronte della stampa, il vertice dell’ordine nazionale dei giornalisti afferma che ‘si può fare certamente di più per tutelare i cittadini’ ma ‘è apprezzabile lo sforzo annunciato da Maurizio Gasparri’. E anche Eugenio Scalfari, fondatore di ‘Repubblica’, ha parlato di ‘emendamenti accettabili’. L’opposizione invece non molla - conclude il CORRIERE -: Antonio Di Pietro rilancia il referendum mentre Andrea Orlando (Pd) dice che l’’unica logica del Pdl è quella di compiacere il capo’”. (red)

 

 

9. Intercettazioni, il Pd diviso: barricate, anzi no

Roma - “Con la Cgil lanciata verso lo sciopero generale, i sindaci già sulle barricate, il Pd convoca d’urgenza una conferenza stampa facendo sapere che il partito vuole dare un segnale chiaro sulla manovra. Cercando di cavalcare subito ‘la freddezza della platea di Confindustria verso Berlusconi’. Ma a sorpresa le cose non vanno esattamente così”, scrive LA STAMPA. “Il numero due del Pd, Enrico Letta, interprete dell’ala più sensibile al richiamo di Napolitano al ‘senso di responsabilità’, si mostra più aperto al dialogo del previsto. Mette l’accento sulla volontà di un confronto in Parlamento, spiega di nutrire ‘rispetto’ per le scelte autonome della Cgil, ma anche per quelle della Cisl. E bacchetta Niki Vendola per aver liquidato una manovra ‘così complessa’ con una battuta, ‘macelleria sociale’. Dopo aver attaccato il governo, ‘che togliendo le norme sulla tracciabilità dei pagamenti ha regalato 10 miliardi agli evasori’ ed aver indicato gli architravi della contromanovra del Pd (tassare le rendite speculative e zero tasse su nuove assunzioni) - prosegue il giornale - Letta alla fine chiarisce: ‘Se il testo resta questo, votiamo no’. Ma aggiunge che ‘alcuni punti come le norme antievasione potremmo condividerli’, invitando ‘il governo a non mettere la fiducia per non bloccare il confronto sugli emendamenti migliorativi che intendiamo presentare’. E conclude: ‘Questo è il modo con cui una grande forza di opposizione affronta la manovra’. Ma il tono usato alle sette di sera al Gr1 da Pierluigi Bersani è diverso anche se la sostanza è la stessa: ‘Siamo sempre disposti a evitare guai peggiori lavorando in Parlamento, ma ogni sarto sa che quando un vestito parte sbagliato è difficile correggerlo’. E in generale, ‘non ci può essere vero rigore senza riforme e senza un minimo di sostegno alla crescita. Qui non ci sarà neanche equilibrio finanziario e tra qualche mese saremo daccapo’. E quindi - conclude LA STAMPA - ha gioco facile, Claudio Fava, coordinatore di ‘Sel’, il partito di Vendola, a chiedere polemico: ‘Ma quanti Pd ci sono?’”. (red)

 

 

10. Finmeccanica, la Procura indaga su presunti fondi neri

Roma - “C'è un nome ‘in chiaro’ agli atti dell'inchiesta della Procura di Roma che forse può aiutare a comprendere la fibrillazione che agita il Governo”. Lo scrive Carlo Bonini su REPUBBLICA. “Così come può far capire il senso di palpabile isolamento, paura e solitudine che imprigiona da qualche tempo Pierluigi Guarguaglini, presidente e amministratore delegato di Finmeccanica. Che suggerisce l'orizzonte, i possibili approdi e le implicazioni internazionali di un'indagine che i palazzi della Politica, nei loro enfatici conciliaboli, evocano in questi giorni come un possibile Armageddon nel cuore del sistema Paese. È il nome di un manager che non arriva alla cinquantina. Che vive tra Roma e Washington, e spende il suo tempo tra Asia, Africa e, appunto, Stati Uniti. Si chiama Lorenzo Cola. Di lui, apparentemente, non esiste traccia pubblica significativa. A Finmeccanica non figura in nessun elenco del personale. Ma di Finmeccanica, meglio, del suo Presidente, è il consulente chiave, il ‘facilitatore’, per i mercati dei tre continenti in cui regolarmente viaggia. ‘Un uomo dalle relazioni importanti, diciamo di lobby’, spiega una fonte molto vicina all'azienda. Secondo Mokbel, ‘uomo di Aldo Brancher’, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio già travolto da Tangentopoli e quindi indagato in tempi recenti da Milano per ricettazione nell'indagine sulla scalata Antonveneta. Su Cola - nota REPUBBLICA - possiamo dire che l'indagine della Procura di Roma inciampa per caso, mentre lavora alla filiera delle truffe carosello Fastweb-Telecom Sparkle. Ma Cola con i crediti telefonici non ha nulla a che vedere. Se è vero infatti che il ‘nerissimo’ Gennaro Mokbel sembra trafficare con Finmeccanica sui destini e gli assetti della società "Digint" (ne potete leggere in questa pagina), è pur vero che il riferimento a Cola fa capolino parlando di elicotteri. Di possibili opportunità che Finmeccanica è pronta ad offrire alla banda ‘in centro Asia’, ‘per la vendita di prodotti di sicurezza e militari. Elicotteri Agusta’. Di Cola, Mokbel dice ‘è uno dei capoccioni di Finmeccanica’, ‘il numero tre’, ‘quello che ha firmato l'accordo da sei miliardi (di dollari ndr) per gli aerei di Bush’. È la commessa del gennaio del 2005 con cui Finmeccanica batte per la prima volta nella storia degli Stati Uniti la concorrenza dell'americana Sikorsky, aggiudicandosi la fornitura di 17 nuovi elicotteri Agusta con cui rimpiazzare il parco velivoli del Presidente americano. È la commessa che, tra i primi atti da Presidente, Barack Obama annullerà in ragione della straordinaria lievitazione dei costi (da 6 a 13 miliardi di dollari). È la commessa capace di accendere, oggi, ogni possibile allarme. In quell'affare, l'Italia, come si dice, ‘fece sistema’. Con il peso della politica e della sua industria militare, la terza al mondo. E in quell'affare, se ha ragione Mokbel ha il suo peso decisivo Cola ‘il capoccione’. Uomo con cui si incontra a cena - per quel che i Ros dei carabinieri documentano - in almeno due occasioni. Nella prima, riferisce Mokbel al telefono, Cola è ‘con due della Cia’. Nella seconda, annota un servizio di pedinamento, è con l'allora senatore Di Girolamo al ristorante ‘Antico tiro a volo’. È un fatto che, a cominciare dagli elicotteri di Bush, del modo di muoversi sui mercati esteri di Finmeccanica Cola sa molto. Ed è probabilmente lui una delle porte di accesso all'orizzonte di un'inchiesta che, per quanto si intuisce, si è messa a seguire il denaro che da Finmeccanica, nel tempo, è stato parcheggiato all'estero per facilitare le sue attività di penetrazione sui mercati di cinque continenti. ‘Nessuno pensa - spiega un inquirente - che Finmeccanica sia la Caritas. E, al mondo, non c'è industria del peso e con il business di Finmeccanica che non aiuti la ricerca delle commesse con attività diciamo di lobbying. Il problema è capire la provenienza e la destinazione di quel denaro e se da quelle risorse non sia stata ritagliata una fetta’. Quanto avanti sia arrivata quella ricerca non è dato sapere. Anzi, tra gli inquirenti si respira una qualche sorpresa per ‘l'agitazione’ con cui si guarda al lavoro della Procura di Roma. È un fatto però che il 22 aprile scorso i magistrati di Napoli, che pure indagano sugli appalti di Finmeccanica, hanno perquisito la sede della Selex spa, società controllata da Finmeccanica il cui amministratore delegato è, guarda caso, Marina Grossi, la moglie di Guarguaglini. È un fatto che la battaglia per la successione di Guarguaglini sia cominciata (si fa il nome di Flavio Cattaneo, ex direttore generale della Rai oggi amministratore delegato di Terna spa). Che, a difenderlo nell'incarico, sia rimasto il solo Gianni Letta - afferma REPUBBLICA -. E che, con una qualche perfidia, persino la conferma del suo futuro ingresso nel comitato di Presidenza di Confindustria sia stato ribadito ieri con una postilla. ‘La decisione verrà formalizzata il 22 luglio’. Tra due mesi. Un tempo sufficiente per capire cosa sta o non sta per accadere”. (red)

 

 

11. L’informatico Falciani spiega come beffare il fisco

Roma - “A vederlo da vicino, camicina a righe, jeans e l’accento alla ispettore Clouseau, non diresti proprio che è lui Hervé Falciani: l’uomo che ha messo sotto scacco un colosso mondiale della finanza come la banca britannica Hsbc. Invece è proprio quel trentottenne lo stratega informatico che un giorno ha levato il velo sui segreti inconfessabili del principale istituto bancario privato al mondo”, scrive Virginia Piccolillo sul CORRIERE DELLA SERA. Mentre lo racconta lo sguardo si accende, come quello del cane Toto mentre tira via la tenda e scopre il Mago di Oz. Ma su ciò che c’è dietro il velo Hervé Falciani mette in guardia: ‘I nomi degli evasori sono un piccolo problema. Ce n’è uno enorme. Le banche sono senza controlli reali. Non esistono più le valigie di soldi portate oltre frontiera. Ora basta un clic di computer e la somma viene trasferita. Il denaro è diventato una scrittura informatica. Ma l’informatica non ha controlli. Questo significa che la finanza, che senza l’informatica non esiste, non ha regole. Tutti lo sanno. Io l’ho provato. Non c’era protezione nemmeno per quei nomi’. Ecco, appunto, chi c’è nella lista italiana? - domanda il CORRIERE - Lui alza le mani da pianista: ‘Ho il dovere di non dirlo. C’è il segreto bancario e le indagini’. Ma non era indagato perché offriva i dati sottratti alla banca? ‘Falso. Mai venduto nulla. Mai stato in carcere. Io ho denunciato i meccanismi oscuri con cui le banche violano gli accordi internazionali. La mia banca non mi ha ascoltato. La polizia svizzera non ha fatto nulla. Allora l’ho denunciato alla brigade anticorruption francese e 10 mesi dopo la polizia svizzera mi ha arrestato per poche ore’. E i politici di cui ha parlato? ‘Mai detto. Tutti si fermano ai nomi. Ma è stupido. Lì ci sono pesci piccoli. Non è questo. Se io premo un tasto il denaro va in Cina o in Malesia. Quando la polizia lo cerca è già altrove. Così può esserci il riciclaggio e la speculazione che ha portato alla crisi. Gli Stati non riescono a controllare. La finanza è internazionale anche le regole devono esserlo. Si può fare. È semplicissimo’. C’è chi sospetta che sia una spia - aggiunge il CORRIERE -. ‘Andato via dalla banca ho aiutato molte indagini sul denaro sporco e anche i servizi. Poi si saprà. Ma sono nato in un paradiso fiscale: a Montecarlo. Lavoro da dieci anni in una banca svizzera, come mio padre e come tanti miei amici. Come si fa a nascondere il denaro, lo impariamo da piccoli come voi il football’. Resta l’enigma del perché lo ha fatto. ‘Ho visto che dati molto sensibili non erano protetti. Ho visto decine di migliaia di strutture off shore. Quelle utilizzate dalla criminalità. Davanti a quei numeri si poteva capire che l’opacità era voluta. Non era più artigianale come quella che avevo visto a Monaco, ma era diventata industria. La banca privata rappresenta la cassaforte della finanza e con i sistemi di garanzie bancarie si può speculare con più soldi di quanti ne hai. Il denaro dei clienti permette di emettere garanzie bancarie a chi partecipa alle speculazioni come gli Hedge Fund. Chi ha un milione di dollari può arrivare a spenderne fino a due miliardi. È qui che servono i controlli. E la tracciabilità totale del denaro. Basta vedere cosa è stato fatto con il fondo europeo. Sono 750 miliardi di euro, ma in garanzie bancarie. Serve a pagare i debiti dei Paesi, come la Grecia. Ma i debiti dove sono? Nelle banche. È come prendere da una tasca per metterla nell’altra. La differenza c’è. Sono gli interessi. Chi li paga? Noi cittadini. E a chi? Alla banca. Questo è la base del sistema finanziario che mette in pericolo l’economia. Questo ho visto. Non potevo chiudere un occhio. E chiunque io sia, vale la pena che il mondo li apra’”. (red)

 

 

 12. La finta foto che incrina le indagini sulle stragi

Roma - “Il valzer delle fotografie e delle presunte identificazioni - sbandierate come verità acclarate anche quando non lo sono - rischia di incrinare l’immagine ‘pubblica’ delle indagini sulla trattativa fra Cosa nostra e lo Stato nella stagione delle stragi mafiose”. Lo scrive Giovanni Bianconi sul CORRIERE DELLA SERA -. Indagini che invece sono molto serie e mirano al cuore dei rapporti tra l’organizzazione criminale e pezzi delle istituzioni. Nel pomeriggio di ieri è circolata un’immagine spacciata per quella del misterioso ‘signor Franco’, l’ipotetico agente segreto che Massimo Ciancimino accomuna a suo padre, ex sindaco mafioso di Palermo, e al boss Bernardo Provenzano, e che avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella cosiddetta trattativa. Riuscire a scoprire chi è, visto che Ciancimino jr non vuole dirlo, sarebbe un passo avanti decisivo per valutare l’attendibilità del testimone e per riscrivere eventualmente la storia dei rapporti tra lo Stato e la mafia. Ma l’immagine diffusa (pubblicata nel giugno 2006 ma relativa a un pubblico evento di tre anni prima, dove in primo piano compaiono il giornalista Bruno Vespa e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta) non è quella del ‘signor Franco’. In quello scatto tratto dal mensile romano a distribuzione gratuita Parioli Pocket, ha spiegato Massimo Ciancimino ai pubblici ministeri di Caltanissetta che gliel’hanno mostrato, potrebbe essere ritratto il misterioso personaggio, ma lui non è in grado di riconoscerlo. Perché se c’è, è uno dei volti che si vedono troppo poco e male – sottolinea il CORRIERE -. A rivelargli che nella foto compariva anche ‘Franco’, fu uno dei collaboratori del presunto agente segreto, indicato da Ciancimino jr come ‘il capitano’. In un’altra istantanea uscita sullo stesso periodico tra il 2000 e il 2001, invece, fu lui a riconoscerlo: la mostrò a suo padre e ‘don Vito’ gli confermò che probabilmente era lui; solo che quella foto il figlio di ‘don Vito’, che sostiene di conservarla all’estero, non l’ha ancora consegnata agli inquirenti. Identificazione rinviata, dunque. A differenza di quella di un altro funzionario del servizio segreto civile, riconosciuto non solo da Ciancimino come un collaboratore del ‘signor Franco’, ma anche dal mafioso pentito Gaspare Spatuzza come la persona estranea a Cosa nostra presente alla consegna della Fiat 126 che di lì a poco sarebbe stata riempita di tritolo per far saltare in aria il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta. Questo funzionario è oggi indagato per concorso in strage dalla Procura di Caltanissetta. Fu vice capo-centro del Sisde a Palermo, amico e collaboratore di Bruno Contrada, l’ex dirigente dello stesso servizio segreto condannato a dieci anni di carcere per concorso in associazione mafiosa; era in barca con lui, al largo di Palermo, il giorno della morte di Borsellino. Il suo nome – ricorda Bianconi - emerse anche nelle indagini sulla strage di Capaci e in quelle sull’attentato a Roma contro Maurizio Costanzo, per due coincidenze che si dimostrarono casuali. Sulla collinetta da dove fu dato l’impulso per l’esplosione che uccise il giudice Falcone fu trovato un foglio con un numero che si rivelò essere un recapito telefonico del funzionario, il quale spiegò di averlo probabilmente perso durante un sopralluogo al quale aveva partecipato; un anno dopo in via Fauro, la strada romana del fallito attentato a Costanzo, era parcheggiata la sua macchina di servizio (intestata a una società di copertura del Sisde), perché lui in quel periodo abitava nelle vicinanze”. (red)

 

 

13. Indagò sulle escort, ma ora è accusato di stalking

Roma - “Messaggi sul telefonino. Dall’innocua richiesta di un incontro per la pausa caffè a qualche apprezzamento di troppo. Con la perseveranza degna di uno spasimante respinto. Il tenente colonnello della Guardia di Finanza Salvatore Paglino ne ha spediti diversi. Tutti finiti ora in un fascicolo penale. Destinatarie: ragazze conosciute per alcune delle inchieste pugliesi più importanti degli ultimi anni, prima fra tutte quella delle escort a Palazzo Grazioli”, scrive il CORRIERE DELLA SERA. “Da vicecomandante del Nucleo di polizia tributaria di Bari l’ufficiale indagò. Conobbe. E qualche volta telefonò oppure, appunto, spedì messaggi, non proprio dettati da esigenze di servizio. Vai a sapere di avere il telefono sotto controllo... Risultato: gli approfondimenti d’indagine - voluti dal procuratore capo di Bari Antonio Laudati - adesso sono sul suo conto. Anche perché sembra che alcune delle molestate abbiano sottoscritto verbali nei quali confermano ogni dettaglio. E, messi assieme i passaggi di questa faccenda, ne sarebbe scaturita un’ipotesi di reato precisa: stalking. In procura si dice che a puntare il dito per prima contro il pressing assillante dell’ufficiale sia stata Terry De Nicolò, la ragazza barese nota per aver rivelato dei suoi incontri sia con l’ex vicepresidente regionale Sandro Frisullo, sia con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (‘ma a Palazzo Grazioli ma non mi sono mai fermata di notte e non ho avuto rapporti con il presidente’) - prosegue il CORRIERE -. Terry (‘per favore non chiamatemi escort’) avrebbe firmato nei mesi scorsi un verbale confermando tutto sulle insistenze del tenente colonnello anche dove di quelle insistenze non c’è che la traccia di un tabulato telefonico (non l’intercettazione vera e propria). Ora dall’altro capo del filo la ragazza dice: ‘È un particolare che non posso né confermare né smentire’. E promette racconti più dettagliati nelle prossime ore. Il telefono di Salvatore Paglino (ora non più a Bari) non finì sotto controllo per le presunte molestie telefoniche ma per una indagine sulla fuga di notizie che riguardava uno scoop del Corriere Della Sera: i verbali di interrogatorio dell’imprenditore pugliese Gianpaolo Tarantini, manager della sanità diventato famoso per aver portato Patrizia D’Addario e altre ragazze a pagamento nelle residenze del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Il procuratore Laudati lesse quello scoop lo stesso giorno in cui cominciò il suo lavoro a Bari. E promise che non avrebbe lasciato correre. Così finirono sott’inchiesta inquirenti che si pensò avessero potuto avere un ruolo in quella fuga di notizie. Fra gli altri anche Paglino. Che aveva conosciuto bene Tarantini come la escort Patrizia D’Addario e molte altre delle ragazze che l’imprenditore aveva il compito di procurare per i palazzi della politica, romana e non. Il colonnello, più di molti suoi colleghi, si addentrò nelle indagini sulle notti-scandalo della politica - sottolinea il quotidiano -. E seguì poi anche l’evoluzione di altre due grandi inchieste pugliesi: quella sullo scandalo degli appalti nella sanità (che ha portato poi all’arresto di Sandro Frisullo) e l’altra (per la procura di Trani) sulle presunte pressioni politiche per bloccare alcune trasmissioni Rai attraverso il Garante delle comunicazioni. L’altra - l’indagine sullo stalking - non l’aveva messa in conto”. (red)

 

 

 14. Obama manda in soffitta la "guerra preventiva"

Roma - “Addio alla ‘guerra preventiva’. In soffitta anche la definizione di ‘guerra globale al terrorismo’. Con una sterzata di 180 gradi rispetto all´Amministrazione Bush, nasce la dottrina Obama della sicurezza nazionale. Che non si gioca più su un terreno prevalentemente militare. ‘Sicurezza, prosperità, valori’ sono le nuove linee guida”, si legge su REPUBBLICA. “L´America sarà più protetta dalle minacce se comincia con l´avere un´economia robusta, una società sana grazie all´alto livello dell´istruzione, l´indipendenza energetica, e la cooperazione della comunità internazionale. Nell´ampiezza degli obiettivi Barack Obama si ricollega idealmente a Franklin Roosevelt e alla sua visione di un nuovo ordine mondiale da costruire dopo la Seconda Guerra mondiale. Sono i contenuti di un documento visionario, che sconvolge decenni di dottrina strategica. 52 pagine sotto il titolo ‘National Security Strategy’, consegnate dalla Casa Bianca al Congresso. Un atto dovuto, in base a una legge del 1986 che impone a ogni presidente di sottoporre al potere legislativo le sue linee guida per la sicurezza nazionale. Non è solo ‘filosofia’: da quel documento derivano conseguenze concrete, nelle scelte di bilancio, nelle priorità a cui assegnare risorse - aggiunge il quotidiano diretto da Ezio Mauro -. George W. Bush lo presentò due volte, nel 2002 e nel 2006. Ed è proprio rispetto a quei testi che la distanza è abissale. ‘La potenza degli Stati Uniti, la nostra grandezza, non è assicurata’, dice Obama nella sua introduzione. ‘Mentre combattiamo due guerre, dobbiamo vedere l´orizzonte che c´è oltre questi conflitti’. E´ un orizzonte in cui l´America del terzo millennio ‘accetta l´inevitabile ascesa di molti concorrenti’ a cominciare dalla Cina. ‘Per avere successo, ammonisce il presidente, dobbiamo anzitutto guardare il mondo come è realmente’. In un´epoca che sarà sempre più policentrica, ‘ricostruire dalle fondamenta l´influenza americana’ non è un compito affidato prevalentemente alle armi. Al contrario Obama indica che bisogna partire dalle riforme domestiche: un migliore sistema scolastico e universitario, l´industria delle energie rinnovabili, la ricerca scientifica, la qualità della sanità, sono i fondamenti di una forza autentica. ‘La potenza che irradiamo verso il resto del mondo comincia da casa nostra’. E´ un´America più umile perché ha subìto in pieno ‘gli choc di una crisi economica globale che possono farci precipitare nel disastro’, ha appreso che la prosperità non può essere fondata sui debiti. Sulle sfide più tradizionali, il cambiamento di linguaggio è altrettanto significativo. Basta con lo slogan della guerra al terrorismo perché ‘il nostro nemico non è il terrorismo, questo termine definisce una tattica, il terrore è uno stato d´animo e gli americani rifiutano di vivere nella paura’. Allo stesso modo, come spiega il consigliere dell´antiterrorismo John Brennan, nel documento ‘non descriviamo i nostri avversari come islamici e neppure jihadisti, perché non bisogna cadere nella trappola di al Qaeda che vuole descriversi come un movimento religioso’. Gli Stati Uniti sono in guerra semplicemente ‘contro al Qaeda e le organizzazioni terroristiche ad essa collegate’. Qui però si aggiunge un allarme specifico, nuovo rispetto all´èra Bush - fa notare REPUBBLICA -: ‘il terrorismo cresciuto in casa’ viene citato tra i pericoli più seri per la sicurezza nazionale. E´ la conseguenza della strage (13 morti) all´interno della caserma di Fort Hood nel Texas – perpetrata l´anno scorso da un maggiore dell´esercito di religione islamica – e del fallito attentato di Times Square il Primo maggio. Restano nel documento le specifiche minacce costituite da Iran e Corea del Nord per i loro programmi nucleari. Vi si aggiungono gli attacchi di cyber-pirati e il cambiamento climatico, due nuovi fronti che non venivano menzionati dalle Amministrazioni precedenti. Diplomazia multilaterale, lavoro di intelligence, e aiuti allo sviluppo, si aggiungono al tradizionale arsenale militare, come strumenti di prevenzione dei conflitti: perché l´uso della forza bellica torni ad essere solo l´ultima opzione”. (red)

 

 

15. La Corea del Nord mostra i muscoli: basta cooperazione

Roma - “La Corea del Nord ha sospeso ieri il ‘Patto di sicurezza’ che impediva uno scontro armato con la Corea del Sud. Dalla fine della guerra, nel 1953, un trattato di pace non è stato mai firmato e quell´accordo, fino al siluramento della corvetta Cheonan il 26 marzo scorso, aveva scongiurato attacchi militari diretti. La rimozione dell´ultimo scudo giuridico contro un attacco è stata annunciata dal capo di stato maggiore delle forze armate di Pyongyang”, informa REPUBBLICA. “‘Le nostre truppe - ha dichiarato - ritireranno le garanzie che hanno reso possibile la cooperazione con il Sud’. Il capo dell´esercito di Kim Jong-il, uno dei più numerosi al mondo con 1,2 milioni di effettivi e 6 milioni di riservisti, ha annunciato anche ‘un attacco immediato’ nel caso di ‘violazione del confine marittimo’ e una ‘risposta senza pietà contro la propaganda lungo la frontiera’. La guerra delle dichiarazioni segna così un´altra giornata ad alta tensione nella penisola coreana. All´altezza del 38esimo parallelo, poco distante dal posto di blocco di Pan Mun Jom, i soldati del Nord hanno esploso alcuni colpi contro i megafoni rimessi in attività dal Sud. L´esercito di Seul ha risposto diffondendo dagli altoparlanti inviti a disertare. Ai militari nemici sono stati promessi ‘un lavoro, una casa e una vita libera’. Queste prove di scontro, attente a non degenerare in azioni di guerra vere e proprie, sono state rafforzate dai movimenti delle forze armate. Dopo tre giorni sono ricomparsi nelle basi del Nord due dei quattro sommergibili scomparsi dai radar sudcoreani. Dai porti controllati da Seul sono usciti ‘per esercitazioni nel Mar Giallo’ dieci navi da guerra del Sud e della marina Usa. Il capo della base americana in Corea del Sud - aggiunge REPUBBLICA - ha intimato a Pyongyang di ‘sospendere subito ogni atto di provocazione’, assicurando l´appoggio al Sud per ‘sconfiggere l´aggressione’. Nel giro di poche ore il passaggio che consente ai sudcoreani di raggiungere il distretto industriale di Kaesung, situato nel Nord per due chilometri, è stato riaperto. Kim Jong-il l´aveva chiuso mercoledì, assieme agli altri collegamenti viari tra i due Paesi. Gli operai del Sud che lavorano nell´unico polo di cooperazione inter-coreano, hanno potuto così tornare nelle aziende. A Seul invece migliaia di persone hanno dato vita a manifestazioni anti-nordcoreane. Secondo l´intelligence Usa, che controlla il Nord dai satelliti, i movimenti militari del Nord non sembrano però ‘preparare attacchi immediati’. L´incubo di Seul, sotto il tiro dei missili di Pyongyang posizionati appena oltre la periferia, è che un nuovo atto di forza possa trascinare le due parti in una guerra che nessuno pare volere. E dopo giorni di silenzio anche la Russia è entrata ufficialmente nella partita coreana. Il Cremlino, irritato per essere stato escluso dal pool internazionale che ha certificato l´appartenenza al Nord del siluro esploso contro la Cheonan, ha dichiarato che solo con ‘una prova al 100 per cento’ sosterrà la richiesta di sanzioni Onu anti-Pyongyang, annunciata da Seul. Esperti russi sono atterrati ieri nel Sud, facendo capire che per Mosca ‘trovare la prova al 100 per cento sarà difficile’. Questo non significa che il fronte Usa-Giappone, schierato con Seul, perda un alleato a favore della coppia Cina-Corea del Nord. Il messaggio russo è stato semmai che, in caso di prova, Pechino si troverà isolata con Pyongyang. In un gioco ogni giorno più pericoloso, arriva oggi a Seul il premier cinese. Dopo la visita di Hillary Clinton, è l´appuntamento decisivo. Il presidente Lee Myung-Bak chiederà a Wen Jiabao di chiarire la posizione ambigua della Cina, vero arbitro del conflitto. Pechino ha in mano sia l´ipotesi di sanzioni Onu che il destino del regime del Nord. Fino ad oggi ne ha evitato il crollo politico e l´implosione economica. L´imbarazzante imprevedibilità di Kim Jong-il non viene però più sopportata dalla leadership cinese. Pechino non è disposta a sacrificare i rapporti con il Sud, di cui è primo partner commerciale, per inseguire il delirio bellico e nucleare di Kim. Il problema non è dunque già più l´alta tensione di queste ore, ma la successione del potere nel Nord, che il "caro leader" vorrebbe famigliare. Il passaggio, essenziale per l´equilibrio nel Pacifico - fa notare REPUBBLICA - resta sospeso tra riunificazione democratica e prolungamento del regime. La Cina si gioca le ambizioni di leadership. Per questo Wen Jiabao e Lee Myung-Bak, nell´isola di Taenan, ne discuteranno domani anche con il premier giapponese Yukio Hatoyama”. (red)

 

 

16. Israele, a Gerusalemme arriva la spiaggia artificiale

Roma - “Fra qualche giorno arrivano i Papaboys. Ma a Gerusalemme non è una grande notizia, questa. La novità vera è che arrivano i beach boys. I ragazzi del baretto. Il popolo in bermuda e infradito”, scrive il corrispondente del CORRIERE DELLA SERA, Francesco Battistini. “‘Se chiedi a un gerosolimitano che cosa gli manca e che cosa invidia a quelli di Tel Aviv - dice Yossi Levy, cronista di costume (da bagno) su Ma'ariv - ti risponderà sempre la stessa cosa’: fra tante pietre sacre, non c'è mai stata una sacrosanta spiaggia. Quest'estate no, si può cambiare, altra spiaggia (ma senza mare): centinaia di metri cubi di sabbia che decine di camion verranno a rovesciare nel cuore tachicardico della bellicosa Città della Pace. Un regalo del sindaco Nir Barkat, noto per le sue appassionate corse sulle dune della Parigi-Dakar, determinato nel volere ‘che questa diventi anche la città dello sport, che la sua grandezza non sia sminuita da insignificanti carenze come quella d'una spiaggia’. Barkat ha visto quanto hanno fatto i parigini sulla Senna, ha spiato i viennesi sul Danubio, ha visto che s'è piantato un ombrellone perfino sotto l'Arco della Pace di Milano e, perché no, ha pensato che non gli servisse né un lago, né un fiume, che l'acqua fosse un optional: fra una quindicina di giorni, benvenuti alla Jerusalem Beach. La sdraio è una piccola rivoluzione, in luoghi dove perlopiù ci s'inginocchia. E non è detto che piaccia a tutti - aggiunge il CORRIERE -. Lo stabilimento simil-balneare sorgerà vicino alle case chic della German Colony, caffè e ristoranti, dove abita l'ex premier Olmert e non lontano dalla residenza presidenziale di Peres, fra archi di pietra ottomana e finestre stile Kaiser, disegni art déco e fregi armeni. La spiaggia sarà spalmata sull'erba del parco Gan Ha Pa’amon, dov'è una campana che imita la Liberty Bell di Filadelfia e dove ogni autunno si celebrano le cerimonie religiose per la festività di Sukkot, che ricorda l'esodo d'Israele nel deserto. Carrelli del popcorn, racchettoni, musica a palla, tornei di beach volley, zeppe, soldati tatuati e ragazzine bikinate: gli organizzatori, una marca di birra che sponsorizza con 300 mila euro, promettono un'ondata d'eccezionale normalità. Pure di sabato, che a Gerusalemme tanto normale non è. E che il rabbinato più severo vorrebbe fosse d'assoluto riposo: per mesi, quando il sindaco ha osato tenere aperto un posteggio in quel giorno biblico, quando una multinazionale ha chiesto ai suoi dipendenti di lavorare, la polizia ha dovuto calmare i picchetti degli ultraortodossi. Loro, i religiosi a quattro ruote motrici del quartiere di Mea Shearim, è probabile che in questo mare d'inferno non ci verranno. Impegnati a contestare Rahm Emanuel, il capostaff del ‘traditore’ Obama venuto in questi giorni a celebrare il Bar Mitzvah del figlio al Muro del Pianto, non hanno fatto molto caso all’annuncio del sindaco. Ma si sa già come andrà: quando inizia l'estate, ogni giorno, c'è un pullman che dal ponte di Calatrava porta le famiglione degli Haredim su una riservata spiaggia di Tel Aviv, il muretto intorno a prova di curiosi, costumi castigati, cibo kosher, l’ingresso a giorni alterni per uomini e donne - riporta il CORRIERE -. ‘Una Jerusalem Beach per la verità c'è già - racconta lo scrittore israeliano Etgar Keret - sta a Tel Aviv non ha nulla a che fare con quella blindata dei religiosi: fu chiamata così in onore di Teddy Kollek, lo storico sindaco della tolleranza’. Per Keret, cantore telavivi della vita laica e in ciabattine, la spiaggia senza mare di Gerusalemme è un raggio di sole: ‘Il mare fu la nostra salvezza, durante l'intifada o la guerra del Golfo: ci buttavamo lì e tutto passava. Quando hai una spiaggia, tutto riprende le sue giuste proporzioni. Se pensi d'avere provato le peggiori ingiustizie o il più grande dei dolori, vai lì e capisci che la natura è più grande di te. L’individuo, il privato si mischiano a qualcosa di naturale, di pubblico. Soldati, arabi, coloni: si è tutti uguali, in costume da bagno. Persone. La spiaggia è il luogo dell'extraterritorialità. Denuda il nazionalismo, l'appartenenza. A Gerusalemme tutto è territorio, mio e tuo. Spero che ora diventi una città un po’ meno pazza. Anche con una spiaggia finta, se serve’”. (red)

 

 

17. Dal Maxxi a Macro, Roma diventa capitale dell’arte

Roma - “Nella città del Colosseo e del Foro romano, due nuovi indirizzi vanno aggiunti alle guide della grande arte dopo l´inaugurazione, nella giornata di ieri e con seguito di feste e visite che proseguono per tutto il fine settimana, di due nuovi musei dedicati al contemporaneo: il Maxxi, Museo per le Arti del XXI secolo, progettato da Zaha Hadid e il Macro, Museo d´arte contemporanea di Roma, progettato da Odile Decq”, scrive REPUBBLICA. “Scoprirli è un viaggio dentro l´architettura del futuro che si insedia a Roma. Per il Maxxi, costruito in un´area dove si trovavano edifici militari e che oggi accoglie il visitatore con l´opera shock di Gino De Dominicis "Calamita Cosmica" (un enorme scheletro adagiato in terra) l´inaugurazione è stata ufficiale, fra ministri, sottosegretari e addetti ai lavori. A cominciare dal ministro Sandro Bondi che esordisce: ‘È merito del governo e del presidente del Consiglio se questo museo è oggi completato’, subito fischiato, per poi sottolineare ‘il ruolo fondamentale ricoperto da tutti i governi precedenti e dai ministri Veltroni, Melandri, Urbani, Buttiglione e Rutelli. Siamo all´inaugurazione di una grande opera pubblica italiana che non è di destra né di sinistra’. Opera collettiva, ricordano Pio Baldi, Margherita Guccione e Anna Mattirolo, che lasciano infine la parola alla progettista che si dice subito ‘felice’ e ricorda che ‘l´opera è incompleta’. Il museo che si può vedere oggi è diverso da quello immaginato inizialmente, ridotto soprattutto per ragioni di spesa; mentre una parte delle ex baracche militari nell´area saranno allestite con servizi vari, dalla biblioteca al ristorante, entro l´autunno. Oltre l´ingresso - aggiunge REPUBBLICA - lungo le pareti delle scale, nelle sale e nei corridoi, le opere di Pino Pascali, Andy Warhol, Grazia Toderi, Stefano Arienti, artisti italiani e stranieri a decine hanno trovato spazio nel museo. È il giorno della messa alla prova di questa nuova "creatura" con gli allestimenti di quattro mostre, su Gino De Dominicis, Kutlug Ataman, Luigi Moretti e "Spazio", lavori dalla collezione del museo. Fuori scena, Vittorio Sgarbi si concede volentieri ai microfoni: ‘Questo non è un museo: è una scultura, è il mausoleo di Zaha Hadid. Ed è tutto un pieno: modulazioni meravigliose di cemento armato, però questo edificio respinge le opere d´arte, come a dire: l´opera sono io. Solo la dolcezza di Bondi ha impedito che lo si chiamasse Centre Berlusconi, come al Pompidou’. (In serata dirà ancora: ‘È fatta, sono stato nominato soprintendente a Venezia’). Tutto da scoprire anche il Macro dell´architetta parigina-bretone Odile Decq, a due passi da Porta Pia, commissionato dal Campidoglio nel 2001 e costato 20 milioni di euro. Sono 19.500 metri quadrati in un dedalo di sale espositive, terrazze, bar, ristoranti con al centro un "cuore rosso" che contiene un auditorium da 200 posti. Ad inaugurarlo, il sindaco Gianni Alemanno con seguito di assessori e soprintendenti. Nelle sale, grandi opere di Mario Schifano, Jannis Kounellis, Subodh Gupta, ad arricchire (temporaneamente) quelli che l´architetta francese chiama i suoi "territori sensuali" in attesa anch´essi di ulteriori completamenti. Eleganti protagoniste, quasi la stessa generazione, pari fama internazionale, le due grandes dames declinano l´invito a commentare una il lavoro dell´altra, lasciando al pubblico la parola e lo sguardo”. (red)

 

 

18. Il porporato si dedica la statua per i suoi 75 anni

Roma - “La statua è alta circa quattro metri e campeggia poco oltre l’ingresso del seminario metropolitano di Pontecagnano Faiano, al centro di una aiuola ben curata, circondata da alberi, e sullo sfondo un campetto di calcio, una fontana e qualche panchina sparsa qua e là. È tutta in marmo bianco e raffigura un vescovo che a vederlo così, scolpito e imponente, ci si immagina sia stato uno dei grandi della chiesa, magari non un santo o un beato, ma sicuramente qualcuno passato alla storia”, scrive Fulvio Bufi sul CORRIERE DELLA SERA -. Per saperlo basta leggere la targa incisa alla base del monumento: ‘A mons. Gerardo Pierro, arciv. primate metropolita di Salerno Campagna Acerno, al compiersi del suo 75esimo anno di età (1935 - 26 aprile 2010) con viva gratitudine l’arcidiocesi eresse’. ‘L’arcidiocesi eresse’, dunque. Ma da chi è guidata l’arcidiocesi che eresse il monumento a mons. Gerardo Pierro, arciv. primate ecettera eccetera? Da mons. Gerardo Pierro, archiv. primate eccetera eccetera. Insomma, monsignor Pierro ha deciso di farsi un regalo speciale per il suo settan-tacinquesimo compleanno. A Napoli, quando si vuol fare un regalo speciale c’è chi va dagli artigiani pastorai di San Gregorio Armeno e fa fare una statuetta in terracotta con le fattezze del festeggiato. Robetta rispetto alla pensata di sua eminenza, che con quel blocco di marmo a sua immagine e somiglianza si regala l’esclusiva di un monumento pre mortem (gli altri che ce l’hanno sono quelli con le copie esposte al museo delle cere, ma è un’altra cosa), e si mette al riparo dal rischio che quando (tra cent’anni) non ci sarà più, gli altri possano dimenticarsi di lui e magari non celebrarlo come ritiene di meritare. E poi, vuoi mettere, far parte degli invitati alla scoperta della propria statua? - ironizza il CORRIERE - E con che parterre: i sacerdoti salernitani al gran completo o quasi, il sindaco di Salerno De Luca, l’assessore regionale Sica. Tra l’altro in quel seminario, intitolato a Giovanni Paolo II, monsignor Pierro desidera trascorrere la vecchiaia, ora che, compiuti i 75 anni, dovrà lasciare la Curia e andarsene in pensione. Se il Vaticano accoglierà la sua richiesta, avrà l’opportunità di incontrarsi ogni giorno con se stesso, non solo spiritualmente, come di certo accadrà, ma anche in maniera molto più materiale. Dovrà restargli il tempo per occuparsi anche d’altro, però. Innanzitutto del processo a suo carico per truffa allo Stato, falso e abuso edilizio che comincerà il prossimo 5 luglio. Perché il monsignore è accusato di aver utilizzato i finanziamenti della Regione destinati alla ristrutturazione di una casa di accoglienza per giovani in difficoltà, per trasformare quella struttura in un albergo di lusso. Lui - fa notare il quotidiano - non ha mai dato spiegazioni pubbliche su come e perché avvenne quella ‘riconversione’, ma del resto l’arcivescovo è fatto così. Anche su questa storia della statua, raccontata già due giorni fa dal Corriere del Mezzogiorno, se n’è stato zitto. Affidando soltanto ieri una ricostruzione dei fatti a un comunicato di Tele Diocesi Salerno, in cui si sostiene che lui era all’oscuro di tutto (la statua l’avrebbe fatta un marmista di propria iniziativa) e che quando lo hanno informato avrebbe anche dissentito, dicendo che queste ‘sono cose che si fanno post mortem se se ne ravvisa la necessità’”. (red)

Prima pagina 28 maggio 2010

La Borsa che succhia il sangue della gente