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Alcol e patente, basterebbe buonsenso

Ottimo il senso dell’emendamento leghista al Codice della Strada approvato pochi giorni fa in Commissione lavori pubblici del Senato: gli automobilisti ai quali viene sospesa la patente potranno usufruire, se arriverà il sì finale da parte delle Camere, di una deroga e guidare al massimo per tre ore al giorno, il tempo ritenuto necessario per fare avanti e indietro dalla casa al lavoro, salvando il posto e lo stipendio. Era ora che qualcuno pensasse alla catastrofiche conseguenze per chi lavora di non poter circolare in auto dopo un decennio di continui inasprimenti delle pene per guidatori alticci o spericolati. Si badi bene: ubriaconi in abbiocco da sbornia e Schumacher di periferia vanno puniti con severità, perché mettono a rischio la vita altrui. Ma, come mi è capitato di sentire conoscendone qualcuno, lavoratori dipendenti (e ancor più quelli autonomi) costretti alle ferie forzate o di fatto disoccupati per aver bevuto un bicchiere in più sono vittime di un’esagerazione apocalittica, un sopruso di Stato. 

Ogni individuo, a seconda del peso corporeo e della tenuta psicofisica, regge in modo diverso l’alcol. Abbassare per tutti il livello accettabile di gradazione ad una soglia da scolarette è talebanismo ipocrita (e chi ci legge sa che non abbiamo nulla contro i costumi talebani: ma vissuti in Afghanistan, però, non qui). Negli Stati Uniti e nella maggior parte dei paesi europei vige la regola che chi guida non beve? Questo non è un argomento, perché se in tutto il mondo cominciassero a perseguitare chi porta i baffi ciò non significa che si debba farlo anche noi. Idem per il fumo. 

Dice: ma la legge non può mettersi a sindacare caso per caso, dev’essere uguale per tutti. E allora si cambi completamente paradigma, sulla falsariga dell’emendamento approvato. Si punisca, senza isterismi, chi fa il bullo al volante, ma introducendo prove più realistiche del palloncino (ad esempio, ed esistono studi in proposito, un esercizio di riflessi). Si colpiscano in modo più mirato i potenziali responsabili, differenziando le pene a seconda dell’età e dell’esperienza (è mai possibile che ragazzotti neo-patentati sfreccino in macchinoni supersonici? bassa cilindrata per i diciottenni, per favore). Nel contempo, si finanzino meno “politiche giovanili” dall’insulso e inutile intento educativo e si dirottino i soldi per robuste reti di trasporto notturno fra i maggiori centri urbani di una provincia, e una bella circolare di autobus a cadenza oraria, da mezzanotte alle cinque, nelle città-capoluogo. 

Ci vuole tanto? Non crediamo. Ci vuole la volontà politica di aprire gli occhi di fronte alla realtà. Forse, in effetti, chiediamo troppo. 

Alessio Mannino 

 

Che paura, l’auto-bomba

Concertone archiviato