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Che paura, l’auto-bomba

Sembra un telefilm. E non esattamente dei migliori. Il classico telefilm “made in Usa” in cui è tutto così risaputo che alla fine, per quanti crimini efferati ci vengano mostrati, e per quanto i cattivi siano davvero cattivissimi, l’effetto complessivo è persino rassicurante. Non disperate, ragazzi. È solo questione di tempo e le cose andranno a posto. Lo sceriffo incombe e farà giustizia. Lo sceriffo – ormai sostituito da un team, scrupolosamente multirazziale e nevrotico quanto basta, a scanso di esaltazioni individuali e superomistiche, nonché a metafora, e a maggior gloria, di un’intera società che coltiva il bene e lo persegue con la professionalità di un’azienda specializzata e ipertecnologica – vigila giorno e notte e si batterà fino allo stremo delle forze, trionfando puntualmente e come da copione. Appunto: come da copione.

Prendiamo quest’ultimo episodio che ha avuto come teatro (!) la centralissima Times Square, nel cuore di Manhattan, e che è stato immediatamente etichettato, e sbandierato, come l’ennesima “minaccia terroristica” contro gli Stati Uniti d’America. Che cosa fa, il presunto attentatore? Mette insieme un ordigno confezionato alla meno peggio e lo piazza in bella vista all’interno dell’abitacolo di un Suv, che provvede a parcheggiare con le luci d’emergenza accese. Così, giusto per attirare un po’ l’attenzione. E strano, anzi, che non gli sia venuto in mente di lasciare acceso anche lo stereo (col volume al massimo, of course) e con un bel cd adatto alle circostanze, tipo una nenia arabeggiante in chiave al Qaeda o un canto militaresco hitleriano in stile Fratellanza ariana (o nazisti dell’Illinois...). 

Inoltre, per quella che i media amano definire “una fortunata coincidenza”, di lì a poco il suddetto ordigno si è messo a esalare del fumo, ben visibile ma del tutto innocuo. Il che, manco a dirlo, ha richiamato l’attenzione, altrettanto provvidenziale, di un bravo cittadino. Che si chiama Lance Orten ed è un ex veterano del Vietnam. Che di mestiere, diciamo così, fa il venditore ambulante di magliette. In effetti è la classica persona che potrebbe avere qualche buon motivo di risentimento nei confronti di una società che dopo il suo ritorno dal fronte si è completamente disinteressata di lui e del suo futuro («Non ho avuto scelta. Nessuno mi dava un lavoro»), ma l’onestà e il patriottismo hanno la meglio. Lance si affretta ad avvisare un poliziotto. Il quale, obviously, dà l’allarme e permette agli artificieri di intervenire prontamente, eliminando ogni residuo “pericolo”.

Happy end e titoli di coda, verrebbe da dire. In realtà è il contrario, perché questo è solo il prologo e ciò che conta è il seguito. È il sindaco di New York, Michael R. Bloomberg, che tanto per essere sicuro di aver dato il La al coro sollecito e disciplinato dei media improvvisa una conferenza stampa sul posto, unitamente al governatore David A. Paterson e al comandante della polizia Raymond W. Kelly (http://www.nytimes.com/2010/05/02/nyregion/02timessquare.html). Bloomberg che ha l’aria di uno che è stato appena strappato a un party e che infatti sfoggia un completo impeccabile con tanto di papillon bordeaux. Bloomberg che se ne sta  in piedi in mezzo alla strada, proprio al di sotto della rutilante insegna pubblicitaria di “Yahoo!”, e che non vede l’ora di gonfiare a dismisura il poco o niente che è accaduto: «Siamo stati fortunati, abbiamo evitato una strage. I terroristi vogliono privarci della libertà, ma noi siamo pronti a combattere qualsiasi minaccia».

Come no? «Qualsiasi minaccia». Specialmente se di questo calibro. Pianificata con la cura che abbiamo visto e portata a termine con la stessa accortezza che contraddistingueva una delle più celebri associazioni a delinquere della storia americana: la Banda Bassotti. 

 

Federico Zamboni


Secondo i quotidiani del 03/05/2010

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