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Concertone archiviato

Anche quest’anno abbiamo archiviato il concertone del 1° maggio di Roma e le sue imitazioni sperse in giro. Bel momento di aggregazione, 700mila in piazza S.Giovanni, dicono. Viene, però, da chiedersi quanti lavoratori o disoccupati ci fossero in quella folla e quindi quale connessione abbia più col “Primo Maggio dei lavoratori”.

Dovrebbe essere un concerto per la Festa dei lavoratori, ma sembra più una passerella per noti e ignoti del panorama musicale che con la ricorrenza c’entra sempre meno. Sì è una bella festa, ma non basta un “Bella ciao” per ricuperarne il senso originario, anzi è una dimostrazione di quanto questo stia andando perduto: le canzoni del lavoro sono altre ed escono da quell’Italia contadina, sfruttata in maniera vergognosa, del XIX secolo. Canzoni popolari, spesso anonime, cantate insieme, di quando i lavoratori cominciavano a prendere coscienza di sé.

Quanto si sarebbero potuti riconoscere questi sfruttati in una kermesse che ha un sapore sempre più consumistico e superficiale? Ogni dubbio è legittimo, soprattutto quello sul livello di conoscenza dei giovani riuniti in quella piazza sulla storia delle durissime lotte sociali contro lo sfruttamento del lavoro, quando le condizioni in Europa non differivano da quelli dei paesi dove oggi si delocalizza.

L’importante, per la maggior parte di loro è la bella avventura giovanile, quella da ricordare negli anni: il giorno dell’adolescenza o dei vent’anni in cui si fece il viaggio a Roma per il grande evento collettivo. Legittimo, per carità, se solo non fosse che, spesso, non si ricordi la strada che ha portato al “Primo Maggio”. Strada percorsa quando il sindacato si occupava dei lavoratori e non dei concerti in piazza, degli sponsor di tipo bancario, o di procurarsi poltrone. S.Giovanni è una manifestazione che con i lavoratori ha poco a che vedere: se fosse stata indirizzata a loro l’età media della piazza sarebbe stata diversa. 

Chiamiamolo concerto di primavera allora, togliamogli connotazioni che non ha più: è un evento faticoso che chi si fa il culo tutta la settimana non può permettersi. Le istituzioni, quelle sindacali in primis, dovrebbero concentrarsi su eventi e celebrazioni che restituiscano il senso della festa, magari non faranno grande audience su Rai3, però il fine più che intrattenere dovrebbe essere quello di educare, di ricordare il duro percorso di quelle lotte sindacali che volevano restituire dignità a uomini che avevano meno diritti delle bestie, e parliamo delle bestie di ieri non di quelle di oggi, che hanno più diritti di un bracciante del secolo XIX. 

Celebrazione educativa, ma senza esagerare, il senso di Festa deve rimanere. Il senso di una giornata che il lavoratore può dedicare a se stesso, perché sempre più si dimentica che si lavora per vivere e non il contrario, che un uomo non è il suo lavoro e che dovrebbe realizzare se stesso più nel suo tempo libero, naturalmente fatti salvi i pochi fortunati che sono pagati per fare cose amano. Magari la festa, o le feste, organizzate dal sindacato, dovrebbero essere più orientate verso il lavoratore e soprattutto avere carattere più locale, così da far recuperare quel perduto senso della comunità che porta ad una solidarietà reale e non a vuote parole dispensate alla folla dall’alto di un palco. 

Certo non è più il tempo delle feste nell’aia dell’Italia contadina, ma se queste appartengono al passato hanno ancora un senso queste costose kermesse d’immagine? Il mondo del lavoro ha bisogno di altre attenzioni e una piazza dove sono scarsamente presenti non è certo una priorità per il sindacato. 

Ferdinando Menconi

 

Alcol e patente, basterebbe buonsenso

Prima Pagina 30 aprile 2010