Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 03/05/2010

1. Le prime pagine

 Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Atene, soccorso da 110 miliardi” e “Gli errori dell’Europa”. Di spalla: “Perché il Papa chiama icona e non reliquia la Sindone”. Editoriale di Gian Antonio Stella: “Il patrimonio tagliato a fette”. Al centro: “L’Inter sola al comando. Laziali sconfitti (e felici)” e “‘Gli assegni consegnati al ministero’, le nuove carte che accusano Scajola”. Sempre al centro: “Un’autobomba riporta la paura a Manhattan”. In basso: “Se i partiti si indeboliscono tutto il sistema rischia la crisi” e “Patente privilegiata per auto blu”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Autobomba a Times Square, a New York torna la paura”. Di spalla: “Obama in Louisiana: ‘La Bp pagherà il conto’”. Al centro: “Ue, alla Grecia 110 miliardi in cambio di tagli durissimi”. A fondo pagina: “Autodifesa di Polanski: ho scontato la mia pena” e “L’Inter batte la Lazio, il tifoso laziale esulta”.

LA STAMPA – In apertura: “Grecia, conto da 110 miliardi”. Editoriale di Barbara Spinelli: “Malinconie tedesche”. In taglio alto: “Un’autobomba a Times Square. ‘Strage sventata’”. Al centro: “Tre mesi per chiudere le falle dell’onda nera” e la fotonotizia sul Papa: “‘Sindone icona contro il male’”. In basso: “Partita farsa, la Lazio fa un favore all’Inter”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Freno alle liti in condominio” e l’editoriale: “Non finirà sempre in tribunale”. A centro pagina: “A scuola classi più numerose” e fotonotizia “Le frontiere del gusto. Le eccellenze del made in Italy”. Di spalla: “Il bonus sull’energia mette tutti d’accordo”. In basso: “I cinesi guidano la multinazionale delle rimesse”.

IL GIORNALE – In apertura: “Un Don Bancomat per la politica”. Al centro la foto-notizia: “Attentati, disastri e amanti: povero Obama” e “Via agli aiuti, per la Grecia misure choc”. Di spalla: “Ma quale destra. Fini le ha già liquidate tutte”. A fondo pagina: “Quegli spot grotteschi che umiliano le donne”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Grecia, congelati salari e pensioni” e in un box: “Liberare il lavoro per liberare i lavori”. Editoriale di Enrico Cisnetto: “Europa svegliati, la partita non è finita”. Al centro: “Lazio ko e applausi all’Inter. La Sensi: ‘Una vergogna’” e “Autobomba a New York”. In un box: “Marea nera, Obama giunto in Louisiana: tre mesi per fermare l’uscita del greggio”. A fondo pagina: “Unità d’Italia, Calderoli shock: ‘Celebrazioni inutili, non ci vado’” e “Il Foro supera la prova olimpica”.

IL TEMPO – In apertura: “La secessione del Cosa”. Al centro la foto-notizia: “Sconfitta Capitale”. IL FOGLIO – In apertura: “Non saremo anche noi ’nu poco greci?”. A sinistra: “Delitti”. A destra: “Amori”. In basso: “Ridateci il Cav. scomparso in questa tetra, interminabile litigata”.

L’UNITÀ – In apertura: “Idea di futuro”. (red)

 

 

2. Grecia, aiuti per 110 miliardi di euro da Ue e Fmi

 Roma - “La Grecia annuncia una manovrona triennale da 30 miliardi per evitare la bancarotta e l’Europa dice che sì, va bene, è un ‘piano solido e credibile’. Come conseguenza immediata i ministri economici di Eurolandia attivano il meccanismo di prestiti bilaterali coordinati col Fmi, 110 miliardi di crediti da qui al 2012, a tassi che Atene potrebbe solo sognare, il 5% per cominciare. Lo annuncia LA STAMPA. Il premier Papandreou ringrazia, è una giornata nera ma un è andata bene, ha una sponda a Bruxelles che lo aiuterà a affrontare la protesta di sindacati e opposizione che, in patria, prevedono ‘una stagione di recessione e scontri sociali’. Magari servirà anche a placare la speculazione. Bruxelles ci spera: ‘Mai fatto nulla di simile per garantire la stabilità della moneta unica’. ‘Non è facile’, ha ammesso in serata, alla fine della riunione straordinaria dell’Eurogruppo, il ministro delle finanze elleniche George Papaconstantinou, presentatosi con la faccia scura delle peggiori occasioni. La Grecia è per propria ammissione al bivio fra ‘il crollo e la salvezza’. Il poliglotta guardiano dei magri tesori di Atene nega d’essere ‘sotto tutela’ e giura che ‘farà tutto il necessario per tornare in equilibrio’. Il piano approvato ieri e che stamane presenterà al Parlamento vuole esserne la prova. Oltre a ciò, il ministro aggiunge una promessa d’onore: ‘Rimborseremo tutto, sino all’ultimo euro’.

Il test nelle Borse sarà cruciale. ‘La decisione finale è presa’ ha ripetuto sino alla noia presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker. La convocazione per venerdì di un vertice dei leader dell’Eurogruppo ha suggerito che la storia non fosse finita. ‘Falso’, ha spiegato il lussemburghese, ‘si fa il punto sulla governance dell’economia’. La prima tranche di credito Ue-Fmi arriverà ad Atene prima del 19 maggio, giorno in cui scadono 8,5 miliardi di titoli decennali. Vuol dire che la bancarotta dovrebbe essere fugata. Sarà abbastanza per quietare gli speculatori ed evitare il contagio verso Lisbona? Per questo occorre che la Grecia convinca tutti della sua determinazione ad arrivare sino in fondo nella sua tragica Odissea di austerità. Il piano anticrisi schiaccia la spesa, taglierà stipendi pubblici e pensioni anche private, dando una stretta pure alle imposte indirette. Saranno ridotte, o abolita in funzione del reddito, la 13ma e 14ma mensilità. Gli stipendi degli statali verranno sforbiciati a chi guadagna più di 3000 euro lordi al mese. L’aliquota superiore dell’Iva salirà dal 21 al 23%. Cresceranno, di nuovo, le imposte su carburanti, alcol, sigarette e beni di lusso: +10%. ‘Evitare la bancarotta è la nostra linea rossa’, incalza Papandreou. I suoi ‘grandi sacrifici’ dovrebbero portare ad una riduzione di 6,5 punti, due più del previsto, del rapporto deficit/pil nel 2010. Di questo passo, la Grecia potrebbe tornare sotto la soglia virtuosa del 3% nel 2014.

‘Quest’anno l’economia sarà ancora in rosso - stima il commissario Ue per l’Economia, Olli Rehn - ma nella seconda metà del prossimo la tendenza s’invertirà’. Il debito continuerà a crescere sino al 2013, sfiorando un 150% che nessuno ricorda. L’Europa sosterrà lo sforzo, doppio perché bisogna pagare e farlo col sorriso. Ogni tre mesi effettuerà un controllo. Nel 2010 i Sedici metteranno 30 miliardi, grazie al meccanismo che nei prossimi giorni verrà approvato dai parlamenti nazionali. Si valuta anche un contributo volontario delle banche (dice Juncker), mentre proprio per il credito sarà creato un apposito fondo di stabilizzazione. L’Italia si impegna con 5,5 miliardi stanziati per decreto, col ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, parla di ‘accordo positivo per euro e Europa’. Il Fondo verserà 15 miliardi. Si poteva far prima. ‘Sono stato spesso sul punto di perdere la pazienza - aggiunge Juncker - ma bisogna rispettare tutti’. Lo ammettono anche i tedeschi, timorosi per l’effetto del salvataggio sul voto locale del 9. Bce, Commissione e Consiglio rimarcano che ‘la stabilità di tutta la zona euro era a rischio’. Frau Merkel incrocia le dita cristianodemocratiche e si pone per motivi interni quello che gli altri si chiedono per l’Europa: ‘Basterà?’” (red)

 

 

3. Grecia, la manovra: scure su stipendi e pensioni

 Roma - “Stipendi più bassi, tasse più alte, licenziamenti più facili ed età pensionabile alzata di quasi cinque anni. I greci – scrive LA REPUBBLICA - hanno scoperto ieri che il biglietto per partecipare alla nuova Odissea di Atene (copyright del premier Giorgos Papandreou) sarà, come prevedibile, salatissimo. Ue e Fondo Monetario garantiranno al governo i 120 miliardi ‘necessari per salvare il Paese dalla bancarotta’, ha spiegato il primo ministro. I suoi concittadini però dovranno garantire in cambio ‘grandi sacrifici’. Una cura lacrime e sangue da 30 miliardi per tagliare il rapporto deficit-Pil dal 13,9% attuale al 3% entro il 2014 che nei prossimi giorni - dopodomani è convocato lo sciopero generale - affronterà l’inevitabile esame della piazza. ‘La nostra condizione di vita tornerà indietro di vent’anni - ha detto Spyros Papaspyros, segretario di Adedy, il sindacato dei dipendenti pubblici - temo un’esplosione sociale’. Bruxelles, Washington e Bce verificheranno ogni tre mesi il rispetto degli obiettivi del piano, condizione necessaria per tenere aperto il rubinetto dei fondi internazionali. ‘Lo scudo degli aiuti ci consente di fare le riforme senza essere costretti a chiedere soldi al mercato nei prossimi tre anni’ ha spiegato il ministro delle Finanze Papakonstantinou.

La pillola più amara del piano dovranno mandarla giù i dipendenti del pubblico impiego. Stipendi e pensioni saranno congelati fino al 2014. Non solo: le misure concordate con la Trojka prevedono un colpo d’accetta ai bonus (-28% in tutto) che costituivano una parte importante dei loro salari. Il Governo ha salvato dall’austerity tredicesima e quattordicesima - una piccola vittoria per il fronte sindacale - riducendole però a un massimo di mille euro. Niente extra per i compensi superiori ai 3mila euro e le pensioni oltre i 2.500. La prossima busta paga del settore sarà inferiore del 30% a quella di dicembre scorso. Per i dipendenti del settore privato Papandreou ha annunciato misure che faciliteranno i licenziamenti (sarà alzato il tetto del 2% al mese per le grandi aziende) e un’iniezione di flessibilità. In cambio ha ottenuto l’ok al varo del salario minimo per giovani disoccupati e disoccupati. Rivoluzionate anche le pensioni: l’età minima sarà portata a 65 anni ed equiparata tra uomini e donne. Entro il 2015 per lasciare il lavoro ci vorranno almeno 40 anni di contributi (oggi sono 35) e il valore dell’assegno mensile sarà calcolato sull’intera vita lavorativa e non solo sugli ultimi dieci anni.

Falcidiata a poche unità la lista delle professioni usuranti che garantivano le baby pensioni, un surreale elenco di 600 attività tra cui i trombettisti (a rischio di reflusso gastrico) e i conduttori tv minacciati dai batteri nei microfoni. I tagli non sono però l’unico sacrificio chiesto ai greci. La terapia d’urto della Trojka farà decollare il costo della vita: l’Iva salirà dal 21% al 23%, balzeranno del 10% le imposte su sigarette, alcol e benzina. Atene chiederà un ‘contributo straordinario’ alle imprese (leggi le banche) che guadagnano di più. La cura, come ovvio, non sarà espansiva: il Pil ellenico è stato rivisto a meno 4% nel 2010 e tornerà a crescere nel 2012. Il debito pubblico arriverà al 149% del Pil per iniziare a scendere solo dal 2014. Il numero più delicato (su cui non a caso Atene e Ue glissano) è quello della disoccupazione già arrivata all’11,3%. ‘Sono sacrifici pesanti - ammette il ministro Papakonstantinou - ma dovevamo scegliere tra il collasso e la sopravvivenza. Da questo elettrochoc uscirà una Grecia più credibile e trasparente. E sono certo che la maggioranza del Paese sarà con noi’. I prossimi giorni diranno se ha ragione”. (red)

 

 

4. NY: autobomba a Times Square, strage sventata

 Roma - Riporta il CORRIERE DELLA SERA: “Lance Orton è abituato a guardare cosa succede in strada. Perché in strada ci vive, vendendo magliette a Times Square, cuore pulsante di New York. Ed è anche un tipo sveglio. Perché Lance si è ‘fatto’ il Vietnam. Il suo spirito di osservazione ha probabilmente evitato una strage. Lance Orton, alle 18 e 30 del Primo maggio, si è accorto del fumo che usciva da un Suv Nissan Pathfinder parcheggiato all’incrocio tra la Quarantacinquesima strada e Broadway. Ha avvertito un poliziotto a cavallo, Wayne Rhatigan, che si è avvicinato. Uno sguardo e poi piccole deflagrazioni all’interno dell’auto. L’agente ha allora lanciato l’allarme dando inizio ad una gigantesca evacuazione. Con migliaia di persone costrette a lasciare ristoranti e locali. Bloccati due hotel, rallentata la programmazione nei famosi teatri. Gli artificieri hanno accertato che il Suv era stato trasformato in una rudimentale auto-bomba con petardi, propano, bombole per il camping, benzina, fertilizzante e un paio di orologi (tra cui uno per bambini) a fare da timer. L’obiettivo era quello di creare un effetto ‘palla di fuoco’. Per questo il sindaco Michael Bloomberg, rientrato d’urgenza da Washington, ha ammesso: ‘Siamo stati fortunati’. ‘Siamo stati noi’, hanno replicato con un messaggio sul web presunti talebani pachistani presentando l’attacco come una vendetta per l’uccisione di tre capi qaedisti. Rivendicazione — un po’ tardiva — tutta da verificare e accolta, per ora, con scetticismo.

Gli investigatori, intanto, sono al lavoro sulla vettura. Hanno recuperato impronte e tracce di Dna. Hanno accertato che la targa appartiene ad un pick-up rottamato due settimane fa nel Connecticut. Quindi hanno esaminato le immagini delle tv a circuito chiuso del ‘Cerchio d’acciaio’, il sistema che protegge Manhattan. Un filmato, insieme a quello di un turista, mostra ‘un bianco sui 40 anni’, che parcheggia il Suv, poi esce dall’auto, si cambia la camicia e fugge. È lui il primo ricercato. L’altro fronte riguarda la matrice dell’attacco. La lista dei possibili sospetti è lunga. Le autorità hanno parlato di ‘un gesto isolato’ e la Casa Bianca ha affermato di ‘considerare ogni possibile movente’. Barack Obama, dopo aver celebrato come ‘un eroe’ il venditore ambulante, ha promesso ‘giustizia’. Gli esperti, invece, hanno elencato i molti complotti sventati a New York. Altri ancora hanno insistito sull’atto del terrorista ‘nato in casa’. Un estremista radicalizzatosi proprio negli Usa o persino americano. Fonti inglesi non hanno escluso un legame con le minacce al programma tv South Park che ha preso in giro il Profeta. Il Suv era, infatti, parcheggiato vicino agli uffici della Viacom, società che produce la serie. Neppure scartata la pista interna, con estremisti di destra e miliziani capaci di tutto. Magari tutti pensano al nemico ‘straniero’ e invece è il vicino di casa. In serata, una bomba rudimentale è stata disinnescata vicino al percorso della maratona di Pittsburgh”. (red)

 

 

5. Scajola, nuove accuse: Assegni consegnati al ministero

 Roma - Riporta LA REPUBBLICA: “Claudio Scajola rimane impiccato alla sue parole. Già smentito da evidenze documentali (le tracce lasciate dagli 80 assegni circolari della provvista messa a disposizione dal costruttore Diego Anemone per l’acquisto della casa di via del Fagutale 2), il ministro per lo Sviluppo Economico dà ora delle bugiarde a Beatrice e Barbara Papa, le sorelle che gli hanno venduto nel luglio del 2004 il ‘mezzanino da 180 metri quadri’ vista Colosseo (‘Chi dice che sia stato a conoscenza o addirittura che sia stato il portatore di quegli 80 assegni il giorno del rogito, mente’, intervista a ‘Repubblica’ 1 maggio), ma inciampa in un teste che delle due signore conferma la versione. È l’architetto Angelo Zampolini, la ‘tasca’ di Diego Anemone, l’uomo degli assegni per 900 mila euro. Interrogato la sera del 23 aprile a Perugia dai pubblici ministeri che gli contestano i reati di associazione a delinquere e riciclaggio, il professionista dichiara: ‘Il giorno del rogito portai gli 80 circolari nel luogo in cui venne firmato l’atto’. Un ufficio in via della Mercede, a Roma, ‘nella disponibilità del ministero per l’Attuazione del Programma’, nel ricordo di Beatrice Papa. Qui, lo attendono il ministro Scajola, le sorelle Papa, il notaio Gianluca Napoleone e ‘alcuni funzionari di banca’. E di almeno uno, Beatrice Papa, ricorda il nome: Luca Trentini, direttore di sportello della ‘Deutsche bank’, l’istituto dove Zampolini aveva provveduto al cambio dei 900 mila euro contanti in assegni.

È possibile che Scajola cominci a dare del bugiardo anche a Zampolini. Certo, è sempre più curioso constatare come il ministro, il giorno del rogito, non solo non si accorga che qualcuno sta versando 900 mila euro a suo beneficio. Ma gli sfugga anche la presenza nei suoi uffici di un funzionario di banca – il direttore di sportello della ‘Deutsche’ – che, se fosse vero quello che il ministro dice, lì non dovrebbe essere, non essendo la ‘Deutsche’ la banca con cui Scajola aveva acceso il mutuo per i 610 mila euro del prezzo in chiaro dell’appartamento. Il canovaccio della difesa abbozzata da Scajola non sembra del resto molto diverso da quello dell’ex ministro per le Infrastrutture Pietro Lunardi. Nell’inchiesta sui Grandi Appalti il suo nome balla dall’inizio. Dai giorni in cui la ‘cricca’, intercettata telefonicamente, si sbatteva per risolvere una sua pendenza alla Corte dei Conti. E ora che l’indagine torna a occuparsi di lui (come riferito sabato, di Lunardi parla con i magistrati di Firenze l’ex autista di Balducci, il cittadino tunisino Laid Ben Hidri Fathi), l’ex ministro batte il pugno sul tavolo. Alle agenzie di stampa, annuncia querele a ‘Repubblica’. Definisce ‘ovvia’ la sua conoscenza con Angelo Balducci (‘Certo che lo frequentavo. Era uno dei miei provveditori. Ne avevo 20 sotto di me’). E ne ribadisce l’assoluta ‘trasparenza’.

‘Ho avuto indicazioni per le mie cose personali – aggiunge - ma tutto rientra nel lecito. Come l’acquisto di un appartamento da ‘Propaganda fide’ a Roma. Ho acceso un mutuo. È vero, Diego Anemone ha fatto alcuni lavori in campagna da me a Parma. Interventi specialistici che solo lui poteva fare. E che ho regolarmente pagato’. Quindi l’affondo: ‘Non conosco questo autista tunisino di Balducci, ma non c’è motivo per mettere in mezzo la mia famiglia’. Nelle parole di Lunardi, il riferimento alla famiglia forse non è casuale. E non solo e non tanto perché la figlia dell’ex ministro viene indicata dal tunisino Fathi come uno dei ‘contatti’ del ‘sistema Anemone’. Ma perché è sul figlio dello stesso Lunardi che l’indagine di Perugia sta ora facendo accertamenti. Accade infatti che in quel famigerato 2004 in cui Scajola ha la fortuna di trovare 180 metri quadri che guardano il Colosseo a soli 610 mila euro, Lunardi junior abbia altrettanta fortuna nel cedere per circa 400 mila euro un appartamento a Monti praticamente invendibile, perché gravato da abusi. L’acquirente malaccorto, casualmente, si chiama Claudio Rinaldi, già numero due di Balducci alle Grandi Opere e quindi commissario per i Mondiali di Nuoto e il G8 della Maddalena.

Interrogato nei giorni scorsi a Perugia, Rinaldi, indagato per corruzione e associazione a delinquere, ha definito quella compravendita ‘un possibile affare’ non rivelatosi poi tale. ‘Intendevo ristrutturarlo e rivenderlo. Ma per complicate ragioni di condoni non eseguiti, quell’immobile venne sequestrato e io ne sono ancora proprietario’. Insomma, a guadagnarci è stato solo Lunardi jr. Le case, dunque, e la loro compravendita come strumento di dissimulazione di tangenti. In questa inchiesta appare sempre più questa una delle leve in grado di scoperchiare il segreto del ‘Sistema’ di cui Anemone e Balducci continuano ad essere i depositari. E per averne una ennesima prova sarebbe sufficiente leggere l’appunto sequestrato in casa Balducci al momento dell’arresto e che lui stesso aveva affannosamente redatto quando aveva capito di essere perduto. ‘Appartamento in via dei Cartari 11 acquistato al prezzo di 1 milione di euro. Risulta pagato con assegno dell’ingegner Angelo Balducci solo per 130 mila euro. Il saldo fu corrisposto mediante assegni circolari tratti dal conto corrente dell’architetto Zampolini per complessivi 670 mila euro. Di 200 mila euro a saldo dell’operazione non c’è traccia bancaria’”. (red)

 

 

6. Scajola, i finiani vero timore di Berlusconi

Roma - Scrive IL GIORNALE: “Sceglie il silenzio, Silvio Berlusconi, e si ritaglia una domenica di riposo in quel di Arcore, prima di rituffarsi nelle beghe politiche romane questa sera. Il Cavaliere passa il fine settimana in famiglia, con figli e nipoti, a ‘fare il nonno’, deciso a non dare troppo spago agli ultimi fronti aperti. Il primo è l’affaire Scajola, ministro di peso finito nel tritacarne mediatico per l’acquisto di un appartamento vista Colosseo; il secondo è il caso Bocchino, anche ieri immancabilmente presente in tv e sulle agenzie di stampa a graffiare il premier e leader del suo partito. Capitoli intrecciati, questi, visto che i finiani potrebbero prendere spunto dalle ultime grane che hanno coinvolto il ministro per le Attività produttive per fare il controcanto sui temi sensibili della giustizia e della legalità. Non a caso il sito Generazione Italia, ‘aggregatore’ vicino al presidente della Camera, s’è affrettato a esprime ‘solidarietà’ al ministro ma con molti puntini sulle ‘i’. ‘Scajola dimostrerà la sua estraneità ma - si legge sul web - a questo punto il governo, per rilanciare la sua immagine, deve accelerare l’iter del ddl anticorruzione, che sarebbe stato approvato il primo marzo scorso’. Il timore, quindi, è che l’immagine dell’esecutivo e della maggioranza venga indebolita, dando per di più alla minoranza finiana l’occasione di sventolare la bandiera della legalità, trovando sponda nell’opposizione più giustizialista. Tutto ciò nonostante il ministro Scajola non sia nemmeno indagato.

Berlusconi, che ha già chiesto al governo di fare quadrato attorno al titolare delle Attività produttive spazzando via qualsiasi ipotesi di dimissioni, spera che anche su questa vicenda si faccia chiarezza il più presto possibile. Sarebbe il miglior modo per rompere la tenaglia che si sta stringendo, come sempre, attorno alla sua persona. Attaccano i miei uomini per colpire me, è il ragionamento del Cavaliere, irritato però che si sia potuto lasciare il fianco scoperto a sospetti e illazioni. Equivoci, per il presidente del Consiglio, che potrebbero contribuire a creare una sorta di santa alleanza tra toghe e frondisti: le prime, galvanizzate da nuovi tifosi marcati Pdl; i secondi attendisti, in vista di nuove bordate da parte di qualche procura politicizzata. Ecco perché, nell’attesa che lo stesso ministro si presenti dai magistrati a raccontare la sua versione dei fatti (forse già in settimana), il premier sceglie la linea del silenzio. Ma quello che più teme il premier è che le opposizioni, parlamentari e mediatiche, possano trovare linfa nuova nei distinguo delle truppe finiane più radicali.

Un esponente delle quali, Italo Bocchino, continua nella strategia del logoramento. Anche ieri al Cavaliere non hanno fatto piacere le ultime accuse dell’ormai ex vicecapogruppo vicario alla Camera e, lette le agenzie di stampa, s’è infastidito non poco. Tuttavia, il presidente del Consiglio ha deciso di non rispondere, considerando chiusa la pratica Bocchino e ritenendo il deputato un semplice onorevole che rema contro. Esasperato dall’opposizione interna, Berlusconi resta però speranzoso che sui più importanti provvedimenti i finiani non si mettano completamente di traverso perché poi toccherebbe loro assumersi la responsabilità di aver spaccato tutto. La minaccia di resettare governo e maggioranza e chiedere di tornare a dare la parola al popolo sovrano resta. Sullo sfondo, ma resta. Un rischio, questo, che neppure Fini vuol correre, specie restando in vigore l’attuale legge elettorale. E il Cavaliere lo sa bene”. (red)

 

 

7. Calderoli: Inutile celebrare l’Unità d’Italia. È bufera

Roma - Scrive LA STAMPA: “Che il partito di Bossi si apprestasse a stonare in questo coro di encomio dell’Italia ‘una’, era nell’aria, anzi si sapeva, ma la cosa non era mai stata rivelata né in forme ufficiose né - meno che mai - ufficiali. Ieri ci sono state, ad un tempo, la svolta e il chiarimento. Lucia Annunziata ha ospitato nel suo programma ‘In 1/2 ora’ il ministro per la semplificazione normativa Roberto Calderoli, al quale ha posto una domanda diretta: ci sarà il 5 maggio a Quarto a dare l’avvio all’anno di celebrazioni? ‘Non ne ho la minima idea’, ha risposto il ministro, il quale non ha neppure saputo dire se ci sarà qualche altro esponente leghista. ‘Non lo so, vedremo - ha replicato a Lucia Annunziata - Ma penso che la miglior risposta sia realizzare l’unità d’Italia attraverso il federalismo. È inutile parlare di un totem sapendo che ci sono differenze nel paese, chi lavorerà per realizzare l’unità del Paese festeggerà così il 150°. La celebrazione in se stessa ha poco senso - ha insistito Calderoli - trovo che sia meglio dare soluzioni, sollevare la bandiera non basta’, perciò ad Annunziata che gli ha chiesto se lui personalmente parteciperà alla cerimonia Calderoli ha risposto: ‘Io sarò a lavorare per realizzare questo progetto’. La posizione del ministro non è, ovviamente, una sorpresa per nessuno. Anzi, semmai è una risposta finalmente chiara rispetto a un tema sul quale erano circolate solo ipotesi: la Lega, insomma, sull’unità d’Italia ha una opinione che non è quella dei più.

D’altronde dietro le dimissioni di Ciampi dalla presidenza del comitato dei garanti per le celebrazioni del 150° dell’unità, molti avevano letto proprio un disagio del Presidente emerito rispetto alle posizioni di un partito di governo su un tema così delicato. Ma Ciampi, con estrema delicatezza istituzionale, aveva preferito addurre motivazioni anagrafiche e di salute a sostegno di questa sua scelta. Molto meno ermetici erano stati poi, nei giorni a venire, altri membri del Comitato (Maraini, Zagrebelsky, Morazzoni e altri) che non ne potevano più di questa tela di Penelope dei ‘150 anni dell’Unità’ che il governo tesseva di giorno con il Pdl e il ministro Bondi, e disfaceva di notte con la Lega e i suoi esponenti nell’esecutivo. Ma ora il dissenso leghista su questo tema è venuto fuori in tutta evidenza e il parlamentare dell’Idv Leoluca Orlando ricorda a Calderoli come questa sua posizione faccia a pugni con il giuramento da lui prestato come ministro rispetto ai valori costituzionali, di cui l’unità della patria è l’abc. E quanto al lavorare al federalismo fiscale, Orlando ricorda che Calderoli ‘è lo stesso che ha votato l’erogazione di centinaia di milioni alle amministrazioni di Catania e Palermo per coprire i buchi prodotti dalle ruberie e dai falsi in bilancio delle amministrazioni della sua coalizione’. La segreteria del Pd giudica ‘sconcertanti’ le parole dell’esponente del Carroccio mentre il segretario Udc, Lorenzo Cesa si chiede a questo punto ‘se quel federalismo che il governo sta varando, e a cui noi ci opponiamo, seguirà la linea oggi chiaramente espressa dal ministro Calderoli, sicuramente più secessionista che federalista’.

E comunque, su questo fronte, Calderoli e la Lega non sono certo in linea con la coalizione: ‘Io sarò a tutte le celebrazioni insieme al presidente Napolitano - ha replicato, in stridente controcanto il ministro Ignazio La Russa - e sono impegnato nell’organizzazione di una serie di eventi. Spero che ci sarà anche Calderoli. Ce lo farà sapere’. Riprodurre l’Inno di Mameli deve essere gratuito, e dunque quando lo si esegue non vanno pagati i diritti alla Siae: è l’obiettivo a cui punta una proposta di legge presentata alla Camera da Roberto Cassinelli (Pdl) e sottoscritta da una quarantina di deputati di tutti i gruppi parlamentari. ‘L’Inno di Mameli è di tutti gli Italiani: pagare per ascoltarlo è un oltraggio ai nostri sentimenti patriottici’, spiega Cassinelli (Pdl) riferendosi al fatto che la Siae chiede compensi ad ogni riproduzione pubblica dell’Inno nazionale. Ma la Società italiana autori ed editori ha immediatamente ricordato che ‘eseguire l’inno di Mameli non comporta il pagamento dei diritti d’autore’ perché ‘sono caduti in ‘pubblico dominio’ i diritti, essendo decorsi più di 70 anni dalla morte degli autori. La polemica era nata perché a Messina la Siae aveva chiesto mille euro per un concerto. Però la cifra si riferiva agli altri brani suonati in quell’occasione”. (red)

 

 

8. La Russa inaugura "La nostra destra": non è una corrente

 Roma - "In un Pdl sempre più litigioso – scrive il CORRIERE DELLA SERA -, l’ultimo casus belli è la nascita, secondo i critici, della ‘corrente’ di La Russa, che invece il coordinatore-ministro derubrica ad area di riferimento di chi si sente di destra, e non si sente rappresentato dalla ‘componente liberale’ di Fini. ‘La nostra destra nel Pdl’, così si chiama la componente, per il momento in verità è ancora una creatura limitata, aperta ai parlamentari lombardi che da sempre sono fedelissimi di La Russa, che infatti chiarisce: ‘Non è una corrente, altrimenti con me ci sarebbero stati Gasparri, Matteoli, Alemanno, e altri non dell’ex An. È tutt’altro’. Sostanzialmente uno strumento per far capire che lo strappo di Fini ‘che all’inizio voleva fare gruppi autonomi, come mi aveva annunciato, e poi ha cambiato idea’, non pregiudica diritti, tutele, spazi, ruoli, di quel 30% del Pdl che era statutariamente destinato all’ex An: ‘Qualcuno— insiste La Russa - vuole creare confusione, magari anche per spaventare la gente e creare scontento in periferia... Beh, no. Io dico - e lo diranno nelle loro regioni Matteoli, Gasparri, Alemanno, altri — che un’area di destra nel Pdl c’è, e tutto resta come deciso fino al prossimo congresso’.

Insomma, se anche Paolo Bonaiuti ostenta tranquillità (‘Proprio La Russa e Gasparri con il convegno di Arezzo hanno già cercato di superare le correnti’), e Gaetano Quagliariello sostiene che non c’è alcun problema ad organizzarsi ‘se questo non significa la ricerca sistematica di quote per i propri, perché allora sì si tratterebbe di correntismo pericoloso’, vuol dire che la mossa di La Russa viene considerata di contrasto alla campagna di adesioni che i finiani starebbero mettendo in atto. Che però non sembra preoccupare Gasparri: ‘Con noi ci sono 75 parlamentari dell’ex An, e 110 su 115 consiglieri e assessori regionali...’. In questo clima, continuano i botta e risposta tra i fedelissimi di Fini (che oggi riunisce i suoi più stretti parlamentari e i siciliani, compresi i consiglieri regionali) e quelli di Berlusconi. Italo Bocchino, nel mirino del Giornale per programmi della Rai affidati alla società di produzione della moglie, replica a brutto muso che il premier e la sua famiglia con la Endemol (il 33% del capitale è Mediaset) occupano molto più spazio sulla tivù di Stato. Suscitando anche la reazione del presidente Endemol Italia, Paolo Bassetti: ‘Sempre stati indipendenti dalla politica’. E la guerra continua”. (red)

 

 

9. Fini conquista l’11% degli elettori Pdl

 Roma - Il conflitto tra Berlusconi e Fini – scrive il CORRIERE DELLA SERA - "comincia a mostrare effetti sensibili sugli orientamenti dell’opinione pubblica. Il dato di partenza è noto: Fini gode tradizionalmente di una popolarità assai ampia, maggiore di quella attribuibile al Cavaliere, anche se proveniente in larga misura da elettori del centrosinistra (mentre la popolarità di Berlusconi è assai più concentrata nell’ambito dei votanti per il centrodestra). Come sono variati gli atteggiamenti dei cittadini in questi ultimi giorni, a seguito degli scontri, talvolta molti accesi e, comunque, sempre espliciti, tra i due leader? La maggioranza— ma si tratta di una percentuale risicata, poco più di metà— della popolazione dichiara di non avere mutato la propria opinione nei confronti del presidente della Camera e una quota ancora maggiore (64%) afferma di avere conservato intatta quella relativa al presidente del Consiglio. Una parte consistente degli italiani (47%) sostiene invece di avere reagito agli ultimi avvenimenti con una variazione (in più o in meno) del proprio apprezzamento per Fini e/o per Berlusconi. Nel caso di Fini, si registra, per ben un quarto degli elettori (23%), un aumento della ‘simpatia’ a lui riservata.

Dall’altro lato, però, il 19% manifesta, al contrario, una crescita, più o meno intensa, della disistima. Dunque, il presidente della Camera ha nell’insieme, ulteriormente accresciuto la sua popolarità, anche a seguito degli accadimenti degli ultimi giorni. Ciò è vero, però, solo considerando la popolazione nel suo complesso. Approfondendo l’analisi all’interno dei diversi segmenti di orientamento politico, emerge infatti come esistano due tendenze opposte tra loro. Fini risulta avere grandemente incrementato la stima riscossa dall’elettorato del Pd (ove il 42% dichiara di apprezzarlo oggi di più), ma appare conseguire un risultato molto più modesto (pari ad una crescita di popolarità dell’11%) tra gli elettori del Pdl e ancora inferiore (5%) tra quelli leghisti. Insomma, ancora una volta, il plauso per l’ex presidente di An proviene in misura decisamente più elevata dal pubblico dell’opposizione. L’andamento opposto si rileva riguardo alla popolarità di Berlusconi. Considerando gli italiani nel loro insieme, l’apprezzamento per il Cavaliere viene dichiarato in diminuzione dal 22% e in aumento da ‘solo’ il 10%. Ma, ancora una volta, ci troviamo di fronte a due trend contrapposti.

La maggioranza relativa (24%) dell’elettorato del Pdl afferma di attribuire maggiore simpatia a Berlusconi, a fronte del 6% che ne percepisce una diminuzione. Dall’altro verso, oltre un terzo (38%) degli elettori del Pd esprime ulteriore disistima e solo il 3% manifesta un maggiore apprezzamento per il presidente del Consiglio. Gli elettori della Lega si collocano in una posizione intermedia, facendo comunque riscontrare una (più modesta, 19%) crescita di approvazioni per l’operato del Cavaliere, con al tempo stesso, una presenza significativa (14%) di peggioramento delle opinioni sullo stesso. In definitiva, Fini appare aver guadagnato, più di Berlusconi, in termini di popolarità conseguita a seguito dei conflitti di questi giorni. Ma potrebbe essere, forse, una sorta di ‘vittoria di Pirro’, almeno in una prospettiva di breve periodo, trattandosi, come in passato, perlopiù dell’acquisizione di consensi nell’elettorato di centrosinistra, che avrebbero ragionevolmente più difficoltà a trasformarsi in voti ‘veri’ per una (eventuale) nuova formazione politica guidata dal presidente della Camera”. (red)

 

 

10. Contratti Rai: Botta e risposta tra Bocchino e Endemol

Roma - Scrive IL GIORNALE: “Endemol e At Media per Bocchino pari sono. Uno dei maggiori produttori mondiali di contenuti televisivi e la piccola società controllata dalla ‘suocera’ di Gianfranco Fini per l’ex vicecapogruppo vicario del Pdl alla Camera sono più o meno la stessa cosa. Stuzzicato da Sky Tg24 sulle recenti inchieste del Giornale, Bocchino non ha trovato di meglio che ‘attaccare’ il produttore di format controllato al 33% da Mediaset. Sollevando una delle argomentazioni-principe dell’antiberlusconismo di sinistra: il conflitto di interessi. Sì, perché, interpellato sulle notizie riguardanti la Goodtime Enterprise della moglie Gabriella Buontempo, Bocchino ha affermato che ‘sul Giornale non c’era nessuna accusa, c’era scritto che mia moglie fa la produttrice a prezzi di mercato, se non inferiori’ e ‘citava Il Grande Torino che è stato campione d’ascolti’. I toni, però, cambiano quando gli si domanda di Per capirti, lo spazio all’interno di Festa Italiana, prodotto dalla At Media di Francesca Frau, ‘suocera’ del presidente della Camera. Un milione e mezzo per una striscia quotidiana che grandi ascolti non ne fa.

Lì Bocchino ha utilizzato ben altro vocabolario. ‘Quella è spazzatura, è solo spazzatura!’, ha replicato aggiungendo che ‘non c’è nulla di illecito: è come se accusassi che il maggior percettore di soldi per le produzioni Rai sono Silvio Berlusconi e i suoi figli’ che ottengono ‘i contratti più importanti’. Insomma, è sempre colpa del Giornale che ‘usa una non-notizia per produrre la bastonatura quotidiana nei confronti di persone che non sono gradite alla linea da falchi pro-Berlusconi’. Per l’ex vice di Cicchitto, questo stato di cose ‘non è affatto scandaloso perché lui è proprietario di Endemol che è la più importante società’ del settore e ‘produce ricchezza e audience’, mentre ‘sarebbe scandaloso se si facessero scelte fuori mercato’. Magari, ma questo Bocchino non l’ha detto, come quelle di ‘appaltare’ a un produttore esterno una parte di un programma che potrebbe essere totalmente ‘made in Rai’. Italo Bocchino ha trovato anche la soluzione al conflitto di interessi: una proposta molto somigliante a quella del governo Prodi. ‘Se vogliamo fare un codice etico per cui con la Rai non possono avere nulla a che fare i parenti fino al sesto grado di chi siede in Parlamento, sarei d’accordissimo: però il maggior colpito sarebbe Berlusconi, che è il maggior beneficiario insieme ai sui figli’. Pronunciate da un vietcong della minoranza Pdl, le parole assumono i contorni della minaccia. Le altre dichiarazioni sono tutte intrise di frazionismo ‘finiano’.

La riforma della Costituzione e quella della giustizia ‘interessano pochissimo gli italiani’, bisogna invece cambiare ‘il fisco, il lavoro e la previdenza che sta costringendo i giovani a vivere da indebitati’. Scajola? ‘Solidarietà umana’, certo, ma è il ministro a dover ‘chiarire quanto prima questa vicenda’ perché ‘la politica deve essere trasparente, non ci deve essere nemmeno un centimetro quadrato di ombra per l’opinione pubblica’. Dunque, le priorità dell’agenda di governo devono essere ribaltate mettendo ‘subito all’ordine del giorno il ddl anticorruzione’ e, ‘con un voto bipartisan’, approvarlo ‘il prima possibile’. Ovvio che le repliche non siano state tenere. A partire da quella del presidente di Endemol Italia, Paolo Bassetti, che ha ricordato come Mediaset (che fa capo al premier tramite Fininvest; ndr) ‘non è proprietaria di Endemol Holding, ma ne ha il 33%’ e comunque il produttore ‘è indipendente dalla politica e in Rai ha lavorato molto di più col centrosinistra’. La risposta politica più dura è quella del coordinatore Pdl, Sandro Bondi (‘Meschine scaramucce da cortile’). Per Osvaldo Napoli, Bocchino ‘è come dottor Jekyll e mister Hyde: oggi definisce marginali le riforme che fino a poco tempo fa condivideva’. Misteri buffi della galassia finiana”. (red)

 

 

11. Papa: Sindone segno del nascondimento di Dio

Roma - “‘Mi sembra che guardando questo sacro telo si percepisca qualcosa della luce della resurrezione...’. Sono le 17.40 – scrive IL GIORNALE - quando Benedetto XVI, nel momento culminante della sua visita a Torino, s’inginocchia davanti alla Sindone. Con lo sguardo fisso sul telo di lino, che porta impressa la misteriosa immagine di un uomo morto in croce, come ogni pellegrino il Papa prega, in silenzio, muovendo impercettibilmente la bocca. Era già venuto nel Duomo di Torino nel 1998, da cardinale in occasione di una precedente ostensione. Questa volta però è diverso, e lo dice lui stesso, raccontando di vivere questa sosta ‘con particolare intensità: forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straordinaria icona; forse, e direi soprattutto, perché sono qui come successore di Pietro, e porto nel mio cuore tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità’. La meditazione di Ratzinger davanti alla Sindone, che definisce ‘telo sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di Gesù’, è dedicato al mistero del Sabato santo, cioè a quel giorno e mezzo nel quale rimase nel sepolcro, il giorno ‘del nascondimento di Dio’, del ‘grande silenzio’ e della ‘solitudine’.

Davanti al sacro telo, Benedetto XVI ricorda le tragedie del secolo scorso, che hanno reso l’umanità ‘particolarmente sensibile al mistero del Sabato santo’, perché ‘il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più’. Ratzinger cita Nietzsche, che scriveva: ‘Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!’. Un’espressione, spiega, che ‘a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana’. ‘Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki – dice ancora il Papa – la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti’.

Ma la morte di Gesù ‘ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al fatto – aggiunge Ratzinger – che la sacra Sindone si comporta come un documento ‘fotografico’, dotato di un ‘positivo’ e di un ‘negativo’. E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini’, di un amore che ha penetrato ‘anche nello spazio della morte’. Per il Papa, dunque, la Sindone, letta con gli occhi della fede, fa percepire ‘qualcosa’ della luce della risurrezione: ‘Io penso che se migliaia e migliaia di persone vengono a venerarla – senza contare quanti la contemplano mediante le immagini – è perché in essa non vedono solo il buio, ma anche la luce; non tanto la sconfitta della vita e dell’amore, ma piuttosto la vittoria, la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio’. Questo è il ‘potere’ della Sindone, icona ‘scritta col sangue’, conclude il Pontefice, soffermandosi in particolare sullo squarcio presente nel costato, quella macchia ‘fatta di sangue ed acqua usciti copiosamente da una grande ferita procurata da un colpo di lancia romana, quel sangue e quell’acqua parlano di vita. È come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla’. (...)” (red)

 

 

12. Legionari, fondatore immorale. Papa manda un commissario

Roma - Riporta LA STAMPA: “Il fondatore dei Legionari di Cristo era ‘immorale’ e le vittime meritano aiuto. Benedetto XVI si appresta a nominare un delegato pontificio (probabilmente il cardinale di Curia Saraiva Martins) che avrà pieni poteri per rifondare la congregazione travolta dalle rivelazioni sui comportamenti ‘gravissimi e obiettivamente immorali’ di padre Maciel, che Joseph Ratzinger dopo aver inutilmente tentato di processarlo, appena eletto Papa privò di ogni prerogativa sacerdotale nel 2006. Morì due anni dopo negli Stati Uniti, proclamandosi fino all’ultimo innocente. Non lo era: su di lui sono stati ‘appurati’ fatti sconcertanti, in particolare che di nascosto aveva figli e famiglie in almeno due diversi Paesi, ma anche che aveva commesso alcuni altri ‘veri delitti’, purtroppo ‘confermati da testimonianze incontrovertibili’. Scoprire che il fondatore conduceva ‘una vita priva di scrupoli e di autentico sentimento religioso’ ha ‘causato serie conseguenze nella vita e nella struttura della Legione, tali da richiedere un cammino di profonda revisione’. E mentre alle vittime degli stupri e delle intimidazioni di cui si è reso colpevole il sacerdote messicano ‘va in questo momento il pensiero e la preghiera del Santo Padre, insieme alla gratitudine per quanti di loro, pur in mezzo a grandi difficoltà, hanno avuto il coraggio e la costanza di esigere la verità’, lo stesso Pontefice ha voluto rassicurare(con una nota ufficiale) che i religiosi e i membri del movimento ‘Regnum Christi’, collegato all’ordine, ‘non saranno lasciati soli’.

I Legionari per la maggior parte sono ‘religiosi esemplari e onesti, pieni di talento, molti dei quali giovani, che cercano Cristo con zelo autentico e che offrono l’intera loro esistenza per la diffusione del Regno di Dio’. E ‘la Chiesa ha la ferma volontà di accompagnarli e di aiutarli nel cammino di purificazione che li attende’ e che ‘comporterà anche un confronto sincero con quanti, dentro e fuori la Legione, sono stati vittime degli abusi sessuali e del sistema di potere messo in atto da padre Maciel’. Delle infedeltà del fondatore ‘la gran parte dei Legionari, rileva la nota, era all’oscuro, soprattutto a motivo del sistema di relazioni costruito da padre Macie’. Ed infatti, ‘non di rado un lamentevole discredito e allontanamento di quanti dubitavano del suo retto comportamento, nonché l’errata convinzione di non voler nuocere al bene che la Legione stava compiendo, avevano creato attorno a lui un meccanismo di difesa che lo ha reso per molto tempo inattaccabile, rendendo di conseguenza assai difficile la conoscenza della sua vera vita’. Tutto è stato ora ricostruito grazie alla ‘visita apostolica’ decisa dal Pontefice al quale i cinque presuli (Blazquez, Chaput, Ezzati, Versaldi, Watty)hanno riferito venerdì mattina. Il Vaticano si impegna a ‘ridefinire il carisma della Congregazione, preservando il nucleo vero della ‘Militia Christi’: dinamismo apostolico e missionario con un’adeguata formazione’.Ora Ratzinger volta pagina. Per sempre”. (red)

 

 

13. Intesa, tornano a salire le quotazioni di Salza

Roma - Scrive LA STAMPA: “La partita per la nomina del nuovo presidente del consiglio di gestione di Intesa-Sanpaolo si concluderà a metà settimana, con qualche ora (giorno?) di significativo ritardo rispetto a quanto previsto. È ancora una volta un derby tutto torinese: da una parte il candidato ufficiale, Andrea Beltratti, dall’altra sempre meno sullo sfondo Enrico Salza. Le quotazioni del vecchio leone di piazza San Carlo sono date in fortissima ascesa. È anche vero che in base agli accordi costitutivi della banca tra Torino e Milano – accordi però solo informali – spetta alla Compagnia il potere di indicare le candidature per quella carica, ma proprio alla luce di quello che è accaduto - gli attriti tra il presidente della Fondazione Cariplo e Benessia, l’addio burrascoso di Siniscalco e una Compagnia ormai indebolita e spaccata al suo interno il principio pare oggi assai a rischio. Il vertice delle Fondazioni che si è tenuto la mattina del primo maggio nello studio milanese di Angelo Benessia, presidente della Compagnia di Torino, non ha portato comunicazioni ufficiali. Non poteva essere altrimenti, dato che prima autorevoli esponenti delle stesse Fondazioni – soprattutto Giuseppe Guzzetti che guida la Cariplo – e poi lo stesso presidente del consiglio di sorveglianza della banca Giovanni Bazoli, intervenendo in assemblea – hanno sottolineato come spetti solo ed esclusivamente al consiglio di sorveglianza, sentito il proprio comitato nomine, nominare l’organo di gestione.

I partecipanti si sarebbero limitati a prender atto degli eventi senza esporsi. Quel che si registra in queste ore è una decisa frenata sul professore bocconiano Beltratti, considerato dai suoi critici troppo giovane con i suoi cinquantuno anni - dato innegabile nell’Italia delle gerontocrazie - e con una insufficiente e esperienza manageriale. Elementi che potrebbero essere sfruttati da chi vuole andare allo scontro con Benessia. Allo stesso tempo tornano a circolare candidati alternativi: si parla di Gian Maria Gros-Pietro, l’ex presidente di Atlantia il cui nome era stato in effetti preso già in considerazione da qualche esponente della Compagnia di Sanpaolo, e dell’economista Giulio Sapelli. Entrambi possono fregiarsi di una nascita piemontese che risolverebbe la questione della torinesità del candidato, ma per entrambi le chances sembrano decisamente basse. L’ipotesi che circola, infatti, è quella di un possibile colpo di scena, con la proposta della riconferma di Salza al momento clou, quando il comitato nomine del consiglio di sorveglianza dovrà fare i nomi dei candidati al consiglio stesso. E certo che Guzzetti e Bazoli stiano lavorando per arrivare a una soluzione unitaria per evitare uno scontro ai voti in consiglio.

Il consiglio di sorveglianza appena eletto dall’assemblea – cinque candidati a Torino, cinque a Milano, quattro ad altre Fondazioni, uno al Credit Agricole e due a testa a Generali ed Assogestioni - sarà molto probabilmente convocato questa mattina per l’indomani. Martedì, alla prima riunione, si formerà anche il comitato nomine, presieduto da Bazoli e nel quale siederanno anche i due vicepresidenti Elsa Fornero (provenienza Compagnia di Sanpaolo) e Mario Bertolissi (Cassa di Padova e Rovigo) e – se verrà confermata la formazione a cinque del precedente mandato – altri due membri. Che nomi usciranno dal quel comitato? La Fornero, che si è battuta fin dall’inizio per la candidatura Beltratti, manterrà presumibilmente quel nome. Ma accanto a quello del professore della Bocconi non è appunto escluso che possano spuntarne altri. In primis quello del presidente uscente. Una eventuale nomina di Salza rappresenterebbe un vulnus difficilmente sanabile in particolar modo per il suo presidente Angelo Benessia, per il quale parrebbe aprirsi la strada di dimissioni che egli stesso finora però non considera assolutamente. Ma attenzione, proprio l’equazione ‘dentro Salza fuori Benessia’ potrebbe essere un incentivo ulteriore per qualcuno dei consiglieri a cercare una soluzione che mantenga lo status quo in banca. Tra le possibili soluzioni di mediazione non si sa quale peso possa avere una accarezzata inizialmente dalla Compagnia torinese: mantenere Salza per una parte del nuovo mandato, affiancandogli intanto Beltratti. Un’ipotesi che – se si andasse allo scontro tra consiglieri, e ovviamente Fondazioni a monte, non avrebbe più senso”. (red)

 

 

14. Euro, vertice straordinario per capi di governo

 Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Venerdì prossimo, per la seconda volta nella storia della moneta unica, si riuniscono i 16 capi di Stato e di governo dell’Eurogruppo. Intendono discutere nuove regole in grado di evitare che il rischio di insolvenza della Grecia possa ripetersi con altri Paesi in difficoltà, come Portogallo, Spagna e Irlanda, minacciando di nuovo la stabilità dell’euro. L’orientamento è di assecondare le pressioni della Germania per rafforzare il controllo Ue sui bilanci degli Stati e quelle della Francia per misure anti-speculazione. Dopo il via libera ai 110 miliardi per Atene, il presidente dell’Eurogruppo dei ministri finanziari, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, ha annunciato la convocazione straordinaria del suo organismo a livello dei capi di Stato e di governo per il 7 maggio a Bruxelles, poi diramata dal presidente stabile del Consiglio Ue, il belga Herman Van Rompuy. Juncker ha anticipato l’interesse dei leader dell’Eurozona a fare il punto sulle verifiche parlamentari sui prestiti nazionali al governo di Atene: ‘Ma non è anormale — ha aggiunto— che il vertice europeo discuta del futuro della zona euro’. La cancelleria tedesca Angela Merkel voleva posporre gli aiuti alla Grecia alle elezioni regionali nel Nord Reno-Westfalia di domenica prossima. Teme di perdere i consensi dei tanti connazionali contrari a usare il denaro pubblico per salvare un Paese dimostratosi inaffidabile nella gestione dei conti pubblici. Rimasta isolata, ha ceduto. Ma pretende di annunciare venerdì che la Germania ha imposto condizioni severissime per evitare un secondo caso Grecia.

A Berlino hanno ventilato la clamorosa possibilità di togliere il diritto di voto agli Stati non in regola con il Patto di stabilità, istituito proprio per difendere l’euro. La Merkel ha specificato che le ‘misure dolorose’ imposte ad Atene in cambio dei prestiti devono essere d’esempio. ‘Tutti gli esperti ritengono che Portogallo, Spagna e Irlanda siano in condizione migliore della Grecia — ha detto la cancelliera —. Questi Paesi possono vedere che il cammino intrapreso dalla Grecia non è facile. Di conseguenza faranno tutto il possibile per evitare di ritrovarsi nella stessa situazione’. A Parigi chiedono che l’Eurogruppo intervenga per impedire gli attacchi concertati della speculazione finanziaria agli Stati con difficoltà di bilancio. Nel mirino della Francia ci sono anche le agenzie Usa di valutazione del debito, che hanno declassato i titoli di Stato greci senza considerare il piano di aiuti in arrivo e facendo schizzare i tassi d’interesse a livelli proibitivi per il governo di Atene. ‘Nessuno può garantire quello che succederà, soprattutto in questa situazione in cui i mercati attaccano in permanenza — ha detto il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner —. Ma quello che è insopportabile è ilmodo in cui i tassi cambiano, in seguito all’intervento delle agenzie di rating. La Francia lo ha segnalato più volte: dobbiamo cambiare questo sistema’. La Commissione europea di Josè Manuel Barroso sta già studiano proposte, da sottoporre all’Eurogruppo del 7 maggio, sul rafforzamento dei controlli sui bilanci degli Stati e sulle misure anti-speculazione”. (red)

 

 

15. Marea nera, Obama in Louisiana: Bp pagherà i danni

Roma - Riporta LA STAMPA: “Dodici giorni dopo l’incidente avvenuto sulla piattaforma Deepwater Horizon, Barack Obama arriva in Louisiana per vedere da vicino quello che rischia di diventare il peggiore disastro ambientale mai avvenuto in America. Il Presidente si mostra risoluto e pronto ad andare sino in fondo, garantendo celerità nelle operazioni di soccorso, assistenza alla popolazione e promettendo di accertare ogni responsabilità. ‘Sin dal primo giorno - dice subito, replicando alle critiche - eravamo preparati al peggio e abbiamo reagito con decisione’. La catastrofe incombente ‘potrebbe essere senza precedenti’, ma la Bp, ribadisce con forza, è ‘responsabile e pagherà il conto’ dei danni. Infine rassicura i pescatori e gli altri lavoratori che stanno per finire sul lastrico: ‘Ci saranno risarcimenti adeguati’. Atterrato all’aeroporto Louis Armstrong di New Orleans, Obama è stato costretto a raggiungere Venice in auto perché i forti venti impedivano il trasferimento in elicottero. Ad attenderlo al varco c’era l’intera cittadina da dove sono coordinate le operazioni di soccorso: le autorità locali sono in polemica con Washington e a guidare il coro di critiche è il governatore repubblicano, Bob Jindal: ‘Sono stanco di aspettare che Bp tiri fuori un piano e che la Guardia Costiera lo approvi’.

Il rischio era che Deepwater si trasformasse nella Katrina di Obama. Di qui l’intervento deciso del presidente. Perché, oltre al danno ambientale, le ricadute sono drammatiche per l’economia locale. La visita del presidente è giunta nel giorno in cui la National Oceanic Atmospheric Administration ha decretato la sospensione di tutte le attività di pesca commerciale e sportiva nelle acque interessate dalla marea nera. Per gli oltre 1400 pescatori di Venice, e non solo, il danno è enorme. Sull’altro fronte, il presidente di Bp, Lamar McKay, spiega che il guasto occorso alla piattaforma è da imputare a ‘un pezzo difettoso’, forse una valvola, e che serviranno dai sei agli otto giorni per installare la prima delle tre cupole di contenimento necessarie a fermare l’emorragia nera. È come intervenire ‘chirurgicamente a cuore aperto a 1.500 metri di profondità con sottomarini telecomandati’, dice il presidente precisando che la prima cupola da 74 tonnellate in cemento e metallo sta per essere completata negli stabilimenti della Wild Well Control di Port Fourchon, in Louisiana. Da lì dovrà essere trasportata e installata offshore: il petrolio in questo modo confluirà nella cupola per essere poi risucchiato da condotte mobili su navi cisterna.

Le iniziative tuttavia non attenuano le polemiche nei confronti del gruppo e anche l’amministrazione americana si è detta pronta ad andare sino in fondo: ‘L’impegno del governo è di stare col fiato sul collo’ a Bp ‘affinché tenga fede ai suoi impegni che ha sia per legge che per contratto’, avverte Ken Salazar. Il ministro dell’Interno spiega che potrebbero essere necessari fino a tre mesi per scavare un nuovo pozzo di petrolio accanto a quello dal quale sta fuoriuscendo il greggio. È questa una delle soluzioni proposte dalla società per fermare il flusso nero, mentre Thad Allen, comandante della Guardia costiera e responsabile delle operazioni di soccorso, non esclude l’ipotesi di fermare l’avanzata della macchia sul delta del Mississippi drenando le acque verso Mobile Bay, in Alabama, e dirottandole quindi verso il Golfo. In ogni caso Salazar ha precisato che l’impatto sarà ‘potenzialmente catastrofico’ e che ci si deve ‘preparare al peggio’. Se ci vorranno tre mesi per fermare la falla, occorrerà mezzo secolo per il ripristino dell’ecosistema, dicono gli esperti. Mentre gli attivisti di Greenpeace, giunti a Venice per aiutare nelle operazioni di soccorso delle aree protette, si scagliano contro Bp e le altre compagnie petrolifere: ‘Hanno detto di non preoccuparci, perché se ne occupavano loro. Ed ora ci troviamo davanti a un disastro’”. (red)

 

 

16. Obama, gossip del National Enquirer su presunta amante

Roma - Riporta il CORRIERE DELLA SERA: “Che è successo tra Vera Baker e Barack Obama? La destra repubblicana e la stampa pettegola hanno finalmente trovato una bella ex amante del bel presidente? Oppure è l’ennesimo tentativo di incastrarlo (da candidato lo hanno accusato anche di aver fatto sesso gay in una limousine, ma il presunto compagno di limo era un mitomane)? Per il momento, i media seri tacciono; i siti di notizie in teoria pure; ma i lettori che commentano via Web cominciano a parlarne, dal New York Times online in giù. I bloggers conservatori esultano, e ripubblicano a manetta l’articolo del National Enquirer che narra di una sosta in albergo di Obama con Baker; la quale, nel 2004, raccoglieva fondi per la sua campagna senatoriale. Ma sul sito dell’Enquirer, e su Drudge Report, contenimento aggregatore anti-liberal che lanciò il caso Clinton-Monica Lewinsky 1998, l’articolo è già sparito: ‘ La pagina non è disponibile o è in lavorazione’, si legge su ambedue. Il resto del popolo internettaro americano, più che scandalizzarsi, fa battute. Come: ‘Ora spero che i repubblicani vincano le elezioni e spendano 100 milioni di dollari per una commissione d’inchiesta’, come quella, effettivamente imbarazzante e costosa, condotta sul caso Lewinsky dal procuratore Kenneth Starr.

E poi, poco gentile: ‘Urrà per Obama! Vera Baker è molto meglio di Monica’. E ancora: ‘Il narcisista in capo entra nel club dei traditori in capo?’. E anche: ‘Fico! Obama con una donna. Ha l’aria tanto gay— ma ehi, probabilmente è solo un metrosexual’. La ironia virale e non letale sul Web non ha dissuaso il Team Obama da un’azione di condizionamentomilitare e capillare (e abituale; è anche così che hanno vinto le elezioni). Anche la voce ‘Vera Baker’ su Wikipedia appare con un lucchetto (‘è bloccato l’editing’) e una riga rossa a fianco dell’annuncio ‘stiamo valutando se cancellare quest’articolo’). Molti blog sono spariti dalla ricerca Google. Ma c’è poco da fare, è il 2010 e la storia è a portata di clic. Baker ha ora 35 anni, è di San Francisco, aveva fondato un gruppo che raccoglieva fondi per candidati neri, è stata direttore finanziario della campagna di Obama per il Senato. Su di lei si spettegola da anni. Ne hanno scritto blog repubblicani e il britannico Daily Mail. Si è detto che Michelle Obama aveva scoperto tutto ed era infuriata. Baker ha sempre negato tutto, anche attraverso un avvocato. A un certo punto è sparita, è andata a lavorare come broker alla Martinica. C’è di peggio.

Il peggio, forse, sta arrivando. Contenimento e assenza di prove permettendo: secondo la prima anticipazione dell’Enquirer, l’autista che portava in giro Obama durante la campagna (non si capisce quando, però), avrebbe raccontato di aver lasciato Obama e Baker in un albergo di Washington. Dove, secondo l’autista, Baker non alloggiava (viveva in città, all’epoca). Sempre l’Enquirer sosteneva ci fosse una prova video, grazie alle telecamere interne dell’hotel. Ieri però è arrivata una smentita: il settimanale non avrebbe il video, saprebbe solo che esiste. E che alcuni ‘top anti-Obama operatives’ offrono un milione di dollari per il fantomatico video compromettente. Intanto, sabato sera, gli Obama sono apparsi allegrissimi (come usa) alla White House Correspondents Dinner. Il presidente ha fatto un discorso spiritoso (ogni anno una squadra di autori comici si riunisce per scrivergli le battute, si fa dai tempi di Reagan). Ma, ha subito riferito l’Huffington Post, ‘incombeva la nube’ di un potenziale sexgate. Scoppierà davvero? Forse, ma con nuove modalità e conseguenze. Obama è andato oltre le vecchie categorie politiche, si è proposto come un leader-rockstar, e sulle rockstar si chiacchiera. Oppure (o anche), il caso Obama-Baker diventerà un tormentone sul Web (e sugli altri media, se arriverà qualche prova) fornendo altro materiale a chi è deluso/a e (soprattutto) a chi odia il presidente nero. Certo succedono cose più serie, in America, ultimamente”. (red)

 

 

17. Gb, Cameron a un passo dal trionfo

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “A tre giorni dal voto, i conservatori si sentono vicini alla vittoria, i liberal-democratici sembrano sgonfiarsi un po’, i laburisti preparano già la lotta interna per la successione a Gordon Brown. Questo suggeriscono gli ultimi sondaggi, che contengono comunque un margine di notevole incertezza, sia perché una previsione sbagliata anche di un solo punto percentuale può ribaltare i pronostici, sia perché pare esserci una consistente fetta di elettori ancora incerti. Per cui, se da un lato David Cameron è il favorito, nessuno scenario si può escludere. Nel dubbio, le ultime battute della campagna elettorale sono dominate dalla donna che in un certo senso l’ha decisa: Gillian Duffy, la pensionata descritta dal premier Brown come ‘una fanatica’ nella gaffe che gli ha fatto perdere ulteriormente consensi, vuota il sacco in un’intervista a uno dei giornali domenicali. A pagamento, naturalmente. Lo scenario numero uno, secondo sondaggi e commentatori, è a questo punto la vittoria dei Tories. Secondo il News of the World, potrebbero addirittura ottenere la maggioranza assoluta, sia pure di soli 4 seggi, alleandosi con qualche partitino minore come gli unionisti protestanti nord-irlandesi ma senza essere costretti a negoziare un difficile accordo di coalizione con i liberal-democratici.

Se non raggiungeranno la maggioranza assoluta, i conservatori sperano di conquistare quella relativa e il più alto numero di seggi: in tal caso potrebbero provare a formare un governo di minoranza. Lo scenario numero due è che, in mancanza di una maggioranza assoluta ai Tories, Labour e lib-dem creino un governo di coalizione. Dai sondaggi non è chiaro chi dei due si piazzerebbe al secondo posto: un particolare importante, perché se Brown arriva secondo potrebbe cercare di rimanere al suo posto, mentre se arriva terzo potrebbe essere costretto immediatamente a dimettersi. Nel Labour, secondo le indiscrezioni, tira aria di disfatta. Già si affilano i coltelli per la resa dei conti in caso di umiliante sconfitta, con David Miliband, l’attuale ministro degli Esteri, in pole position per rimpiazzare Brown come leader del partito. Ma anche Harriet Harman, la vice-leader, e Alan Johnson, il ministro della Sanità, ambiscono all’incarico. ‘Siamo noi il nuovo partito delle forze progressiste’, rivendica intanto Nick Clegg, sostenendo che dalla politica estera ai diritti civili, dall’economia all’ecologia, i suoi lib-dem hanno posizioni più genuinamente nuove e di sinistra di quelle del Labour.

Non è il solo a pensarlo se, dopo il Guardian, anche l’altra storica testata del laburismo britannico, l’Obvserver, ha invitato ieri i suoi lettori a votare Clegg anziché Brown. E un columnist dell’Observer consiglia ai laburisti, se riusciranno a mantenere il potere in coalizione con i liberal-democratici, di non limitarsi a detronizzare Brown: ‘Date la premierhsip a Clegg, se volete davvero voltare pagina’. Dal canto suo Brown ammette, intervistato dal Telegraph: ‘Ho pagato un caro prezzo’ per la gaffe sulla pensionata. Non ha ancora finito di pagarlo: Gillian Duffy continua a imbarazzarlo, rivelando al conservatore Mail on Sunday come è andato il lungo colloquio a casa sua con il premier, venuto a profondersi in scuse dopo averla offesa. ‘Mi ha chiesto di andarlo a trovare a Downing street, ma mi sono domandata se ci sarebbe rimasto a lungo’, ironizza lei. ‘Mi ha pregato di uscire e farci fotografare insieme mentre ci stringiamo la mano, ma ho rifiutato’. La donna annuncia di avere gettato nella spazzatura la scheda postale con cui intendeva votare per il Labour: si asterrà. Un voto in meno, per Brown. E quarantamila sterline in più (la somma che il Mail avrebbe sborsato per l’intervista), per Mrs. Duffy”. (red)

 

 

18. Gb, finisce l’idillio tra stampa progressista e Labour

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Il grande tradimento si è consumato. La stampa britannica ha amato i laburisti per tanti anni, specie ai tempi di Tony Blair. ‘Love affair’ straordinario, fra potere politico ed editoria: indistruttibile, a prova di guerre e di scandali. Qualche puntura di spillo ma nulla di traumatico. La voce del consenso era pressoché unanime. Poi, nel 2007, è arrivato Gordon Brown e il rapporto ha dato segnali di crisi. È avvenuto per diverse ragioni. Un po’ a causa del premier che, a differenza del predecessore, non ha mai concesso troppa confidenza ai giornalisti, tenendoseli alla larga. Forse e soprattutto a causa di editori che hanno colto gli umori nella società o hanno pensato che per tutelare i loro interessi sarebbe stato meglio avviare il distacco. Infine, perché i direttori e le redazioni hanno maturato un loro autonomo giudizio critico sull’opera di governo. Del resto, è una civilissima tradizione della democrazia inglese che la stampa dichiari liberamente chi appoggia e per quale motivo. Nessuno grida allo scandalo. Fatto sta che la rottura è avvenuta. I quotidiani inglesi hanno già votato. E sono, in maggioranza schiacciante, dalla parte dei conservatori: stampa di qualità e stampa popolare, come il Daily Mail, il Mail on Sunday e il Daily Express.

È un tiro al piccione. Trovare un foglio che abbia il coraggio di dichiararsi oggi dalla parte del povero Gordon Brown è un’impresa. Chi è rimasto? Il Daily Mirror e il Sunday Mirror di sicuro. Ma l’Independent che era una colonna strizza l’occhiolino pure ai liberal-democratici. Il Guardian si è invaghito di Nick Clegg e l’Observer lo ha seguito. Gli altri hanno pensato di saltare la barricata. Così David Cameron fa il pieno di consensi. Nel 1997 Rupert Murdoch mise a rumore l’editoria. Il magnate australiano si era convinto che il New Labour di Tony Blair meritasse di conquistare Downing Street e non ci pensò più di tanto prima di prendere la sua ammiraglia, il Sun, due milioni di copie vendute, è schierarla coi laburisti. Altrettanto avvenne con il domenicale News of the World, con il Times e con il Sunday Times, con Sky, che appartengono, tutti, alla scuderia di casa Murdoch. Fu un colpo a sorpresa, specie per il Sun che si era sempre caratterizzato a destra. Tony Blair conquistò la maggioranza e l’’endorsement’ dei quotidiani lo aiutò a sfondare. Tutti magicamente ipnotizzati dal fascino di Blair.

Tredici anni di laburismo sono alle spalle. È il momento delle valutazioni. E i mass media non si tirano indietro. Il Daily Telegraph e il Sunday Telegraph sono di orientamento tory e non hanno neppure bisogno di suggerire come comportarsi nell’urna. Invece, il gruppo Murdoch ha dovuto di nuovo cambiare corsia. Una potenza di fuoco a difesa di David Cameron. Lo aveva annunciato, ancora una volta, il Sun quale sarebbe stata la scelta finale. Era il settembre dello scorso anno, quando proprio in concomitanza col congresso laburista, il tabloid uscì col titolo in prima pagina ‘Il Labour l’ha perduto intendendo il loro supporto. Poi, nei mesi successivi, Murdoch ha completato il disimpegno con il Times, il Sunday Times, Sky, News of the World. Ma non è stato il solo. L’autorevolissimo Economist in dicembre aveva preannunciato che la ‘pazienza con c’è più’. E venerdì scorso ha dato il via libera ai Tory, aggiungendo che cinque anni di panchina (di opposizione) non possono che fare bene al centrosinistra. Il Financial Times è pesantemente critico con il governo da molti mesi. Brutte pugnalate per i laburisti. Gordon Brown, però, resta convinto: ‘Non sono i giornali a decidere il risultato delle elezioni, è la gente a deciderlo’”. (red)

Grecia: la guerra tra i poveri

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