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Unità d'Italia: quando anche Calderoli ha ragione.

Ma cos’avrà mai detto di tanto ignobile e anti-italiano l’altro ieri dall’Annunziata il ministro Calderoli? Ha semplicemente affermato, coerentemente al suo punto di vista di leghista, che l’unità d’Italia si potrebbe più degnamente festeggiare con l’attuazione del federalismo. Noi, alla riforma federale di questo governo, varata ma ben lungi dall’essere realizzata, non crediamo neanche un poco, e come abbiamo scritto in tempi non sospetti, pensiamo sia solo l’ennesima bufala del Carroccio per spostare ancora una volta in avanti il traguardo campandoci di rendita e nel frattempo espandere il proprio potere al Nord e a Roma. 

Ma che l’idea federale sia la più congeniale alla composita realtà del nostro Paese, lo ribadiamo convinti. Forti della consapevolezza che essa era radicata e diffusa nello stesso, variegato movimento risorgimentale. Per non citare il solito intellettuale lombardo Cattaneo, persino Cavour era per un’Italia nient’affatto unitaria bensì confederata. Poi, da animale politico abituato a misurare e mutare la propria bussola sulla base dei cambiamenti, si convertì giocoforza all’unificazione divenuta fatto compiuto in seguito all’impresa garibaldina. Garibaldi, il nostro Che Guevara, cuore generoso, pasticcione e sempre oltre l’ostacolo, fece quel che fece spinto da un ideale unitario confuso, più in odio ai vecchi regimi che non in ottemperanza ad una concezione precisa. L’unico a perseguire una chiara visione unitarista era Mazzini, il quale rappresentava un’esigua minoranza della già minoritaria fazione che sognava una nazione italiana (si legga in proposito il libro di Arrigo Petacco uscito un anno fa, “Il regno del Nord. Il sogno di Cavour infranto da Garibaldi”, Mondadori). 

Una nazione che non è mai veramente nata. Ha scritto uno storico non imputabile di simpatie bossiane, il cattolico Franco Cardini: «Di quali “Fratelli d’Italia” andiamo mai blaterando? Questo è forse, dal punto di vista storico, il principale ostacolo da affrontare quando si parla di una “identità italiana”. La costruzione del processo unitario nazionale nel nostro paese non solo è stata recente (datando al massimo dalla fine del Settecento, ma in realtà piuttosto dalla metà dell’Ottocento): essa si è realizzata sulla base dell’adozione di un modello, quello centralizzatore di giacobina e bonapartistica memoria, ch’era per molti versi congruo con la tradizione storica del paese nel quale era nato, la Francia, ma che non era per nulla coerente con la storia della penisola. Ch’è storia policentrica, regionale, municipale, comprensoriale, cittadina, addirittura familiare (…). Storia di varie “patrie” senza dubbio incoerenti e magari reciprocamente incompatibili, ma tuttavia profondamente e lungamente vissute, praticate, sentite: e soprattutto amate» (www.francocardini.net). Oggi più di allora, dopo centocinquant’anni di forzate centralizzazioni (il modello prefettizio scelto dalla Destra Storica e confermato, seppur con ritocchi, dalla speculare Sinistra), controproducenti nazionalizzazioni delle masse (la roboante cartapesta fascista), permanenti lacerazioni ideologiche fra opposti universalismi (Dc e Pci, che del tricolore non sapevano che farsene), la retorica patriottarda dell’Unità è il peggio servizio che si possa fare alla nostra, nonostante tutto, Italia. Ci torneremo su.

Alessio Mannino

 

Secondo i quotidiani del 04/05/2010

Spreco lirico e difesa della cultura